«Considerando due idee molto diffuse – che oggi stanno rapidamente assumendo le proporzioni di un luogo comune – sull’impatto della fotografia. Ritrovandole formulate nei saggi che io stessa ho dedicato alla fotografa – il primo dei quali risale a trent’anni fa – provo l’irresistibile tentazione di metterle in discussione.
La prima idea sostiene che l’attenzione del pubblico sia manovrata dai media – e dunque, in maniera preponderante, dalle immagini. Se ci sono fotografie, una guerra diventa “reale”. La protesta contro la guerra del Vietnam fu, infatti, mobilitata dalle immagini. La convinzione che bisognasse far qualcosa per fermare la guerra in Bosnia si è fondata sull’attenzione dei giornalisti – “l’effetto CNN”, come lo si è a volte definito – che sera dopo sera, per oltre tre anni, hanno fatto entrare le immagini dell’assedio di Sarajevo in centinaia di milioni di case. Tali scempi illustra il decisivo influsso esercitato dalle fotografie nell’individuare le catastrofi o le crisi a cui prestare attenzione, e nel dar forma alle nostre preoccupazioni, in ultima analisi, alle valutazioni che diamo di un determinato conflitto.
La seconda idea - che potrebbe sembrare opposta a quella descritta – sostiene che in un mondo saturo, anzi ipersaturo, di immagini diminuisce l’impatto di quelle che dovrebbero avere importanza: diventiamo insensibili. Alla fine, tali immagini non fanno che renderci meno capaci di partecipare, di avvertire il pungolo della coscienza.
Nel primo dei sei saggi contenuti in Sulla Fotografia (1977), sostenevo che un evento conosciuto attraverso le fotografie diventa certamente più reale di quanto lo sarebbe stato se non le avessimo mai viste, ma finisce per diventare meno reale quando si è ripetutamente esposti a quelle immagini. Nella stessa misura in cui creano la compassione, scrivevo, le fotografie contribuiscono a inaridirla. Ma è proprio così? Quando l’ho scritto ne ero convinta. Ma ora non ne sono più tanto sicura. Cosa prova, infatti, che le fotografie abbiano un impatto decrescente, che la nostra cultura dello spettacolo neutralizzi la forza morale delle immagini di atrocità?» Susan Sontag*
POINTS DE VUE (in francese punti di vista) è un velato omaggio a Nicéphore Niépce, l’autore della prima foto, che chiamava in questo modo i suoi primi scatti fotografici.
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* Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri, Mondatori, Milano, 2003, pp. 91-92
P.S.: Questo appunto di sintesi è in costante aggiornamento
