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7 febbraio 2011

0039 [MONDOBLOG] I contenuti e un ricordo

di Salvatore D'Agostino
«Pubblicazioni di Architettura sul Web. La via Italiana 

InArch (Istituto Nazionale di Architettura fondato da Bruno Zevi) Roma Via di Villa Patrizi 11, 5 Marzo 2001, ore 20 
Introduce e coordina: Antonino Saggio, La Sapienza Presentano: Marco Brizzi (direttore di Architettura.it), Giacinto Cerviere (direttore di Iperspazio) [ndr non più in rete], Sandro Lazier (direttore di Antithesi).
Commentano: Francesco Tentori (Iuav, Venezia) Livio Sacchi ("Il Progetto")
Interverranno al dibattito: Renato Masiani (direttore del Cics, La Sapienza), Luigi Centola (Coordinatore New italian Blood), Paolo Ferrara (Architetto e docente)

La serata intende far conoscere meglio al pubblico degli architetti il mondo delle pubblicazioni di architettura in rete. Non si tratta della duplicazione nel web di riviste o bollettini comunque esistenti su carta stampata, ma bensì dell'apertura di nuovi spazi di dibattito, di approfondimento, di discussione possibili solo attraverso Internet.
Qual è la "storia" che ha condotto a delle iniziative che oggi rappresentano un punto di riferimento sicuro del dibattito architettonico italiano? Quali sono i temi nuovi che vengono sviluppati in queste riviste in rete? Quali sono le modalità di scambio delle opinioni tra lettori e redattori delle riviste? Infine quale nuovo spazio di contributo critico si è aperto attraverso una forma di pubblicazione più libera, leggera e diretta rispetto alle pubblicazioni cartacee? 
Questi sono alcuni degli argomenti su cui ruoterà la serata.
 
Con l'aiuto di audiovisivi presenteranno strutture e caratteristiche delle pubblicazioni in rete tre riviste che hanno caratteristiche molto diverse tra loro. "Architettura.it" di Marco Brizzi, basata a Firenze e appoggiata al gruppo Dada è la più completa rivista di architettura on-line esistente in Italia.  
"Iper-spazio" di Giacinto Cerviere, basata a Melfi è un'iniziativa molto più giovane, particolarmente interessante anche perché proviene da un territorio decentrato. 
"Antithesi" di Sandro Lazier promette sin dal titolo quello che fino ad oggi ha mantenuto: una chiara e dura posizione critica sull'attuale cultura architettonica italiana. 
Sono chiamati a commentare queste esperienze Francesco Tentori, tra i più autorevoli studiosi dell'architettura contemporanea che negli ultimi anni si è molto interessato al Web anche nella sua didattica allo Iuav e Livio Sacchi, vicedirettore del "Il Progetto" e professore all'Università di Pescara che è interessato nella sua attività pubblicistica e didattica ai temi del rapporto tra il mondo della rappresentazione digitale e quelli legati alla tradizione architettonica.
Innesteranno il dibattito con il pubblico una serie di interventi programmati di esperti del settore.»
Questo vecchio incontro e tante altre storie saranno il contenuto del prossimo colloquio con Antonino Saggio. A seguire la terza lezione di Geoff Manaugh.


di Geoff Manaugh*

Leggi le altre puntate del Corso di blog: La storiaL'attrezzaturaPer chi si scrive? e Il futuro

Finora all'interno di questo corso abbiamo parlato delle origini del blog – da dove proviene come forma espressiva, qual è la sua storia letteraria – e abbiamo anche dato uno sguardo all'equipaggiamento e all'infrastruttura elettronica di cui un blogger ha bisogno oggi. 

Però di cosa dovrebbe parlare un blog?
Quali sono gli argomenti da trattare?
Più nello specifico, qual è il campo a cui un blog di architettura si rivolge? 

Se iniziamo dando per scontato che un blog di architettura dovrebbe offrire commenti e notizie sulle pratiche e i problemi che oggi riguardano la progettazione dello spazio, allora siamo solo a metà della definizione. Discutere di architettura dal solo punto di vista di chi per lavoro progetta e costruisce edifici esclude a priori un pubblico molto più ampio e comunque interessato alle teorie architettoniche. Ovvero tutti quelli che fanno esperienza costante dell’ambiente costruito a diversi livelli, ma che tuttavia non hanno intenzione di interpretarlo utilizzando le convenzioni del vocabolario della critica architettonica. Anche gli utenti, alle cui emozioni la progettazione degli spazi si rivolge, vogliono parlare di architettura. 

In altre parole, oggi esiste un pubblico vastissimo per la scrittura architettonica. L’architettura non è un argomento di nicchia, a cui sono interessati solo pochi autori specializzati. Tutto questo pubblico di lettori – potremmo anche dire l’intero pubblico – vive una relazione intima con città, paesi, case, infrastrutture, paesaggi e altre forme nello spazio create da architetti. 
Questa esposizione prolungata, quotidiana ai prodotti dell’industria architettonica comporta una modalità diversa di conoscenza dello spazio. I blogger farebbero bene a ricordarsene quando scrivono di spazi progettati e del mondo di cui essi fanno parte.

Come si mettono in pratica questi propositi?

Semplicemente, niente è fuori tema quando si prepara un post per un blog. Nessun genere è poco appropriato quando si discute di progettazione architettonica. Critica, teoria, narrativa, saggistica, lista, intervista, recensione, sceneggiatura, poesia, musica pop: la varietà delle forme testuali a disposizione è illimitata. Anzi, la scrittura del blog favorisce e offre straordinarie opportunità per la sperimentazione con lo stile, il tono, il genere e il campo dei riferimenti culturali. 


I blogger hanno oggi possibilità senza precedenti per cambiare il modo in cui parliamo di architettura – possono coinvolgere più persone e più campi d’azione.
I limiti della discussione architettonica si sono ampliati come mai era successo nella storia.
Tutto questo grazie al contenuto.
Il vero potere di qualsiasi blog non sta nella forma, nel design o perfino nel suo URL, per quanto questi possano essere interessanti; il potere di ogni singolo blog sta negli argomenti di cui si parla e in come essi sono trattati. Il genere, l’ampiezza dei riferimenti, il tono – questi sono elementi assolutamente centrali. Stai semplicemente ripubblicando immagini da un recente comunicato stampa – un comunicato che ha percorso l’intera blogosfera mondiale, ma a cui solo tu sei stato tanto ingenuo da credere fino a pubblicarlo – o stai mettendo in circolazione tuoi propri editoriali, saggi critici, storie, report e interviste?
 
E in questo caso, di cosa stai parlando?
 
La maggior parte dell’odierna scrittura architettonica è caratterizzata da una convinzione ferma che gli architetti comprendano gli edifici meglio che, diciamo, i rapinatori di banca, gli operai che riparano gli ascensori o le squadre urbane anti-terrorismo. Per quanto mi riguarda, ancora non ho visto evidenza inoppugnabile che i pianificatori urbani comprendano le metropoli meglio che gli specialisti della disinfestazione, dei maratoneti o perfino dei poeti. 
Allora come mai queste tre categorie non sono interpellate, intervistate e coinvolte oggi quando si parla di spazi urbani? 

Allo stesso modo, perché i blogger dovrebbero dare per scontato che il gruppo professionale più qualificato per parlare di ambiente costruito siano gli architetti? 

Sotto molti punti di vista, sarebbe come chiedere ai programmatori di Microsoft Word che opinione hanno della letteratura contemporanea.
Dunque, usiamo i blog per ampliare la conversazione.
 

Una coppia di adulteri in giro per la città ha un rapporto molto più intenso con il potenziale emozionale dello spazio urbano che un critico di architettura incaricato di fare un profilo di una nuova sala da concerti. La coppia di adulteri è legata da una conoscenza segreta di ogni angolo e rifugio della città, di ogni lobby di albergo in cui è possibile nascondersi e di ogni portiera troppo curiosa. È un rapporto diverso da quello del critico, che deve solo scrivere un articolo per dimostrare il suo particolare tipo di conoscenza dello spazio urbano.
Immaginate una serie di post scritti su un blog intervistando persone prese in triangoli amorosi, o ladri che studiano centri commerciali, o poliziotti in incognito che lavorano a un’azione spettacolare.
Questo tipo di enciclopedia dello spazio urbano in tono minore ha un fascino imbattibile ed è anche rilevante dal punto di vista architettonico. Probabilmente, non aiuterebbe uno studio d’architettura emergente a vincere il Pritzker Prize dell’anno venturo, ma questo non è l’obiettivo del blog. Non è quello il premio a cui aspirare come blogger. Noi stiamo cercando di comprendere l’impatto che la progettazione architettonica ha sulle civiltà umane, e viceversa. Il nostro obiettivo è di capire la città, gli edifici che la costruiscono e le modalità di uso dello spazio. I blogger non devono lavorare per assicurare che Le Corbusier sia ancora importante.
 

I blogger dovrebbero aspirare ai premi Nobel e Pulitzer; dovrebbero fare la cronaca dell’architettura come Hunter S. Thompson la fece degli Hell’s Angels, e fare critica della città nella maniera in cui Neil Armstrong fece conoscenza della luna. La cosa importante da ricordare è che l’architettura in sé ha sempre avuto una portata maggiore di qualsiasi nuovo museo, progetto residenziale, villa o stadio inaugurato in qualche città globale. L’architettura comprende ogni aspetto dell’interazione fra gli esseri umani e l’ambiente costruito.
Discutere – o scrivere un blog – di architettura deve quindi comprendere anche altri tipi di incontro meno ufficiali con gli spazi in cui ci muoviamo.
Se vogliamo rendere le conversazioni di architettura comuni come lo sono quelle sui film di successo – o addirittura comuni come le discussioni familiari sul cibo più buono, sulla musica o sui programmi televisivi migliori – allora è necessaria una radicale ridefinizione del linguaggio che usiamo per scrivere di architettura. Perciò iniziamo a scrivere di triangoli sentimentali, rapine a mano armata, furti nei sobborghi, film su case stregate, infestazioni urbane, bagni pubblici scadenti, siti archeologici e, perché no, anche di nuovi musei. Questi sono tutti modi di capire la città e l’architettura.
 

Scrivere di edifici come se fossero opere d’arte separate dal loro contesto umano è un anacronismo. I blogger dovrebbero partire dalla posizione che il tipo di risposta più appropriato all'ampliamento di un edificio di Renzo Piano non è necessariamente la stesura di un articolo critico sul suddetto progetto. Forse il responso più appropriato è di ambientarvi un giallo, di scrivere una sceneggiatura, di sperimentare con genere e forma, con mezzo e pubblico di riferimento.
Questi sono tutti esempi di come sia possibile scrivere di architettura, ovvero di come aiutare a dirigere l’attenzione del pubblico verso un determinato edificio. 
Addetti alle pulizie, gente che fa jogging, postini in bicicletta, netturbini, casalinghe terroristi: questi sono tutti lavori o ruoli sociali che implicano una conoscenza particolare dello spazio, delle sue vulnerabilità, opportunità e forze. Questi punti di vista sono anche tutti disponibili allo stesso modo agli autori di blog di architettura, e nessuno dovrebbe essere scartato a priori perché irrilevante.
 

La scrittura di un blog di architettura dovrebbe dunque avvalersi di un approccio entusiasticamente pluralista, che riconosca l’infinità dei generi e delle prospettive a disposizione per lavorare. Dopo tutto, ci sono letteralmente miliardi di persone con le loro proprie esperienze individuali dello spazio costruito. La vera sfida del blogger è trovare una maniera di includere tutti nella conversazione. 

In conclusione, i blog sono una maniera flessibile e immediata per cambiare i soggetti e i temi che sono trattati nell'architettura su carta stampata. Se non vi piace quello che vedete discusso in Architect’s Journal, The New York Times, Abitare, Icon, Archinect o, per quanto possa essere rilevante, su BLDGBLOG, allora avete a disposizione una soluzione semplice e ovvia: iniziare a scrivere un blog. Pubblicate un nuovo post. 
Trattate gli argomenti che pensate meritino più attenzione.
Fatelo con grande energia ed impegno. Recensite libri, edifici, città, strade, parchi, film, idee, architetti, spazi, tecniche, software, sogni, storie, mappe, eventi, tecnologie, altri blog.
Parlate di tutto quello di cui pensate che tutti gli altri dovrebbero parlare.
Se poi riuscite a coltivare un pubblico interessato alla vostra visione dell’ambiente costruito – se riuscite a trovare altri che condividono i vostri interessi, le vostre delusioni e i vostri entusiasmi – allora avrete dimostrato con successo non solo il potere dei blog, ma anche che non siete da soli nelle vostre passioni. 

Avrete dimostrato qual è il compito del blog: ovvero che anche senza comitati di redazione e panel di relatori accademici, c’è ancora gente interessata a parlare di architettura. 
I blog permettono alle persone di partecipare a una conversazione che avrebbe dovuto avere spazio da sempre.

7 febbraio 2011
Intersezioni ---> MONDOBLOG
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Note:

* Pubblicazione autorizzata da Abitare

Geoff Manaugh, Blogging 101 - Contenuto, Abitare n. 509, gennaio 2011, pp. 11-16

Content | Blogging 101 | Geoff Manaugh

by Geoff Manaugh*

O at the origins of blogging – where it comes from, ver the course of this series so far, we have looked its expressive origins and literary history – and we have explored the range of personal equipment and electronic infrastructure that blogging, at least today, requires.
But what should blogging actually be about?
What topics should a blog address?
What, specifically, is the terrain of an architecture blog?


If we start with the assumption that a blog about architecture should offer insights into the contemporary practices and challenges of spatial design, then we’ve only really gone halfway. Discussing architecture solely from the point of view of those whose job is to design and assemble buildings overlooks a much larger audience for architectural ideas: those who experience the built environment, on a near-constant basis to varying degrees of intensity, but who do not otherwise seek to interpret that experience through the vocabulary of architectural criticism. They are users, emotionally invested in the spaces around them, and they want to talk about architecture, too. Put another way, there is a massive public audience today for architectural writing.
Architecture is not a niche subject, of interest only to specialist authors. This readership – a whole other clientele, we might say – lives intimately connected to the cities, towns, houses, infrastructure, landscapes and other spatial institutions produced by architects. This long-term, everyday exposure to the spatial products of the architectural industry brings with it a different kind of spatial knowledge; bloggers would do well to remember this when they write about the world of designed spaces.

So what does all this actually mean?

Put simply, nothing is out of bounds for a blog post, no genre inappropriate for discussing architectural design. Criticism, speculation, fiction, essay, list, interview, review, screenplay, poem, even a pop song: the variety of textual forms is limitless.
Indeed, blogging brings with it extraordinary opportunities for experimentation in style, tone, genre and breadth of reference.
As such, architecture bloggers have a nearly unprecedented opportunity today to change how architecture is discussed – and to involve more people, from more backgrounds, than ever before in the architectural discussion.
And this will be accomplished through content.
The true power of any blog doesn’t come from its form, its design or even its URL, no matter how interesting those might be; the power of any given blog lies in what it covers and how. Genre, breadth of reference, tone – these are absolutely key.
Are you simply re-posting images from the latest architectural press release – a release that went out to every other design blog in the world, but only you were gullible enough to publish – or are you putting out your own original editorials, critiques, stories, reports and Q&As?

If the latter, what are those editorials, reports and interviews actually about?

As it now stands, much of today’s architecture writing is marked by an unquestioned belief that architects understand buildings better than, say, bank robbers, elevator-repair personnel or urban counterterrorism teams. Personally, I have yet to see truly compelling evidence that city planners understand the metropolis better than pest-control specialists, marathon runners or even, for that matter, poets. So why aren’t these latter groups more often consulted, interviewed and involved in today’s spatial conversations?

Similarly, why should bloggers assume that the professional group most adequately qualified to discuss the built environment is architects?

In many ways, it’s like asking the programmers of Microsoft Word what they think of contemporary literature.
So let’s use blogs to expand the conversation. An adulterous couple out for a walk in the city has a more intense engagement with the emotional potential of urban space – they are conspiratorially aware of every nook and cranny, every well-hidden hotel lobby, every over-curious doorman – than an architecture critic sent out to profile the city’s new concert hall; they just don’t write press releases to demonstrate their particular brand of urban knowledge. So imagine a series of blog posts interviewing people caught in love triangles, or thieves out casing local department stores or undercover cops working on a high-profile bust.
This minor encyclopedia of the city is absolutely compelling, as well as architecturally relevant; it just won’t necessarily help an emerging firm win next year’s Pritzker Prize. But that’s not the point of blogging – and it’s the wrong prize to aim for.

We are trying to understand architecture’s impact on human civilization and vice versa – to understand the city, the buildings within it and the way those spaces are utilized. Bloggers aren’t here to ensure that Le Corbusier is still important. Bloggers should be aiming for Pulitzers and Nobels; they should be covering architecture the way Hunter S. Thompson covered the Hell’s Angels, critiquing the city the way Neil Armstrong met the moon.
The important thing to remember is that architecture has always meant much more than whatever new museum, housing project, mansion or sports stadium is opening in some global city somewhere; architecture involves every aspect of how people interact with the built environment. Discussing architecture – blogging about architecture – thus needs to encompass other, less official encounters with the spaces around us. If we want to make public conversations about architecture as common as conversations about blockbuster films – as common as family arguments over good food, good music and good TV shows – then a major recalibration of how we write about architecture is required. So let’s write about love triangles, bank heists, suburban burglaries, haunted house films, urban infestations, bad public bathrooms, archaeological sites and, why not, new art museums, because these are all ways of understanding architecture and the city. Otherwise, critiquing specific buildings as if they are works of art separate from their human context is an anachronism. Bloggers should operate from the position that the appropriate response to a new building extension by Renzo Piano is not necessarily to write a critical review of that extension – perhaps the appropriate response is to set a crime story there or to write a screenplay, to experiment with genre and format, with medium and target audience.


Those are all examples of writing about architecture – of helping to bring a building to public attention.
Janitors, joggers, bike messengers, trash collectors, house husbands, terrorists: these are all jobs or social roles that come with a particular knowledge of space, its vulnerabilities, opportunities and strengths: these positions, too, are all equally available to the authors of architecture blogs, and none should be rejected as irrelevant.
Architecture blogging should thus proceed with an attitude of enthusiastic pluralism, recognizing an all but unlimited amount of genres and perspectives within which to work.
After all, there are literally billions of people with their own individual experiences of built space; finding a way to put them all into conversation is the real challenge of blogging.
In the end, then, blogs are a flexible and immediate route by which to change what gets covered in the architectural press.
If you don’t like what you see being discussed in Architect’s Journal, The New York Times, Abitare, Icon, Archinect or, for that matter, on BLDGBLOG, then you have a simple and obvious solution: start a blog. Put up a new post. Cover the things you think deserve more attention. Do so with great energy and commitment.

Review the books, buildings, cities, streets, parks, films, ideas, designers, spaces, techniques, software, dreams, stories, maps, events, technologies, other blogs and more that you think everyone else should be talking about.
And if you can cultivate an audience for your vision of the built environment – if you can find others who share your interests, dislikes, and enthusiasms – then you’ll have successfully demonstrated not only the power of blogs, but that you’re not alone in caring about these things. You’ll have shown what blogging can do: that, in the absence of editorial boards and thesis advisory panels, people still want to talk about architecture. Blogging can allow people to participate in a conversation that should have been happening all along.

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* Publication authorized by Abitare
Geoff Manaugh, Blogging 101 - Content, Abitare n. 509, january 2011, pp. 11-1
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5 febbraio 2011

0008 [WIKIO] URBAN BLOG la classifica di febbraio | Liberiamo cartellopoli e le piazze

di Salvatore D'Agostino

Anteprima classifica URBAN BLOG mese di febbraio:

1.   [ +1]   02 blog.it
2.   [ +6]    Vigna Clara
3.   [ -1]    06 blog.it
4.   [ -1]    Rosalio
5.   [ +1]    Roma fa schifo
6.   [ -2]    Degrado Esquilino
7.   [ -2]    Il blog di Marco Boschini
8.   [ -1]    Stop al consumo di territorio
9.   [ +4]   Comunità provvisoria
10. [ +1]    Ciacci Magazine
11. [ +6]    MALAROMA
12. [ +2]   Riprendiamoci Roma
13. [ -3]    Mobilita Palermo
14. [ +21] PRO PUP ROMA
15. [ +3]   Comuni virtuosi
16. [ +4]   Bike Sharing Roma
17. [ -2]    Domenico Finiguerra
18. [=]        Migliora Torino!
19. [ -3]    Michele Dotti
20. [ +1]   Sun Salvario Views


Classifica mesi precedenti ottobre, novembre, dicembre e gennaio

2 febbraio 2011

Critical Futures #2

Un dibattito sul futuro della critica architettonica

Nell'ultimo decennio, trasformazioni epocali hanno profondamente ridisegnato il contesto all'interno del quale si concepisce e si discute l'architettura. Internet ha reso possibile che informazioni e immagini gratuite fossero disponibili e fruibili istantaneamente da chiunque in ogni punto del globo. Le riviste cartacee, un tempo artefici indiscusse della critica architettonica e di design, sono state spinte a ridefinire la propria ragion d'essere e il proprio modello economico alla luce della diminuzione dei lettori; i blog hanno dato un audience potenzialmente illimitata a chiunque abbia una connessione Internet. In questo quadro, la critica architettonica in senso tradizionale sembra vicina a scomparire, non solo da Internet ma anche dalle testate cartacee. Come ha scritto Peter Kelly, direttore di Blueprint, in un recente editoriale:
«Poiché i media tradizionali e le istituzioni stesse sono diventate meno influenti, ci si chiede dove gli architetti possano rivolgersi per trovare una critica intelligente e fondata delle loro opere». 

24 gennaio 2011

0038 [MONDOBLOG] Dal Web a Chiasso con Fabrizio Gallanti di Abitare

di Salvatore D'Agostino
«Tra l’altro, l’unica dinamica albafetizzante, in un contesto altrimenti di peggioramento, negli ultimi anni è stata innescata da internet che ha alimentato l’inclusione di una fascia di popolazione che era poco sotto la soglia minima di accesso agli strumenti della lettura e che l’ha superata per gli stimoli trovati in rete.» (Tullio De Mauro)1
Il 4 dicembre del 2008 il sito della rivista Abitare mutava in blog, aprendo i suoi post/articoli ai commenti. A due anni dall'inaugurazione ne ho parlato con Fabrizio Gallanti - vicedirettore della rivista e curatore della sezione on-line - perdonate la deviazione verso Chiasso. Colpa mia.


Salvatore D'Agostino In uno dei primi post scrivevi: «Per chi non se ne fosse accorto Abitare è un blog, e siccome siamo blogger una delle cose che facciamo di più è guardare altri blog».

A due anni dalla sua creazione, alcuni aspetti del blog che non mi convincono:
  • la trasposizione di articoli pubblicati nella rivista con uso posticcio delle fotografie (sotto, sopra e/o nel mezzo);
  • la non identificazione (anche attraverso un feed) degli articoli postati dai diversi autori;
  • l’idea di trattare le fotografie come la musica di sottofondo dei locali: indispensabile corollario;
  • ciò che definisco sindrome da mainstream ovvero l’apertura della rivista ai contributi dei lettori con le rubriche: La biennale del popolo (pubblicazioni di foto e immagini della biennale 2010 inviate dai lettori), Mirrors(autopresentazione del proprio studio di architettura), <26@abitare (articoli e commenti degli under 26) o il tremolante videoblog della passata Triennale affidato a Fabio Novembre;
  • un’impaginazione densa tipico dei portali Web che sembra dire: «benvenuto qui puoi trovare tutto quello che cerchi basta andare a zonzo, cliccando un po’, con la tua manina.»
Perché vi è questo divario tra la rivista cartacea - dove in ogni pagina il testo e le immagini sono pensati in modo coerente - e lo spasmodico inclusivismo della versione on-line comprensivo dell’evidente incoerenza tra testo e immagini? 

Fabrizio Gallanti La fruizione di un sito è ben diversa da quella della carta. Il nostro obbiettivo era quello di essere volutamente inclusivi e poco coerenti, convertendo il sito in un luogo di molteplici intrecci. Spasmodico inclusivismo è esattamente una descrizione che ci affascina. Sono gli utilizzatori che poi navigando, perdendosi, seguendo alcuni fili conduttori selezionano quello che meglio li interessa e costruendo una continuità nel tempo, soprattutto con alcune rubriche.
Il rapporto testo immagine, rispetto alla rivista, è purtroppo determinato dal software, wordpress, che non permette la stessa agilità di impaginazione della carta. Quando dicevamo che Abitare è un blog, volevamo sottolineare che lo scheletro che lo sostiene è quello del blog, ossia uno scorrimento cronologico, dove l'ordine è dato dal tempo, ma dove non esiste sostanziale differenziazione tra i contenuti. Il divario è voluto quindi, trattandosi di due mezzi di comunicazione comunque diversi.


In questa veste Abitare non rischia l’indistinto? Ovvero l’essere in rete senza nessuna forte specificità, confondendosi con il mainstream?


Esiste un desiderio di "attualità", ossia di fornire informazioni al pubblico su ciò che sta succedendo adesso, in questo momento. Questo spiega il flusso accelerato dei post. Post, che però sono il risultato di operazioni di selezione, filtro, dibattito non solamente interne alla redazione. La specificità è data dai toni e dalle scelte, che tra l'altro combinano aeree disciplinari eterogenee, non solo quelle più prossime all'architettura. L'apertura verso altri campi (arti visive, grafica, design, cinema, ecc...) è peculiare delle riviste italiane, e di Abitare: non si tratta di riviste specializzate che forniscono informazione di tipo tecnico, ma piuttosto di piattaforme che mantengono i propri lettori coscienti di scenari più vasti, che possano essere di ispirazione per il proprio lavoro e la propria ricerca. A breve sarà in libreria un volume che celebra i 50 anni di Abitare: guardando tutti gli articoli selezionati, emerge questa forma di eclettismo colto, che non rinchiude l'architettura all'interno di interessi e di linguaggi chiudi e definiti. Se si seguono i post del sito, credo che emerga la mescolanza di temi e interessi, alcuni, forse mainstream, altri di nicchia, alcune scoperte, alcune esplorazioni curiose, alcuni rimandi ad altri siti, altri testi scritti espressamente per noi. Insomma il sito è il riflesso della comunità ampia che sostiene Abitare. E inoltre permette che sia il pubblico a costruirsi un proprio "menu", evitando un'imposizione autoritaria da parte nostra.


A che serve un blog per un architetto?

La domanda di per sé non ha molto senso. Sarebbe come dire "a cosa serve un software per un architetto?". Dipende da quale blog, dipende da quale architetto. In termini molto generali, generalissimi, diciamo che se un blog fornisce informazione, a un architetto fa bene riceverne per arricchirsi (ma come un libro, un film, un viaggio, una conversazione).

Le riviste d’architettura appaiano cronicamente incapaci di dibattere tra loro e d’influire nelle scelte politiche in corso.

Limitandosi a registrare - rispettosamente - i grossi eventi.

Tralasciando argomenti poco glamour come:
  • ricostruzione di città o territorio distrutti da eventi ‘fisiologici’ naturali; 
  • ricostruzione di città e territorio quasi distrutti dal ‘popolo del cemento’ in poco meno di sessant’anni; 
  • piano casa; revisione della legge Merloni ovvero i concorsi; 
  • riforma universitaria; 
  • l’uso politico dell’architettura; 
  • costruzione dell’opera più imponente d’Europa: il ponte di Messina; 
  • la costruzione di una miriade di ‘centri commerciali nelle campagne infrastrutturate; la squalifica ‘professionale’ della figura dell’architetto; 
  • l’emigrazione degli architetti italiani (da non confondere con i talenti).
A che cosa serve una rivista d’architettura? 

Mi sembra una lista estremamente "italiana" nei suoi temi e nei suoi accenti. Ora le riviste italiane, tali non sono dalla fine del secondo dopoguerra. Si tratta di riviste internazionali pubblicate in Italia (da quando c'erano Ponti e Rogers). Per cui occuparsi dei dieci temi in basso non avrebbe senso, perché tradirebbe le aspettative e necessità di un pubblico che sta, anche, oltre i limiti nazionali. Questo ruolo, legato anche alla scelta della lingua, però mi pare che sia assolto e molto bene dal Giornale dell'Architettura, che invece si occupa con frequenza dei temi che suggerisci.

Alcuni punti poi potrebbero avere declinazioni più "universali":
1, se si considera lo Tsunami, Katrina o il Cile;
5, se si tenta di capire come si insegna l'architettura a Londra, a Los Angeles, a Zurigo,
6, se si guarda al caso di Medellin in Colombia, per esempio.

Alcune questioni mi sembrano invece molto nostrane. Da qui l'esortazione, sempre valida, di Alberto Arbasino: «Bisogna andare in gita a Chiasso e scuotersi di dosso il provincialismo nostrano».
Anche perché, spesso ho la sensazione che solo ci si lamenti e molto poco si agisca.
A cosa servono le riviste?

A costruire un dibattito tematico, presentando progetti e idee a un pubblico, o meglio a una comunità. A far avanzare anche se di un millimetro la conoscenza e l'informazione. Pare poco, ma è già moltissimo.


Raccolgo l’invito e ritorniamo dalla gita a Chiasso.
Che cosa sta proponendo l’architettura italiana nel dibattito internazionale?

La nozione di architettura italiana è di per sé vuota. C'è stata una fase di elaborazione relativa alla città, alla storia e alla teoria, che ha avuto un forte impatto alla fine degli anni '70, il cui influsso è durato sino alla fine degli anni '80.
Da allora l'idea stessa di un attributo nazionale dell'architettura è una categoria operativa discutibile.
Rem Koolhaas è olandese nelle sue espressioni?
E Steven Holl?
Al massimo si può riconoscere un’italianità rispetto a questioni di stile, linguaggio e gusto. Ma rispetto all'elaborazione di temi di valore internazionale non c'è nulla. Il che è curioso, dato che in altre discipline l'apporto continua a essere importante come la danza, la musica o la riflessione politica. 

La riflessione politica?

Penso a tutti i pensatori politici, o meglio della filosofia politica attuali: Paolo Virno, Maurizio Lazzarato, Christian Marazzi (in realtà ticinese), Antonio Negri, Matteo Pasquinelli a Uninomade. Molti di questi, in effetti sono all'estero. In ogni caso, le riletture critiche e le attualizzazione delle teorie del marxismo prodotte in Italia continuano ad avere una risonanza internazionale.

Allora, se ci permetti, urge una gita a Chiasso.
Come guida utilizziamo il resoconto di Gianfranco Bombaci2 a proposito del recente incontro promosso dall'Istituto Svizzero dal titolo: What Ever Happened to Italian Architecture?3
«Reto Geiser, ha dato inizio alla prima giornata, dedicata al Passato, con una sua introduzione, il cui assunto di base è inconfutabile: nel secolo scorso, figure individuali come Rossi, Gregotti e Tafuri, o gruppi come Archizoom e Superstudio, hanno costruito una cultura dell'architettura, in Italia, capace di assumere una posizione di rilievo all'interno del dibattito internazionale. In seguito, il tramonto di manifesti e visioni ha gradualmente fatto uscire di scena l'architettura italiana, messa in disparte da forze commerciali e speculative.»
Per essere più chiari aggiungo una riflessione POP del vostro amato Fabio Novembre:
«Diciamocelo: i grandi maestri erano un gruppo di frustrati di successo. Erano tutti laureati in architettura, ma erano impossibilitati a costruire perché nel secondo dopoguerra i costruttori erano già degli speculatori.»4
Prima foto ricordo | Sul paesaggio speculativo del secondo dopoguerra. 

Direi che se un'architettura "nazionale", ossia che sia il prodotto di una cultura specifica ha successo e diffusione mondiale, di solito non si deve alla qualità dei progetti e delle realizzazioni, ma soprattutto alla capacità di stimolare ragionamenti, pensieri, quindi lo sviluppo di concetti, spesso separati e distanti dagli aspetti estetici. Per esempio l'eco ancora forte del pensiero di Robert Venturi e Denise Scott-Brown si deve ai loro scritti, piuttosto che ai loro lavori. Lo stesso si potrebbe dire di Rem Koolhaas e di molti altri.

In questo senso dalla fine della seconda guerra mondiale, sino alla fine degli anni '70, l'Italia ha ospitato una produzione concettuale impressionate per temi, accenti, interessi e non necessariamente caratterizzata da architetture particolarmente eccitanti. Il caso della Torre Velasca, per esempio, mi pare sintomatico. Un edificio di ottima qualità, ma comunque non eccelso, che diventa importante per i temi che tocca, più che per la propria forma (basta pensare al dibattito che scatena, con Reyner Banham nel 1960 che lo prende a esempio della "ritirata" italiana dall'architettura moderna). Per cui, figure diverse, posizioni spesso opposte (Giancarlo De Carlo e Aldo Rossi, per esempio) e traiettorie prevalentemente concettuali e astratte hanno rappresentato un perno culturale costante a livello internazionale. Direi che non è solo l'architettura italiana a essere uscita di scena, ma qualsiasi forma di pensiero sull'architettura, non solo da noi ma ovunque. Quindi la lamentazione sull'architettura italiana, nasconde in realtà una nostalgia per una densità che appare irrimediabilmente esaurita. Inoltre, il problema, forse, è che la ricchezza culturale dell'architettura italiana è anche stata un peso, impedendo lo sviluppo di una architettura meno "pensata" ma eseguita correttamente (non è un caso che tutti i maestri modernisti minori, che so un Luigi Carlo Daneri a Genova, un Giuseppe Vaccaro a Bologna, un Luigi Cosenza a Napoli o Mario Asnago e Claudio Vender a Milano non siano più stati materia di studio nelle facoltà di architettura per lungo tempo). Adesso ci troviamo, tutti, senza discorso profondo sull'architettura.
In Italia, inoltre, senza architetture interessanti, o anche solo alla moda. Perlomeno altrove (penso in Spagna, in Cile, in Croazia, in Belgio, in Corea, in Giappone), ci si può consolare sfogliando le riviste d'architettura e visitando le opere inaugurate di recente.

Sulla frustrazione degli architetti italiani del secondo dopoguerra, direi che la frase è solo una semplificazione buona per una conversazione dopo cena, dove bisogna aver sempre la battuta di spirito pronta.
«Fabrizio Gallanti ha riportato la discussione sul tema politico e su come il legame tra architettura, urbanistica e governo del territorio sia una peculiarità tutta italiana.»5
Sacco di Palermo | Costruito tra il 1950-1970
Appartamento in Via Libertà [non è uno scherzo toponomastico] 4 vani, 120 mq al 7° piano € 400.000 

Milano 2 | Costruito tra il 1970-1980
Appartamento 3 vani, 126 mq, al 1° piano, € 590.000 

Quartiere Caltagirone (Ponte di Nova-Roma) | Inizio costruzione 2004
Appartamento Via Cannaroli, 4 vani, 100 mq, al 2° piano, € 240.00
L’agenzia immobiliare inizia la promozione in questo modo:
«ALCUNI CENNI SUL LUOGO: Il 31 marzo 2007 è stato inaugurato uno tra i più grandi centri commerciali retail d'Europa, denominato "Roma Est".»
Seconda foto ricordo | Sulla politica e l'urbanistica. 

Capire la situazione attuale dell'architettura in Italia è forse più facile se si considerano alcuni dati numerici nella loro brutale nudità. Il primo è il numero di architetti iscritti agli ordini professionali, valutati intorno ai 130.000 (peraltro non ci sono, nel caos che contraddistingue il nostro paese, informazioni ufficiali - o meglio, nessuno si è mai preoccupato di raccoglierle). Gli altri dati, impressionanti, sono quelli raccolti da Giovanni Caudo, professore a Roma Tre, sul mercato immobiliare italiano.
Ora: negli ultimi dieci anni, il volume delle transazioni di immobili residenziali è passato da una media di 410.00 acquisti nel decennio precedente a circa 700.000 nell'ultimo (includendo la flessione degli ultimi due anni, dopo la crisi del 2008). Inoltre la media di grandezza degli studi professionali italiani e' di circa 1,2 addetti (compreso il titolare) per studio.

Cosa possono voler dire questi dati?

Innanzitutto che la tendenza all'acquisto della casa, non solo come prima casa ma anche come investimento, ha depotenziato la domanda di progettazione per edilizia sociale e collettiva. Secondariamente, e a fronte di una evasione fiscale endemica, i dati indicano che la maggior parte del prodotto interno lordo e' reinvestita nell'edilizia privata, non solo nella vendita e acquisto ma anche nelle successive operazioni di trasformazione, che consistono spesso in ampliamenti e ristrutturazioni. Il che quindi implica una atomizzazione dei soggetti 'progettisti' che riescono a sopravvivere al di sopra di una linea di galleggiamento risibile, con piccoli progetti di intervento interno, pratiche comunali, arredamento. La mitologia della 'casa' (non a caso sempre presente nelle ultime vicende politiche nazionali - Balducci e le tende da concordare con i fornitori, la casa di Montecarlo di Fini, le ville di Berlusconi, i mutui estinti per i deputati che cambiano di maggioranza) è complementare al sostanziale disinteresse per lo spazio e le infrastrutture collettive (per le quali, tra l'altro non ci sono i soldi). Tale disinteresse determina quindi una domanda di architettura asfittica.

La lamentela riferita all'assenza di concorsi in Italia, punta alla conseguenza del fatto che da decenni il settore pubblico non realizza opere pubbliche con costanza e con una massa considerevole: musei, scuole, asili, ospedali, caserme, piazze. Comparato con Francia, Germania, Spagna, il livello di interventi è ridicolo: basta varcare la soglia di una scuola elementare, probabilmente in un edificio dell'800 per disperarsi. È abbastanza ovvio che quando ci siano dei concorsi (riservati alle opere simbolicamente più importanti), questi siano spesso vinti da architetti stranieri, perché più esperti e allenati (e perché offrono poi maggiori garanzie di successiva realizzazione - lo studio italiano con dieci persone e i software piratati non promette nulla di buono). È abbastanza ovvio che sempre meno frequentemente gli studi italiani partecipino e vincano i concorsi all'estero (mentre agli italiani che si sono spostati in altri paesi, le cose non vanno male, anzi).
Io penso che una moratoria delle facoltà di architettura per 5 anni, sarebbe ottima. Non si accettano studenti e non si laurea nessuno. Al massimo si fa un’iperscuola di eccellenza, nazionale, con 100 studenti all'anno e i migliori docenti in circolazione. Una Normale di Pisa dell'architettura. Forse la Bocconi o la Luiss potrebbero provarci. Chiudere le facoltà permetterebbe che il mercato assorba l'eccesso di laureati e darebbe il tempo di ripensare l'insegnamento dell'architettura, lasciando che buona parte dell'attuale personale docente attuale andasse in pensione, eventualmente garantendo una qualche forma di rinnovamento. Peraltro, i modi di selezione dei futuri docenti non lasciano intravedere nulla di positivo all'orizzonte, trattandosi di tentativi di incorporare chi già c'è più o meno interno al sistema, i vari precari, ricercatori e contrattisti (spesso figli e parenti, purtroppo, di altri ordinari e associati). Ora questa visione del precariato universitario è curiosa: si tratta di un senso di colpa, molto cattolico, dove siccome qualcuno ha sofferto in passato, deve ottenere un risarcimento. Ma non ci sono evidenze che i ricercatori e i contrattisti sarebbero di per sé degli ottimi docenti. A me piacerebbe un sistema come negli Stati Uniti dove tutti i docenti siano a contratto, con rinnovi legati ai risultati. Però pagati molto bene, non le noccioline attuali, che sono svilenti per tutti (in alcune facoltà i contrattisti insegnano gratis, cinica l'istituzione e farabutti loro).

Forse, ripetere l'esame di stato ogni cinque anni sarebbe un'ottima idea. In molti paesi per rimanere iscritti agli ordini, i professionisti devono continuare a formarsi, accumulando crediti (partecipando a seminari, simposi, corsi di aggiornamento). Un sistema di questo tipo, eliminerebbe i rami secchi, attiverebbe una domanda di educazione che potrebbe ravvivare le facoltà, mettendo gomito a gomito generazioni diverse. Inietterebbe un po' di linfa in uno scenario morto. Si potrebbero tentare diverse cose. Ma la mia sensazione è che abbia ragione Mourinho: «l'Italia è come il Portogallo, tutti parlano dei problemi e nessuno fa nulla per risolverli». 
«Eppure, come giovane architetto attivo sul campo, non riesco a identificarmi in questo scenario. Non riconoscendomi in ideologie pregresse e ormai passate, penso di avere il diritto, e forse anche il dovere, di studiare, con onestà intellettuale, ed elaborare la storia, la tradizione e la produzione teorica della nostra cultura, da Rossi a Tafuri, da Branzi a Gregotti, senza per questo dover essere accusato di essere reazionario o neoconservatore. Qualcuno, a suo tempo e per sue ragioni, ha "ucciso i padri" della nostra generazione senza preoccuparsi di crescerne i figli, i quali, da autodidatta, si sono fatti le ossa in un mondo che è cambiato molto rapidamente ed è diventato globale. L'Italia ospita in questo momento numerose realtà professionali capaci di confrontarsi pienamente con il contesto internazionale, attraverso progetti, iniziative editoriali ed esposizioni. Questa condizione, però, si esaurirà presto, dato che giovani progettisti trentacinquenni europei cominciano a realizzare progetti importanti, mentre i nostri restano sulla carta. L'attuale classe dirigente ed intellettuale del Paese deve farsi carico di questa responsabilità, riprendendo un discorso di continuità teorico-critica, culturale e politica capace di interpretare, supportare e indirizzare le nuove generazioni di progettisti. Oppure farsi da parte. Altrimenti non ci resterà che continuare a canticchiare ossessivamente la solita rassicurante filastrocca: "tre elefanti si dondolavano sopra il filo di una ragnatela…» (Gianfranco Bombaci)6 
Terza foto ricordo | Sulla generazione dei padri speculatori 

Mah. I giovani trentacinquenni (mica così giovani, nel mondo uno è giovane a 20-25, non a 35, ma per fortuna l'architettura si pratica sino a tardi, l'esempio di Kahn continua a essere di conforto per tutti noi falliti) in gamba, hanno già cominciato a darsela a gambe, sia letteralmente, aprendo studi all'estero, insegnando, collaborando a progetti interdisciplinari, sia partecipando con costanza a concorsi esteri. Chi continua a lamentarsi di 'classi dirigenti' e si aspetta gesti munifici da parte di altre generazioni si inganna, o forse è complice del sistema. In fondo credo che Padoa Schioppa non fosse così distante dalla verità quando tacciava di pigrizia i ragazzi e le ragazze italiani. Bamboccioni, diceva. Penso che in nessun paese occidentale (non vale neppure la pena di parlare dei paesi emergenti) le famiglie abbiano viziato così tanto i propri figli, sin dalla tenerissima età. Il che li rende incapaci di qualsiasi azione autonoma. Mentre negli USA, per fare un esempio tanto banale quanto evidente, Mark Zuckerberg a 23 anni crea Facebook (o a 28 Andrew Mason che crea Goupon), da noi, uno trova su Repubblica o il Corriere, le lettere dei padri e delle madri (ah, le mamme italiane) che si lamentano o che i loro figli debbano andare a lavorare all’estero – e in quel caso l’autore della missiva era il rettore della Luiss, Pierluigi Celli (!) – o che a trent’anni la loro figliola è ancora precaria. Se uno ci pensa è surreale. In Italia nessuna classe dirigente deve farsi carico e può farsi carico di nulla, lo hanno capito gli studenti che manifestano.
Quando cominceranno a capire che devono anche defenestrare i propri docenti, ricercatori, insomma padri e fratelli maggiori, forse sarà un passo avanti (perché anche questi sono classe dirigente). Come dice Bombaci, qualcuno deve farsi da parte. Ora non vedo da parte dei 35enni e 40enni un movimento corale e unanime e coordinato per generare qualche forma di trasformazione e di transizione. Piuttosto, sono tutti in attesa di spiragli e occasioni, per insinuarsi nelle pieghe dei sistemi in atto. Se guardata con freddezza la situazione attuale appare così complessa, intricata e irrisolvibile che a uno cadono le braccia, e di fatto nei sondaggi e nelle inchieste del Censis, il sentimento prevalente è quello della disillusione.
In generale, e in maniera apocalittica, mi pare che tutto il paese sia in una fase di declino, lento e inesorabile, un’agonia che non finisce mai, un nonno attaccato al respiratore da troppo tempo. Forse solo un vero e proprio crollo potrebbe scuotere qualcosa e imprimere un cambio di costume, di idee, di attitudini. Basta guardare i dati dell'Economist sulla crescita internazionale, ogni settimana, per preoccuparsi. In un mondo che cambia, l'Italia non produce nulla che interessi nessuno, né alte tecnologie, né prodotti a basso prezzo. La nicchia della qualità e del lusso, applicata a prodotti a bassa complessità (formaggi, vestiti e sedie) è costantemente erosa dallo sviluppo di altre realtà (ogni volta che partono gli imprenditori italiani in Cina o India o Brasile, convinti di invadere i loro mercati, rientrano con le pive nel sacco, perché scoprono che in pochissimo tempo, laggiù, faranno meglio). 

L'architettura non può non soffrire le conseguenze di questa condizione di progressiva irrilevanza. E all'interno il sistema appare in implosione, perché non mi pare che ci siano forti spinte al cambiamento profondo: i singoli e le rappresentazioni collettive, penso all’università e agli ordini professionali, oramai sempre più inutili, stanno tentando di sopravvivere quanto più a lungo, ignorando i problemi e mettendo in campo i peggiori meccanismi clientelari e familistici. Insomma, in questo momento, mi pare che lo scenario sia piuttosto nero.

Dato che prevale una lettura individualista della società (siamo ancora a Guicciardini), a questo punto che ciascuno si salvi per sé, per cui credo che una delle poche soluzioni sia un biglietto di sola andata. 

Grazie per la gita.

24 gennaio 2011
Intersezioni ---> MONDOBLOG
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Note:
1 Tullio De Mauro (a cura di F. Erbani), La cultura degli italiani, Laterza, 2010.
2 Gianfranco Bombaci, What ever happened to Italian architecture?, DomusWeb, 10 novembre 2010. Link
3 Svoltosi a Roma il 15-16 ottobre 2010. Link
4 Intervista a Fabio Novembre, Klat, n.4, autunno 2010. Link
5 Gianfranco Bombaci, op. cit.
6 Gianfranco Bombaci, op. cit.

Abitare è online dal 1996.
Versione attuale, a cavallo tra blog e portale (gestita da Wordpress): 3 dicembre 2008
Layout: Mario Piazza + Gergely Agoston (AAP)
Progetto editoriale: Matteo Poli con Valentina Ciuffi
Software dedicato: Gergely Agoston (AAP)
Redazione: Fabrizio Gallanti, Valentina Ciuffi, Francesco Franci
Primo post: Valentina Ciuffi , MVRDV a Gwanggyo, 04 dicembre 2008 alle 18:15
Primo commento: (15 dicembre 2008)
«se ci manca un progetto culturale chiaro e di alto profilo, se ci manca la condivisione esplicita di un approccio verso l’architettura; se -soprattutto- ci manca il tempo per elaborare una proposta convincente, perché presentarsi insieme alla prossima incombente Biennale? Credo, in tutta sincerità che essere architetti/italiani/di mezza età, non sia sufficiente a costituire una coalizione significativa nella comunità internazionale”…(Stefano Boeri, 10 luglio 2002)
Così Boeri affermava nella lettera inviata a Sudjic e all’Aid’a, l’associazione fondata da Casamonti, in merito all’invito, da parte di quest’ultima, a partecipare all’iniziativa Lonely Living alla Biennale di Venezia del 2002. Come dire che il problema non è solo etico ma anche culturale. Casamonti in questi anni ha orientato il mercato dell’architettura, attraverso le sue riviste, oggi del Gruppo Il Sole 24 ore, e attraverso il suo network di lobby e appoggi che è stato trasversale e ha coinvolto gran parte dei direttori delle riviste di architettura, dei professori e dei presidi delle facoltà. Bene il tema proposto da Mirti, ma non è vero che non sia stato trattato da nessuno, vedi Espresso (nel caso fiorentino) e Gomorra nell’intreccio affari-politica-architettura nei numeri sul G.R.A e su Roma. Non si tratta solo del rapporto tra pubblico-privato dobbiamo considerare la continua assenza di un progetto politico di città, dove i politici si appiattiscono sempre più sulle logiche del mercato e del consumo.
ciao, emanuele» (Emanuele Piccardo)

21 gennaio 2011

0037 [MONDOBLOG] L'attrezzatura + NIBA

di Salvatore D'Agostino

Rossella Ferorelli laureanda ingegner-architetto blogger ubiqua Il nido e la tela di ragno e I caratteri del disturbo cronico il 15 gennaio, su facebook (ricordate la bacheca Web ad uso e consumo degli studenti del college?), ha creato il gruppo NIBA | Network Italiano dei Blog di Architettura.
In poche ore una girandola di inviti incrociati ha permesso d'iniziare un dialogo sulle pagine Web dedicate all’architettura.
Si deve ad Alessandro Rocca la migliore definizione di NIBA: «network nel network».
Ovvero la blogosfera architettonica osservata dalla 'facesfera' architettonica (perdonate il neologismo ma facebooksfera o booksfera, per via del book, mi sembrava un po’ blasfemo).

Più volte Wilfing Architettura (Febbraio 2009 - Marzo 2009 - Aprile 2009 - Maggio 2009 - Gennaio 2010 - Febbraio 2010 - Aprile 2010 - Giugno 2010 - Ottobre 2010, tutta l'inchiesta dedicata ai blogger architetti Oltre il senso del luogo e l'intersezione MONDOBLOG) ha parlato del ruolo marginale, per non dire irrilevante, della blogosfera 'architettonica' italiana. Inesistente a livello internazionale.

Vorrei chiarire due aspetti, forse un po' controversi, 'Web log e Blog':

«Lo schema di una piattaforma base per blogging - osserva Giuseppe Granieri1 - potrebbe ridursi ad un modulo per l'inserimento dei testi in un database e ad un modulo di output che li estrae e li visualizza in una pagina web, con l'ultimo testo inserito collocato in alto e gli altri a seguire verso il basso. Utilizzando un sistema simile, per pubblicare qualcosa sul Web non è necessaria nessuna competenza tecnica, se non quella di elaborare testi al computer. Se guardiamo all'organizzazione dei contenuti, caratterizzata appunto dall'annotazione più recente in alto, secondo alcuni il primo weblog [...] fu anche il primo sito web in assoluto, ovvero la pagina costruita da Tim Berners-Lee sui server del CERN (Comité Européen pour la Recherche Nucléaire).»
Web log (contratto successivamente in blog per approfondire qui) indica un sito web autogestito - personale o collettivo, con o senza redazione - dove vengono pubblicati in tempo reale storie, informazioni, notizie, opinioni o note visualizzate in ordine cronologico inverso. Non necessariamente i web log sono aperti ai commenti.
 

Wilfing Architettura dal 2008 studia la rete prendendo spunto dalle tesi sulla cultura convergente di Henry Jenkins.
«Per me, invece, - afferma Jenkins - la questione importante non è ciò che la tecnologia sta facendo a noi, ma ciò che stiamo facendo noi con la tecnologia».
WA, nel ricostruire la storia dei vent'anni di scritture Web in Italia, non ha trascurato gli articoli apparsi sui Web Log che dal 2003 (circa) s'incrociano con la sua contrazione Blog. Ad esempio il blog involontario di Francesco Tentori aperto nel 2000 ed oggi non più visibile (leggi qui).

A seguire vi propongo la seconda lezione, 'L'attrezzatura' del Corso di blog affidato dalla rivista Abitare a Geoff Manaugh autore del blog bldgblog.

Riporto un passaggio:
«Quando questo articolo sarà vecchio solo di qualche mese – lasciamo perdere gli anni – molte delle cose dette potranno sembrare terribilmente datate. Ma questa è la natura del blogging, dove qualsiasi cosa scritta più di due anni fa è antica come i Rotoli del Mar Morto».
Il prossimo MONDOBLOG ospiterà un colloquio con Fabrizio Gallanti vicedirettore della rivista Abitare, nonché curatore delle pagine on-line. Parleremo di blog e Chiasso.


di Geoff Manaugh*


Leggi le altre puntate del Corso di blog: La storiaI contenutiPer chi si scrive? e Il futuro

English translation

Nella prima puntata di questa rubrica ci siamo soffermati su cosa significhi bloggare sull’architettura e ambiente edificato, sugli spazi che gli esseri umani abitano e costruiscono
per se stessi. Il blogging, tuttavia, deve essere collocato non nell’ambito della teoria architettonica, al quale non appartiene, ma nella lunga vicenda della scrittura e dell’autopubblicazione, una tradizione visionaria che include figure come Martin Lutero, William Blake, fino a Walt Whitman e Woody Guthrie.

Questo mese ci soffermeremo su un aspetto più prosaico: la dotazione necessaria per creare un blog e per mantenerlo in vita. Si tratta, in primo luogo, dell’infrastruttura personale del blogger, dal computer all’accesso a Internet, dal software antispam al server che svolge funzione di host. Cercheremo anche di fornire una guida astratta allo shopping per tutti coloro che vogliono lanciarsi nell’esperienza del blog e una panoramica sulle difficoltà tecniche che comporta il fatto  di essere un blogger. Questa forma di scrittura, infatti, si scontra con alcuni limiti, alcuni dei quali talmente seri da non poter essere sottovalutati.

Alla base di ogni blog, si collocano due componenti chiave:un computer (che sia un desktop, un laptop o un palm) e un accesso a Internet. Dopo vengono le diverse applicazioni per il blog: negli Stati Uniti abbiamo servizi come Blogger e Wordpress, ma anche Moveable Type, Cargo, Tumblr, Typepad, Posterous ecc.

È importante sottolineare che quasi tutti i servizi di blogging sono gratuiti e che un blog può essere attivato in poco più di una mezz’ora. A questo punto, potete chiudere la rivista e iniziare con il vostro blog, e la cosa vi costerà molto meno di quanto avete speso per leggere questo articolo.
Ma ci sono anche altri costi, che sfuggono a una prima osservazione, e alcuni inconvenienti. Senza accesso a Internet è impossibile bloggare. Ciò può avere l’effetto paradossale di rendere difficili gli spostamenti. Il blog promette un’infinita mobilità – una pubblicazione senza limiti, non basata su uno specifico indirizzo – ma se l’hotel in cui alloggiate, il treno su cui viaggiate, l’aeroporto in cui sostate o l’amico che vi ospita non sono coperti dal WiFi, siete nei guai. È poi necessario predisporre un back up dei propri contenuti. Utilizzare un servizio gratuito significa spesso collocare i propri scritti – anni e anni di lavoro – su server collocati non si sa dove, in un remoto deposito posseduto da Google.
Mettiamola in un altro modo: esistono ancora un certo numero di problematiche irrisolte riguardo il mantenimento degli archivi personali nell’era dell’informazione digitale.
Il blogger prudente, quindi, non mancherà di conservare in un luogo sicuro le copie del suo lavoro.

Per bloggare è anche necessario l’accesso a un computer. Non è obbligatorio avere un proprio computer. Dopotutto, si può usare quello di qualcun’altro o andare in un Internet cafè (uno spazio sociale sempre più difficile da reperire nelle città statunitensi).
Detto ciò, in ogni modo si ha bisogno di un computer.
Per quanto mi riguarda, già prima della diffusione dei blog avevo una particolare attrazione per la scrittura a causa della sua “portabilità”, in quanto era qualcosa che potevo fare pressoché dappertutto e a basso costo. Molti miei amici avvertivano la necessità di portarsi sempre dietro la chitarra acustica o la macchina fotografica (con tanto di costose pellicole e lenti). A me, invece, bastava una biro e qualche foglio bianco.

Una o due tazze di caffè ed ero pronto a muovermi. Il blogging sconta un notevole cambiamento rispetto a quel tipo di situazione, dal momento che necessita di un apparato infrastrutturale decisamente superiore a quello a cui gli occasionali scrittori del passato avrebbero potuto pensare, per non parlare del maggior tempo da trascorrere davanti allo schermo e in luoghi chiusi.
Detto ciò, è necessario precisare che esistono vari strumenti che possono risultare utili a ogni aspirante blogger. Twitter è più che uno strumento per informare in tempo reale su che cosa state mangiando a pranzo. Può rappresentare un fantastico e straordinariamente veloce mezzo per condividere link e dare inizio a discussioni. Si può utilizzare deliciuous.com per salvare link rendendoli disponibili per reti di amici o colleghi; si possono salvare immagini su flickr.com e reindirizzarle in maniera semplice al proprio blog; si può co-postare su Facebook ecc. Quando questo articolo sarà vecchio solo di qualche mese – lasciamo perdere gli anni – molte delle cose dette potranno sembrare terribilmente datate. Ma questa è la natura del blogging, dove qualsiasi cosa scritta più di due anni fa è antica come i Rotoli del Mar Morto. L’ultimo punto da sottolineare riguarda il fatto che il blogging dipende da infrastrutture digitali, dai computer agli accessi a Internet, fino alle reti globali di satelliti e cavi sottomarini che rendono la vita online possibile. Tali reti tecnologiche, di cui sorprende la densità, dal punto di vista storico non rappresentano certo una novità; l’innegabile dipendenza del blogging da sistemi industriali decisamente più grandi di esso non deve rappresentare un moto di critica verso l’essenza della scrittura online. In fin dei conti, anche la biro e la Moleskine implicavano l’esistenza di fabbriche di materie plastiche, di industrie chimiche che producono l’inchiostro, di cartiere, di trasporti, di accordi per l’import-export, di carburanti per aerei a prezzi calmierati e molto altro.

Si tratta di un’elencazione che coincide con quella che consideriamo modernità. Evidenziare il labirinto di oggetti che si cela dietro la scena del blogging è fondamentale in quanto permette di divenire consapevoli di come esso possa essere utilizzato non solo per l’e-commerce, la guerra informatica e il downloading del porno, ma anche per condividere idee, per ospitare conversazioni, per diffondere presso una platea più ampia di quella del circuito degli amici stretti i propri pensieri, le proprie letture, i propri punti di vista. Il blogging rappresenta un’opportunità senza precedenti per diventare qualcosa di più di un consumatore di riviste o di opinioni altrui.
Offre la possibilità di partecipare alla produzione del settore culturale a un livello inimmaginabile solo una generazione fa.
Un individuo, non specializzato nel tema intorno a cui costruisce il suo blog, in pochi anni può assurgere al rango di quasi-esperto.

Dare vita a un blog, quindi, può rappresentare un investimento sul futuro più redditizio dell’impegno nella stesura di una tesi di dottorato (che per molti miei colleghi negli Stati Uniti ha rappresentato un binario morto).
Come avevamo visto nel precedente articolo, la flessibilità dei punti di riferimento – e la libertà dai vincoli disciplinari – rende il blogging una forma potente in grado di promuovere una profonda revisione delle regole del gioco.
A perdere il loro status di custodi del tempio intellettuali sono non solo i redattori di riviste e libri, ma anche le università, i think tank, le aziende di consulenza ecc. Se la possibilità di rivoltare il mondo della cultura richiede l’apprendimento dei rudimenti dell’HTML e la connessione alla banda larga, allora si tratta di un prezzo da pagare assurdamente basso.

21 gennaio 2011
Intersezioni ---> MONDOBLOG
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Note:
1 Giuseppe Granieri, Blog generation, Laterza, Roma-Bari, 2005, pp. 25-26.
* Pubblicazione autorizzata da Abitare
Geoff Manaugh, Blogging 101 - Equipaggio, Abitare n. 508, dicembre 2010, pp. 151-153

Equipment | Blogging 101 | Geoff Manaugh


In the opening installment of this series, we looked at what it means to blog about architecture and the built environment – about the spaces human beings inhabit and construct for themselves. We put blogging not in the context of architectural theory, however, where it doesn’t belong, but in a long history of writing and self-publishing – a visionary legacy that includes figures from Martin Luther and William Blake to Walt Whitman and Woody Guthrie.
This month, we will instead look at something much more mundane: the equipment needed to start and maintain a blog.


This is thus the personal infrastructure of blogging, from a computer to Internet access, from spam-blocking software to an online host. This is both an abstract shopping guide for anyone who wants to start a blog and a broad look at the technical shortcomings of being a blogger. After all, there are many limitations to this form of writing, some of which are quite serious and should not be overlooked

At the very beginning of any blog, then, are two key things: a computer of some sort –desktop, laptop, handheld – and Internet access. After those come blogging applications of any sort: popular services in the United States include Blogger and Wordpress, but also Moveable Type, Cargo, Tumblr, Typepad, Posterous, and so on.
It’s important to emphasize that almost all blogging services are free, and a blog often takes no more than 30 minutes to set-up.
You could thus put this magazine down right now and start your own blog, for infinitely less money than you paid to read this article.
But there are hidden costs – and many inconveniences. Without Internet access, you literally cannot blog at all. This can have the ironic effect of making travel quite difficult.
Blogs might promise infinite mobility – a publication without bounds, based at no particular address – but if your hotel, train, airport, or even friend’s apartment doesn’t have WiFi, you’re left in a bit of a hole. You also need to back-up your content; using a free service often means that you are hosting all of your writing – years and years of work – on servers based somewhere far away in a warehouse owned by Google.
Put another way: there are still many unsolved questions about what it means to maintain a personal archive in an era of digital information, and the cautious blogger would do well to hold on to copies of his or her work.

Further, to blog you need access to a computer. You don’t necessarily need to own a computer – after all, you can use someone else’s or go to an Internet café (a social space increasingly difficult to find in U.S. cities), but you need a computer nonetheless.
For my own part, before blogging existed, I was attracted to the very idea of writing precisely because of its portability: it was something I could do almost anywhere, and incredibly cheaply. Many of my best friends needed to haul acoustic guitars around with them or pack expensive cameras – and film and extra lenses – but all I needed was a Biro and some blank paper.
Throw in a cup of coffee or two and I was good to go. Blogging is a very noticeable change from that circumstance, requiring far more infrastructure than many casual writers would once have dreamed – not to mention more time sitting in front of a screen, and more time staying indoors.

Beyond this, though, are many subsidiary tools that will also prove useful to any aspiring blogger. Twitter is more than just an ongoing report of what you ate for lunch; it is a fantastic, and extraordinarily fast, way to share links and start discussions. You can use delicious.com to save links in public, amongst networks of friends or colleagues; you can save images on flickr.com for easy reposting on your own blog; you can co-post things on Facebook etc. etc.
By the time this article is only a few months old – let alone years – much of this will sound embarrassingly dated.
But thus is the nature of blogging, where anything written more than two years ago is as ancient as the Dead Sea Scrolls.
The important points to end with are that blogging requires digital infrastructure, from computers and Internet access to the globe-spanning networks of satellites and undersea cables that make all of online life possible. These technical constellations are stunning in their density, but they are not, as such, historically new; blogging’s undeniable dependence on industrial systems far larger than it should not be held against the very idea of writing online.
After all, Biros and Moleskine notebooks also required plastics factories, complex ink chemistries, paper mills, logging machinery, international import/export agreements, subsidized jet fuel, and much more. Such a list would, in fact, be coextensive with everything we now consider modernity.
What is more interesting about noticing the labyrinth of objects that lurk behind the scenes of blogging is how these can be used not for e-commerce or for Internet warfare or for downloading porn, but for spreading ideas, hosting conversations, and telling more people than just your closest circle of friends about the things you are thinking, reading, viewing, and more. Blogging represents an historically unprecedented opportunity to become more than just a consumer of other people’s opinions and reviews; you can participate in the production of the cultural sector to a degree that would have seemed unimaginable less than a generation ago.

One person, untrained in their chosen topic of blogging, can rise to a position of near-expertise in mere years; to start a blog can often be, I would argue, a better investment in your own future than to start writing a thesis in a Ph.D. program (the latter option being something of a tragic dead-end for many of my colleagues in the United States today). As we saw in the previous article, the flexibility of reference – and the freedom from disciplinary constraints – makes blogging an extraordinarily powerful form of disruption.
It is not just magazines and book publishers who have lost their status as intellectual gatekeepers, it is universities, thinktanks, consulting firms, and more. If turning the entire cultural world upside-down requires you to learn some very basic HTML and to remain tethered to broadband access, it seems like an absurdly small price to pay.

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* Publication authorized by Abitare

Geoff Manaugh, Blogging 101 - Equipment, Abitare n. 508, december 2010, pp. 151-153