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13 novembre 2010

POINTS DE VUE

«Considerando due idee molto diffuse – che oggi stanno rapidamente assumendo le proporzioni di un luogo comune – sull’impatto della fotografia. Ritrovandole formulate nei saggi che io stessa ho dedicato alla fotografa – il primo dei quali risale a trent’anni fa – provo l’irresistibile tentazione di metterle in discussione.

La prima idea sostiene che l’attenzione del pubblico sia manovrata dai media – e dunque, in maniera preponderante, dalle immagini. Se ci sono fotografie, una guerra diventa “reale”. La protesta contro la guerra del Vietnam fu, infatti, mobilitata dalle immagini. La convinzione che bisognasse far qualcosa per fermare la guerra in Bosnia si è fondata sull’attenzione dei giornalisti – “l’effetto CNN”, come lo si è a volte definito – che sera dopo sera, per oltre tre anni, hanno fatto entrare le immagini dell’assedio di Sarajevo in centinaia di milioni di case. Tali scempi illustra il decisivo influsso esercitato dalle fotografie nell’individuare le catastrofi o le crisi a cui prestare attenzione, e nel dar forma alle nostre preoccupazioni, in ultima analisi, alle valutazioni che diamo di un determinato conflitto.

La seconda idea - che potrebbe sembrare opposta a quella descritta – sostiene che in un mondo saturo, anzi ipersaturo, di immagini diminuisce l’impatto di quelle che dovrebbero avere importanza: diventiamo insensibili. Alla fine, tali immagini non fanno che renderci meno capaci di partecipare, di avvertire il pungolo della coscienza.

Nel primo dei sei saggi contenuti in Sulla Fotografia (1977), sostenevo che un evento conosciuto attraverso le fotografie diventa certamente più reale di quanto lo sarebbe stato se non le avessimo mai viste, ma finisce per diventare meno reale quando si è ripetutamente esposti a quelle immagini. Nella stessa misura in cui creano la compassione, scrivevo, le fotografie contribuiscono a inaridirla. Ma è proprio così? Quando l’ho scritto ne ero convinta. Ma ora non ne sono più tanto sicura. Cosa prova, infatti, che le fotografie abbiano un impatto decrescente, che la nostra cultura dello spettacolo neutralizzi la forza morale delle immagini di atrocità?» