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16 aprile 2010

0074 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Il codice delle micrologie

| Parentesi:
L'inchiesta OLTRE IL SENSO DEL LUOGO
diventerà un libro on-demand il gruppo OPLA+ sta già lavorando alla realizzazione grafica.
Presto tutti gli autori dell’inchiesta riceveranno una mail per l’autorizzazione di rito.
Qualora ci fossero dei guadagni Wilfing Architettura li utilizzerà per un concorso d'idee.
Sono graditi i vostri suggerimenti.

Di seguito una nota critica di Matteo Seraceni blogger di
=Architettura= =Ingegneria= =Arte= - sull'inchiesta |


Ti avevo promesso un commento finale al tuo post sui blog di architettura ed eccomi qui. Da diverso tempo ormai scambiamo opinioni e penso che ormai tu abbia capito quali sono le mie idee;
OLTRE IL SENSO DEL LUOGO mi è sembrata una bella iniziativa e lo spunto per cercare di capire qualcosa in più sul panorama architettonico italiano (ma anche estero).
Mi pare più che ovvio che il sistema sia malato, a più livelli: il primo problema è di ordine sociale (o burocratico, dipende dal punto di vista) ed economico; il secondo è inerente a ciò che l'architettura rappresenta oggi per i professionisti e per la gente comune.
Per quanto riguarda il primo problema credo che già hai speso molte pagine interessanti nel tuo blog: le speculazioni, le collusioni con la mafia, l'incapacità della classe politica sono problemi reali che (purtroppo) vengono ignorati quotidianamente; difficilmente nella rete ho trovato uno spazio in cui si possa parlare apertamente di queste cose.
Oltre a questo l'incapacità del sistema di gestire un'architettura aperta a tutti; ti voglio riportare le parole di Pietro Pagliardini, nelle note al testo di Salingaros sulle archistar:
Da quel poco che mi risulta, e da quanto riesco ad intuire, non esiste alcun paragone possibile tra la forza di un sistema mediatico-culturale ormai consolidato da decenni di relazioni, amicizie, scambi di favori leciti e meno leciti nel sistema dei concorsi (d’architettura e universitari) e dall’occupazione permanente nelle varie riviste, supportato vigorosamente dal potere economico degli immobiliaristi, che poi nel caso italiano coincidono quasi sempre con i nomi più importanti dell’economia e della finanza, nei confronti di un manipolo di persone (manipolo è un modo di dire e non un riferimento politico) cui non si fa vincere un concorso che sia uno, non potendo godere appunto di scambi di favori, che non ha diffusione da parte della media, non viene praticamente citato, se non per dileggio, nelle facoltà d’architettura, non ha imprenditori di riferimento.[1]
Ovviamente non voglio combattere contro i mulini a vento e mi rendo conto benissimo che la cultura dei “media” e la corrispettiva controparte economica gestiscono ormai in maniera univoca la società (in fondo c'era da aspettarsi che il sistema capitalistico – o comunque quello che ne rimane dopo la caduta del muro – avrebbe presto inglobato in toto il campo architettonico).
Il codice architettonico diventa pertanto “brand”, l'edificio “pubblicità” e le prestazioni professionali “merce di scambio”; è impossibile pensare ad un nuovo progetto senza prima valutarne i risvolti economici. Per citare un caso concreto, quando Cucinella “appiccica” pannelli solari ai suoi edifici per farli diventare “ecosostenibili” di certo non è mosso da interessi “ecologici” (vedi il municipio di Bologna): quale migliore pubblicità che cavalcare l'onda dell'ecologismo per “vendere” il proprio marchio? Interesse confermato dall'intervista su Wired, giornale per “non addetti ai lavori” ma che riesce oggi a catturare più attenzione delle riviste del settore (perché architettura oggi è moda: ci sono articoli su riviste del settore che ormai sono più simili a quelli che appaiono su Glamour e Cosmopolitan).


Probabilmente questo in parte spiega le risposte dei blogger, che dimostrano un'estensione diffusa di quello che De Fusco chiama “codice delle micrologie”
.
[2]
Il termine è molto felice a mio parere, perché traduce l'incredibile spezzettamento odierno, e serve da spunto per parlare della seconda parte di problemi che oggi affliggono il mondo dell'architettura. È chiaro che da tempo (a parte pochi casi isolati), si è smesso di costruire “per le persone” (lo so, è un concetto molto vago, ma credo possa rendere bene l'idea): c'è una distanza ormai abissale fra i bisogni delle persone e l'edilizia e l'urbanistica come viene intesa oggi.

Cosa significa quindi “architettura”?


È possibile discernere fra “architettura” e “edilizia” (o “architettura” e “scultura”)? Credo che in fondo sia questa la domanda che ponevi (poiché citare l'architetto di riferimento implicitamente suggerisce l'idea che questo sia legato ad un certo modo di fare architettura).
C'è un paradosso interessante: i grandi nomi sono interessati a portare avanti le proprie “idee” spesso a discapito della vivibilità stessa dell'opera, ma producono (forse) lo 0,001% dell'architettura mondiale (in pratica un numero irrisorio, che non ha paragone ad esempio nella musica o nella pittura o nella letteratura, dove ci sono correnti condivise dalla maggior parte degli artisti); dall’altra parte più del 90% del costruito potrebbe venire annoverato in una sorta di “architettura “eclettica” (a dir poco), del tutto diversa da quella dei grandi nomi, in cui gli interessi speculativi però portano a luoghi altrettanto invivibili.

Purtroppo il discorso sembra costantemente incentrato su valori formali: c’è mai qualcuno che, oltre a diagrammi, decostruzioni, postmodernismi, e chi più ne ha più ne metta, riesca veramente a progettare per chi quei luoghi li andrà ad abitare? Il Razionalismo ha fatto numerosi sbagli puntando su un’ottica illuministica di controllo del reale attraverso mezzi razionali; ma quello che vedo oggi è la stessa impostazione, attuata solo con mezzi diversi. La geometria ha perso il carattere rigido e formale iniziale e ha assunto forme mutuate dalle recenti conquiste matematiche (e da strumenti computerizzati), ma lo spirito è lo stesso: utilizzare schemi compositivi più o meno arbitrari per definire la forma architettonica.

