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26 aprile 2011

0019 [CITTA'] Gli abitanti sono delle «pietre vive»

Pubblico un breve intervento del geografo Franco Farinelli (presto su WA approfondirò il suo pensiero) apparso nell'ultimo domenicale del Sole 24 Ore a pagina 27.

di Franco Farinelli 
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NIENTE CONFINI MA SCATOLE CINESI

«Una città è una città»: così ancora mezzo secolo fa Ro­berto Lopez espri­meva la rinuncia degli storici al ten­tativo di una risposta onnicom­prensiva alla questione su che cosa una città fosse, perché il concetto di città muterebbe da tempo a tem­po e da paese a paese, mentre attra­verso le epoche e le culture non mu­terebbe affatto, o di poco, il grado di coscienza dell'esistenza della cit­tà da parte dei contemporanei. La base materiale di tale coscienza era costituita appunto dalla differenza-opposizione tra città e cam­pagna, visibilmente diverse dal punto di vista delle forme materia­li, oltre che della natura e della funzione. Ma che cosa succede se, come ai giorni nostri, ogni diffe­renza di questo tipo scompare o quasi? Se non soltanto il numero dei terrestri che vivono in città separa quello degli abitanti della campagna, ma tra quella e questa non si coglie quasi più nessuna di­versità funzionale? 

18 aprile 2011

0015 [A-B USO] Stefano Graziani | Marina di Acate

testi curati da Federico Zanfi foto di Stefano Graziani


Aldo abita stabilmente la sua casa al mare. 
Anni fa mi sono separato da mia moglie, che continua a stare a Gela nella casa di famiglia, e sono venuto a stare qui, da solo: con la pensione che ho non sarei riuscito ad affittare un’altra casa in città.
La casa l’ho costruita nel 1978, qui attorno c’erano soltanto serre. Ho chiesto la sanatoria nel 1981, ma mi è stata negata perché la casa è a circa 140 metri dalla battigia e secondo una norma regionale il limite di inedificabilità totale è a 150 metri. Tanti nella mia situazione aspettavano la sanatoria per gli immobili vicini al mare che ci aveva promesso la Regione, ma alla fine non è stata varata.

14 aprile 2011

0007 [WILFING] Social streaming Being Zaha|Daniela Hadid|Fastoso su NIBA

di Salvatore D'Agostino
«Di punto in bianco, nel bel mezzo del film, la piccola è saltata giù dal divano ed è corsa dietro al televisore. Il padre ha pensato che volesse verificare se le persone del film fossero realmente nell'apparecchio. Lei frugava tra i cavi dietro il monitor e alla domanda "Che stai facendo?" si sporse da dietro lo schermo e rispose: "Cerco il mouse"».1 (Clay Shirky)
In occasione della presentazione del numero di Abitare dedicato a Zaha Hadid ho invitato gli avventori di NIBA a seguire la diretta streaming per chiacchierare insieme attraverso i commenti.
NIBA ha risposto intrecciando due racconti di architettura: la storia di Zaha Hadid per qualche ora si è incrociata con quella di Daniela Fastoso.

La prima presentata da Stefano Boeri, sempre più a suo agio come conduttore di eventi di architettura; la seconda presentata dal media Web, sempre più a suo agio nell’accogliere eventi virali.
Per Stefano Boeri l’architettura -su Abitare- deve essere leggera, non ha più bisogno di analisi critica. Il testo di architettura diventa racconto per immagini e parole. I disegni si trasformano in metadisegni nelle reinterpretazioni di Salottobuono. La rivista, infine, è un catalizzatore di eventi, feste e incontri.
Per il Web l’architettura diventa un'infinita ragnatela dove procacciarsi possibili clienti. Ad esempio, Groupon come dice lo slogan: «offre uno sconto giornaliero sulle migliori cose da fare, mangiare, vedere e comprare in più di 140 città in tutto il mondo».  Groupon per Daniela Fastoso è un luogo -Web- di opportunità dove esercitare la sua professione di architetto.

Tra Zaha Hadid e Daniela Fastoso (empatizzo con la persona), non ci sono solo sei gradi di separazione, ma la quotidianità che va dalla Diva* al normale architetto  (uno tra i centotrentamila per l'Italia).
Tra 'Zaha Hadid e Daniela Fastoso' la mia riflessione va al territorio italiano sempre più trascurato e devastato dall'indifferenza.
Indifferenza che Abitare e il Web, preoccupati dagli eventi, non possono che reiterare.

Di seguito ho riportato -intrecciando- i commenti di NIBA dei due Being evidenziato in blu la storia di Daniela Fastoso.


