Salvatore D’Agostino:
- Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
- Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo
G L U E M A R K E T di Lorena Greco e Cristian Farinella
Rispondo in maniera duplice (essendo coautore del gluemarket con Lorena) e con un po’ di difficoltà alle due domande di Salvatore D'Agostino su Wilfing Architettura:
Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Non credo che risponderemo pienamente ad entrambe le domande. Non amiamo e non esprimiamo preferenze in particolare per architetti presi singolarmente e questo per ovvie ragioni ma la cosa che più ci affascina è l'integrità e la coerenza nel linguaggio architettonico. Quindi inseguendo questo ideale modello ci hanno sempre interessato particolari momenti della vita progettuale di architetti noti che sono riusciti a concentrare in un determinato periodo (purtroppo limitato) un operato straordinario. La ricerca di un linguaggio è di primaria importanza,tanto quanto avere cose importanti da dire.
Non fraintendeteci sul termine “linguaggio” perché non ha nulla a che vedere con stile o formalismo o altro ancora ma si tratta delle regole basilari attraverso cui associare le varie lettere e parole fino a formare un discorso coerente. Ognuno ha il suo! Ad esempio siamo sempre rimasti affascinati dalla maniera di anagrammare l'architettura di Enric Miralles (per parafrasare alcuni suoi scritti).
L'anagramma è un ricercato disordine. Le lettere vengono appositamente accostate in modo casuale per creare una parola melodiosa e ingegnosa per dire qualcos'altro. Questo modo di fare si potrebbe anche definire agli antipodi rispetto ad un purista della lingua che vede nella comprensione dei termini il cardine della comunicazione e dunque del linguaggio stesso. Altro modo di interagire è quello di creare un proprio universo “sintattico” una propria cosmologia dei segni come ad es. ha fatto Peter Eisenman negli anni della sua formazione. Difficilmente dimentico l'aneddoto che Eisenman racconta rispetto ai suoi anni di insegnamento universitario: “io proponevo ai miei studenti di studiare Palladio ma a nessuno interessava!”.
Quel che si può trarre come lezione ad oggi dai disegni del Palladio è proprio quella ricerca di un proprio vocabolario, quel processo di formazione che porta un architetto a rompere ed innovare rispetto agli altri.
[…]
Non riesco a vedere un minimo di profondità intellettuale in operazioni progettuali che sembrano ripercorrere la storia architettonica di 30 anni prima, arrivata con ritardo nel nostro paese. Sono deluso nel vedere case che Koolhaas ha concepito 28 anni prima realizzate oggi come cavalli di troia del nostro paesaggio architettonico. Siamo stanchi di vedere che il minimalismo ridotto all'osso tale da diventare così spoglio da non poter disattendere ne entusiasmare nessuno, sia la regola imperante dell'interior design dei posti che frequentiamo quotidianamente. Quindi non posso che guardare con nostalgia al panorama architettonico ormai tramontato di quei personaggi che io e Lorena continuiamo ancora con entusiasmo a vedere e rivedere ritrovando in loro il seme della modernità (intesa alla maniera di Zevi).
Non si può dimenticare e non confrontare con il presente, la statura architettonica di un giovane Daniel Libeskind che nel “Dossier Como” e nella “line of fire” ha creato tassello su tassello un proprio vocabolario a partire da elementi semplici come la linea, fino a raggiungere l'estrema complessità di un aggregazione anagrammatica di segni nei suoi Rebus (micromegas) e nel renderli materia viva e vibrante. Oggi il progettista Polacco è in deficit di ossigeno e mi vergognerei di aver completamente abbandonato i suoi esordi e di rifuggire nel brand e nel sensazionale piuttosto che nell'intimo personale della ricerca architettonica dei primi anni dove riusciva con estrema facilità a spaziare dalla musica alla filosofia creando opere straordinarie.
Ma gli interlocutori cambiano ed oggi a nessuno più interessa la profondità culturale - processuale e generativa dell'architettura. Nessuno capirebbe, a nessuno importerebbe. Non voglio addentrarmi in una discussione sulle brand architecture di oggi, e sulle dinamiche che portano l'architettura (essendo un potente media) ad esprimersi con meccanismi che sono tipici della vacuità contemporanea (in altro modo non so definirla) ma la perdita di carattere e di vigore progettuale è anche proporzionato alla perdita di una ricerca nel linguaggio proprio di molti di questi signori che avevano illuminato il firmamento dello star system in alcuni fecondi periodi della loro vita. Se l'architettura è da sempre un fedele specchio della nostra società, questo è quel che ci meritiamo. Ed in Italia è ancora più infido e sciagurato il paesaggio mentale che si riflette in questo specchio dell'anima.
Tra i meno noti,invece, non posso non guardare alle ricerche condotte da Aadrl e da un manipolo di ragazzi sparsi per il mondo, che si ingegnano e si confrontano con la generosità dei software per creare forme strabilianti ma apparentemente ancora prive di un discorso strutturato. Questo per via delle enormi difficoltà legate alla complessità di queste esperienze progettuali e per la parziale assenza di un vero processo edilizio che sia in grado di ragionare in termini così d'avanguardia (ma c'è ben da sperare/ ovviamente non in Italia). Si tratta di semi messi a germogliare per un prossimo futuro in attesa di essere colti.
E' un periodo di transizione e dunque difficile dire dove stiamo andando con il nostro personal sotto spalla ma l'importante come sempre è mettersi in gioco.
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