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20 novembre 2010

0033 [MONDOBLOG] La storia * web| A | log *

di Salvatore D'Agostino
«Non mi piace proprio sentir parlare di Internet come di un’entità monolitica, tu non detesti i luoghi comuni che la stampa dedica alla Rete su base quotidiana? Insomma su, il web è il regno delle differenze, il posto più plurale e assurdo e sfaccettato che si possa immaginare. Che poi è il mondo a essere incredibilmente diversificato, solo che mai questa diversità era uscita così fuori e con così tanta forza. Potevamo solo intuirla. Ora possiamo viverla ogni giorno, certo bisogna cercare un po’.» Valentina Tanni1
Dopo le ripetute incursioni nel mondo dei blog, è arrivato il momento di mettere ordine tra le pagine scritte nel Web in questi anni.
Cominciamo a rispondere alla domanda posta qualche tempo fa su questo blog: chi è stato il pioniere dei blog di architettura?

La risposta è: Marco Brizzi con  la creazione di Arch’it nel marzo 1995 (aveva appena compiuto 28 anni).2

Arch’it è una semplice pagina bianca con pochi e chiari rimandi alle rubriche. In questi quindici anni ha ospitato gli scritti dei migliori critici/architetti  - e non solo – italiani. Mantenendo un registro critico e disinteressandosi all’aspetto ‘virale’ di internet o ‘all'estetica Web' del momento. Usando la rete come pagina d’approfondimento e non come campo di una rivoluzione in corso.
Per Arch’it il web log ha la stessa radice della pagina cartacea: la scrittura.

Per seguire il  work in progress di Wilfing Architettura sulla storia blog (rimasta in sospeso al 20023) ho creato la pagina web | A | log. Dove sarà possibile trovare - gradualmente - l'elenco cronologico ragionato dei Web Log più significativi.
Invece il post web | AL | log raccoglierà la lista - senza nessuna selezione - delle pagine Web dedicate all’architettura. 

Delle scritture Web – trasversalmente – e altro ne parlerò nel prossimo dialogo MONDOBLOG con Luca Diffuse, ma per approfondire meglio la storia dei blog ho chiesto alla rivista Abitare di poter pubblicare il primo articolo, del neo Corso di blog, affidato a Geoff Manaugh autore del blog bldgblog.
Autorizzazione concessa, eccolo: Geoff Manaugh, Blogging 101 - La storia Abitare n. 506, ottobre 2010, pp. 40-43

di Geoff Manaugh

Leggi le altre puntate del Corso di blog: L'attrezzaturaI contenutiPer chi si scrive? e Il futuro
Nel corso dei prossimi cinque numeri di Abitare, questa serie di brevi articoli avrà come tema la pratica del blog nel mondo dell’architettura e del design. Il tono generale però sarà più pratico che critico e la serie sarà una sorta di guida concreta al mondo dei blog di architettura. Fra le numerose domande che verranno poste, ci chiederemo cosa è un blog, come ne possiamo iniziare uno, per quali motivi si comincia a scrivere un blog e infine cosa dovrebbe aspettarsi esattamente chi decida di aprire un blog.
Farò subito chiarezza: ho fondato tutta la mia presente carriera sui blog. Per questo non dovrebbe sorprendere il fatto che la maggior parte delle mie risposte a queste domande sarà alquanto positiva, sia riguardo agli effetti che alle future possibilità del blog.
Nel corso degli ultimi anni riguardo al mondo dei blog sono state fatte numerose dichiarazioni, spesso decisamente avventate. Alcuni sostengono che scrivere blog sia il futuro della critica di design. Oppure, che i blog renderanno obsoleto l’intero sistema universitario. “Questo eliminerà quello”, ha scritto una volta Victor Hugo. Dopotutto, perché andare all’università quando possiamo semplicemente leggere una manciata di blog d’architettura in continua evoluzione? I blog possono diventare la nuova università, un’accademia mobile di autori temporanei e di conoscenze specialistiche.