10 aprile 2011

0012 [FUGA DI CERVELLI] Colloquio Italia ---> Giappone con Salvator-John Liotta

di Salvatore D'Agostino
Fuga di cervelli è una TAG non una definizione. La TAG è contenitore di diversi 'punti di vista'.

Dall'occidente in-scritto all'oriente de-scritto; attraverso la scuola meridionale.
日本, 東京都文京区本郷7丁目3−1 東京大学 本郷地区番号案内-




Salvatore D'Agostino Ciao Salvator-John,
forse non è il momento ma ti rilancio la proposta di un colloquio per Wilfing Architettura.
Spero che tu stia bene.


Salvator-John Liotta Ciao Salvatore, grazie per la tua mail e proposta: forse non è il momento migliore, ma mi dico anche chissà quando sarà il momento migliore: facciamo che sia adesso e quindi accetto volentieri.
Al momento ci hanno 'evacuato' nel Kansai, e quindi non sono nelle condizioni ottimali né per comunicare né per concentrarmi al 100%. 

Ti linko l'articolo su questi giorni surreali che abbiamo vissuto di recente. 

Il tuo articolo su Domus, segna il passaggio tra l’opportunità di una rivista di architettura di attivare dei sensori attenti alla cronaca attraverso l’immediatezza della sezione on-line.
Continuando a essere inopportuno: 'evacuato'! 

Abito e lavoro a Tokyo, ma l'ambasciata visto l’evolversi incerto di questa crisi complessa che ha colpito il Giappone, ci ha invitati 'caldamente' a lasciare la capitale: o per l’Italia o per altre destinazioni. Non ci ha obbligati, ma invitato, ci tengo a sottolinearlo. Trascorrerò i prossimi giorni tra Kobe, Kyoto e Osaka. 
Spero di riuscire a dialogare con te in modo soddisfacente: infatti tra gli stravolgimenti continui e repentini che stiamo vivendo in questi giorni, cambi di casa e vari lavori da consegnare; vivo veramente l'attimo.

Sono d'accordo con te per quanto riguarda Domus. L'arrivo di Joseph Grima con la sua comprensione dei nuovi media, il fatto che la redazione riceva centinaia di proposte difficili da smaltire soltanto su carta, la velocità e immediatezza dei mezzi di comunicazione e del tempo che viviamo sono tutti elementi che hanno portato alla necessità di avere un sito più veloce e agevole. Esso è altro rispetto allo spazio di approfondimento cartaceo che rimane il central core di Domus.

Joseph Grima sa bene che il Web e il cartaceo sono due piattaforme distinte ognuno con il suo linguaggio e forse con una diversa profondità.
L’avvento della nuova Domus Web cambierà il panorama delle riviste italiane poiché quest’ultime continuano a insistere anacronisticamente sull’uso del Web come sito/vetrina. Ad eccezione - senza nessuna innovazione - di Casabella che ha uno spazio blog dal sapore ‘antico’ rilancio link e Abitare on-line che scechera tutti i suoi contenuti sia Web che cartacei (ndr peggiorata nella recente riposizione grafica - aprile 2011 - all'interno dei siti del gruppo RCS).
Un cambiamento che dobbiamo ancora analizzare e capire.

Come fai a vivere tra Kobe, Kyoto e Osaka e lavorare contemporaneamente?

Sono uscito di casa senza sapere se vi avrei potuto mai più fare ritorno: una sensazione strana quella di pensare che ti lasci alle spalle un luogo che potrebbe venire cancellato con tutto quello che vi hai messo dentro, in termini affettivi e materiali. Sono momenti che ti restano dentro per sempre e ti fanno pensare a quanto la vita sia veramente fragile, ma ciononostante anche che essa sia il più bel regalo possibile da vivere momento per momento. Ho preso con me due libri e un computer: un libro su tecniche di respirazione e uno su psiche e tecnologia; in viaggio ho poi comprato degli splendidi fumetti che leggo (voracemente) per rilassarmi (consiglio gli splendidi Naoki Urawasa e Fumi Yoshinaga); sul computer ho dei files sui quali sto lavorando e il minimo di softwares che mi consentono di portare avanti ricerca, lavori privati (con dei colleghi stiamo progettando una casa privata sulle colline che guardano Kyoto che conto di visitare durante questi giorni) e collaborazioni con varie riviste.
Per quanto riguarda le riviste e il modo nel quale stanno usando i nuovi media concordo pienamente con te. Tra l'altro leggevo il dialogo che hai avuto con Fabrizo Gallanti di Abitare: molto interessante.

