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Visualizzazione post con etichetta Giacomo Butte. Mostra tutti i post
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10 ottobre 2011

0003 [CAPO COSTRUTTORE] know (conoscenza) e coo (cooperativa)

di Salvatore D'Agostino

Circa un anno fa Giacomo Butté* mi poneva questa domanda:
«[...] visto che sei anche un comunicatore di cultura progettuale. Trovo sbagliato la maniera in cui solitamente un progetto viene comunicato: lo si riduce ad essere solo immagine come se fosse una natura morta. Non capisco perché i progetti non vengano problematicizzati all'interno delle logiche in cui sono nati. Dovrebbe essere chiaro in ciascun progetto quali sono stati i drivers, i limiti, le esigenze, i desideri che hanno portato a quel risultato».1
Risposi che tra i miei appunti di prossime rubriche c'era quella dedicata ai progetti e, condividendo il suo disagio, stavo elaborando un’idea su come, attraverso un blog, analizzare l'architettura e non la sua immagine.

Con l’intersezione CAPO COSTRUTTORE andrò alla ricerca di architetture evitando l’agiografia dell’architetto (dal greco architékton, archi- 'CAPO' e tèkton 'COSTRUTTORE').

Per essere concreti, nel prossimo post, partirò da qui:



Questo incipit si arricchisce di un’intervista pensata grazie una segnalazione di Domenico Cogliandro:
«Lo apprezzo [Knowcoo Design Group*], per quanto lo conosca personalmente solo in parte, per la discrezione e l’attenzione lessicale del territorio su cui opera. Le sue opere, infatti, sono la lingua stessa del territorio, ne è pregno e, al tempo stesso, disposto alle variazioni fonetiche e strutturali. Apprezzo il suo metamorfismo e, per quanto possa sembrare un controsenso, la certosina attenzione alle declinazioni delle forme che determina».2

6 settembre 2010

0042 [SPECULAZIONE] Dialogo AILATI con Luca Molinari [3]

Luca Molinari non sarò io a porle le domande ma saranno 14 italiani tra architetti, scrittori, fotografi, politici e un muratore.
Sarà un dialogo tra lei e alcuni italiani.

Dialogo che sarà diviso in quattro parti: prima, seconda, quarta

Antonie Manolova (Sofia): Un vuoto che rappresenta la crisi dell’architettura italiana

Simona Caleo (Roma): La migliore Italia

Stefano Mirti (Milano): Senza selezione, senza eleganza

Alessio Erioli (Bologna): Ecosistema informatico

Gianmaria Sforza (Milano): L’architettura a volume zero

Uto Pio (Facebook): L’ucronia per leggere il presente

Ettore Maria Mazzola (Roma): Tradizionale non concettuale

Alfredo Bucciante aka AlFb (Roma): Tornare normali

Giacomo Butté (Apolide asiatico): L’Italia di oggi

Mila Spicola (Palermo): Architettura democratica

Mahdy (muratore emiliano): In cantiere

Francesco Cingolani (Milano-Madrid-Parigi): Spazio reale virtuale

Rossella Ferorelli (Bari): Accademia

Louis Kruger (Bari): Qual è l’architettura italiana



Ettore Maria Mazzola: Architetto, urbanista, autore di diversi libri di Architettura, Urbanistica e Sostenibilità, docente presso la University of Notre Dame School of Architecture.

L’architettura di oggi, ben rappresentata dalle immagini del "promo" di “Ailati – Italia”, è sempre più concepita in maniera puntiforme e individualistica, sicché i quartieri “moderni” risultano sempre più lontani dall’idea di città e di comunità. 





Luca Molinari on AILATI from Y Magazine on Vimeo.

Personalmente ritengo che sarebbe il caso di tornare a parlare anche di “architettura delle Città”: non pensa che un evento come la Biennale dovrebbe servire anche a suggerire delle soluzioni che portino a delle città più vivibili e, come si usa dire oggi, più sostenibili? E se sì, non pensa che sarebbe il caso di iniziare a proporre al pubblico anche le architetture tradizionali piuttosto che fossilizzarsi sulla promozione di manufatti edilizi che fanno confusione tra architettura, arti figurative e concettuali?
 
- Luca Molinari Personalmente credo che la vera architettura non debba avere problemi di “genere” quanto piuttosto debba rispondere a una responsabilità civile che la vede come arte/tecnica chiamata a rispondere alle sollecitazioni e ai desideri che la società contemporanea pone con forza.
L’ “architettura della città” per come era stata pensata programmaticamente da Rossi nel 1966 è quanto di più distante dai paesaggi metropolitani contemporanei, e lo stesso Rossi nella sua illuminante “Autobiografia scientifica” si era molto distanziato da quella brillante opera giovanile. Credo invece che pensare alle architetture per le città d’oggi voglia dire ragionare su quei frammenti civili, generosi e visionari che aprano prospettive su come le metropoli stanno cambiando e su come noi potremmo viverle in maniera più aperta, laica e curiosa. Questi sono stati ad esempio alcuni dei principi con cui ho selezionato le opere della sezione “Laboratorio Italia”.

- Alfredo Bucciante aka AlFb: (1980) dopo la laurea in Giurisprudenza si è progressivamente impegnato nel campo della comunicazione su Internet. Collabora con diversi siti web (recentemente per il Post cura una rubrica su Roma) e gestisce vari blog, tra cui Luoghi comuni al contrario. Nel 2010 ha pubblicato per Einaudi il libro 'Scusa l'anticipo, ma ho trovato tutti verdi'. Poco di piú si sa di lui. 

Guardando ad alcune grandi città italiane, sembra che il problema del bello passi prima dalla sconfitta del brutto. E questo è particolarmente evidente nell'urbanistica e nella viabilità: impianti pubblicitari invasivi, auto e moto sui marciapiedi, sugli scivoli degli handicappati e via dicendo.
Alcuni meccanismi sembrano saltati, in una nome di una visione equivocata di efficientismo e praticità che non arriva a domani, figuriamoci ad un ripensamento degli spazi che guardi al vero benessere, al lunghissimo periodo e magari anche all'estetica.
Dobbiamo prima considerare che un disabile a Roma non può uscire di casa, o possiamo permetterci di ragionare come se stessimo in Norvegia (o, senza andare troppo lontano, anche in Spagna)?
Quali priorità ci dobbiamo dare?
Gli arredi urbani possono ovviamente giocare un ruolo decisivo in questo senso, ma si scontrano anche con un'amministrazione la cui visione della città è spesso chiusa, "orizzontale", e raramente "verticale" e di vasto respiro, come su una mappa.
La riflessione è quindi se sia necessaria una sorta di moratoria, un iniziale ripensamento che parta da una "messa a norma" dell'esistente, un "tornare normali" che potrebbe durare magari 10 o 20 anni e che poi da lì ci dia il diritto, per così dire, di cominciare a ragionare da grandi. Oppure, se farlo da subito si porterà dietro anche tutto il resto.


- LM Non posso che essere totalmente d’accordo con lei, e credo che questo nuovo secolo dovrà essere molto utilizzato per bonificare molti dei misfatti e dei danni prodotti nel XX. Il grande problema italiano riguardo allo spazio pubblico riguarda una forma di ignoranza cinica e violenta del valore dello spazio collettivo che ha investito le nostre città negli ultimi 50 anni dopo che per due millenni abbiamo insegnato al mondo come costruire spazio urbano a misura d’uomo. Le città del boom sono città costruite sull’Ego.ismo e su di una visione spiazzante che anteponeva l’oggetto edificio a tutto quello che gli stava intorno. Le nostre periferie sono collezioni di oggetti (belli o brutti che siano) che hanno dimenticato che la città è soprattutto fatta di vuoti, di marciapiedi, di piazze, di spazi aperti, di luoghi leggeri di vita e connessione. 

Giacomo Butté: progettista. Dopo gli studi in Europa si è spostato in Asia. Attualmente in Cambogia dove divide il suo tempo lavorando con  comunità urbane, progettando da freelance, insegnando e curiosando tra le pieghe "dell'altra Asia".

Premessa:
mi sembra che la maggior parte dei problemi italiani nascano da come il paese risponde a problematiche globali.
La biennale è una mostra internazionale, non sono i "trials" pre olimpici dove gli italiani decidono chi mandare a competere.
Quindi io non guarderei la mostra dall'interno, come molti commenti che si leggono online mi sembra facciano, ma dall'esterno.
Forse potremmo affermare che questa mostra serve a ridare, al mondo, una percezione di cosa sia l'architettura italiana oggi.
In quale modo AILATI contribuisce a costruire, nell'immaginario internazionale, la percezione di cosa sia l'architettura italiana oggi?