Queste sicuramente sono prospettive entusiasmanti. Ma sono anche costruite sull’assunto che i blog siano diversi da ogni altra forma di scrittura o pubblicazione creata in passato. La loro semplice esistenza non salverà la scrittura sul design, e non costituisce in nessun modo una certezza nel futuro della critica d’architettura. Inoltre, i blog certamente non causeranno la fine prematura di questi due generi narrativi. In realtà, un blog è autorevole quanto lo è la persona che lo scrive. Se gli autori di articoli di cattiva qualità sul design si spostassero semplicemente, in massa, al mondo dei blog, allora i blog ripeterebbero a oltranza gli stessi riferimenti, assunzioni, toni, pubblico, propri del giornalismo di design su carta. I blog sono una realtà promettente solo se aprono a nuovi autori, nuove voci e nuove ma del tutto impreviste prospettive. Senza di questo, molto poco cambierà nel mondo della letteratura di design e architettura.
Dunque, cos’è un blog? Nella sua forma più elementare, gestire un blog significa mettere testi e/o immagini in rete, con regolarità, utilizzando un sito dedicato a questo tipo di pubblicazione. Quali possano essere queste parole e immagini è tutt’altra questione, come anche chi ne possano essere i lettori (di questo parleremo più avanti nel corso della serie). Cosa scrivere, e per quale pubblico, è in realtà sempre stato il dilemma che gli scrittori hanno dovuto affrontare attraverso la storia: questo dilemma non viene alterato dai blog.

E per questo io vorrei sottolineare, sin dal principio, un aspetto poco trattato: la storia. Il luogo comune, errato, vuole che il blog sia una forma radicalmente nuova di auto-espressione letteraria. Sembrerebbe quasi che finora la gente non abbia mai avuto l’opportunità di esprimersi in pubblico utilizzando la parola scritta. Scrivere blog come attività viene di solito equiparato a una rottura radicale con le tradizioni retoriche del passato – una cosa rivoluzionaria e messianica al tempo stesso. La verità è che i blog fanno parte di una lunghissima storia di auto-pubblicazione. In realtà, fanno addirittura parte di una lunghissima storia di scrittura e iscrizione. A partire dai manoscritti eretici riprodotti a mano e distribuiti attraverso vie di comunicazione sotterranee durante il Medio Evo, fino alle copie samizdat di narrativa breve di carattere sovversivo nella Russia sovietica; dagli opuscoli di poesia mimeografati che venivano passati di mano in mano in luoghi come New York e San Francisco degli anni Sessanta del Novecento, fino ai notiziari fotocopiati, scritti e prodotti da gruppi di mercanti o società segrete. Esiste una lunga storia di reti sociali che hanno prodotto e distribuito loro giornali non ufficiali o altri atti scritti minori. Arriverei a dire che in effetti i blog diventano un mezzo ancora più potente quando non sono limitati solo al contesto digitale di Internet 2.0 e dell’imprenditoria in rete; che i blog in realtà appartengono a un contesto storico più ampio e ancora più ambizioso, che contiene di tutto: dalla profezia religiosa – San Giovanni che sogna l’incubo dell’Apocalisse e della fine del mondo nell’isola greca di Patmos prima di scrivere la sua Rivelazione – alla politica insurrezionale sulle strade e i marciapiedi nell’Europa della prima modernità, che veniva registrata in pamphlet e libri tascabili. La scrittura di un blog non deve assolutamente essere limitata alle aspettative accademiche di un saggio critico ben scritto – con le sue note a piè di pagina verificate e i suoi riferimenti a Walter Benjamin accuratamente notati e approvati – ma non deve neanche essere tenuta in ostaggio dagli snark del ventunesimo secolo e soggetta alla classifica dei link del momento.

Ogni possibile genere di letteratura è rappresentato nel mondo del blog, e lo sarà sempre, incluse tutte le migliaia di forme che ancora devono essere inventate. In un blog si può leggere di fantascienza architettonica o della nuova dichiarazione costituzionale dei diritti dell’uomo; si possono leggere liste quotidiane di preferenze personali o assurde anti-mitologie di culti sociali a venire. Dare per scontato che i blog esistano solo per confermare le metodologie e gli assunti della critica architettonica degli anni Sessanta e Settanta del Novecento è una cosa noiosa e profondamente erronea al tempo stesso. I blog, grazie all’auto-pubblicazione alla loro struttura editoriale priva di supervisione, consentono l’acquisizione nelle discussioni sul design di riferimenti finora inutilizzati. I blog permettono ai critici e ai professionisti di sfuggire alla ristrettezza della gamma di testi ed edifici che una volta venivano considerati indispensabili a una rassegna d’architettura. La debolezza dei vincoli editoriali dei blog, nell’offrire la possibilità di uscire completamente dai canoni, consente anche una nuova libertà sia nei riferimenti a cui fare ricorso che nei soggetti da trattare.

Se i blog di architettura e design fossero semplicemente l’ultima incarnazione di quella mentalità di pubblicazione artigianale già identificata da Beatriz Colomina e dai suoi studenti all'Università di Princeton ed etichettata “clip/stamp/fold”, allora faremmo molto meglio a guardare molto più indietro nel passato, ben prima di Archigram e del Manifesto del Futurismo, verso gente come William Blake e – perché no – Martin Lutero.

L’uso del blog ha una storia molto più profonda di quella che anche il blogroll più longevo potrebbe indicare, e i suoi punti di riferimento di questa storia sono tanto entusiasmanti quanto ampi. 

20 novembre 2010
Intersezioni ---> MONDOBLOG 
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Note:
1 Luca Diffuse, Rovistare in pezzi di cultura caotica, minore e disorganizzata può dare grandi benefici, Abitare Web rubrica 'DIFFUSE OUTTAKES', 16 novembre 2010
2 Web log (contratto successivamente in blog per approfondire qui) indica un sito web autogestito - quindi in forma teorica non redazionale - dove vengono pubblicati in tempo reale storie, informazioni, notizie, opinioni o note personali visualizzate in ordine cronologico inverso, cioè, l'ultimo testo inserito collocato in alto e gli altri a seguire verso il basso. Non necessariamente i web log sono aperti ai commenti.
3 nel 2003, nella quinta parte del libro dei 2A+P, Marco Brizzi e Luigi Prestinenza Puglisi - GR. La generazione della rete, Cooper Castelvecchi, Roma, 2003 - furono ordinati cronologicamente gli episodi notevoli avvenuti in rete dal 1995 al 2002.

The history | Blogging 101 | Geoff Manaugh

Over the course of the next five issues of Abitare, this series of short articles will look at the practice of blogging in the world of architecture and design. The overall perspective will be less critical, however, than practical – a kind of hands-on guide to the world of architecture blogs. Amongst the many questions this series will ask will be: What is a blog, how can you start one, why would you want to do so – and what exactly would you be getting yourself into?
I should be clear right from the beginning, though: As someone who has founded his entire present career through blogging, it should not be surprising that most of my answers to these questions will be very positive, about both the effects and the future possibilities of blogging.
Over the past few years, there have been a number of rather outlandish claims made on behalf of blogging. Blogging is the future of design criticism, some say, or blogging will even invalidate the entire university structure. “This will kill that,” as Victor Hugo once wrote. After all, why go to school when you can simply read an ever-changing handful of architecture blogs? Blogs are the new university, a mobile academy of temporary authors and ad hoc expertise.

These are undeniably exciting propositions, of course, but they also assume that blogging is somehow different from all other forms of writing and publication that have come before. However, blogs in and of themselves will not save design writing, and blogs are by no means the guaranteed future of architectural criticism.Nor, of course, will blogging bring about those genres’ premature demise. Indeed, any blog is only as good as the person who writes it. If the authors of bad design articles for print publications simply move, en masse, into the world of blogging, then blogging will repeat the same references, assumptions, tone, readership, and more that 
print-based design writing demonstrates.

Blogging is only promising insofar as it brings new authors, new voices, and entirely unexpected new perspectives into play. Without that, very little will have changed in the world of architecture and design writing. What, then, is a blog? At its most basic, blogging means putting words and/or images online, on a regular basis, using a website dedicated to their publication. What those words and images might be – and who will someday read them – is another thing entirely (and we will discuss that later in this series). But what to write, and who will read it, has always been the dilemma faced by writers, throughout history; blogging does not change that.


