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26 novembre 2010

0047 [SPECULAZIONE] Il mondo di Madelon Vriesendorp



“Gli altri creano per mancanza di potere. 
Io non ho bisogno di un’opera: vivo” 
Albert Camus, Caligola

   Il mondo dell’arte esoterica di Madelon Vriesendorp è stato per troppi anni congelato e schiacciato dalla sovra-esposizione delle sproporzionate fortune del think tank OMA, creato insieme all'ex super-marito. “Il mio nome è Koolhaas, Rem Koolhaas”, sembra ripetere in ogni inquadratura l’architetto più influente del pianeta: e, leggendo attentamente questo bellissimo e complesso libro, si comprendono molte delle modalità che hanno formato OMA, contenitore di tutte le ansie, le perversioni, le contraddizioni intime e infine le inanità dell’architettura dell’ultimo quarto del ventesimo secolo. Si comprende molto altro. Maddie è “una quasi sconosciuta artista geniale”, olandese, che non ha creduto nella scossa tellurica e nella “bellezza terrificante” del progetto mediatico della costituenda colonia interstellare delle archistar.



   È ‘solo’ un’artista-designer-artigiana, collezionista compulsiva, che ha costruito involontariamente gli archetipi del processo mentale del marito, senza farsene una colpa e senza rivendicarne i meriti. È significativo che il suo lavoro, pur strutturatosi in quattro decenni, sia legato soprattutto a un episodio: l’illustrazione, sia pure di un libro epocale come Delirious New York. Infatti l’acquerello Flagrant Délit, del 1975, ne diventa la copertina e la metonimia: nessuno all’epoca può immaginare che, dietro l’organico delirio dell’autore, ci possa essere l’impronta ispiratrice dell’artista. Il disegno è stato usato da OMA (e non commissionato come erroneamente si pensa) a dimostrazione dell’autonomia e dell’originalità del percorso della Vriesendorp: peraltro, lei stessa racconta che il saggio è stato ultimato a New York(of course!), alla sua presenza, discreta. Su questo ‘delitto’ concettuale, e su altri, torneremo.




   Madelon Vriesendorp: l’onnivora collezionista di oggettini, cartoline e collegamenti linguistici che tanta (e troppa) importanza avranno nello sviluppo culturale dello studio da lei co-fondato nel 1975 a New York, insieme ai coniugi Elia e Zoe Zenghelis, disegna, dipinge, assembla e compone ready-made ma soprattutto attende...
I primi disegni di OMA, eseguiti da Madelon, saranno esposti, e spesso venduti, in molte gallerie europee e statunitensi, aprendo una strada nuova al disegno d’arte prestato all'architettura: lei diventa l’istinto controllato e trainante del team progettuale, quasi un architetto mancato che ricerca nuove strade nell'espressione, in tavole architettoniche mai viste fino ad allora. Quei disegni saranno contemporaneamente l’incipit e l’eredità del team.

   La mostra all’Architectural Association del 2008, fortemente voluta dal direttore Brett Steele e di cui questo libro è catalogo, ci aiuta a fare il punto su una serie di fenomeni di contaminazione tra arti diverse, che hanno visto nel rapporto tra l’artista e il “convitato di pietra” uno dei punti espressivi più interessanti, anche se poco scandagliati dalla critica militante e militare. Mi riferisco alla reversibilità delle due posizioni operative: l’arte di Madelon, che spiega l’architettura di Rem, e l’architettura di Rem, che cerca nuove strade alternative nell’arte delle avanguardie storiche.
La mostra ci illustra un processo compositivo molto simile al metodo paranoico-critico mediato da molti riferimenti, anche contrastanti – cellule artificiali surgelate nell’opera di MV: Dalí, Balthus, Delvaux, ma anche Frida Kahlo o alcuni disegni di De Chirico, la Pop art, esperienze, influenze culturali, prima che visive, una storia lunga quattro decenni(1967-2007) in sessanta ‘quadri’. Nella parabola artistica si intuisce, forse discontinua, una vivacità intellettuale, una foga concettuale e una necessità di vivere velocemente, di bruciare energia, miscelando, sovrapponendo, schiacciando forme, formule, idee, colori, edifici, architetture e personaggi misteriosi, per ri-costruire da “un mondo quotidiano semplice (il nostro universo ordinario dell’architettura) un pianeta unico, fantastico, inaspettato e, sempre, leggermente delirante”.

   Queste righe possono essere usate anche, se volete, per l’indagine anarco-progettuale e post-paranoico-critica di Rem e di OMA, perché sono la forza di entrambi i processi mentali, la loro originalità, frutto esclusivo di una sapiente serie di citazioni. In questa contraddizione c’è tutta Maddie e c’è tutto l’Office for Metropolitan Architecture, e naturalmente la loro intrinseca fragilità. Nella corposa serie di saggi che accompagnano la mostra, si alternano giudizi lusinghieri sulla capacità di indagine teoretica, una leggerezza analitica, il piacere autoerotico del calembour, il motto di spirito e il gioco di parole, e ovvietà autocelebrative sull’onda di un’apparente semplicità, da cui Madelon rifugge con tutte le sue forze culturali facendo finta di giocare.



   E ‘gioco’ è la parola che più ricorre nelle 278 pagine del libro-catalogo: un gioco solo apparentemente semplice. Ogni passaggio, ogni particolare sembra studiato per sfidarci nel sembrare bruttino, sgraziato, anestetico, ma alla fine affascinante. Questo vale anche per alcune opere che non saranno significative per l’arte contemporanea, ma nascondono qualcosa che le rende uniche in un denso mistero di contenuti profondi, da scoprire: una sovrapposizione di arcane teorie mascherate da piccole ovvietà.
Evocano, rimandano, lanciano la sfida, proprio come il Chrysler e l’Empire State Building, scoperti in flagranza di delitto, après l’amour, da un costernato Rockfeller Center cornificato (ma non sapremo mai da chi).
   Madelon Vriesendorp inserisce nell'architettura dei suoi dipinti l’elemento erotico, una delicata comix-pornografia, e ci costringe a guardare agli edifici come a macchine fisiche, sessuali, capaci di amare, soffrire
e tradire. Il mondo nei dipinti della Vriesendorp è incatenato a molte forme di ossessioni, di catalogazioni, di presagi e di intuizioni. Nei titoli straordinari delle opere c’è già tutto il dramma dell’architettura contemporanea(in generale) e di OMA (in particolare), il suo delirio di senso e la sua inevitabile irrealizzabilità o non necessaria realizzabilità.