- LM la ringrazio del commento di partenza che condivido appieno! La mostra è stata immaginata anche per dare segnali sulla condizione italiana verso il resto del mondo. La nostra è una condizione anomala da molto tempo, almeno dal secondo dopoguerra in cui l’anomalia dell’architettura è corrisposta all’anomalia del Paese reale, e questo tipo di condizione sembra essersi ulteriormente ampliata. Il nostro è un Paese sempre più ai margini del dibattito centrale, del mainstream e ogni tentativo di rincorrere i centri risulta sempre essere provinciale e molto debole. La parola Ailati indica questo e insieme la necessità di costruire percorsi diversi, autonomi, forti di un’anomalia che oltre che essere una condizione obbligata potrebbe anche essere una interessante risorsa su cui lavorare. Ho provato a mostrare un’Italia che sia anche laboratorio e luogo in cui sarebbe interessante tornare a sperimentare seriamente, Paese permettendo!

Mila Spicola: Sicilia, architetto, insegnante, componente della direzione regionale del PD, ideatrice insieme alla registra Emma Dante della rassegna di teatro civile "cu arriva ietta vuci", nello spazio di Emma "La Vicaria". A fine settembre uscirà il suo nuovo libro 'La scuola s'è rotta' per i tipi Einaudi.


Le lascio un tema da svolgere: "architettura come rappresentazione della democrazia", come lo tratta? 
Dal punto di vista delle modalità della progettazione, della partecipazione e dalla scelta della committenza, del "tipo" e della "tipologia" dello spazio costruito.

- LM Un tema tosto ma necessario vista la deriva estetizzante di molta della nostra architettura ma soprattutto vista la scarsa attenzione alla qualità civile dell’architettura che viene data dalla maggior parte della committenza pubblica italiana. La mostra insiste moltissimo, anzi direi ha come obbiettivo centrale, quello di rafforzare l’idea civile dell’architettura e il suo ruolo/responsabilità civile. Inoltre nella sezione Italia2050 uno dei 14 temi è dedicato a “Democrazia e Media” con un intervento molto interessante di Ian+.

6 settembre 2010
Intersezioni ---> SPECULAZIONE

Come usare WA----------------------------------------------------------------------------Cos'è WA

20 gennaio 2010

0008 [FUGA DI CERVELLI] Colloquio Italia ---> Cina con Giacomo Butte

di Salvatore D'Agostino
Fuga di cervelli è una TAG non una definizione. La TAG è contenitore di diversi 'punti di vista'.

Italia, Olanda, Germania, Finlandia, Iran, Indonesia, Giappone e Cina. Un'osservazione attenta delle diverse culture di un architetto che temporaneamente vive e lavora in Cina.

Salvatore D’Agostino Giacomo Butte di anni..., originario di..., migrante a, ...qual è il tuo mestiere?

Giacomo Butte 28 anni. Nato a Milano. Migrante in Asia, al momento in Cina. Sul mio biglietto da visita c'è scritto architetto.

Qual è stato il tuo percorso formativo?

Ho iniziato a studiare architettura d'interni a Milano presso la facoltà di Design. Grazie ad un programma chiamato "Master of European Design" organizzato da sette università europee ho avuto modo di studiare per due anni all'estero: a Colonia e ad Helsinki. Quindi, nonostante ora io lavori più o meno come architetto, ho un background accademico un po' diverso che credo abbia generato in me un'idea di architettura più come evento socio/economico/tecnologico/politico/culturale piuttosto che come gioco compositivo. Prima di tornare a Milano mi sono fermato 5 mesi a Rotterdam a lavorare presso l'Atelier Van Lieshout.

Poi l'ultimo anno a Milano. Mi diverte pensare che il ritorno al luogo dove sono nato sia stato quello che mi ha dato più difficoltà di adattamento. Come molti negli ultimi mesi di università, ho fatto tutto fuorché cercare di finire gli studi: tirocinio Park associati, lavori part time kazuyo komoda Design, Poli Design, concorsi ma soprattutto ho avuto la possibilità di partecipare a due workshop in Iran ed Indonesia. Ripensandoci sono stati questi due momenti a convincermi ed incuriosirmi ancora di più a vedere ciò che sta fuori dal mondo occidentale. In questi ultimi due, tre anni ho capito che per me il progetto è uno strumento per capire, affrontare, interpretare ciò che mi circonda. Non è un fine. Quindi ho pensato di poterlo utilizzare per osservare altre realtà.