Inoltre, come il postmoderno non è riuscito a plasmare strumenti facilmente diffondibili e chiari, allo stesso modo l'architettura odierna non offre mezzi certi per intervenire sul reale; da un parte c'è l'eccezionalità delle singole opere e gli strumenti con cui vengono realizzate, dall'altra la non bene definita finalità della stessa, il suo significato profondo.
In questo la teconologia informatica ha dato una forte scossa alla progettazione: il computer ha portato una frattura nel modo di concepire la composizione (e qui mi lego all'altro tuo post).
Oggi appare chiara la possibilità di lavorare direttamente con un “modello” tridimensionale anziché con le forme bidimensionali della progettazione “classica” (o perlomeno con un’unità di tutte le rappresentazioni, cosa che nel disegno a mano non era possibile; la costruzione di plastici o modelli offriva una certa approssimazione di quello che si fa oggi col computer, ma non avevano di certo la sua immediatezza). Quello che la matita “costringeva” ad ideare all’interno della propria testa ora viene riversato sullo schermo del computer: quindi si “sente” meno il mezzo e non ci si deve preoccupare neanche troppo di tenere a mente tutti i particolari di un progetto, visto che c’è il computer che li correggerà (come Gehry ci ha dimostrato in più occasioni). Prima si disegnava e poi si verificava col modello, ora si fa il contrario.


Quindi da una parte si perde “controllo” sul progetto, ma dall’altra un passaggio dal 2D al 3D obbliga a definire il modello fin da subito con una certa rigorosità. Nel disegno bidimensionale alcuni dettagli potevano rimanere inespressi addirittura fino alla fase esecutiva, o differiti secondo tempo diversi; questo oggi non è più possibile.
A mio parere queste nuove possibilità dovrebbero dare lo stimolo per affiancare all'incessante ricerca della “forma” perfetta anche strumenti utili per il controllo ambientale ed urbanistico dell'edificio costruito (mentre purtroppo le case si dimostrano sempre più scadenti ed invivibili).

Quello che manca oggi è un solido movimento che cerchi di “tirare le somme” da questo coacervo di proposizioni ed esperienze più o meno significative: appare urgente oggi porre dei punti fermi da cui avviare nuovi sviluppi, anziché continuare a spezzare il grande fiume dell’architettura in una miriade di rivoli secondari.
Serve una sintesi. La penuria di trattatisti seri dimostra questo impasse. Credo sia quanto mai d’obbligo un rinnovamento globale all’interno della progettazione e della teoria architettonica sia per quello 0,001% di grandi nomi, sia per i molti professionisti che oggi risultano inadeguati alle nuove sfide che l’architettura propone.

Quale deve essere lo spirito di questa grande sintesi?


Beh...non posso rispondere a tutto (ma ti assicuro che ci sto pensando da molto).


Credo comunque che rendersi conto del baratro sia già un passo avanti.


Ricevuto l'11 gennaio 2010 pubblicato il 16 aprile 2010

Intersezioni --->OLTRE IL SENSO DEL LUOGO

Come usare WA
---------------------------------------------------Cos'è WA

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Note:

[1]
Nikos A. Salingaros, "No alle archistar", edizioni LEF, Firenze, 2009


[2] Renato De Fusco, "Storia dell'architettura contemporanea", ed. Laterza, Bari, 2000 (capitolo 8 del libro): «Nella produzione architettonica del ventennio '50-'60, quando cioè le maggiori tendenze del Movimento Moderno erano entrate in crisi, poiché l'orientamento dominante era la «contestazione del presente», le due linee operativamente percorribili risultavano rispettivamente un ripensamento della tradizione e un tendere verso soluzioni futuribili.
Che cosa è cambiato da allora? A primo acchito si può dire che tanto l'interesse per la storia quanto quello per un futuro possibile siano rimasti costanti ma con accenti notevolmente diversi: il recupero della tradizione in molti casi s'è trasformato in un dichiarato eclettismo, l'utopia s'è paradossalmente realizzata, almeno nella sua componente tecnologica. È andata invece perduta quella «contestazione del presente», ricca di spinte rivoluzionarie che, dopo la fase acuta del '68, sembra totalmente abbandonata.
Tutto il dibattito odierno risulta incentrato sulla questione della modernità, anzi su una generale condizione post-moderna (di cui l'omonima tendenza architettonica non è che un sintomo e nemmeno tra i più significativi), cui va associata, ma con le distinzioni che vedremo, la cosiddetta condizione post-industriale.
Per conservare la struttura del nostro libro, è necessario prima descrivere questa generale condizione post-moderna, non considerandola una realtà storica - equivoco che ha sempre accompagnato la storiografia del Movimento Moderno - ma come un modo di nominare, illustrare ed interpretare l'insieme dei caratteri esponenti della stagione culturale contemporanea; successivamente, una volta «costruito» questo quadro interpretativo, si potranno classificare in esso opere, fatti ed idee di architettura relative alle tendenze in atto. Nella mia prospettiva pertanto la condizione post-moderna è sostanzialmente un tipo-ideale, un «artificio» storiografico e non, come pretende la maggioranza degli autori, la già citata realtà storica, una concezione filosofica, una situazione antropologico-culturale, ecc. Tuttavia, benché queste visioni siano globali e totalizzanti - in quanto tali devianti perché di fatto ci muoviamo in un mosaico di micrologie —, esse vanno qui accennate perché contengono elementi indispensabili alla costruzione del nostro schema interpretativo». pp. 453-454

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L'indice dell'inchiesta:

Prologo: Maledetti imbianchini


Gli interventi:
  •  3XN [1]
  • Aadrl [1]
  • Abcarius & Burns [1]
  • AKT (Adams Kara Taylor) [1]
  • Alberti, Emilio [1]
  • Alles Wird Gut [1]
  • Altro Modo [1]
  • Altro_studio (Anna Rita Emili) [1]
  • Amatori, Mirko [1]
  • Antòn Garcìa-Abril & Ensamble Studio [1]
  • Aragona, Guido [1]
  • Aravena, Alejandro [1]
  • Archingegno [1]
  • Architecture&Vision [1]
  • Architecture for Humanity (Cameron Sinclair) [1]
  • Archi-Tectonics [1]
  • Asymptote Architects [1]; [2]
  • Atelier Bow Wow [1]
  • Ban, Shigeru [1]
  • Barozzi-Veiga [1]
  • Baukuh [1]
  • Baumschlager & Eberle [1]
  • Blogger donne (Lacuocarossa, Romins, Zaha, LinaBo, Denise e tante altre) [1]; [2]
  • Bollinger+Grohmann [1]
  • BM [1]
  • C&P (Luca Cuzzolin e Pedrina Elena) [1]
  • C+S (Carlo Cappai e Maria Alessandra Segantini) [1]
  • Calatrava, Santiago [1]; [2]; [3]; [4]
  • Campo Baeza, Alberto [1]
  • Carta, Maurizio [1]
  • CASE (David Fano) [1]
  • Catalano, Claudio [1]
  • Cirugeda, Santiago [1]
  • Clément, Gilles [1]
  • Cogliandro, Antonino [1]
  • Contemporary Architectural Practice - Ali Rahim [1]
  • Contin, Giulio [1]
  • Coppola, Dario [1]
  • Cosenza, Roberto [1]
  • Critical garden [1]
  • Cucinella, Mario [1]; [2]; [3]
  • Dal Toso, Francesco [1]
  • De Carlo, Giancarlo [1]
  • Decq, Odile [1]
  • Design Institute Cinesi [1]
  • Diffuse, Luca [1]; [2]
  • Diller Scofidio+Renfro [1]; [2]
  • Dogma [1]
  • Douglis, Evan [1]
  • Duminuco, Enzo [1]
  • Eifler, John [1]
  • Eisenman, Peter [1]; [2]
  • Elastik (Igor Kebel) [1]
  • EMBT | Enric Miralles - Benedetta Tagliabue | Arquitectes associats [1]; [2]
  • Emergent Architecture (Tom Wiscombe) [1]
  • Ferrater, Carlos [1]
  • Florio, Riccardo [1]
  • FOA [1]
  • Galantino, Mauro [1]
  • Garzotto, Andrea [1]
  • Gehl Architects [1]
  • Gehry, Frank Owen [1]; [2]
  • Gelmini, Gianluca [1]
  • Grasso Cannizzo, Maria Giuseppina [1]; [2]
  • Graziano, Andrea [1]; [2]
  • Graypants (Seth Grizzle e Jon Junker) [1]
  • Gregotti, Vittorio [1]
  • Guidacci, Raimondo [1]
  • Hadid, Zaha [1]; [2]; [3]: [4]
  • Hensel, Michael [1]
  • Herzog & De Meuron [1]; [2]
  • Holl, Steven [1]
  • Hosoya Schaefer architects [1]
  • Ingels, Bjarke [1]
  • Ishigami, Junya [1]
  • Kahn, Louis [1]
  • Kakehi, Takuma [1]
  • Knowcoo Design Group [1]
  • Kokkugia [1]
  • Koolhaas, Rem [1]; [2]; [3]
  • Kudless, Andrew [1]
  • Kuma, Kengo [1]; [2]
  • Lacaton e Vassal [1]
  • Lancio, Franco [1]
  • Libeskind, Daniel [1]
  • Le Corbusier [1]
  • Lomonte, Ciro [1]
  • Lynn, Greg [1]
  • MAB [1]
  • Made In [1]
  • Mau, Bruce [1]
  • MECANOO [1]
  • Melograni, Carlo [1]
  • Menges, Achim [1]
  • Moodmaker [1]
  • Morphosis [1]
  • Munari, Bruno [1]
  • Murcutt, Glenn [1]; [2]
  • MVRDV [1]
  • Najle, Ciro [1]
  • Njiric, Hrvoje [1]
  • Notarangelo, Stefano [1]
  • Nouvel, Jean [1]
  • Ofis [1]
  • Oosterhuis, Kas [1]
  • Oplà+ [1]
  • Oxman, Neri [1]
  • Palermo, Giovanni [1]
  • Pamìo, Roberto [1]
  • Parito, Giuseppe [1]
  • Park, Sangwook [1]
  • Piano, Renzo [1]; [2]; [3]; [4]; [5]; [6]
  • Piovene, Giovanni [1]
  • Pellegrini, Pietro Carlo [1]
  • Pizzigoni, Pino [1]
  • Porphyrios, Demetri [1]
  • R&Sie(n) (Francois Roche) [1]; [2]; [3]; [4]
  • RARE office [1]
  • Raumlabor [1]
  • Rogers, Richard [1]
  • Ruffi, Lapo [1]
  • Salmona, Rogelio [1]
  • SANAA (Kazuyo Sejima + Ryue Nishizawa) [1]; [2]; [3]; [4]
  • Sandbox [1]
  • Sanei Hopkins [1]
  • Sauer, Louis [1]
  • Schuwerk, Klaus [1]
  • Servino, Beniamino [1]
  • Siza, Alvaro [1]; [2]; [3]; [4]; [5];[6]
  • Soleri, Paolo [1]
  • SOM [1]
  • Sottsass, Ettore [1]
  • Souto de Moura, Eduardo [1]; [2]; [3]
  • Spacelab Architects (Luca Silenzi e Zoè Chantall Monterubbiano) [1]
  • SPAN (Matias Del Campo+Sandra Manninger) [1]
  • Spuybroek, Lars [1]
  • Studio Albanese [1]
  • Studio Albori [1]
  • Studio Balbo [1]
  • StudioMODE + MODELab [1]
  • Supermanoeuvre [1]
  • Tecla Architettura [1]
  • Tepedino, Massimo [1]
  • Terragni, Giuseppe [1]
  • Tscholl, Werner [1]
  • Tschumi, Bernard [1]
  • Uap Studio [1]
  • Uda [1]
  • UN Studio (Ben Van Berkel) [1]; [2]
  • Vanelli, Nildo [1]
  • Vanucci, Marco (Open System) [1]
  • Verdelli, Roberto [1]
  • Vulcanica Architettura [1]
  • Wiscombe, Tom [1]
  • Zoelly, Pierre [1]
  • Zordan, Filippo [1]
  • Zucca, Maurizio [1]
  • Zucchi, Cino [1]
  • Zumthor, Peter [1]; [2]; [3]; [4]; [5]; [6]