   Non sapremo mai se l’idea dei “prigionieri volontari”, delle “piscine/zattere”, delle “città del globo prigioniero”, di “Freud illimitato”, e molto altro ancora, siano momenti realmente autonomi dal pensiero onanista, o ne rappresentino esclusivamente the glamourous side dettato dall’artista.

Conclusioni inappropriate e appropriazioni indebite

   Quello che non ci piace nel percorso culturale, di MV come di RK, è l’evidente necessità di mettere in scena, con arte e in continuazione, la normalità di un’esistenza, e la fatica inutile di rendere straordinario l’ordinario, magari un po’ più veloce. Non ci convince la costruzione mitologica a posteriori di un fenomeno onestamente sopravvalutato (OMA/AMO e tutti i derivati), oberato di citazioni, di contaminazioni prevedibili e di presunte intersezioni nate dal caso (vedi il troppo semplice circolo virtuoso Freud/Dalí/MV), che però rappresentano un impianto teorico elitario e autoreferenziale che, con una certa ingenuità, è stato accostato dalla critica ai grandi movimenti culturali del Novecento. Se Koolhaas è il più influente architetto vivente, Madelon ne è stata la matrice, anzi, direi, la nutrice concettuale; ma il fenomeno possiamo considerarlo concluso da tempo, e alcune imbarazzanti realizzazioni e progetti recenti dimostrano che l’opera di Madelon Vriesendorp ha fatto quello che ha potuto, e fino a quando ha voluto.

   Non ho parlato del saggio di Koolhaas alla fine del catalogo perché non aggiunge e non toglie nulla alla consapevolezza dell’autonomia teorica e concettuale, ma anche stilistica, di Madelon, se non nella spasmodica ma debole ricerca linguistica. Una preoccupante gentilezza e una saggezza definitiva è il titolo della predica che parla a tutti di tutto senza dire nulla, perché si limita a recitare la solita parte della rockstar, imbolsita dal successo e dal denaro, che continua a cantare Yesterday o Sympathy for the Devil, consapevole che la voce e la matita (e la penna) non sono più le stesse.




   Rendiamo, comunque, merito artistico e umano soltanto a questa bella persona che è Madelon Vriesendorp, capace di fabbricare un mito e di sopravvivere alla sua frequentazione senza perdere la freschezza del proprio linguaggio e senza mai farsi condizionare. Refrattaria ai richiami della “fama di riflesso”, è riuscita a mantenere una capacità infantile di guardare e di stupirsi, di costruire mondi fantastici, senza avere la pretesa di diventare l’altro demiurgo della famiglia. Un’artista enigmatica nella sua controllata normalità, con una grandissima voglia di cercare, di sperimentare, di costruire mind games, di imparare, così, tanto per tenere allenato il cervello che, anche nelle archistar è soggetto a repentino invecchiamento.

The World of Madelon Vriesendorp
Paintings/Postcards/Objects/Games
Edited by Shumon Basar & Stephan Trüby
Graphic design by Kasia Korczak. Photography by Sue Barr
Architectural Association, London 2008, 278 pp.

26 novembre 2010
Intersezioni ---> SPECULAZIONE

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Note:
* Articolo pubblicato su Domus n. 941, novembre 2010, titolo "L’osmosi sentimentale e teoretica di una coppia olandese, Madelon e Rem. Sesso e grattacieli: un’arte esoterica", pp. 98-102. Pubblicazione autorizzata dall'autore.

Immagini di Salvatore D'Agostino album flickr 800x200 : 1, 2, 3 e 4

The sentimental and theoretical osmosis of a Dutch couple – Madelon and Rem. Sex and skyscrapers: an esoteric art

by Maurizio De Caro*


“Other people create for lack of power.
I do not need work: I live.”
Albert Camus, Caligula

Madelon Vriesendorp’s world of esoteric art was for too many years frozen and crushed by over-exposure to the disproportionate fortunes of the OMA think tank, created together with her ex-super-husband. “My name is Koolhaas, Rem Koolhaas,” one of the planet’s most influential architects seems to repeat. On carefully reading this beautiful complex book, one understands many of the processes that shaped OMA, a container of all the anxieties, perversions, intimate contradictions and inanities of architecture in the last quarter of the 20th century. A lot more can be understood too. Maddie is “an almost unknown brilliant Dutch artist”, who did not believe in the upheaval and in the “terrifying beauty” of the media project for the newborn interstellar colony of archistars.
She is “just” an artist-designer-craftswoman and compulsive collector who unintentionally built the archetypes of her husband’s mental process, without hanging any blame or claiming the credit. It is significant that her work, though built up in four decades, is linked above all to one episode, one illustration, albeit for an epochal publication like Delirious New York. In fact, the watercolour Flagrant Délit, of 1975, became the book’s cover and its metonymy. No one at the time could have imagined that behind the author’s organic delirium lay perhaps the artist’s inspiring imprint.