In uno zaino porti con te tutto il necessario per continuare a lavorare, sarebbe stato impossibile dieci, ma forse cinque, anni fa.
Perché sei andato a lavorare in Giappone? 

Porto l'essenziale. Al momento ho vissuto in undici diverse città: che vanno da 6000 abitanti fino a 34 milioni. Adesso vivo a Tokyo, una delle capitali del mondo, sicuramente fra le città più eccitanti dove sia mai stato. Ogni tanto per descrivere alcuni luoghi si usa una frase che è essa stessa un luogo comune: “sembra che qui il tempo si sia fermato”. Tokyo è l’opposto: il tempo qui non conosce pause, e ad immergersi nei suoi flussi ogni tanto si fa fatica a tirarsene fuori, a fare un passo indietro per riflettere.

Prima di venire in Giappone sono stato a Parigi da New-Territories/Francois Roche per un internship. Mentre ero a Parigi ho ricevuto la notizia di aver vinto il concorso bandito dal Monbukagakusho - Ministero della Ricerca e Cultura giapponese - e così sono partito per l’oriente con una borsa di ricerca biennale. 

Dopo il primo anno mi hanno chiesto se volevo fare il concorso per il dottorato di ricerca, l'ho vinto e così sono rimasto per altri tre anni. Inizialmente ero con Yoshiharu Tsukamoto che però si è quasi subito spostato ad Harvard, così ho studiato con Masaru Miyawaki col quale sono in debito per avermi insegnato il senso del fare ricerca e fornito gli strumenti cognitivi per dare una base scientifica solida ai miei studi. 

Dopo aver conseguito il dottorato con una tesi 'sull'identità architettonica di Tokyo: integrazione fra media e metropoli', sono tornato per un breve periodo in Europa, per dei lavori che stavo portando avanti insieme con una collega francese - Fabienne Louyot - e un collega indiano - Praful Parlewar - con i quali avevamo aperto qualche anno prima lo studio Synaps (oggi sciolto) con sedi a Parigi, Bombay e Tokyo. Era un modo per testare le possibilità connettive senza frontiere (apparentemente senza frontiere) offerte dal mondo globalizzato e per capitalizzare le rispettive esperienze fatte lavorando all'estero. 

Ho conosciuto Kengo Kuma nel 2007, ad una mostra che avevo co-organizzato insieme a degli scienziati esperti di nano-tecnologie all'Istituto Italiano di Cultura di Tokyo. In quell'occasione avevamo parlato della possibilità di una ricerca che indagasse l’uso di un’architettura parametrica che sintetizzasse cultura e tecnologia. Così nel 2009 abbiamo preparato un progetto di ricerca poi finanziato da parte del JSPS, che sarebbe come il CNR in Italia. 

Quando guardavo al Giappone vedevo nel loro modo di fare architettura e nella loro estetica la ricerca di un’espressione calma: dove noi occidentali cerchiamo di imprimere forza e muscolarità alle nostre opere, loro per tradizione aspirano al distacco dal momento contingente, uno spirito che anela alla serenità. Questo però l’ho capito in modo logico soltanto retrospettivamente, inizialmente si trattava di un tipo di attrazione non mediata dal raziocinio. Ero imbevuto degli scritti di Inazo Nitobe, Yukio Mishima, Masahi Tanaka, Jiro Taniguchi, e avevo negli occhi sia le immagini epiche di Akira Kurosawa che quelle ultra cinetiche di Shinya Tsukamoto e Hayao Miyazaki. Poi ho fatto la scoperta di Murasaki Shikibu, Kenzaburō Ōe, Yoshida Kenko, Haruki Murakami. Ho riposto nel cassetto Arata Isozaki, Tadao Ando, Toyo Ito e Makoto Sei Watanabe: sono andato per il Giappone per visitare i grandi classici dell’architettura tradizionale e mi sono appassionato ai più giovani architetti avanguardisti nipponici.
Con gli anni ho scoperto che lo spirito dell’avanguardia e della sperimentazione fa parte delle cultura tradizionale giapponese: innovano perché fa parte della loro storia, lo fanno senza vanterie, lo fanno inconsciamente, per questioni culturali. Di interessante c'è che mediamente i giapponesi non sono quasi mai abbastanza soddisfatti di raggiungere risultati che noi considereremmo ottimi. Di conseguenza la qualità media dei loro lavori è molto alta.

La tua frase finale mi ricorda il concetto di superflat coniato dall'artista Takashi Murakami.
«Superflat descrive la civiltà giapponese, la sua arte, antica e contemporanea, fatta di piani e di atmosfere, non di prospettive e profondità. Superflat è una società dove arte colta e arte popolare si mischiano e si confondono, anzi non vengono nemmeno divise. Distinguere il colto dall'ignorante, l’alto dal basso è una fissazione tutta occidentale»1.
A volte, in un eccesso di occidentalismo, dimentichiamo che la prospettiva è solo un sistema descrittivo tra i vari possibili. Anzi, forse dimentichiamo pure che la prospettiva è una legge attraverso la quale abbiamo prima 'costituito' e poi costruito lo spazio occidentale.

Dove gli architetti europei ed americani praticano un’arte che potrebbe essere chiamata dell’in-scrizione, i giapponesi praticano un’arte della de-scrizione. Invece che imporsi al luogo, lo captano, percepiscono e portano alla luce de-scrivendolo. La prospettiva non è data dalla distanza dal punto focale, ma - tradizionalmente attraverso gli strumenti in uso ai giapponesi - dalla gradazione dell’inchiostro. Lo spazio giapponese presenta un tipo di profondità non dovuta alla linearità bensì alla gradazione.
«Ito - racconta Mark Dytham architetto ed ex collaboratore di Toyo Ito - non è per nulla supponente, è molto generoso e davvero piacevole. Soprattutto quando si fa un paragone con gli architetti occidentali, sempre saccenti, arroganti, pronti a litigare. Sai, in effetti molti architetti qui sono rilassati come lui. Prendi Itsuko Hasegawa per esempio. Mi piacerebbe molto pensare a un processo di maturazione e invecchiamento in cui anch'io sono così tranquillo. Credo che sia diverso in Europa, se non diventi duro cattivo non sopravvivi, forse per via dei clienti, avere a che fare con costruttori poco piacevoli…»2
Di recente scrivevo della prima costituzione giapponese dove racconto di come nel primo articolo - di quella che è più un insegnamento morale che non una vera raccolta di articoli costituenti un diritto - si dice che il Giappone sia una nazione fondata sull'armonia. 

In occidente, e soprattutto in Italia, la cultura 'campanilistica' ha avuto un grandissimo rilievo ed impatto. Detto in maniera semplice e riduttiva, penso che la bellezza di molte nostre città sia in parte dovuta ad una sana rivalità fra città: guardare quello che fa il vicino per farlo meglio - se possibile - e superarlo (mostrando i muscoli). Se pensi allo scrivere, dove storicamente l’occidente scrive a colpi di scalpello la propria storia, incidendo la materia. L’oriente, e soprattutto il Giappone, scrive la propria letteratura (e storia) usando il pennello. Da una parte un'attività muscolare forte, dal gesto potente, dall'altra un'attività calma: gli oggetti in dote al calligrafo trasudano serenità, il polso deve essere sciolto, il movimento richiede rilassatezza. 

Prima dicevo come l’occidente imbeve le proprie opere d’arte di tensione, di forza, di potenza e violenza. Gli artisti giapponesi tendono invece a raggiungere un’opera d’arte serena, ad infondervi calma. Mi verrebbe da dire che Picasso, Caravaggio o Zaha Hadid non sarebbero potuti nascere in Giappone, ma nemmeno Toyo Ito sarebbe potuto nascere in Occidente.

Ora, questo è un discorso molto generale: perché dove Toyo Ito rappresenta un architetto sereno, Tadao Ando è invece un architetto spigoloso che impone il proprio pensiero in maniera molto forte e senza compromessi.*

Si dice dei giapponesi che siano gentili, e che la gentilezza sia per loro come una forma di religione che professano pure quando non ci credono. Qualche osservatore dice che questa gentilezza sia in parte artefatta. Fa venire in mente due cose: l’espressione 'falso e cortese' - che si usa per definire delle prerogative dei cittadini di alcune città italiane - e l’invito “potrebbe essere un po' più gentile?”. Che dire, personalmente, preferisco una 'falsa gentilezza alla giapponese' (che se reiterata produce comunque effetti positivi) che non un tipo di supponenza che porta a quello che Mark Dytham riconosce come tratto distintivo di certi architetti che con gli anni si induriscono. 

Qual è il tuo paese di origine? 

L’Europa. Quando parlo con un cinese o un coreano e mi ritrovo li a spiegargli chi sono Garibaldi e Napoleone, o anche Deleuze, i Mano Negra, Wenders, Leo Messi, Magritte, Almodovar o Fellini, capisco che siamo un vero continente e non solo per via della cultura: ma perché ci siamo fatti la guerra, ci siamo invasi, ammazzati, violentati e ibridati scambiandoci il sangue e i geni. Di contro quando vietnamiti e indonesiani parlano di condottieri e generali che hanno fatto la loro storia mi sembra di essere un estraneo, solo in parte al corrente delle cose d’Asia. Più in dettaglio, penso che le mie origini affondino in quella che definirei la scuola meridionale dell'architettura: quella fatta di notte e con mezzi di fortuna.

A che cosa ti sta servendo questa scuola meridionale in oriente? 

La scuola meridionale è agitata dal genio dell'improvvisazione, quella giapponese dalla serenità della regola. Ho dovuto “resettare” tutto per aprirmi veramente a ciò che fino a quel momento era per me ignoto. Aziende come Goldman-Sachs o Merrill Lynch hanno diverse sezioni, tipo GoldmanSachs Europa, GoldmanSachs Asia e infine GoldmanSachs Giappone. Questo perché il Giappone è una nazione peculiare - con pro e contro - per quanto riguarda sia storia che sistema degli affari. Estremizzando mi verrebbe da dire che quello che si sa prima di venire qui forse non serve a niente, in quanto il sistema giapponese ha un sistema operativo tutto suo. Esportabile, affascinante e comprensibile: ma non va dimenticato che e’ 'made in Japan'.

Quindi l’attitudine che ho avuto è stata di purificazione: liberarsi del passato. 

Sappiamo come la cultura monoteista abbia la tendenza ad escludere elementi esogeni ed esterni ad essa in quanto tende alla purificazione. Il piombo che cerca di essere tramutato in oro. Mentre scintoismo e buddismo tendono all’inclusione. Ecco, all’inizio quando sono arrivato in Giappone, ho praticato una sorta di purificazione al contrario (in quanto ero ancora imbevuto di cultura monoteista): decidendo di non usare gli strumenti cognitivi che avevo fino a quel momento appresso. Sono venuto vuoto, o meglio cercavo di svuotarmi delle cose che avevo appreso. Le cose che conoscevo non che non mi potessero servire, ma ho preferito fare finta di non averle.

Poi, oggi, dopo che esse hanno dormito per lungo tempo, sento che si stanno risvegliando e il tutto si sta cominciando a mischiare in modo naturale in un processo ancora in corso. Spero in futuro mi portino ad avere una maggiore espansione della coscienza e una più ampia sintesi dei saperi. 

Durante questo tam tam di domande e risposte mi hai scritto:
«Qui tranne il fatto che l'acqua è razionata e che la città non funziona al 100%, tutto sommato si continua a vivere bene!»
Mi piace il tuo ottimismo, grazie per questo dialogo. 

Per via degli effetti di questa crisi complessa che ha colpito il Giappone, Tokyo si trova oggi a dover ripensare il suo futuro: trattandosi di una metropoli ultra avanzata che dopo anni di spregiudicatezza consumistica, intensa produzione di avveniristiche sequenze spaziali ed esperimenti sociali si può capire che ripensarsi in quanto una delle capitali del mondo non sarà immediato. Ma diceva Henry Ford che gli ostacoli sono quella cosa spaventosa che si vede quando ci si distrae dalla meta.
Qui siamo con un occhio all'immediato e uno all'infinito.
Grazie a te!

11 aprile 2011

Intersezioni ---> Fuga di cervelli

__________________________________________
Note:
1 Francesco Bonami, Lo potevo fare anch’io, Mondadori, Milano, 2007, p. 95.
2
AA. V V., Toyo Ito. Istruzioni per l'uso, Postmedia, Milano, 2004, p. 59.
* Li ho incontrati entrambi per delle interviste che sono diventati dei libri pubblicati da CLEAN (nel primo sono coautore insieme a Matteo Belfiore, del secondo ho curato la traduzione): ognuno dei due architetti ha una sua peculiare identità.

6 aprile 2011

0006 [POINTS DE VUE] Massimo Mastrorillo | 6 aprile 2009 ore 3:32

di Salvatore D'Agostino
«Cammino col cavalletto in mano. Riesco a sentire solo i miei  passi e il rombo di un automezzo militare che si avvicina. Tutto il resto è silenzio. Tutto il resto è  fantasma. L’Aquila, la città fantasma. Negli edifici sventrati mi sembra di sentire nitido il vociare delle famiglie intorno al tavolo, di scorgere dalle finestre le luci bluastre dei monitor di giovani universitari davanti al computer, di poter rubare l’intimità della gente con un semplice acuirsi dell’udito e della vista. Si tratta d’immaginazione. Quelle vite sono altrove. Sono a terra sparpagliate negli oggetti abbandonati,  dimenticati, smarriti. Quelle vite sono altrove, chiuse in pochi metri di asettiche Unità Abitative:  vite sradicate, traumatizzate, che però non hanno perso la memoria, la loro identità di comunità  e la visione di un futuro in cui credere e riconoscersi». (Massimo Mastrorillo)
Il termine ‘fotografia istantanea’ si deve alle prime macchine fotografiche autosviluppanti degli anni settanta.  Si scattava un istante di vita e in pochi secondi veniva riprodotta la foto.
L’istante dopo le 3:32 del 6 aprile 2009 ha cambiato l’istantanea aquilana.
Massimo Mastrorillo, in questi due anni, ha percorso con la sua macchina fotografica quei luoghi dell'Abruzzo messi a soqquadro, nella speranza di archiviare istantanee di un paesaggio temporaneo!*


4 aprile 2011

0010 [WIKIO] URBAN BLOG la classifica di aprile | Citywarn e il forum lotta al degrado

di Salvatore D'Agostino

Grazie a Migliora Torino vi segnalo due utili novità, da rilanciare nei vostri blog e utilizzare subito.

Il primo è Citywarn.
Che cos'è?
Ecco un grafico esplicativo semplice e intuitivo:

30 marzo 2011

0005 [POINTS DE VUE] Maurizio Strippoli | Lo spleen della Bovisa

di Salvatore D'Agostino
"«Credo che l'arte sia e non possa essere se non la riproduzione fedele della natura (una setta timida ed eretica pretende che siano scartati gli oggetti di natura ripugnante, quali un vaso da notte o uno scheletro). Perciò l’industria che ci desse un risultato identico alla natura sarebbe l’arte assoluta». Un Dio vendicatore ha esaudito i voti di questa moltitudine. E Daguerre fu il suo messia. E allora la folla disse a se stessa «Giacché la fotografia ci dà tutte le garanzie desiderabili di esattezza (credono proprio, gli stolti!), l’arte è la fotografia». Da allora, la società immonda si riversò, come un solo Narciso, a contemplare la propria immagine volgare sulla lastra. Una frenesia, uno straordinario fanatismo si impossessò di tutti questi nuovi adoratori del sole." (Charles Baudelaire)1
Tra il 1865 e il 1864 Charles Baudelaire decise di camminare per Parigi e raccontare ciò che vedeva. Scrisse cinquanta fantasticherie antitetiche rispetto alle odiate - romantiche - fantasticherie di Jean-Jacques Rousseau (raccolte in Le fantasticherie del passeggiatore solitario e scritte tra il 1777 e il 1778).

Come confessò all’amico Arsène Houssaye: «È stato sfogliando almeno per la ventesima volta il famoso Gaspard de la Nuit, di Aloysius Bertrand che mi è venuta l’idea di tentare qualcosa di analogo, e di applicare alla descrizione della vita moderna, - o piuttosto di una vita moderna e più astratta - il procedimento che lui aveva usato per la pittura della vita di un tempo, così stranamente pittoresca». 2

Raccolse le sue peinture de vie - pitture di vita - in Spleen di Parigi. In questi quadri di parole, incluse i vasi da notte e gli scheletri che trovò nel suo vagare; senza edulcorare attraverso la prosa la natura, entrò nello spleen3
– letteralmente milza ovvero nella bile - del visibile parigino.

Maurizio Strippoli quest’inverno si è perso – per Wilfing Architettura - nella zona Bovisa di Milano, confessa: «un quartiere conosciuto, ma mai attentamente osservato».
I suoi points de vue come nel caso delle peinture de vie di Charles Baudelaire non si celano dietro il pittoresco.

24 marzo 2011

...a proposito della statale 18, 27 visite europee a domicilio e archphoto 2.0...

di Salvatore D'Agostino

... statale 18,

 ...da leggere: Mauro Francesco Minervino, Statale 18, Fandango, 2010.

«Oggi un antropologo non ha bisogno di andare lontano, basta girare nei dintorni della propria casa per trovarsi di fronte a un paesaggio anomalo. Il territorio come caso clinico, questo è il tema. Minervino con sdegno accorato ci dice che i calabresi stanno rovinando la Calabria e non è colpa solo dei mafiosi, ma di una mentalità diffusa nella stragrande maggioranza dei cittadini». (Recensione di Franco Arminio qui)
 

17 marzo 2011

0014 [A-B USO] Claudio Sabatino | Sarno




Antonio, Carmine e Giuseppe si sono costituiti come Comitato Civico del quartiere Serrazzeta. 
Un tempo qui a Sarno l’agricoltura era una cosa importante, era il fiore all’occhiello del paese, ma dopo la guerra è cambiato tutto. I metodi di coltivazione tradizionali hanno iniziato a non rendere più e non è mai nata una cooperativa di lavoro, per cui quando l’agricoltura ha iniziato ad industrializzarsi, i contadini sarnesi hanno iniziato ad avere difficoltà.

Da contadini, siamo diventati poliziotti, insegnanti, impiegati. E nei campetti, frazionati tra i figli dei contadini, ci abbiamo fatto gli “appartamenti” negli anni Settanta. Ancora oggi i parenti spesso vivono vicini proprio per questa abitudine di costruire dentro lo stesso appezzamento, in aggiunta alla masseria originaria.

14 marzo 2011

0003 [URBAN BLOG] Urban Experience | Cittadinanza Interattiva

di Salvatore D'Agostino

Il sottotitolo del sito Urban Experience recita: «Giocare la città tra Web e territorio».
Per capire il senso della loro attività, ne ho parlato con Carlo Infante (Bio e blog) l'artefice di questo progetto.

Salvatore D'Agostino «Il gioco è più antico della cultura, perché il concetto di cultura, per quanto possa essere definito insufficientemente, presuppone in ogni modo convivenza umana, e gli animali non hanno aspettato che gli uomini insegnassero loro a giocare». (Johan Huizinga)1 

Carlo Infante: Ottimo punto di partenza, nel risponderti penso possa essere pertinente estrarre un frammento del mio libro "Imparare giocando"2:
«La dimensione ludica da sempre rappresenta la forma più spontanea di relazione interumana: attraverso quest'interazione ci si misura con lo spazio e il tempo imparando a condividerlo.
Se il gioco è il luogo ideale della simulazione e della libera sensorialità è quindi plausibile estendere questa potenzialità nell’ambiente artificiale dell'ipermedia, dove iniziamo a dimensionarci in un nuovo spazio-tempo, quello digitale.
Qui entrano in gioco (e questa parola non capita qui per caso) altri fattori, quelli generati dall’interattività e quelli legati al “colpo d’occhio”, ovvero la velocità di rilevamento di un'immagine che produce informazione.
In questo senso alcuni videogame possono svolgere la funzione di palestra sia percettiva sia cognitiva, dal cybergame (un esempio: “Tomb Raider” con la protagonista Lara Croft, amatissima eroina virtuale) fino all'"edutainment" cosiddetto che si sta rivelando come il perno della nuova editoria multimediale.
Oltre il cd-rom, il gioco si sta poi diffondendo nella rete telematica, nel web ma anche in altre procedure di telecomunicazione, come le chat e particolari sistemi di videoconferenza. In questo nuovo contesto i giochi on line iniziano a rappresentare uno degli sviluppi potenziali della rete ed emergono particolari modalità, come il cosiddetto “role-play”, il gioco di ruolo dove si fa finta d'essere qualcun altro, come a teatro.
Ma come a teatro (quello che vale), si tratta di far finta per davvero.
Il principio del gioco che intendo esplorare in questo capitolo d'apertura, è quindi quello che riguarda essenzialmente la dinamicità delle percezioni, lo spostamento sinaptico della mente sollecitata da esperienze ipermediali o teatrali, fondamentalmente.
Ma non solo, pensate ai giochi di parole, scritti e parlati e come attraverso questi sia possibile appropriarsi del linguaggio, giocando.
È comunque nella mobilità immaginaria che troverà sviluppo la nostra evoluzione culturale in una Società dell'Informazione connotata dalla molteplicità dei segnali. Un'evoluzione possibile non per via tecnologica ma per via psicologica. Ciò sarà possibile se si riuscirà ad attivare quella flessibilità e quella selezione qualitativa che stanno alla base di un'agilità ludica in grado di giocare quella "roulette" di cui parla McLuhan, per non esserne giocati».

Quest’approccio ludico-partecipativo sta alla base del tuo lavoro romano Urban Experience dove, attraverso l’uso delle tecnologie, si ridefiniscono le percezioni urbane del cittadino contemporaneo.
Che cos’è la cittadinanza digitale? 

Lo sviluppo della nostra società riguarda l’evoluzione dell’idea di spazio pubblico, dall'invenzione del teatro nella polis greca alle piazze del Rinascimento.
È in questo quadro che s’inserisce la creazione di ambiti ludico-partecipativi per l’aggregazione giovanile anche nel web e nei social network in particolare.
Questo approccio può diventare un’opportunità per coniugare il principio basilare del sistema educativo, quello di formare cittadini, con la pratica culturale nel nuovo spazio pubblico che sta emergendo, quello di Internet.
In questo senso è importante la realizzazione di nuovi format culturali ed educativi di comunicazione interattiva per interpretare le potenzialità di ciò che viene definito il web 2.0, ovvero l’evoluzione della rete nel senso partecipativo, come il fenomeno dei blog e dei social networking ha reso evidente.
La scommessa principale in atto per quanto, riguarda l’Innovazione, è direttamente proporzionale alla capacità d’interpretare la Società dell’Informazione per ciò che può diventare: il nuovo spazio pubblico, quello di una polis fatta da informazioni prodotte dall’azione degli uomini che vivono e usano la rete come nuova opportunità di relazione sociale.
L’evoluzione del social networking (e ancor prima dei blog) rifonda il concetto d’informazione: non più solo prodotta dagli specialisti (giornalisti e autori) bensì dagli utenti dei sistemi informativi che, attraverso l’approccio interattivo, esprimono il loro diritto-dovere di cittadinanza nella società dell’informazione.
Si tratta di condivisione dello spazio pubblico rappresentato dalle reti: l'infrastruttura della società in divenire.
L’utente delle reti può trovare il modo per portare con sé, dentro la rete globale, la dimensione locale della propria soggettività e della propria comunità, per dare forma alla coscienza dinamica della propria partecipazione attiva.
Educare dopotutto significa “tirar fuori” (dal latino “educere”).
È qualcosa che è già nell’aria da tempo nella cultura digitale ma che deve ancora compiersi nell’assetto generale della res pubblica ed è per questo che è decisivo saper guardare alle nuove generazioni. Sono loro i futuri soggetti attivi di una socialità nuova che darà forma e sostanza alla figura che è ben definita da uno dei soliti neologismi: prosumer, il produttore-consumatore d’informazione.
È in questo senso che si stanno sviluppando Palestre di Cittadinanza Interattiva, una delle pratiche promosse da Urban Experience per reinventare lo spazio pubblico, tra web e territorio.
 

Che cos'è la ‘Cittadinanza Interattiva’? 

Nella Società dell'Informazione in cui stiamo vivendo è sempre più necessario rilanciare una progettazione capace di ridefinire i modelli di produzione e di scambio sociale, l’utilizzo di internet sui dispositivi mobili farà la differenza.
Accadrà quando si abbatteranno i costi di connessione anche grazie allo sviluppo assolutamente libero degli accessi wi fi.
È una condizione questa che comporta in primo luogo la ridefinizione del rapporto con il territorio, a partire dai flussi turistici nel senso lato. Questa accezione ampia di turismo riguarda anche i consumi culturali, connessi ad una forte estensione del tempo libero qualificato da una domanda di conoscenza esponenziale, un apprendimento continuo innervato alla ricerca di nuove qualità della vita.
La gestione delle risorse informative funzionali a questo rapporto nuovo con il territorio, a partire dall’uso di mappe interattive e di sistemi gps implementati sugli smart-phone, rappresenta un’innovazione emblematica.
Potremmo definirlo nomadismo cognitivo: una mobilità continua di persone e di idee che ridefinisce i termini dello spazio pubblico, tra i luoghi fisici e quelli immateriali dell’informazione on line.
Ciò comporta un’attenzione crescente sia verso l’evoluzione delle tecnologie della comunicazione sia verso quei comportamenti creativi che ne indirizzano i valori d’uso.
 

Quali sono le potenzialità di questo tipo di approccio? 

Ti rispondo attraverso una recente video-intervista fatta per WeEconomy.



Non credo che ci sia più niente da aggiungere.

Un'ultima cosa va precisata, perché è la peculiarità di urban experience. È il geoblogging, un format (qui trovate i link ai vari geoblog realizzati, da quelli sui temi futuristi a periferie raccontate da bambini come a Corviale) che abbiamo inventato ancor prima di googlemaps.
Sì, perché quando è nato a Torino per le Olimpiadi invernali nel 2006 non era possibile "scrivere storie nelle geografie".
A proposito, t'invito e v'invito, a partecipare ad un seminario che si svolgerà a maggio a Roma proprio su questo tema.

14 marzo 2011 (ultima modifica 11 novembre 2011)
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Note:
1 Johan Huizinga, Homo ludens, Einaudi, 2002, p. 3
2 Carlo Infante, Imparare giocando. Interattività fra teatro e ipermedia,Roma, Bollati Boringhieri, 2000