14 commenti:

  1. Prima parte:

    Matteo,
    vorrei riprendere la parte finale della tua prima citazione: « …non ha imprenditori di riferimento».
    Occorre capire quali imprenditori.
    Che sia chiaro il clan degli ‘antichisti’ vuole fare la scalata all’imprenditoria che conta non è interessato all’imprenditoria POPolare.
    L’essere contro l’archistar’ (luogo comune usato dai giornalisti-politici urlatori) significa promuovere i propri archistar.
    In fondo è il solito 'gioco delle avanguardie’, cioè quello di demolire i padri ‘concettuali’.

    In questo caso si demolisce l’avanguardia per promuovere una posticcia retroguardia (poiché non è chiaro quale antichismo occorre portare avanti il principesco Krier, il frattale Salingaros o la fantomatica identità italiana.
    Il giornalista Francesco Merlo nel suo libro ‘FAQ Italia’ alla faq/domanda: Lo Strapaese è l'eternità italiana?
    Risponde in questo modo:«Quel che nella cultura italiana, ancora - o, forse, di nuovo - somiglia al fascismo selvaggio è appunto l'arcaismo devozionale, quel simbolismo penitenziale che è sempre stucchevolmente alla moda recuperare, perché "vuoi mettere, quant’erano saporosi i sapori di una volta, oggi che il pane e il vino e l'olio e il latte non sanno più di pane, vino, olio e latte?"
    C'è molto dello Strapaese fascista nella saccente, querula retorica del cibo povero che, per fortuna, è stato almeno trasformato in un impero internazionale, una potente holding, grazie all'intelligenza, all'intraprendenza e alla simpatia di un italiano di terra, Carlo Petrini.
    Ma il suo slow food è un'ideologia reazionaria e trasversale che si chiama anche pensiero meridiano e ambientalismo verde. Inoltre è il cuore della cultura leghista. Ed è incistata nel movimento populista del vaffanculo del comico Grillo, il tribuno che galleggia nel malumore strapaesano e riempie le piazze.
    Lo Strapaese è infine l'estetica del Berlusconi costruttore edile e urbanista, il Berlusconi di "Milano 2".
    L'ispiratore è Pasolini. Il cantore è Celentano. L'idea di base è il ritorno alla cultura campagnola e contadina, la sua valorizzazione, il rilancio del genius loci, insomma lo Strapaese di Maccari dispiegato a destra e a sinistra ma con la stessa deprecatio temporum di allora, forse più moralista ancora. Al fondo c'è una falsificazione dell'Italia e soprattutto del contadino italiano, che non è Olmo-Depardieu, l'epico socialista del film Novecento di Bertolucci - forse mai esistito - né quello lirico, tutto bontà e amore cristiano, dell’Albero degli zoccoli, anch'esso un prodotto della fantasia. Ne, tanto meno, è appunto il contadino descritto e celebrato da Petrini che ha almeno il merito di saper mangiare bene: lui, ovviamente, non il suo contadino metafisico». p. 45

    Come ci spiega Renato De Fusco i codici, le Tag, le tassonomie ci servono per riflettere e non per spiegare la distopia del nostro senso comune e collettivo dell’abitare.
    La micrologia è usata come ‘artificio storiografico’ per analizzare la storia dell’architettura.

    RispondiElimina
  2. Seconda parte:

    A proposito della vicenda ‘Boeri’, Stefano Mirti solleticato da un commento mi ha risposto con la teoria del ‘sistema delle relazioni’ simili alle considerazioni di Pagliardini.
    Qui il link: http://www.abitare.it/highlights/landscape-of-geometric-mythology/
    Condivisibili sul piano teorico(difensivo) ma opinabili sul senso delle ‘relazioni’ della nostra contemporaneità.
    Di seguito avevo lasciato questo commento: « —>Stefano Mirti,
    la mia osservazione non voleva fermarsi all’assioma: sistema delle relazioni = sistema dei furbi.
    T’invito a riflettere sui gradi di separazione delle relazioni.
    Tra il Ligresti di Citylife di Milano o il Piano di Castello di Firenze e l’elettore sardo del casozzo + chioschetto delle aranciate che differenza c’è?
    Soprattutto qual è il grado di separazione ‘relazionale’?
    «Che cosa è che mi sfugge?» (Cit. Stefano Mirti)
    Riprendo la tua chiosa: «E’ un passaggio difficile, su cui non si hanno soluzioni chiare e/o certe».
    Ecco la parola ‘soluzione’ è ciò che mi preoccupa poiché è un vocabolo ‘politico’ o d’architetto ‘politico’.
    La soluzione è da temere soprattutto per chi vive nella distopia non accademica.
    Capisco il tuo ragionamento ma non mi convince è troppo risoluto e risolutivo.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino».