The drawing was used by OMA (and not commissioned, as wrongly believed) as a demonstration of Vriesendorp’s autonomy and of the originality of her development. She herself, moreover, recounts that the essay was completed in New York (of course!) in her discreet presence. To this conceptual “crime”, and others, we shall be coming back later.
MV: the omnivorous collector of objects, postcards and linguistic connections that were to have so (too) much importance in the cultural development of the studio she co-founded in 1975 in New York, with Elia and Zoe Zenghelis. She drew, painted, assembled and composed ready-mades, but most of all waited. Madelon’s first drawings for OMA were exhibited and often sold in numerous European and American galleries, paving the way for art drawing lent to architecture. She became the design team’s controlled and guiding instinct, almost a would-be architect looking for new roads into expression with architectural paintings never previously seen. Those images were to be the team’s beginning as well as its legacy. The exhibition of 2008 at the Architectural Association was warmly encouraged by its director Brett Steele. This book – the exhibition catalogue – helps to sum up a number of interconnections between diverse arts. In the relations between the artist and the “Stone Guest”, these interconnections saw one of the most interesting expressive points in their career, though hardly probed by militant and military critics. I refer to the reversibility of their two working positions: Madelon’s art which explains Rem’s architecture, and Rem’s architecture which seeks new alternative ways into the early avant-garde art movements.

The exhibition and the book illustrate a process of composition very similar to the paranoiacally critical method mediated by numerous, even contrasting references, artificial cells frozen in the work of MV: Dalí, Balthus and Delvaux, but also Frida Kahlo or some of the drawings by De Chirico, pop art, cultural rather than visual experiences and influences, a story four decades long (1967-2007) in sixty “pictures”. This artistic parabola hints at a perhaps discontinuous, intellectual liveliness, a conceptual impetus and a necessity to live fast, to burn up energy, by mixing, superimposing and squashing forms, formulas, ideas and colours, buildings, architectures and mysterious characters; to reconstruct from “a simple everyday world (our ordinary universe of architecture), a single, fantastic, unexpected and always slightly delirious planet”. These lines may also be used for the anarchic design and post-paranoiac critical survey of Rem and OMA, because they are forces behind both their mental processes and originality, the exclusive fruit of apt quotations. This contradiction very much embodies both Maddie and the OMA and, naturally, their intrinsic fragility. In the hefty collection of essays accompanying the exhibition, flattering judgements of the capacity for theoretical research alternate with an analytical lightness, the self-erotic pleasures of punning, witticisms and wordplay, and self-celebratory platitudes on the wave of an apparent simplicity – shunned by Madelon with all her cultural strength while pretending to play.

“Play” is the most recurrent word in the 278 pages of the book-catalogue. In a game, only seemingly simple, every passage and every detail seems calculated to defy us by appearing ugly and aesthetically ungainly but ultimately fascinating. This also applies to some works that may not be significant for contemporary art. But they hide something that makes them unique, in a dense mystery of deep contents to be discovered: a superimposition of arcane theories masked by minor platitudes.
They evoke, refer to and pose a challenge, just like the Chrysler and the Empire State, discovered redhanded, après l’amour by a dismayed and cheated Rockefeller Center (though we will never know by whom).
MV adds to the architecture of her paintings an erotic touch, a delicate comic-pornography, compelling us to look at buildings as physical, sexual machines capable of loving, suffering and betraying.
The world in Vriesendorp’s paintings is chained to many forms of obsessions, cataloguings, omens and intuitions. The extraordinary titles of their works in themselves contain the whole drama of contemporary architecture (in general) and of OMA (in particular), its delirium of sense and its inevitable unattainability or not necessary attainability.
We shall never know whether the idea of “voluntary prisoners”, “swimming pool/rafts”, “cities of the prisoner globe”, “Freud unlimited”, and a lot more still, indicated moments that were actually free from onanist thought, or whether they represent only the glamorous side dictated by the artist.

Inappropriate conclusions and undue appropriations

What we don’t like about the cultural journey described, by MV and RK, is the constant and evident necessity to use art to stage the normality of an existence, and the useless effort of rendering the ordinary extraordinary, possibly a little bit quicker.
Unconvincing is the mythological construction – after the event – of a frankly overrated phenomenon (OMA/AMO and all its by-products), weighed down with quotations, foreseeable interconnections and presumed intersections arising from chance (witness the over-simple Freud/Dalí/MV virtuous circle). These, however, represent an elitist and self-referential theoretic basis, which, with a touch of ingenuity, has been likened by the critics to the major 20th-century movements. If Koolhaas is the most influential living architect, Madelon has been his source, indeed his conceptual foster-mother. But the phenomenon must now be considered to have fizzled out quite some time ago. A number of embarrassing recent OMA works and projects show that the work of Madelon Vriesendorp has done what it could, and for as long as she wished to do so.

Koolhaas’s essay at the end of the catalogue receives no mention here, as it adds nothing to our awareness of Madelon’s theoretic, conceptual, and stylistic independence, except in its spasmodic but feeble linguistic research. “A worrying kindness and definitive wisdom” is the title of the sermon that speaks to all about everything, without saying anything. It merely recites the usual role of the rock star wallowing in success and money and still singing Yesterday or Sympathy for the Devil, aware that the voice and the pencil (and pen) are no longer the same.

But we nevertheless accord due artistic and human merit only to the lovely Madelon Vriesendorp, with her capacity to fabricate a myth and to survive living with it, without losing the freshness of her own language or ever letting herself be browbeaten.
Refractory to the calls of a “reflected fame”, she has succeeded in maintaining a childlike capacity to look and to be amazed, to construct fantastic worlds without claiming to become the other demiurge of the family. She is an enigmatic artist in her controlled normality, with a great desire to seek and to experiment, to construct “mind games” and to learn. Thus she has kept her brain in good shape while, even among archistars, the brain is prone to sudden ageing.


The World of Madelon Vriesendorp
Paintings/Postcards/Objects/Games
Edited by Shumon Basar & Stephan Trüby
Graphic design by Kasia Korczak. Photography by Sue Barr
Architectural Association, London 2008, 278 pp.
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* Publication authorized (author): Maurizio De Caro, The sentimental and theoretical osmosis of a Dutch couple – Madelon and Rem. Sex and skyscrapers: an esoteric art, Domus n.941, november 2010, 98-102 pp.