Finita l'università sono andato a lavorare a Tokyo per un anno e mezzo Studio Han Design. M'interessava vedere come fosse l'atteggiamento verso il design/architettura in un paradigma culturale profondamente diverso dal nostro. Mi interessava vedere più da vicino come facesse un paese ad essere ipercontemporaneo ma allo stesso tempo a mantenere solide radici con il proprio passato. Dopo un anno e mezzo ho deciso di spostarmi in Cina sia per vedere come sono davvero i cinesi, di cui tanto parliamo, nella loro madre terra sia per ragioni professionali. Appena arrivato ho iniziato a lavorare da Zhu Pei ma subito dopo mi sono spostato in uno studio più piccolo dove ora lavoro Crossboundaries.

La tua formazione è eterogenea Olanda, Germania, Finlandia, Italia, Iran, Indonesia, Giappone, Cina:
«In architettura, come in altri ambiti, la classe capitalistica transnazionale è transnazionale perché: gli interessi economici dei suoi membri sono sempre più collegati a livello globale, piuttosto che di origine esclusivamente locale e nazionale: la TCC (ndr Transnational Capitalist Class) cerca di esercitare il controllo economico nei luoghi di lavoro, il controllo delle politiche interne e internazionali, e il controllo ideologico - culturale nella vita quotidiana attraverso forme specifiche di retorica e pratica del consumo e della concorrenza; i membri della TCC tendono a condividere l'alto livello di istruzione e il consumo i beni e servizi di lusso. Infine, i membri della TCC vogliono dare un'immagine di se stessi come dei cittadini del mondo, oltre che dei propri luoghi di nascita». (Leslie Sklair) [1]
Per Leslie Sklair il TCC ha generato l'architettura iconica [2] e invita a riflettere sulla genesi e sul valore della recente architettura, su come quest'ultime possono incontrare le esigenze di coloro che vivono fuori dalle logiche transcapitalistiche:
«Ma ciò implicherebbe la fine della globalizzazione capitalistica che conosciamo». [3]
Credi che questo sia possibile?

Per rispondere bisognerebbe chiedersi se può esistere qualcosa al di fuori dell'Impero. La recente crisi finanziaria potrebbe creare un cambiamento ma questo non ci può portare a credere che questo sia radicale. Per cui risponderei ni. Non vedo, in un futuro prossimo, la fine di quest'architettura iconica (salvo drammatici cambiamenti economici) ma credo che una parte dell'architettura si stia riorganizzando: usando strumenti globali ma cercando di rispondere a problematiche reali, radicate sul territorio e di genuina importanza.
Credo che la nostra generazione non accetterà di progettare per fama e/o guadagno. Non lo credo perché il nostro sviluppo è già discendente. Stiamo intuendo che quell'idea di sviluppo continuo e quel modello di vita che ci hanno proposto non dà risposte su molte questioni. In questa situazione il progetto potrebbe ritornare ad essere una risposta a problematiche quotidiane e necessarie, non a questioni di marketing.

Vorrei però farti una domanda visto che sei anche un comunicatore di cultura progettuale. Trovo sbagliato la maniera in cui solitamente un progetto viene comunicato: lo si riduce ad essere solo immagine come se fosse una natura morta. Non capisco perché i progetti non vengano problematicizzati all'interno delle logiche in cui sono nati. Dovrebbe essere chiaro in ciascun progetto quali sono stati i drivers, i limiti, le esigenze, i desideri che hanno portato a quel risultato. Riassumendo, mi sembra che si faccia finta di non vedere che soprattutto ora l'architettura è un evento socio/economico/culturale/speculativo/tecnologico... Sei d'accordo? E se si, credi sia possibile cambiare?

Nei miei appunti di prossime rubriche c’è l’idea di pubblicare dei progetti. Sto lavorando su due ipotesi:
  • la prima, individuare progetto/ista e proporgli un'autopresentazione che racconti il progetto e i suoi compromessi, più che una rappresentazione di belle foto o rendering;
  • la seconda, è tecnicamente più complicata un viaggio/intervista con l’autore/i dell’opera coadiuvato da foto più da reportage che da still life.
Il limite è costituito dalla struttura non economica di un blog. Credo sia necessario ritornare a fare critica e non fermarci alle descrizioni dei progetti.
Cambiare?
L’architettura ‘evento’ non è invenzione del nostro t
empo. L’architettura è sempre stata usata come espressione di concetti politici/religiosi/commerciali/estetici, opporsi all'iconicità non avrebbe senso. In Italia bisognerebbe uscire fuori dalla logica degli indignati da ‘divano del centro storico’ e obbligare i critici a camminare, in modo tale da far scoprire e dar spazio agli architetti bravi che sappiano violare la recente identità dell’architettura italiana - dagli anni 60’ in poi -, ovvero l’edilizia speculativa. C'è un altro mondo fuori dalle belle immagini, ed è lì che andrebbe cercata l'architettura.