I thus want to emphasize, from the very beginning, an unlikely topic: history. There is a common misconception that blogging is fundamentally new in terms of literate self-expression; until now, the assumption goes, people have never had an opportunity to express themselves in public using the written word. Blogging is thus often portrayed as a radical break with discursive traditions of the past – at once revolutionary and messianic. But blogging is part of a very long history of self-publishing – indeed, it is part of a very long history of writing and inscription, as such. From heretical manuscripts reproduced by hand and distributed via underground channels in the Middle Ages to samizdatnot limited only to the digital context of Internet 2.0, web entrepreneurialism; that blogging actually belongs in a much larger and more ambitious historical context, alongside everything from religious prophecy – St. John hallucinating Armageddon and the end of the world on the Greek island of Patmos before writing his Book of Revelation – to political insurrection on the streets and sidewalks of early modern Europe, captured in pocket-sized copies of politically subversive short fiction in Soviet Russia; from mimeographed pamphlets of poetry passed hand to hand in places like 1960s New York and San Francisco to photocopied newsletters edited and produced by trade groups and secret societies, there have long been social networks distributing their own unofficial papers and other minor acts of the written word. I would argue, in fact, that blogging becomes all the more powerful a medium when 
pamphlets and books.

Blogging needn’t be limited in any way to the academic expectations of a well-crafted critical essay – its footnotes verified, its references to Walter Benjamin duly noted and approved – but it also needn’t be held captive by 21st-century snark and links-of-the-day.
Blogging has every possible genre available to it, and it always will, including thousands that have not yet been invented. Blogging can be architectural science fiction or it can be a new constitutional declaration of the rights of man; it can be quotidian lists of personal preferences or absurd anti-mythologies of a social cult to come. To assume that design blogs exist simply to confirm the methodologies and assumptions of architecture critics from the 1960s and 70s is both boring and profoundly wrong.

Blogging, with its self-publication and unsupervised editorial structure, allows for previously unused reference points to enter the design conversation, for critics and practitioners alike to escape the narrow spectrum of texts and buildings that were once seen as indispensable to an architectural review. The lack of editorial constraints of blogging – allowing you to sidestep the canon completely – also opens a profound new freedom in both reference and subject matter.
If architecture and design blogging is simply the latest iteration of the “Clip/Stamp/Fold” mentality already identifie by Beatriz Colomina and her students at Princeton University, then we would do well to look much further back, beyond Archigram and the Futurist Manifesto, to people like William Blake and – why not – Martin Luther.

Blogging has a much deeper history than even the most comprehensive blogroll might indicate. Its references should be equally exciting, and equally broad.

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* Publication authorized by Abitare 
Geoff Manaugh, Blogging 101 - The history, Abitare n. 506, october 2010, pp. 40-43

15 novembre 2010

0001 [POINTS DE VUE] Collettivo TerraProject | Profondità di campo

di Salvatore D'Agostino 
«”Sporco” è una parola che si può usare in tanti posti del Sud, ma più che sporco è ingombro di cose buttate che nessuno rimuove più. Si potrebbe dire che è archeologico, ma l’effetto spesso è solo sporco e non aiuta.» (Marco Paolini)1 
Dal 1994 la Campania ha avuto un commissario straordinario per lo smaltimento dei rifiuti, attività cessata il 17 dicembre 2009, dopo la fine dello ‘stato d’emergenza’2.
 
Nel 2008 Michele Borzoni, Simone Donati e Pietro Paolini - del collettivo TerraProject  - fecero un viaggio da Pianura ad Acerra, passando per Giugliano, Aversa, Caivano e altre località. Ricordano l’odore acido dei rifiuti bruciati che gli si attaccava alla pelle. Chiamarono i loro ‘punti di vista’: La terra dei fumi. 
Ripresento - con qualche inedito - il lavoro di ‘profondità di campo’3 del collettivo fiorentino.

Un paesaggio che a due anni dal loro reportage, appare come immutabile archeologia.
Deprivato di ‘profondità di campo’ della semplificazione mediatica e politica.









15 novembre 2010
Intersezioni ---> POINTS DE VUE

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Note:
1 Marco Paolini, I cani del gas, Einaudi, Torino, 2000, p. 5.
2 Per una mappa ragionata del problema rifiuti in Campania visita il sito Munnezza
3 Tecnicamente, per ottenere delle fotografie nitide in tutti i suoi punti, bisogna chiudere il diaframma. Questa operazione è chiamata ‘profondità di campo’.

13 novembre 2010

POINTS DE VUE

«Considerando due idee molto diffuse – che oggi stanno rapidamente assumendo le proporzioni di un luogo comune – sull’impatto della fotografia. Ritrovandole formulate nei saggi che io stessa ho dedicato alla fotografa – il primo dei quali risale a trent’anni fa – provo l’irresistibile tentazione di metterle in discussione.