    Permettimi un omaggio alla coppia Vianello/Tognazzi: http://www.youtube.com/watch?v=buHAZgaQrOc
    ‘Il troncio del 1965’ ovvero l’eterna lotta tra la sinistra macchiettista di ‘Peppone’ e la destra del buon senso del padre di famiglia ‘Don Camillo’.
    Voglio essere ottimista poiché attraverso l’uso sempre più maturo delle nuove tecnologie quel sistema di relazioni sta mutando.

    RispondiElimina
  3. Terza parte:
    Ti racconto una favola sulla ‘teoria dei gradi di separazioni’:
    Ci troviamo agli inizi degli anni ’70 un giovane meneghino senza soldi ebbe l’intuizione di avviare una nuova fase per i palazzinari della sua amata terra.
    S’invento un sistema chiamato ‘palazzianari 2’ ma aveva solo l’idea ma non i soldi.
    Come fare? - penso il piccolo imprenditore - occorrevano relazioni ‘economiche’ per dar vita al suo progetto.

    Per capire meglio questa storia occorre spiegare l’Italia di allora (si fa per dire).
    Sai bene che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro ma si finge di sapere che la popolazione del Nord ama ostentare la propria ricchezza al contrario della popolazione del Sud che non ostenta ma basa tutto sul ‘rispetto’.
    In poche parole: il Nord è pratico il sud è concettuale e in ambedue le aree si lavora sodo per fare i soldi, con due caratteristiche diverse:
    il nord sa di essere un ottimo operatore ‘finanziario’ e sa trasformare i soldi in operazioni ‘imprenditoriali’;
    il sud non avendo bisogno di esternare le sue attività si dedica a costruire imperi economici multinazionali ‘eterei’.
    Un corto circuito relazionale ‘fantastico’ poiché il Nord sa trasformare i soldi in 'qualcosa' e il Sud si trova ad avere una montagna di soldi veri ma ‘eterei’.
    Scusa la divagazione e torniamo all’omino dalle idee geniali.

    Perdonami ma proprio a questo punto la storia ha un bug perché non si capisce come questo gran 'figlio di mamma Rosa' abbia trovato la relazione economica che ‘lega’ il sud con il nord.
    Comunque, ci basta sapere che di relazione in relazione la strategia ‘Palazzinari 2’ (che per semplificare chiameremo P2) prende piede è trasforma la vita della città meneghina - che si vede costretta a ogni volo a fare una virata panoramica sulla ‘Bella madunnina’ – e non solo quella.

    Ecco, nessuno mette in discussione l’idea di una società basata sulle relazione (la città nasce grazie alle relazioni) ma occorre capire il grado di separazione di esse.
    Poiché - come affermi - non rendersi conto del baratro sarebbe letale.

    Per fortuna che la città comunicano e molte delle quinte ‘urbane’ portano la firma di queste relazioni, ti confesso che mi piacerebbe scrivere questo libro di storia ma non per giustizialismo ma per dare onore a chi ha operato concettualmente nell’oscurità.

    Che sia chiaro è una provocazione per stimolare una riflessione.

    A tal proposito Vincenzo Pirrotta (attore e regista teatrale palermitano) nel suo ‘La Ballata delle balate’ fa gridare al suo personaggio –un mafioso-: «Si aviti i cugghiuni, voi lecchini di Stato dovete dire che la mafia e la politica convivono, sono allo stesso livello».
    Un urlo di un lavoratore atipico stanco di essere considerato la parte peggiore della società.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    Link utili:
    http://www.repubblica.it/cronaca/2010/02/01/news/ciancimino_depone-2151180/

    http://www.vincenzopirrotta.it/Spettacoli/EFD7E31F-6DE6-4247-833B-6D863328661B.html

    P.S.: Dimenticavo di raccontarti un'altra storia nel 1998 due giovani Nerd, forse surfisti e forse brufolosi californiani:« dopo aver sviluppato la teoria secondo cui un motore di ricerca basato sull'analisi matematica delle relazioni tra siti web avrebbe prodotto risultati migliori rispetto alle tecniche empiriche usate precedentemente. Convinti che le pagine citate con un maggior numero di link fossero le più importanti e meritevoli (Teoria delle Reti), decisero di approfondire la loro teoria all'interno dei loro studi e posero le basi per il loro motore di ricerca» (Citato da Wiki).
    Un'altra storia d'idee senza soldi, poiché anche in questo caso si trovò un finanziatore per creare qualcosa che ci sta cambiando la vita (anche urbanisticamente). Ma questo è un altro tipo di studio sulle 'relazioni'.

    RispondiElimina
  4. Beh...la mia citazione si riferiva al fatto che nè Salingaros nè gli altri hanno imprenditori di riferimento, quindi voleva avere un respiro più ampio di quello effetivamente presente all'interno del libro.
    Capisco bene di cosa parli quando ti riferisci al "buon contadino" (che mi ricorda tanto il "buon selvaggio" di Rousseau), perchè sono cresciuto nelle campagne romagnole e di contadini ne ho visti tanti.
    Oggi molti vendono prodotti normalissimi come primizie biologiche per fregare le casalinghe snob, tanto per dire.
    Il mercato vive di incentivi e promesse: la nicchia slow si è creata grazie ad un connubio di aiuti dall'alto e di pretesa di qualità, che fa lievitare i prezzi a dismisura.
    Quindi è vero che è un sistema di furbi, ma è un sistema che si è creato perchè c'erano tutti i presupposti per farlo. E c'è ovviamente chi ha capito come sfruttare questo meccanismo a proprio tornaconto.
    Hai ragione quando temi per la parola "soluzione". Però credo siamo arrivati ad un punto di rottura ormai, che esige veramente un piano. Se c'è un piano, diventerà poi "organizzazione" e quindi sarà alla pari dei furbi di cui tu parli e quindi sarà passibile di tutte le connotazioni negative possibili ed immaginabili.
    Ma andare avanti in questo modo mi sembra già terribile e trovo in ogni modo auspicabile questa "terza via"
    Ciao

    RispondiElimina
  5. ---> Matteo,
    in che senso trovi : «auspicabile questa "terza via"»?
    Quale?
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    RispondiElimina
  6. Nel senso che credo fortemente in un'architettura diversa, basata sul benessere degli utenti e non sull'ego dell'architetto o sul commercio.
    Ma ovviamente questa posizione è una posizione di rottura rispetto all'attuale concezione architettonica italiana (che, come ben sappiamo, pare perennemente intrappolata nella diatriba conservatori/moderni): come ogni posizione di rottura si pone pertanto fuori dagli schemi e deve essere esternata a "margine del coro". Ogni posizione che si sottrae dalle categorie dominanti può solamente "dar fastidio" oppure "far clamore" in episodi temporanei, ma per attecchire veramente deve consolidarsi.
    Ma quando si sarà consolidata, allora non sarà più posizione di rottura e perderà ovviamente la spinta iniziale.
    Quindi è ovvio che all'inizio posso anche far finta di pensare solo a posizioni alternative e restare ai margini, ma il fine ultimo è quello di consolidare in qualche modo queste posizioni. Nessuna "idea" ha cambiato il corso delle cose finchè è rimasta solo come idea.

    RispondiElimina
  7. Matteo,
    io non capisco che cosa significhi l’EGO dell’architetto e la sua consequenziale definizione ombrello ‘archistar’, in Italia.
    La situazione italiana nel suo complesso non è intrappolata solo tra ‘conservatori’ e ‘modernisti’ ma nel suo sistema legislativo nato per curare l’emergenza (la frana di Agrigento) e poi diventato definitivo.
    Un po’ come la legge ‘porcata’ del Nostro semplificatore legislativo, la quale ha eliminato la possibilità di scegliere i candidanti dal basso, sono i capi (termine molto amato dai leghisti e dal PDL) a scegliere la colazione da far eleggere.
    In senso lato sono gli accordi ‘burocratizzati’ che costruiscono la città.
    Lasciamo stare la politica, parlando in generale (poiché l’Italia per fortuna presenta una complessità interessante, sai bene che non possiamo comparare il quartiere ‘Sette farine’ di Gela totalmente abusivo -dove Enzo Mari è stato chiamato a ridisegnare gli spazi pubblici - e Celerina un paese di seconde case per i meneghini sciatori -dove attraverso un referendum è stato impedito a Mario Botta di costruire un albergo a torre-).
    Perdona la generalizzazione (non saprei come spiegarlo diversamente) e ritorno su Italo Calvino e il suo libro ‘La speculazione edilizia’ (1957), poiché descrive un passaggio fondamentale della nostra epoca, Caisotti un montanaro diventato imprenditore edile - con segretaria sedicenne – irrompe con tutta la prepotenza dei soldi ma soprattutto con un modello di ‘modernità’ che è vista dai personaggi borghesi (passatisti) del libro come un modello rozzo e volgare.
    Ritornerei al modello P2 dell’imprenditore meneghino (non dell’alta borghesia) e alle segretarie sedicenni ma evito il passaggio.
    In Italia avendo sopito tutte le avanguardie (alcune geniali e innovative) si è preferito costruire le nostre città in stile ‘comodo’ cioè evitando le contrapposizioni ‘classistiche’ indicando con A l’area borghese (centro storico) e con B l’area del resto del mondo periferia).
    Con questa grossolana contrapposizione agli addetti alla costruzione della città non interessava ‘osservare la città nel suo complesso’ ma solo per i singoli interessi.
    L’A-rchitettura reiterava i codici della vecchia borghesia amando moltissimo i gadget ipertecnologici e la B-architettura ha rimesso in discussione i codici borghesi con un modernismo molto macchiettistico (confondendo stili e non confrontandosi con le avanguardie).
    L’A-rchitettura si pavoneggia sonnecchiando, restaurando le proprie case per inserire di volta in volta alcuni gadget ‘status symbol’: la sauna del bagno, il televisore 3d, la cucina domotica e la badante condonata.
    La B-rchitettura è simile ai B-movie italiani.
    La B-rchitettura s’illude di osservare la nudità di una bella donna attraverso gli occhiali magici ai Raggi x.
    La B-rchitettura rappresenta ‘Caisotti + la sedicenne’ un modello culturale molto amato dagli italiani.

    Per fortuna che in questo marasma alcuni architetti pieni di EGO attraverso i soldi della borghesia di A e di B hanno inventato il ‘DESIGN’ e la ‘MODA’. Concetti profondamente italiani (il Rinascimento fiorentino nasce dal commercio dei tessuti). Non dimentichiamoci che la prima architettura ‘iconica’ (volgarmente chiamata da archistar) è stata ideata da due italiani hippy e scapestrati.

    Vedi, io non saprei dirti quale sia la città più viva adesso in Italia: la A-città a misura di turista e borghese vecchio o nuovo o la B-città sfrangiata e molteplice.
    So ciò che non mi convince: l’incapacità della politica e degli imprenditori a emanciparsi dal populismo macchiettistico dell’A e B -rchitettura
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  8. Concordo con il pensiero di Salvatore. C'è troppa attenzione, da parte della classe politica, al raggiungimento e mantenimento del consenso immediato che si ottiene semplicemente facendo credere alla popolazione che si stanno facendo i loro interessi.
    Non c'è spazio, in Italia, per chi prima di costruire progetta, che non significa per forza avere la super-architettura iconica, ma anche tanta architettura, per così dire, "normale", fatta semplicemente per viverci e per lavorarci, distinguibile certo dall'edilizia.
    Purtroppo la condizione sociale italiana è pessima. Ancora oggi al quarto anno di una facoltà di architettura, si sentono studenti parlare di "case popolari" piuttosto che di edilizia sociale che è una cosa completamente diversa. Non bastano le precisazioni dei docenti a far distinguere le differenze, non solo terminologiche, ma soprattutto formali, perché di esempi "fuori" non ce ne sono e soprattutto nei dintorni della facoltà che frequento io (Aversa). Non se ne ha il concetto perché, ancora oggi, si pensa che "l'importante è avere un tetto" per le popolazioni dell'Aquila, di Foligno, di Messina, che poi è lo stesso discorso che si è fatto all'epoca per Scampia, Zen e Corviale (per quest'ultimo, almeno, gli abitanti stanno provvedendo da soli a quello che il pubblico, cioè tutti, non ha voluto fare).
    Il problema sta, secondo me, nel provincialismo italiano, nel vivere oggi in comodità piuttosto che risolvere i problemi a lungo termine, della continua emergenza piuttosto che prevenire il problema o, meglio, curare la manutenzione (perché si spendono soldi). La popolazione non ha voglia di prendere coscienza, perché oggi, forse, fa comodo così, perché i problemi del futuro non sono immediatamente intuibili, perché è meglio ascoltare le panzane del tolcsciò (lo so scrivere, ma sarebbe termine troppo aulico per quello che si vede in Italia) e dei telegiornali, dove un'"opinionista" sa tutto di tutto e dove è più importante l'opinione (ma chi gliel'ha chiesta?) di un personaggio costruito da altri, piuttosto che quella di chi fa il suo mestiere. Ed è la televisione che ha ragione (Fiorello ci ha fatto anche una velata satira in una sua pubblicità).
    A proposito di questo, qualche settimana fa, seguivo un programma televisivo, dove alcuni "scienziati" (brutta parola: c'erano due geologi, un vulcanologo ed un ingegnere mi pare) descrivevano gli effetti degli eventi naturali. Il conduttore (non ricordo se fosse Sposini) fece una domanda specifica sulle conseguenze di un certo avvenimento ed uno di loro descrisse le conseguenze. Non ricordo precisamente la domanda, ma era una cosa più o meno così: se erutta il Vesuvio che succede; la risposta fu che ci sarebbero stati centinaia di migliaia di morti, colate laviche, esplosione del camino vulcanico, ceneri velenose più o meno come Pompei. Il conduttore disse (e questo lo ricordo): "Vabbè, non creiamo allarmismi nella popolazione!"... meglio piangere dopo, dico io. E la televisione ha ragione.

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  9. Mi rendo conto ora di aver parlato anch'io (anche nel post sul mio blog) di "architettura normale", quando in realtà la vera dizione sarebbe "architettura a-normale", poichè la normalità in Italia consiste nell'abuso edilizo.
    Inoltre pienamente d'accordo sullo stato permanente di emergenza (che poi ovviamente si presta facilmente agli illeciti, così come dimostrato dalla vicenda Bertolaso): mi sto proprio ora occupando di scrivere qualcosa sul terremoto in Abruzzo e mi sono accorto che il problema non è stato semplicemente "abruzzese", ma in realtà è generalizzato all'intero suolo italico. Ogni nostra casa è a rischio, proprio perchè ad oggi le case non vengono costruite per il benessere e la sicurezza dei cittadini, piuttosto per speculazione o per riciclaggio.
    Sulla tv io la penso diversamente: dobbiamo smettere di pensare a questo mezzo come "promulgatore" di idee; la tv è un semplice specchio, un amplificatore di ciò che già sta succedendo nel nostro paese. Sembra che dia adito a certe idee o comportamenti, ma questi in realtà sono già pre-esistenti. La causa è altrove.

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  10. Francesco (spirito libero),
    in questo post ---> http://wilfingarchitettura.blogspot.com/2010/03/0007-blog-reader-ci-sono-tante-forze.html
    concludevo con questa frase: «Chiedo in ‘sostanza’ un’edilizia normale».
    Ovvio la normalità che chiedo, è di tipo culturale.
    Mi spiego meglio, occorre cominciare ad affrontare il vero problema dell’edilizia italiana basata su un luogo comune ‘l’investimento sicuro nel mattone’ shakerato con l’idea di modernità fondata sul cemento che senza soluzione di continuità dopo cinquant’anni ci ritroviamo identica ancora oggi.
    Un inghippo che vede 400 mila tecnici tra geometri-ingegneri e architetti relazionarsi con gli imprenditori.
    Imprenditori che influenzano - e non di poco - la scelta architettonica-tecnica dell’opera da realizzare.
    Se i primi non possono operare senza un diploma o una laurea i secondi possono avere una semplice licenza media.
    Un dato dell’ISTAT del 1995 affermava: « nell’edilizia si concentrano i neo imprenditori con il più basso livello d’istruzione, 60% fino alla licenza media inferiore».
    Parliamoci chiaro, chi giudica i nostri progetti sono persone che per la maggior parte delle volte non conosce assolutamente la sapiente filosofia ‘architettonica’.
    L’imprenditore ha un solo problema ottimizzare i guadagni e poiché ‘tiene famiglia’ non può perdere tempo ad ascoltare gli estetismi ‘architettonici.
    Dissento su un punto del tuo commento, poiché 'Scampia, Zen e Corviale' nacquero per rispondere a esigenze specifiche (forse troppo caldeggiate da una sola parte politica).
    Questa storia è molto complessa e non può essere licenziata in due parole. Spesso è tirata fuori dagli architetti politici che amano i luoghi comuni architettonici o meglio il populismo architettonico.
    Politici che non notano che i palazzoni o le torri costruite dal ‘connubio felice’ d’imprenditori, politici e progettisti sono terribilmente più brutti e invivibili ma abitati da gente che ancora deve pagare il mutuo.
    E sai bene che la casa ‘acquistata’ anche se brutta è accettata.
    A proposito del Vesuvio, conosco persone che da anni si dannano l’anima per un piano di evacuazione della popolazione vesuviana cioè 600-650 mila abitanti, un numero esorbitante.
    «Vabbè, non creiamo allarmismi nella popolazione!»
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  11. ---> Matteo,
    sono convinto anch'io che la causa sia altrove poiché una certa politica ‘speculativa’ esisteva già prima della TV P2.
    Oggi Zubin Mehta in un‘intervista ha ricordato che le prime azioni del nazismo furono quelle di buttare fuori le migliori ‘menti’.
    Sono maledettamente d’accordo con lui.
    Ciò che chiami a-normale io la chiamo A-B USO ovvero capire attraverso l’Uso come A si trasforma in B.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  12. Caro Salvatore,
    ho trovato il tempo di commentare almeno una parte dei contenuti di Matteo, e trovo con dispiacere un punto in cui sono fortemente in disaccordo con ciò che dici. Ti riporto il commento dal blog di Matteo (ho trovato prima il suo perchè leggo i blog in ordine alfabetico...)

