di Salvatore D'Agostino
Circa un anno fa Giacomo Butté* mi poneva questa domanda:
Circa un anno fa Giacomo Butté* mi poneva questa domanda:
«[...] visto che sei anche un comunicatore di cultura progettuale. Trovo sbagliato la maniera in cui solitamente un progetto viene comunicato: lo si riduce ad essere solo immagine come se fosse una natura morta. Non capisco perché i progetti non vengano problematicizzati all'interno delle logiche in cui sono nati. Dovrebbe essere chiaro in ciascun progetto quali sono stati i drivers, i limiti, le esigenze, i desideri che hanno portato a quel risultato».1
Risposi che tra i
miei appunti di prossime rubriche c'era quella dedicata ai progetti e,
condividendo il suo disagio, stavo elaborando un’idea su come, attraverso un blog, analizzare l'architettura e non la sua
immagine.
Con l’intersezione CAPO COSTRUTTORE andrò alla ricerca di architetture evitando l’agiografia dell’architetto (dal greco architékton, archi- 'CAPO' e tèkton 'COSTRUTTORE').
Per essere concreti, nel prossimo post, partirò da qui:
Con l’intersezione CAPO COSTRUTTORE andrò alla ricerca di architetture evitando l’agiografia dell’architetto (dal greco architékton, archi- 'CAPO' e tèkton 'COSTRUTTORE').
Per essere concreti, nel prossimo post, partirò da qui:
Questo incipit si arricchisce di un’intervista pensata grazie una segnalazione di Domenico Cogliandro:
«Lo apprezzo [Knowcoo Design Group*], per quanto lo conosca personalmente solo in parte, per la discrezione e l’attenzione lessicale del territorio su cui opera. Le sue opere, infatti, sono la lingua stessa del territorio, ne è pregno e, al tempo stesso, disposto alle variazioni fonetiche e strutturali. Apprezzo il suo metamorfismo e, per quanto possa sembrare un controsenso, la certosina attenzione alle declinazioni delle forme che determina».2