La prima idea sostiene che l’attenzione del pubblico sia manovrata dai media – e dunque, in maniera preponderante, dalle immagini. Se ci sono fotografie, una guerra diventa “reale”. La protesta contro la guerra del Vietnam fu, infatti, mobilitata dalle immagini. La convinzione che bisognasse far qualcosa per fermare la guerra in Bosnia si è fondata sull’attenzione dei giornalisti – “l’effetto CNN”, come lo si è a volte definito – che sera dopo sera, per oltre tre anni, hanno fatto entrare le immagini dell’assedio di Sarajevo in centinaia di milioni di case. Tali scempi illustra il decisivo influsso esercitato dalle fotografie nell’individuare le catastrofi o le crisi a cui prestare attenzione, e nel dar forma alle nostre preoccupazioni, in ultima analisi, alle valutazioni che diamo di un determinato conflitto.

La seconda idea - che potrebbe sembrare opposta a quella descritta – sostiene che in un mondo saturo, anzi ipersaturo, di immagini diminuisce l’impatto di quelle che dovrebbero avere importanza: diventiamo insensibili. Alla fine, tali immagini non fanno che renderci meno capaci di partecipare, di avvertire il pungolo della coscienza.

Nel primo dei sei saggi contenuti in Sulla Fotografia (1977), sostenevo che un evento conosciuto attraverso le fotografie diventa certamente più reale di quanto lo sarebbe stato se non le avessimo mai viste, ma finisce per diventare meno reale quando si è ripetutamente esposti a quelle immagini. Nella stessa misura in cui creano la compassione, scrivevo, le fotografie contribuiscono a inaridirla. Ma è proprio così? Quando l’ho scritto ne ero convinta. Ma ora non ne sono più tanto sicura. Cosa prova, infatti, che le fotografie abbiano un impatto decrescente, che la nostra cultura dello spettacolo neutralizzi la forza morale delle immagini di atrocità?» Susan Sontag*
POINTS DE VUE (in francese punti di vista) è un velato omaggio a Nicéphore Niépce, l’autore della prima foto, che chiamava in questo modo i suoi primi scatti fotografici. 
Ospiterà punti di vista di fotografi, disegnatori, registi, artisti attraverso la narrazione delle immagini.

0021 [POINTS DE VUE] Steve Bisson | Viaggio in Italia?
2014?

0017 [POINTS DE VUE] Yao Lu | Paesaggi cinesi
La storia dei Dustproof i teli antipolvere di colore verde o nero

0016 [POINTS DE VUE] Jon Rafman | I nove occhi di Google Street View
Il mondo trasparente

0015 [POINTS DE VUE] Pietro Motisi | Cemento
Provvedere del necessario

0014 [POINTS DE VUE] Martino Di Silvestro | I sikh dell’agro pontino
Sikh sono terra

0013 [POINTS DE VUE] Michela Battaglia | Topografia della memoria
Didascalie in rosso

0012 [POINTS DE VUE] Salvatore Gozzo | Overspeed
Fuori giri

0011 [POINTS DE VUE] canecapovolto | dentro la fotografia
Sulla fotografia

0010 [POINTS DE VUE] Beniamino Servino | Necessità monumentale nel paesaggio dell'abbandono
Una non-ancora-città

0010 [POINTS DE VUE] Beniamino Servino | Monumental need in the landscape of abandonment
A not-yet-city

0009 [POINTS DE VUE] Tomoyuki Sakaguchi | Home
Un viaggio onirico

0008 [POINTS DE VUE] Cryptome | La rivoluzione via social network in Bielorussia
Informazione cypherpunk

0007 [POINTS DE VUE] Vincenzo Cammarata | Linosa: quando sbarcarono i mille
27 marzo 2011

0006 [POINTS DE VUE] Massimo Mastrorillo | 6 aprile 2009 ore 3:32
Istantanea 

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* Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri, Mondatori, Milano, 2003, pp. 91-92

P.S.: Questo appunto di sintesi è in costante aggiornamento

11 novembre 2010

0084 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Errata Corrige di Nicola Montuschi

Pubblico un’errata corrige di Nicola Montuschi.
Dopo più di un anno la sua vecchia risposta gli è sembrata frettolosa e svogliata.
Nicola, non solo ha cambiato idea, ma anche blog e adesso si trova a Guimaraes in Portogallo per completare il suo percorso di studi.