    http://arching.wordpress.com/2010/04/20/architettura-a-b-normal/

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  13. Prima parte:

    Ciao Emmanuele,
    ho letto il tuo commento qui o lì (poiché questo commento sarà ubiquo) ma che credo che ci sia un equivoco, poiché ho un sentire diverso nei confronti dell’architettura ‘NORMALE’auspicata da Matteo.
    Per capire il mio ragionamento ti riporto la seconda parte del commento stralciato da Matteo nel suo blog:
    «La B-rchitettura rappresenta ‘Caisotti + la sedicenne’ un modello culturale molto amato dagli italiani.
    Per fortuna che in questo marasma alcuni architetti pieni di EGO attraverso i soldi della borghesia di A e di B hanno inventato il ‘DESIGN’ e la ‘MODA’. Concetti profondamente italiani (il Rinascimento fiorentino nasce dal commercio dei tessuti). Non dimentichiamoci che la prima architettura ‘iconica’ (volgarmente chiamata da archistar) è stata ideata da due italiani hippy e scapestrati.
    Vedi, io non saprei dirti quale sia la città più viva adesso in Italia: la A-città a misura di turista e borghese vecchio o nuovo o la B-città sfrangiata e molteplice.
    So ciò che non mi convince: l’incapacità della politica e degli imprenditori a emanciparsi dal populismo macchiettistico dell’A e B -rchitettura».

    Credo che in questo passaggio sia chiaro che utilizzavo i due luoghi comuni della retorica ‘architettonica/politica ‘centro storico’ e ‘periferia’ per smantellare le loro basi concettuali.

    Sull’architettura ‘normale’ avevo anche chiarito il mio punto di vista a Francesco (spirito libero):
    «Francesco (spirito libero),
    in questo post ---> http://wilfingarchitettura.blogspot.com/2010/03/0007-blog-reader-ci-sono-tante-forze.html
    concludevo con questa frase: «Chiedo in ‘sostanza’ un’edilizia normale».
    Ovvio la normalità che chiedo, è di tipo culturale.
    Mi spiego meglio, occorre cominciare ad affrontare il vero problema dell’edilizia italiana basata su un luogo comune ‘l’investimento sicuro nel mattone’ shakerato con l’idea di modernità fondata sul cemento che senza soluzione di continuità dopo cinquant’anni ci ritroviamo identica ancora oggi.
    Un inghippo che vede 400 mila tecnici tra geometri-ingegneri e architetti relazionarsi con gli imprenditori.
    Imprenditori che influenzano - e non di poco - la scelta architettonica-tecnica dell’opera da realizzare».
    Continua qui ---> http://wilfingarchitettura.blogspot.com/2010/04/0074-oltre-il-senso-del-luogo-il-codice.html

    Anche qui ponevo l’accento sul sistema ‘culturale’ del fare edilizia, senza mettere ‘etichette’ di qualità a A e B poiché facce della stessa medaglia.

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  14. Seconda parte:

    Tu dici: «Quale è A-architettura? Quale B? Entrambi sono interventi di una certa modernità, entrambi hanno pregi e difetti».
    Mi trovi d’accordo occorre saper leggere quella ‘certa modernità’ spesso, come più volte si è detto, condivisa e pagata da ventennali mutui.
    Per questo motivo non mi convince l’idea di Matteo, poiché l’Italia da tempo ha i suoi anticorpi potenti contro l’avanguardia o la modernità ‘matura’ di qualità.
    La storia del moderno italiano non si accorda con la storia del moderno ‘europeo’.
    Una peculiarità che come dici tu ‘ha dei pregi e dei difetti’, il rammarico resta per una certa avanguardia italiana illuminata e potente nelle idee totalmente azzerata dalla retorica spesso accademica ‘dell’identità italiana’.
    Un’accademia forte contro le idee ma debole, direi inesistente (forse convivente), politicamente.
    Matteo coglie due aspetti dell’identità italiana (non macchiettistica verace):
    1) ciò che io chiamo l’uomo Dio: « il problema è che anche il più sfigato dei geometri quando progetta una casa si sente Le Corbusier»;
    2) l’idea nell’immaginario italiano dell’architetto ‘artista’ e non tecnico (Fuffas).

    Io non credo che l’idea di un’architettura ‘normale’ formalmente ci possa aiutare. Poiché nei cantieri che frequento, vi è una sola parola condivisa da tutti, ‘facciamo una cosa semplice’ per dopo ritrovarti a fare degli interni con le solite richieste ‘voglio un arredo particolare’.
    Ovvero la doppia faccia dell’edilizia italiana speculativa (esterni) e innovativa (interni).
    Ciò spiega la discrepanza tra le posticce società edili (avete visto la sede di Anemone) e l’indotto creativo del design.
    Un paradosso, un ossimoro tutto italiano.
    Emmanuelle
    io sto con le sane avanguardie, poiché la normalità è intollerante (non intollerabile).
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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