23 novembre 2010

0002 [POINTS DE VUE] Franco Arminio | 23 novembre 1980 ore 19:34


Alle 19:34 di domenica 23 novembre 1980 una forte scossa della durata di circa 90 secondi colpì un'area che si estendeva dall'Irpinia al Vulture. 

1980.
Il senatore diventa sindaco. Qualche mese dopo la terra trema mentre era in corso un’assemblea sulla disoccupazione giovanile. Io non c’ero. Avevo giocato a tennis la mattina, a torso nudo. Nel pomeriggio ero andato nel bosco con una ragazza. Quando da casa mia sono andato verso la piazza ho sentito che tutto sarebbe cambiato e che stando qui avrei avuto sempre qualcosa da fare. 

1981.
Il senatore del paese si compra il loden verde che porterà per tutto il tempo che sarà sindaco. Di macchine, invece, ne cambierà tante. Una ogni sei mesi. Comincia a funzionare l’ospedale che è stato aperto subito dopo il terremoto che tra l’altro ha causato il crollo di quello di Sant’Angelo dei Lombardi. C’è un medico che fa un sacco di operazioni allo stomaco perché gli riescono benissimo. 

1982.
Comincia la ricostruzione nelle campagne. Dove c’era un rudere, uno scariazzo per i porci, viene velocemente edificata una casa in cemento armato. Comincia il valzer delle betoniere. 

1983.
Il pescivendolo di Molfetta adesso viene due volte la settimana. Prima vendeva solo alici, ora porta spigole e orate. 

1984.
Gli impiegati comunali passano da sessanta a settantacinque. La popolazione scende al di sotto dei cinquemila abitanti. Aumenta il consumo di droga. 

1985.
Il paese si riempie di ditte che vengono dal nord per la ricostruzione. Architetti, geometri e ingegneri salgono ogni mattina le scale del Comune. Apre un negozio di ottica, e pure un ristorante e una pizzeria. 

1986.
La parola più usata in paese è “contributo”. Sono i soldi che lo Stato dà per farsi la casa tutta nuova o per aggiustare la vecchia. Il problema non è avere il contributo, questo è assicurato per tutti, ma riuscire ad averne due o tre. Il senatore adesso sta a Roma, ma conosce i problemi di tutti e cerca di non scontentare nessuno. 

1987.
Il paese nuovo comincia a prendere la sua forma dadaista. Tutto merito di un architetto estroso e tirchio. Il paese sembra disegnato con le unghie più che con la matita. 

1988.
Il numero delle case supera quello degli abitanti. Il senatore diventa ministro. Il capo dell’opposizione quando gli danno la notizia non ci crede. 

1989.
Durante i suoi comizi il senatore dice poche cose, in un italiano sgrammaticato. La frase che non manca mai è io garentisco. 

1990.
Cominciano i lavori di costruzione della nuova chiesa. Un piano della scuola elementare viene requisito per fare spazio agli uffici tecnici del Comune. 

1991.
In paese si parla solo di contributi. Se ne parla ai funerali, agli sposalizi. Apre un negozio di abbigliamento per bambini e un altro negozio di ottica. 

1992.
Il principale commerciante di materiali edili è diventato ricchissimo. Importiamo mattoni, esportiamo persone. 

1993.
Si inizia a sentir parlare dello scandalo della ricostruzione. Gli oppositori locali del senatore sono come ringalluzziti. Il Comune viene occupato per chiedere conto di come sono stati spesi i soldi dei contributi. 

1994.
Siccome non si possono togliere i soldi a chi li ha presi senza averne diritto, siccome di soldi ne sono stati spesi tanti, lo Stato decide di bloccare gli stanziamenti. La decisione non tiene conto del fatto che nemmeno metà della ricostruzione è stata realizzata. 

1995.
Le grandi ditte del nord cominciano a ritirarsi. Inizia una stagione di contenziosi tra ditte e cittadini. Il senatore abbandona e fa spazio a un suo uomo di fiducia. 

1996.
Il paese nuovo ormai esibisce tutto il suo catalogo di blob dell’urbanistica. Il paese vecchio è un cantiere abbandonato. Sulle alture spuntano le prime pale eoliche. 

1997.
Il pescivendolo Tonino comincia a lamentare un calo delle vendite. I ragazzi che non hanno studiato da architetto, geometra o ingegnere devono riprendere la via dell’emigrazione. 

1998.
La gente si lamenta delle case nuove, sono fredde e scomode. La popolazione continua a diminuire. Solo nel mese di marzo muoiono venticinque persone. 

1999.
Si scongiura il pericolo che venga installata una megadiscarica vicino al paese. L’evento positivo è come una goccia nel mare delle lamentele e delle recriminazioni in cui è annegato il paese. L’ospedale funziona malissimo come sempre eppure bisogna fare molte battaglie per evitarne la chiusura. 

2000.
Arriva il nuovo secolo e un nuovo sindaco e non cambia niente. Il pesce più venduto sono di nuovo le alici, le spigole e le orate sono sparite. 

2001.
Il nuovo sindaco non ha mai svolto un lavoro vero. Si sveglia tardi la mattina e racconta barzellette a chi sta in piazza. 

2002.
I muratori non sanno che fare, muore l’ultimo contadino che sapeva fare i caciocavalli. Muoiono anche un fabbro e un falegname. Chiudono due fabbrichette all’area industriale del Calaggio fatte coi soldi del terremoto. 

2003.
Ancora installazioni di pale eoliche. Alcuni si lamentano per il rumore, alcuni per l’ombra che entra nelle case. Nessuno sa niente dei guadagni delle ditte. I cittadini continuano regolarmente a pagare le bollette della corrente elettrica.  