Presto, ma non so quando, uscirà la versione cartacea di quest'inchiesta.

  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Visionver di Nicola Montuschi

Premettendo che io al momento non sono un architetto, ma sono ancora uno studente. Di questi argomenti, ho avuto e avrò molto tempo per concentrare le mie energie nello scoprire aspetti, se vogliamo dire leggermente più poetici, dei conti economici, delle relazioni con i committenti, delle problematiche strutturali e di cantiere. Di tutte quelle situazioni più reali che non siano di andare e scoprire, se non sperimentare lo spazio ed il luogo. Se non altro anche il tempo d’ogni opera costruita ed idealizzata o concepita come utopistica visione propria del mondo.

Tutto questo lavoro che inconsciamente svolgo e spero, anzi sono sicuro che altri come me svolgono nel momento universitario è estremamente finalizzato al raggiungimento di un mio linguaggio, una mia morfologia dell'essere e dell'esternare l'emozione, il sentimento che io vedo e pretendo di vedere in ogni opera che è eretta al cielo od orizzontale come un parco lineare o a puntuali interventi costituenti un discorso più ampio.Tutta questa ricerca, e se vogliamo vedere questo come presa di posizione, mi porta a volere entrare più nel profondo, in quanto come sappiamo la relatività del bello e del brutto trascende la soggettività che l'artista-architetto introduce consapevolmente o inconsapevolmente nelle proprie "cose".

Ciò detto ritorniamo al mondo appartenente alle cose e agli uomini, il mondo del 2010, il mondo dove tutto ha un tempo, questo è quello che noi siamo, padroni del tempo e dello spazio?

Io non credo che noi siamo i padroni di questo, siamo utilizzatori, usufruitori per un tempo limitato del nostro tempo e del nostro spazio, quindi il concetto di monumentalità se non museo delle cere che talvolta idolatrato dal nostro bel paese è a mio avviso decaduto in un posticcio, pasticcio, di concetti arcaici ormai superati.

Il mondo che si viene prefiggendo con il pollice verde: riuso, riciclo, smontabilità, concetto di primo-secondo-terzo verde, auto sufficienza energetica, impatto nullo, vertical farm, idroponica, pareti e tetti verdi, edifici vivi che respirano, tutto questo discorso che in questo tempo sta superando la sua fase d’incubazione è tal volta troppo divinizzato anch’esso, dimenticando per comodità che non basta mischiare ovvi ingredienti del logico vivere verde per fare un buon organismo architettonico.
Quello che non vedo, oltre pochi casi, è il vero sentimento espressivo nell'arte, la vera emozione che viene fuori guardando una cascata d'acqua, o cogliendo un sasso da un percorso, o la sinuosa espressione dell'essere che tocca una vibrante creatura viva che è una costruzione, che vive e respira e si modifica in quanto la staticità non fa più parte del mondo.Apprezzo quindi molti artisti contemporanei che esprimono se stessi anche in maniere totalmente differenti, ma quello che molte volte manca in loro, anzi quello che abbonda è la freddezza, l'asetticismo, la mancanza di sentimento. Il voler troppo lasciare se stessi in quello che viene fatto come un libro, forse dimenticandosi la misura dell'uomo e della natura delle cose.

Come architetto contemporaneo apprezzo Renzo Piano, per la calma e la tranquillità con la quale svolge il suo compito, per l'attenzione al dettaglio, per la spinta ad andare oltre che cerca sempre di inserire nelle sue opere, per la sua vera umanità. Le sue architetture sono dei gioielli, delle macchine perfette, degli organismi vibranti che sempre danno qualche cosa al mondo senza assorbire e focalizzare il luogo dove esse si trovano, il monumentalismo in lui è poco accennato, non pecca di scellerato eclettismo.

Completamente opposti MVRDV, il loro macchinismo mi affascina, il pizzico utopico che vedo nei loro lavori è per me inno alla scoperta, una pagina che viene voltata e chiusa, un nuovo capitolo d’idealizzazione di un mondo che sempre di più si avvicina e si evolve, l'evoluzione che loro mostrano, il cambiamento.