Questo brano è tratto da un supplemento di Domus in occasione di una mostra in Cina. Mera operazione di marketing celata dietro la frase 'scambio culturale'.

«[…] all’inizio dell’attività di cooperazione ambientale con la Cina, dopo un incontro con la stampa a Guanzhou (Canton) una giovane giornalista di un giornale locale mi chiese: “Voi italiani volete venire a lavorare qui, ma quali sono le tecnologie che volete portare, quelle in cui siete più forti?” Io ricordo che la domanda mi diede fastidio perché sapevo che la mia risposta non avrebbe potuto essere che generica e sicuramente insoddisfacente.
Non avevo a disposizione in quel momento strumenti di comunicazione adeguati a comunicare, a spiegare che si trattava tanto di queste o di quella tecnologia quanto di un approccio, di un modo diverso di fare le cose usando al meglio le tecnologie a disposizione con ingegno e spesso con creatività, rispettando nel contempo il contesto in cui si opera, e che questa capacità italiana veniva dalla nostra storia, dalla nostra cultura.» (Massimo Martinelli)[4]
Ti ripropongo la domanda della giovane giornalista.

Sicuramente non portiamo, in linea generale, tecnologie "rigide". Per quanto ho capito sin ora, l'italianità' si differenzia per l'idea
che ha di come rapportarsi con l'esistente, per la gerarchia di valori che abbiamo, per la non disciplina che nei migliori casi fa nascere un pensiero laterale, diverso. Aggiungerei che la crisi che il nostro paese sta avendo, oltre ad avere ragioni interne, ha anche ragioni esterne tra le quali c'è la difficile commercializzazione di queste qualità. Poiché sono astratte, indirette, invisibili e quindi spesso in contrasto con lo sviluppo rapido (e in alcuni casi di corte vedute) che sta avvenendo in Cina. Comunque penso che in un secondo momento, quando sarà necessario un diverso grado di sofisticazione, si potrà recuperare terreno.

Vorrei porti una domanda sulla Cina, ma mi accorgo di aver letto poca letteratura, di conoscere qualche fotografo, alcuni artisti e dei registi, troppo poco perché formuli una domanda sensata. Ti chiedo una risposta non convenzionale, un appunto visivo attraverso immagini e parole che ci possa dare degli spunti e ci aiuti a entrare in un mondo forse solo immaginato.

Cluster 93A. 
Video 0.00: L'edificio si trova all'interno di un hutong[5] nel centro di Pechino. Essendo dentro al secondo anello questi quartieri si sono salvati dallo "sviluppo" economico.


Video +0.70: Al piano rialzato un mercato. Aperto ogni giorno dalle otto del mattino fino all'imbrunire.

 

Video + 4.00: Al primo piano degli uffici di incomprensibile natura. Sempre silenziosi e apparentemente non in attività. Di tanto in tanto qualche nuova società trasloca e allora il piano riprende vita.

 

Video + 8.00: Al secondo un dormitorio (cosi come nell'interrato). Tante piccole camere con due, tre, quattro persone. La permanenza è di solito di breve durata, sono perlopiù persone che sono appena arrivate a Pechino in cerca di lavoro.

 

Video +12.00: Al terzo uno studio di architettura, un'abitazione privata e due atelier d'arte.



Video + 16.00: Il tetto, vuoto, offre una visuale sugli hutong del centro. In lontananza i grattacieli sorti dal recente sviluppo economico.

 

Cluster93A è un edificio multifunzionale creatosi spontaneamente e che offre un'eccezionale spaccato sulla complessa realtà urbana cinese. Purtroppo alla fine di quest'anno[6] l'edificio verrà rinnovato per stare al passo con i tempi e forse per sfruttare meglio le possibilità che il mercato offre.

Come si svolge il tuo lavoro nel Cluster 93A?
 
Io lavoro in uno studio di architettura, 12 metri sopra l'hutong. A mio giudizio la cosa più interessante è che devo attraversare, essendo l'ascensore montacarichi rotto, gli altri piani. Inoltre dopo le 10 di sera bisogna uscire da un uscita secondaria che si raggiunge attraversando il corridoio del dormitorio. Tra un mese ci sposteremo in un'altra parte di Pechino[7] . Purtroppo. Ciò che aveva di speciale questo edificio oltre alla vitalità e operosità che forse solo i cinesi hanno, stava nel fatto che mi permetteva di sentire i cambiamenti della Cina, delle stagioni delle festività sulla scala quotidiana. I segnali sono piccoli e passerebbero inosservati se una persona non li vedesse ogni giorno: il cambio dei prodotti al mercato, l'oscillare dei prezzi, la vendita di soldi falsi da bruciare per le festività, la ristrutturazione delle case per l'anniversario dei sessant'anni...
In conclusione direi che questo edificio, dalla struttura banale, utilitaria, non pianificato, in parte forse non voluto, ha molte più cose da dire sulla Cina di tanti libri o progetti dallo slogan facile che credono di poter afferrare l'identità dell'Impero di Mezzo.

Per chi attraverso i CAD elabora stereometrie complesse sa che è vitale il comando ‘filtro’, senza il suo utilizzo sarebbe impossibile orientarsi. Il filtraggio o 'filtering' consente di selezionare alcune specifiche del disegno, trascurando ciò che non serve, attraverso semplici operatori logici. La stessa logica viene utilizzata in Cina per filtrare le parole non desiderate dal governo centrale. Richiamo alcuni episodi: 
«Come ha scritto nel suo blog uno studente italiano in Cina per motivi di studio, “la censura è invisibile, silenziosa, snervante, casuale. Non sai quando colpisce, hai sempre il dubbio di aver sbagliato tu qualcosa, non la ‘vedi’ e non puoi contestarla»; (Zambardino/Russo)[8]
    Tongzhi è uno scrittore gay cinese, che non psvelare la sua identità, poiché il suo libro ‘Beijing story’ (molto letto grazie alla pubblicazione in rete) è considerato sovversivo;[9]  Shi Tao e Li ZXhi sono stati condannati a diversi anni di carcere grazie all’aiuto dei ‘filtri’ di Yahoo. I dirigenti del browser americano, chiamati in causa su queste vicende, hanno risposto:
«Se fai affari in un paese, devi rispettarne le leggi»; (Zambardino/Russo)[10]
il recente discorso del presidente americano Barak Obama, in terra cinese, è stato ‘filtrato’, censurando alcuni passaggi non graditi dai dirigenti politici. Tu sei anche un blogger (The diary of Jakob Knlup) e scrivi i tuoi post da Beijing. Qual è il tuo punto di vista?

Due ovvietà.
Inizierei sottolineando l’ovvio: la diversità di rapporto tra il singolo e il collettivo e la priorità del governo cinese. Il singolo individuo, il suo agire, il suo pensare, la sua presenza sono parte di un qualcosa di più grand
e a cui sono subordinate. L’idea di un individuo che partecipa in maniera attiva alla società è propria del mondo occidentale. Pensiamo all'importanza che ha l’armonia del gruppo nelle situazioni quotidiane (in Cina ma anche in Giappone, iinteressante il libro di Chie Natane sulla società giapponese puoi trovare una recensione in italiano qui), oppure al pragmatismo con cui vengono implementati piani urbanistici che prevedono lo spostamento di masse di persone. Potremmo riassumere affermando che l’individuo fa parte di un collettivo, il suo agire non deve essere d’intralcio ma anzi fluidificare e aiutare il gruppo. Ovviamente questa appartenenza crea anche vantaggi al singolo. Vantaggi che non avrebbe se agisse individualmente.
Se partiamo da questa premessa credo che non sia poi così lontana un’affermazione del tipo “L’opinione pubblica deve essere controllata ed indirizzata” .A questo punto ci confrontiamo con una seconda peculiarità del sistema cinese: l’importanza della sua unità (geografica, politica, ideologica). Se ci pensiamo bene un paese di 1.3 miliardi di persone, con 56 etnie, con tre fusi orari (che però non vengono considerati, ufficialmente Pechino e Urumqi hanno lo stesso orario) non può non avere a cuore la propria unità. Riportando il discorso alla censura su internet potremmo chiederci: “Perché vogliamo un’informazione libera?”. Se dovessi rispondere direi, in termini generali, perché può garantire pluralità e qualità. Alla Cina, in questo momento, ciò interesserebbe? Io credo di no. Un gruppo affiatato, disciplinato e compatto che lavora all'unisono può raggiungere migliori risultati.
   Mi sembra che dietro la questione della censura ci sai un’altra questione: come gestire i grandi numeri? Come e dove trovare un punto di equilibrio tra libertà individuale e collettivo?

Armonizzazione.
Nel gergo hacker cinese, essere bloccati si dice “essere armonizzati”. Stando in Cina confermo che la censura si sente quotidianamente [per avere un’idea vedi qui]. La definirei fastidiosa ed irritante. Fastidiosa perché i mezzi per aggirarla ci sono (e i giovani cinesi li conoscono) ma questo comporta una spreco di tempo ed energie che a volte lascia perplessi. Irritante perché è attuata, in molti casi, in maniera casuale. Esistono siti bloccati per i contenuti ma molti altri perché potenzialmente pericolosi oppure perché allocati in particolari server. Prendiamo l’esempio di You Tube, poiché tra i milioni di video ne esistono alcuni non graditi al governo cinese, tutto il sito e i link vengono censurati.
Le tecniche di censura in realtà sono oggi più raffinate (In questo video Evgeny Morozov spiega come funziona in Biellorussia). In Cina ci sono tecniche simili che prevedono una contro-controinformazione che cerca di screditare critiche e denunce. Sono anche pagati (5 mao, che sono mezzo yuan, all'incirca 5 centesimi di euro) per ogni post che lasciano in giro per siti. Siccome i cinesi sono sempre creativi hanno anche creato un nuovo ideogramma formato dall'unione di wu “cinque” e mao "mezzo yuan" dando vita al “wao”.
Vorrei fare una precisazione: in Cina non è proibito parlare di certi argomenti in senso assoluto. È “proibito” parlarne in luogo pubblico. Ciò che non viene permesso è la diffusione su grande scala di certe idee. Trovo che in questo ci siano delle somiglianze con ciò che dice Roberto Saviano:«L’eccezionalità di Gomorra è stata nella sua diffusione, nel fatto che abbia portato certe questioni al grande pubblico».

Cattiva Cina.   
C’è un altro aspetto da considerare: la posizione che occupa o che si vorrebbe occupasse la Cina nell'immaginario comune occidentale. “La Cina è un paese disumano che sacrifica vite, territori risorse per il suo sviluppo”. Detto che probabilmente qualcosa di vero c’è anche in un’affermazione di questo tipo, mi sembra che a volte si cerchi soprattutto la conferma di quest’idea piuttosto che l’analisi dei fatti.

Per chi?
Naturalmente quando ci si imbatte nell'ennesimo sito
bloccato senza senso (ad esempio Wilfing Architettura) viene spontaneo chiedersi per chi venga realmente fatta questa censura. Per gli stranieri? Ovviamente no. Per i cinesi esposti all'occidente che magari hanno studiato all'estero? Difficile. Per la maggior parte dei cinesi che vivono fuori dai grossi centri? Probabilmente. Trovo però difficile immaginare che un ragazzo dell'Anhui che usa il suo tempo libero nei giochi online all'improvviso si metta a controllare il sito della BBC.
L’idea che mi sono fatto è che davanti a qualcosa di nuovo, internet, il cui impatto non è ancora ben chiaro, abbiano deciso di blocc
are tutto ciò che potenzialmente potrebbe creare problemi.
   C’è consapevolezza da parte di molti giovani cinesi su questa censura e quindi viene naturale prevedere che in futuro internet sarà sempre più libero. Se però dovessi fare un’ipotesi non mi stupirei se la Cina, cosi come ha fatto con il sistema economico, creasse una situazione unica al mondo in cui libertà e controllo coesistono.

Il 12 gennaio 2010, David Drummond il vice presidente e direttore legale di Google sul blog ufficiale dell’azienda, ha annunciato al governo cinese che non filtrerà più i contenuti non graditi dalla loro amministrazione come accordi in precedenza pattuiti, poiché da qualche tempo, è soggetta a sofisticati attacchi, da parte dei loro specialisti, che violano la proprietà intellettuale debilitando il servizio di Google. Conclude minacciando la chiusura di Google in Cina. Prontamente il ministero degli esteri Ma Zhaoxu in una conferenza stampa ha replicato: «Internet è aperta, le compagnie straniere sono le benvenute se agiscono in accordo con la legge». La paventata minaccia nel giro di pochi giorni si è ridimensionata, poiché Google smentendo il tono perentorio di David Drummond adesso sta cercando una mediazione con gli apparati di governo. Google, semplicemente, si è accorta che non si può permettere di lasciare un bacino di utenza ‘economico’ così vasto. Che cosa sta succedendo in Cina?

L’annuncio di Google è stata una sorpresa per tutti. Proprio ieri ho letto alcune riflessioni di Nart Villeneuve a riguardo che propone una lettura meno radicale suggerendo che Google in fondo voglia sedersi ad un tavolo e ridiscutere i termini. Altri invece sottolineano che questa mossa, comunque vada, giova a Google poiché lo pone in prima linea per un internet libero (interessante il post di Rebecca MacKinnon's 'Google, China, and the future of freedom on the global Internet' vedi qui). Io credo che, nel caso ci siano ripercussioni forti come l’addio di Google o il cambiamento di alcune leggi, potrebbe essere un momento quasi storico. Sarebbe il primo gesto a mostrare che il mercato cinese non è poi così essenziale. La vera forza della Cina, oltre ai soldi, alle risorse, alla manodopera, è il suo mercato. Per entrare in questo mercato Yahoo e Google hanno inizialmente accettato “condizioni particolari” oppure film come 2012 che sono stati studiati per fare presa sul pubblico cinese.
Non saprei prevedere cosa succederà ma proverei a pensare a cosa non succederà: non vedo la Cina “piegarsi” alle richieste di Google. Questo sarebbe un segno di indebolimento che sicuramente è l’ultima cosa che il governo vuole. Io credo che se ci sarà un cambiamento sarà fatto in quella maniera tutta cinese di far coesistere poli opposti (pensiamo ad Hong Kong, al motto “un paese, due sistemi”) che in fondo non mostra chiaramente né vincitori né vinti.

Che cosa resta di Milano vista da Pechino? 

Oggi è troppo facile lamentarsi. Rispondo a metà, parlando solo del lato positivo della città. C'è una parte di Milano -fatta di understatement, controllo, educazione, etica, rispetto- che appare in questo turbo capitalismo come un miraggio, una visione proveniente quasi da un mondo altro. Non è l'immagine di Milano più conosciuta, né più pubblicizzata forse perché non venderebbe abbastanza. A volte devo ammettere che cerco nel carattere di quella Milano quasi scomparsa una risposta, o ancora meglio, una possibile domanda che mi possa aiutare.

20 gennaio 2010

Intersezioni ---> Fuga di cervelli
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Note:
[1] Leslie Sklair, La classe capitalistica transnazionale e l’architettura contemporanea nelle città globali, Lotus, n. 138, giugno 2009, pp. 4-5;
[2] «Per architettura iconica si intendono gli edifici e gli spazi che sono famosi per gli architetti e/o per il pubblico in generale e rivestono una particolare importanza simbolico/estetica. In questo senso possono essere iconici anche gli stessi architetti.» op. cit. p. 4;
[3] op. cit. p. 11;
[4] Responsabile della Commissione Tecnico Scientifica del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio. Supplemento di Domus, n. 894, Luglio/agosto 2006, p. 2;
[5] Hutong: quartieri con vicoli e strade strette;
[6] Data colloquio agosto 2009;
[7] Data colloquio settembre 2009;
[8] Vittorio Zambardino e Massimo Russo, Eretici digitali, Apogeo, Milano, 2009 (Libro disponibile online qui);
[9] Edizione italiana a cura di Mario Fortunato, Tongzhi, Beijing story, Nottetempo, Roma, 2009;
[10] Vittorio Zambardino e Massimo Russo, Eretici digitali, Apogeo, Milano, 2009 (Libro disponibile online qui).


Colloquio avvenuto tra il 10 maggio 2009 e il 18 gennaio 2010.

8 ottobre 2009

0064 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] The diary of Jakob Knulp di Giacomo Butte

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo

The diary of Jakob Knulp di Giacomo Butte

Perché ha capito (e messo in atto) che l'importanza dei network su scala globale.
Perché ha capito che l'architettura nel 21 secolo deve affrontare nuove sfide.

Non so se questa risposta è adatta alla domanda ma io direi i vari Design Institute Cinesi.
Sono un'anomalia del contesto cinese. Sono enormi e sono loro a costruire la Cina. Inoltre ogni progetto deve passare attraverso i loro studi per ottenere i permessi.
Quindi sono loro ad avere un reale effetto sul contesto cinese non gli studi di fama che fanno un museo o un grattacielo.
Mi piacerebbe che l'attenzione si spostasse su questi istituti ed uffici tecnici perché se davvero vogliamo migliorare la qualità del costruito a loro dobbiamo rivolgerci.

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