2004.
Il nuovo sindaco si sveglia sempre più tardi e continua a raccontare barzellette. L’opposizione langue. I cittadini stanno sempre più spesso chiusi nelle loro case esposte e sparpagliate ai quattro venti.

2005.
Chiude uno degli ultimi negozi di alimentari del paese vecchio. Al paese nuovo apre un negozio di casalinghi. Il prezzo del grano continua a calare. Molte ditte che hanno fatto le case reclamano ancora soldi dai cittadini. 

2006.
Finiscono le uscite di un giornale locale che veniva distribuito in tutto il mondo. Nel paese non ci sono più circoli culturali, le sezioni dei partiti sono chiuse. Chiude anche il bar degli scapoli. Muoiono quattro persone di cirrosi epatica. 

2007.
La farmacia posta tra il paese vecchio e quello nuovo esibisce la bandiera italiana e quella europea, come se fosse il vero municipio del paese. Il farmacista diventa presidente della squadra di calcio. I tecnici che si sono arricchiti costruendo le case adesso fanno opere inutili coi soldi europei. 

2008.
Molte case ricostruite dopo il terremoto non sono abitate da nessuno. Il paese è pieno di cantieri abbandonati. Sono le case cominciate e mai finite perché per molti sono seconde case e non hanno diritto a tutto il contributo. Lo Stato militarizza l’area del Formicoso per metterci la grande discarica di cui si parla da anni. A nulla servono le proteste dei cittadini. Il Formicoso viene inserito in un elenco di dieci siti da riempire di immondizia. 

2009.
Viene eletto il nuovo sindaco, un medico di bell’aspetto e dall’eloquio elegante e inconsistente, perfetto per i tempi che corrono. 

2010.
La Regione annuncia di voler chiudere l’ospedale. Molte proteste. Il paese si rianima intorno al suo ospedale morto, ma poi a un certo punto la protesta si spegne. Intanto un decreto legge depenna il Formicoso dall’elenco dei luoghi dove fare le discariche. È una bella notizia, ma in paese nessuno ci fa caso.

Per Wilfing Architettura una versione Web inedita del documentario 'GIOBBE A TEORA' di Franco Arminio 


23 novembre 2010 (Ultima modifica 2 dicembre 2010)
Intersezioni ---> POINTS DE VUE

20 novembre 2010

0033 [MONDOBLOG] La storia * web| A | log *

di Salvatore D'Agostino
«Non mi piace proprio sentir parlare di Internet come di un’entità monolitica, tu non detesti i luoghi comuni che la stampa dedica alla Rete su base quotidiana? Insomma su, il web è il regno delle differenze, il posto più plurale e assurdo e sfaccettato che si possa immaginare. Che poi è il mondo a essere incredibilmente diversificato, solo che mai questa diversità era uscita così fuori e con così tanta forza. Potevamo solo intuirla. Ora possiamo viverla ogni giorno, certo bisogna cercare un po’.» Valentina Tanni1
Dopo le ripetute incursioni nel mondo dei blog, è arrivato il momento di mettere ordine tra le pagine scritte nel Web in questi anni.
Cominciamo a rispondere alla domanda posta qualche tempo fa su questo blog: chi è stato il pioniere dei blog di architettura?

La risposta è: Marco Brizzi con  la creazione di Arch’it nel marzo 1995 (aveva appena compiuto 28 anni).2

Arch’it è una semplice pagina bianca con pochi e chiari rimandi alle rubriche. In questi quindici anni ha ospitato gli scritti dei migliori critici/architetti  - e non solo – italiani. Mantenendo un registro critico e disinteressandosi all’aspetto ‘virale’ di internet o ‘all'estetica Web' del momento. Usando la rete come pagina d’approfondimento e non come campo di una rivoluzione in corso.
Per Arch’it il web log ha la stessa radice della pagina cartacea: la scrittura.

Per seguire il  work in progress di Wilfing Architettura sulla storia blog (rimasta in sospeso al 20023) ho creato la pagina web | A | log. Dove sarà possibile trovare - gradualmente - l'elenco cronologico ragionato dei Web Log più significativi.
Invece il post web | AL | log raccoglierà la lista - senza nessuna selezione - delle pagine Web dedicate all’architettura. 

Delle scritture Web – trasversalmente – e altro ne parlerò nel prossimo dialogo MONDOBLOG con Luca Diffuse, ma per approfondire meglio la storia dei blog ho chiesto alla rivista Abitare di poter pubblicare il primo articolo, del neo Corso di blog, affidato a Geoff Manaugh autore del blog bldgblog.
Autorizzazione concessa, eccolo: Geoff Manaugh, Blogging 101 - La storia Abitare n. 506, ottobre 2010, pp. 40-43

di Geoff Manaugh

Leggi le altre puntate del Corso di blog: L'attrezzatura, I contenuti, Per chi si scrive? e Il futuro
Nel corso dei prossimi cinque numeri di Abitare, questa serie di brevi articoli avrà come tema la pratica del blog nel mondo dell’architettura e del design. Il tono generale però sarà più pratico che critico e la serie sarà una sorta di guida concreta al mondo dei blog di architettura. Fra le numerose domande che verranno poste, ci chiederemo cosa è un blog, come ne possiamo iniziare uno, per quali motivi si comincia a scrivere un blog e infine cosa dovrebbe aspettarsi esattamente chi decida di aprire un blog.
Farò subito chiarezza: ho fondato tutta la mia presente carriera sui blog. Per questo non dovrebbe sorprendere il fatto che la maggior parte delle mie risposte a queste domande sarà alquanto positiva, sia riguardo agli effetti che alle future possibilità del blog.
Nel corso degli ultimi anni riguardo al mondo dei blog sono state fatte numerose dichiarazioni, spesso decisamente avventate. Alcuni sostengono che scrivere blog sia il futuro della critica di design. Oppure, che i blog renderanno obsoleto l’intero sistema universitario. “Questo eliminerà quello”, ha scritto una volta Victor Hugo. Dopotutto, perché andare all’università quando possiamo semplicemente leggere una manciata di blog d’architettura in continua evoluzione? I blog possono diventare la nuova università, un’accademia mobile di autori temporanei e di conoscenze specialistiche.

Queste sicuramente sono prospettive entusiasmanti. Ma sono anche costruite sull’assunto che i blog siano diversi da ogni altra forma di scrittura o pubblicazione creata in passato. La loro semplice esistenza non salverà la scrittura sul design, e non costituisce in nessun modo una certezza nel futuro della critica d’architettura. Inoltre, i blog certamente non causeranno la fine prematura di questi due generi narrativi. In realtà, un blog è autorevole quanto lo è la persona che lo scrive. Se gli autori di articoli di cattiva qualità sul design si spostassero semplicemente, in massa, al mondo dei blog, allora i blog ripeterebbero a oltranza gli stessi riferimenti, assunzioni, toni, pubblico, propri del giornalismo di design su carta. I blog sono una realtà promettente solo se aprono a nuovi autori, nuove voci e nuove ma del tutto impreviste prospettive. Senza di questo, molto poco cambierà nel mondo della letteratura di design e architettura.
Dunque, cos’è un blog? Nella sua forma più elementare, gestire un blog significa mettere testi e/o immagini in rete, con regolarità, utilizzando un sito dedicato a questo tipo di pubblicazione. Quali possano essere queste parole e immagini è tutt’altra questione, come anche chi ne possano essere i lettori (di questo parleremo più avanti nel corso della serie). Cosa scrivere, e per quale pubblico, è in realtà sempre stato il dilemma che gli scrittori hanno dovuto affrontare attraverso la storia: questo dilemma non viene alterato dai blog.

E per questo io vorrei sottolineare, sin dal principio, un aspetto poco trattato: la storia. Il luogo comune, errato, vuole che il blog sia una forma radicalmente nuova di auto-espressione letteraria. Sembrerebbe quasi che finora la gente non abbia mai avuto l’opportunità di esprimersi in pubblico utilizzando la parola scritta. Scrivere blog come attività viene di solito equiparato a una rottura radicale con le tradizioni retoriche del passato – una cosa rivoluzionaria e messianica al tempo stesso. La verità è che i blog fanno parte di una lunghissima storia di auto-pubblicazione. In realtà, fanno addirittura parte di una lunghissima storia di scrittura e iscrizione. A partire dai manoscritti eretici riprodotti a mano e distribuiti attraverso vie di comunicazione sotterranee durante il Medio Evo, fino alle copie samizdat di narrativa breve di carattere sovversivo nella Russia sovietica; dagli opuscoli di poesia mimeografati che venivano passati di mano in mano in luoghi come New York e San Francisco degli anni Sessanta del Novecento, fino ai notiziari fotocopiati, scritti e prodotti da gruppi di mercanti o società segrete. Esiste una lunga storia di reti sociali che hanno prodotto e distribuito loro giornali non ufficiali o altri atti scritti minori. Arriverei a dire che in effetti i blog diventano un mezzo ancora più potente quando non sono limitati solo al contesto digitale di Internet 2.0 e dell’imprenditoria in rete; che i blog in realtà appartengono a un contesto storico più ampio e ancora più ambizioso, che contiene di tutto: dalla profezia religiosa – San Giovanni che sogna l’incubo dell’Apocalisse e della fine del mondo nell’isola greca di Patmos prima di scrivere la sua Rivelazione – alla politica insurrezionale sulle strade e i marciapiedi nell’Europa della prima modernità, che veniva registrata in pamphlet e libri tascabili. La scrittura di un blog non deve assolutamente essere limitata alle aspettative accademiche di un saggio critico ben scritto – con le sue note a piè di pagina verificate e i suoi riferimenti a Walter Benjamin accuratamente notati e approvati – ma non deve neanche essere tenuta in ostaggio dagli snark del ventunesimo secolo e soggetta alla classifica dei link del momento.

Ogni possibile genere di letteratura è rappresentato nel mondo del blog, e lo sarà sempre, incluse tutte le migliaia di forme che ancora devono essere inventate. In un blog si può leggere di fantascienza architettonica o della nuova dichiarazione costituzionale dei diritti dell’uomo; si possono leggere liste quotidiane di preferenze personali o assurde anti-mitologie di culti sociali a venire. Dare per scontato che i blog esistano solo per confermare le metodologie e gli assunti della critica architettonica degli anni Sessanta e Settanta del Novecento è una cosa noiosa e profondamente erronea al tempo stesso. I blog, grazie all’auto-pubblicazione alla loro struttura editoriale priva di supervisione, consentono l’acquisizione nelle discussioni sul design di riferimenti finora inutilizzati. I blog permettono ai critici e ai professionisti di sfuggire alla ristrettezza della gamma di testi ed edifici che una volta venivano considerati indispensabili a una rassegna d’architettura. La debolezza dei vincoli editoriali dei blog, nell’offrire la possibilità di uscire completamente dai canoni, consente anche una nuova libertà sia nei riferimenti a cui fare ricorso che nei soggetti da trattare.

Se i blog di architettura e design fossero semplicemente l’ultima incarnazione di quella mentalità di pubblicazione artigianale già identificata da Beatriz Colomina e dai suoi studenti all'Università di Princeton ed etichettata “clip/stamp/fold”, allora faremmo molto meglio a guardare molto più indietro nel passato, ben prima di Archigram e del Manifesto del Futurismo, verso gente come William Blake e – perché no – Martin Lutero.

L’uso del blog ha una storia molto più profonda di quella che anche il blogroll più longevo potrebbe indicare, e i suoi punti di riferimento di questa storia sono tanto entusiasmanti quanto ampi. 

20 novembre 2010
Intersezioni ---> MONDOBLOG 
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Note:
1 Luca Diffuse, Rovistare in pezzi di cultura caotica, minore e disorganizzata può dare grandi benefici, Abitare Web rubrica 'DIFFUSE OUTTAKES', 16 novembre 2010
2 Web log (contratto successivamente in blog per approfondire qui) indica un sito web autogestito - quindi in forma teorica non redazionale - dove vengono pubblicati in tempo reale storie, informazioni, notizie, opinioni o note personali visualizzate in ordine cronologico inverso, cioè, l'ultimo testo inserito collocato in alto e gli altri a seguire verso il basso. Non necessariamente i web log sono aperti ai commenti.
3 nel 2003, nella quinta parte del libro dei 2A+P, Marco Brizzi e Luigi Prestinenza Puglisi - GR. La generazione della rete, Cooper Castelvecchi, Roma, 2003 - furono ordinati cronologicamente gli episodi notevoli avvenuti in rete dal 1995 al 2002.

The history | Blogging 101 | Geoff Manaugh

Over the course of the next five issues of Abitare, this series of short articles will look at the practice of blogging in the world of architecture and design. The overall perspective will be less critical, however, than practical – a kind of hands-on guide to the world of architecture blogs. Amongst the many questions this series will ask will be: What is a blog, how can you start one, why would you want to do so – and what exactly would you be getting yourself into?
I should be clear right from the beginning, though: As someone who has founded his entire present career through blogging, it should not be surprising that most of my answers to these questions will be very positive, about both the effects and the future possibilities of blogging.
Over the past few years, there have been a number of rather outlandish claims made on behalf of blogging. Blogging is the future of design criticism, some say, or blogging will even invalidate the entire university structure. “This will kill that,” as Victor Hugo once wrote. After all, why go to school when you can simply read an ever-changing handful of architecture blogs? Blogs are the new university, a mobile academy of temporary authors and ad hoc expertise.

These are undeniably exciting propositions, of course, but they also assume that blogging is somehow different from all other forms of writing and publication that have come before. However, blogs in and of themselves will not save design writing, and blogs are by no means the guaranteed future of architectural criticism.Nor, of course, will blogging bring about those genres’ premature demise. Indeed, any blog is only as good as the person who writes it. If the authors of bad design articles for print publications simply move, en masse, into the world of blogging, then blogging will repeat the same references, assumptions, tone, readership, and more that 
print-based design writing demonstrates.

Blogging is only promising insofar as it brings new authors, new voices, and entirely unexpected new perspectives into play. Without that, very little will have changed in the world of architecture and design writing. What, then, is a blog? At its most basic, blogging means putting words and/or images online, on a regular basis, using a website dedicated to their publication. What those words and images might be – and who will someday read them – is another thing entirely (and we will discuss that later in this series). But what to write, and who will read it, has always been the dilemma faced by writers, throughout history; blogging does not change that.


I thus want to emphasize, from the very beginning, an unlikely topic: history. There is a common misconception that blogging is fundamentally new in terms of literate self-expression; until now, the assumption goes, people have never had an opportunity to express themselves in public using the written word. Blogging is thus often portrayed as a radical break with discursive traditions of the past – at once revolutionary and messianic. But blogging is part of a very long history of self-publishing – indeed, it is part of a very long history of writing and inscription, as such. From heretical manuscripts reproduced by hand and distributed via underground channels in the Middle Ages to samizdatnot limited only to the digital context of Internet 2.0, web entrepreneurialism; that blogging actually belongs in a much larger and more ambitious historical context, alongside everything from religious prophecy – St. John hallucinating Armageddon and the end of the world on the Greek island of Patmos before writing his Book of Revelation – to political insurrection on the streets and sidewalks of early modern Europe, captured in pocket-sized copies of politically subversive short fiction in Soviet Russia; from mimeographed pamphlets of poetry passed hand to hand in places like 1960s New York and San Francisco to photocopied newsletters edited and produced by trade groups and secret societies, there have long been social networks distributing their own unofficial papers and other minor acts of the written word. I would argue, in fact, that blogging becomes all the more powerful a medium when 
pamphlets and books.

Blogging needn’t be limited in any way to the academic expectations of a well-crafted critical essay – its footnotes verified, its references to Walter Benjamin duly noted and approved – but it also needn’t be held captive by 21st-century snark and links-of-the-day.
Blogging has every possible genre available to it, and it always will, including thousands that have not yet been invented. Blogging can be architectural science fiction or it can be a new constitutional declaration of the rights of man; it can be quotidian lists of personal preferences or absurd anti-mythologies of a social cult to come. To assume that design blogs exist simply to confirm the methodologies and assumptions of architecture critics from the 1960s and 70s is both boring and profoundly wrong.

Blogging, with its self-publication and unsupervised editorial structure, allows for previously unused reference points to enter the design conversation, for critics and practitioners alike to escape the narrow spectrum of texts and buildings that were once seen as indispensable to an architectural review. The lack of editorial constraints of blogging – allowing you to sidestep the canon completely – also opens a profound new freedom in both reference and subject matter.
If architecture and design blogging is simply the latest iteration of the “Clip/Stamp/Fold” mentality already identifie by Beatriz Colomina and her students at Princeton University, then we would do well to look much further back, beyond Archigram and the Futurist Manifesto, to people like William Blake and – why not – Martin Luther.

Blogging has a much deeper history than even the most comprehensive blogroll might indicate. Its references should be equally exciting, and equally broad.

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* Publication authorized by Abitare 
Geoff Manaugh, Blogging 101 - The history, Abitare n. 506, october 2010, pp. 40-43

15 novembre 2010

0001 [POINTS DE VUE] Collettivo TerraProject | Profondità di campo

di Salvatore D'Agostino 
«”Sporco” è una parola che si può usare in tanti posti del Sud, ma più che sporco è ingombro di cose buttate che nessuno rimuove più. Si potrebbe dire che è archeologico, ma l’effetto spesso è solo sporco e non aiuta.» (Marco Paolini)1 
Dal 1994 la Campania ha avuto un commissario straordinario per lo smaltimento dei rifiuti, attività cessata il 17 dicembre 2009, dopo la fine dello ‘stato d’emergenza’2.
 
Nel 2008 Michele Borzoni, Simone Donati e Pietro Paolini - del collettivo TerraProject  - fecero un viaggio da Pianura ad Acerra, passando per Giugliano, Aversa, Caivano e altre località. Ricordano l’odore acido dei rifiuti bruciati che gli si attaccava alla pelle. Chiamarono i loro ‘punti di vista’: La terra dei fumi. 
Ripresento - con qualche inedito - il lavoro di ‘profondità di campo’3 del collettivo fiorentino.

Un paesaggio che a due anni dal loro reportage, appare come immutabile archeologia.
Deprivato di ‘profondità di campo’ della semplificazione mediatica e politica.









15 novembre 2010
Intersezioni ---> POINTS DE VUE

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Note:
1 Marco Paolini, I cani del gas, Einaudi, Torino, 2000, p. 5.
2 Per una mappa ragionata del problema rifiuti in Campania visita il sito Munnezza. 
3 Tecnicamente, per ottenere delle fotografie nitide in tutti i suoi punti, bisogna chiudere il diaframma. Questa operazione è chiamata ‘profondità di campo’.

13 novembre 2010

POINTS DE VUE

«Considerando due idee molto diffuse – che oggi stanno rapidamente assumendo le proporzioni di un luogo comune – sull’impatto della fotografia. Ritrovandole formulate nei saggi che io stessa ho dedicato alla fotografa – il primo dei quali risale a trent’anni fa – provo l’irresistibile tentazione di metterle in discussione.

La prima idea sostiene che l’attenzione del pubblico sia manovrata dai media – e dunque, in maniera preponderante, dalle immagini. Se ci sono fotografie, una guerra diventa “reale”. La protesta contro la guerra del Vietnam fu, infatti, mobilitata dalle immagini. La convinzione che bisognasse far qualcosa per fermare la guerra in Bosnia si è fondata sull’attenzione dei giornalisti – “l’effetto CNN”, come lo si è a volte definito – che sera dopo sera, per oltre tre anni, hanno fatto entrare le immagini dell’assedio di Sarajevo in centinaia di milioni di case. Tali scempi illustra il decisivo influsso esercitato dalle fotografie nell’individuare le catastrofi o le crisi a cui prestare attenzione, e nel dar forma alle nostre preoccupazioni, in ultima analisi, alle valutazioni che diamo di un determinato conflitto.

La seconda idea - che potrebbe sembrare opposta a quella descritta – sostiene che in un mondo saturo, anzi ipersaturo, di immagini diminuisce l’impatto di quelle che dovrebbero avere importanza: diventiamo insensibili. Alla fine, tali immagini non fanno che renderci meno capaci di partecipare, di avvertire il pungolo della coscienza.

Nel primo dei sei saggi contenuti in Sulla Fotografia (1977), sostenevo che un evento conosciuto attraverso le fotografie diventa certamente più reale di quanto lo sarebbe stato se non le avessimo mai viste, ma finisce per diventare meno reale quando si è ripetutamente esposti a quelle immagini. Nella stessa misura in cui creano la compassione, scrivevo, le fotografie contribuiscono a inaridirla. Ma è proprio così? Quando l’ho scritto ne ero convinta. Ma ora non ne sono più tanto sicura. Cosa prova, infatti, che le fotografie abbiano un impatto decrescente, che la nostra cultura dello spettacolo neutralizzi la forza morale delle immagini di atrocità?» Susan Sontag*
POINTS DE VUE (in francese punti di vista) è un velato omaggio a Nicéphore Niépce, l’autore della prima foto, che chiamava in questo modo i suoi primi scatti fotografici. 
Ospiterà punti di vista di fotografi, disegnatori, registi, artisti attraverso la narrazione delle immagini.

0021 [POINTS DE VUE] Steve Bisson | Viaggio in Italia?
2014?

0017 [POINTS DE VUE] Yao Lu | Paesaggi cinesi
La storia dei Dustproof i teli antipolvere di colore verde o nero

0016 [POINTS DE VUE] Jon Rafman | I nove occhi di Google Street View
Il mondo trasparente

0015 [POINTS DE VUE] Pietro Motisi | Cemento
Provvedere del necessario

0014 [POINTS DE VUE] Martino Di Silvestro | I sikh dell’agro pontino
Sikh sono terra

0013 [POINTS DE VUE] Michela Battaglia | Topografia della memoria
Didascalie in rosso

0012 [POINTS DE VUE] Salvatore Gozzo | Overspeed
Fuori giri

0011 [POINTS DE VUE] canecapovolto | dentro la fotografia
Sulla fotografia

0010 [POINTS DE VUE] Beniamino Servino | Necessità monumentale nel paesaggio dell'abbandono
Una non-ancora-città

0010 [POINTS DE VUE] Beniamino Servino | Monumental need in the landscape of abandonment
A not-yet-city

0009 [POINTS DE VUE] Tomoyuki Sakaguchi | Home
Un viaggio onirico

0008 [POINTS DE VUE] Cryptome | La rivoluzione via social network in Bielorussia
Informazione cypherpunk

0007 [POINTS DE VUE] Vincenzo Cammarata | Linosa: quando sbarcarono i mille
27 marzo 2011

0006 [POINTS DE VUE] Massimo Mastrorillo | 6 aprile 2009 ore 3:32
Istantanea 

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* Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri, Mondatori, Milano, 2003, pp. 91-92

P.S.: Questo appunto di sintesi è in costante aggiornamento