Vedo nelle loro espressioni il tempo che muta, l'unica pecca è a mio avviso una morfologia troppo serrata e scatolare, semplice ed economica nella concezione, ma troppo forse rigida e complicata diviene contrastante con una linea più calda della terra.

BaumRaum, è la progettazione non nota che apprezzo. Una vera simbiosi con il mondo che ci circonda, nel quale noi facciamo parte, l'abitazione ed il vivere diviene insito di un rapporto di vera coesione con la vita, con le piante, con il terreno, approfondire queste tematiche con sistemi d’impatto zero quali fitodepurazione, trattamento acque piovane per usi domestici, indipendenza dalle reti tradizionali rendono affascinante il foglio bianco che si viene creando.

Ampliare le proprie vedute e rompere la canonizzazione delle cose è indispensabile per una comprensione del mondo più completa e meno sistemistica in chiave economica, che emozione vogliamo trasmettere?
Che cosa siamo?
Cosa vogliamo lasciare al futuro?
Il nostro piccolo può ancora cambiare le cose?

L'importante è non piegarsi mai a ideali futili e facili ma seguire il proprio cuore e non sempre la testa.

11 novembre 2010
Intersezioni --->OLTRE IL SENSO DEL LUOGO

Come usare WA ----------------------------------------------------------------Cos'è WA
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L'indice dell'inchiesta:

Prologo: Maledetti imbianchini


Gli interventi:

Gli architetti dell’inchiesta

  • 3XN [1]
  • Aadrl [1]
  • Abcarius & Burns [1]
  • AKT (Adams Kara Taylor) [1]
  • Alberti, Emilio [1]
  • Alles Wird Gut [1]
  • Altro Modo [1]
  • Altro_studio (Anna Rita Emili) [1]
  • Amatori, Mirko [1]
  • Antòn Garcìa-Abril & Ensamble Studio [1]
  • Aragona, Guido [1]
  • Aravena, Alejandro [1]
  • Archingegno [1]
  • Architecture&Vision [1]
  • Architecture for Humanity (Cameron Sinclair) [1]
  • Archi-Tectonics [1]
  • Asymptote Architects [1]; [2]
  • Atelier Bow Wow [1]
  • Ban, Shigeru [1]
  • Barozzi-Veiga [1]
  • Baukuh [1]
  • Baumschlager & Eberle [1]
  • Blogger donne (Lacuocarossa, Romins, Zaha, LinaBo, Denise e tante altre) [1]; [2]
  • Bollinger+Grohmann [1]
  • BM [1]
  • C&P (Luca Cuzzolin e Pedrina Elena) [1]
  • C+S (Carlo Cappai e Maria Alessandra Segantini) [1]
  • Calatrava, Santiago [1]; [2]; [3]; [4]
  • Campo Baeza, Alberto [1]
  • Carta, Maurizio [1]
  • CASE (David Fano) [1]
  • Catalano, Claudio [1]
  • Cirugeda, Santiago [1]
  • Clément, Gilles [1]
  • Cogliandro, Antonino [1]
  • Contemporary Architectural Practice - Ali Rahim [1]
  • Contin, Giulio [1]
  • Coppola, Dario [1]
  • Cosenza, Roberto [1]
  • Critical garden [1]
  • Cucinella, Mario [1]; [2]; [3]
  • Dal Toso, Francesco [1]
  • De Carlo, Giancarlo [1]
  • Decq, Odile [1]
  • Design Institute Cinesi [1]
  • Diffuse, Luca [1]; [2]
  • Diller Scofidio+Renfro [1]; [2]
  • Dogma [1]
  • Douglis, Evan [1]
  • Duminuco, Enzo [1]
  • Eifler, John [1]
  • Eisenman, Peter [1]; [2]
  • Elastik (Igor Kebel) [1]
  • EMBT | Enric Miralles - Benedetta Tagliabue | Arquitectes associats [1]; [2]
  • Emergent Architecture (Tom Wiscombe) [1]
  • Ferrater, Carlos [1]
  • Florio, Riccardo [1]
  • FOA [1]
  • Galantino, Mauro [1]
  • Garzotto, Andrea [1]
  • Gehl Architects [1]
  • Gehry, Frank Owen [1]; [2]
  • Gelmini, Gianluca [1]
  • Grasso Cannizzo, Maria Giuseppina [1]; [2]
  • Graziano, Andrea [1]; [2]
  • Graypants (Seth Grizzle e Jon Junker) [1]
  • Gregotti, Vittorio [1]
  • Guidacci, Raimondo [1]
  • Hadid, Zaha [1]; [2]; [3]: [4]
  • Hensel, Michael [1]
  • Herzog & De Meuron [1]; [2]
  • Holl, Steven [1]
  • Hosoya Schaefer architects [1]
  • Ingels, Bjarke [1]
  • Ishigami, Junya [1]
  • Kahn, Louis [1]
  • Kakehi, Takuma [1]
  • Knowcoo Design Group [1]
  • Kokkugia [1]
  • Koolhaas, Rem [1]; [2]; [3]
  • Kudless, Andrew [1]
  • Kuma, Kengo [1]; [2]
  • Lacaton e Vassal [1]
  • Lancio, Franco [1]
  • Libeskind, Daniel [1]
  • Le Corbusier [1]
  • Lomonte, Ciro [1]
  • Lynn, Greg [1]
  • MAB [1]
  • Made In [1]
  • Mau, Bruce [1]
  • MECANOO [1]
  • Melograni, Carlo [1]
  • Menges, Achim [1]
  • Moodmaker [1]
  • Morphosis [1]
  • Munari, Bruno [1]
  • Murcutt, Glenn [1]; [2]
  • MVRDV [1]
  • Najle, Ciro [1]
  • Njiric, Hrvoje [1]
  • Notarangelo, Stefano [1]
  • Nouvel, Jean [1]
  • Ofis [1]
  • Oosterhuis, Kas [1]
  • Oplà+ [1]
  • Oxman, Neri [1]
  • Palermo, Giovanni [1]
  • Pamìo, Roberto [1]
  • Parito, Giuseppe [1]
  • Park, Sangwook [1]
  • Piano, Renzo [1]; [2]; [3]; [4]; [5]; [6]
  • Piovene, Giovanni [1]
  • Pellegrini, Pietro Carlo [1]
  • Pizzigoni, Pino [1]
  • Porphyrios, Demetri [1]
  • R&Sie(n) (Francois Roche) [1]; [2]; [3]; [4]
  • RARE office [1]
  • Raumlabor [1]
  • Rogers, Richard [1]
  • Ruffi, Lapo [1]
  • Salmona, Rogelio [1]
  • SANAA (Kazuyo Sejima + Ryue Nishizawa) [1]; [2]; [3]; [4]
  • Sandbox [1]
  • Sanei Hopkins [1]
  • Sauer, Louis [1]
  • Schuwerk, Klaus [1]
  • Servino, Beniamino [1]
  • Siza, Alvaro [1]; [2]; [3]; [4]; [5];[6]
  • Soleri, Paolo [1]
  • SOM [1]
  • Sottsass, Ettore [1]
  • Souto de Moura, Eduardo [1]; [2]; [3]
  • Spacelab Architects (Luca Silenzi e Zoè Chantall Monterubbiano) [1]
  • SPAN (Matias Del Campo+Sandra Manninger) [1]
  • Spuybroek, Lars [1]
  • Studio Albanese [1]
  • Studio Albori [1]
  • Studio Balbo [1]
  • StudioMODE + MODELab [1]
  • Supermanoeuvre [1]
  • Tecla Architettura [1]
  • Tepedino, Massimo [1]
  • Terragni, Giuseppe [1]
  • Tscholl, Werner [1]
  • Tschumi, Bernard [1]
  • Uap Studio [1]
  • Uda [1]
  • UN Studio (Ben Van Berkel) [1]; [2]
  • Vanelli, Nildo [1]
  • Vanucci, Marco (Open System) [1]
  • Verdelli, Roberto [1]
  • Vulcanica Architettura [1]
  • Wiscombe, Tom [1]
  • Zoelly, Pierre [1]
  • Zordan, Filippo [1]
  • Zucca, Maurizio [1]
  • Zucchi, Cino [1]
  • Zumthor, Peter [1]; [2]; [3]; [4]; [5]; [6]

Epilogo: Il massimo di diversità nel minimo spazio

Note conclusive sull'inchiesta: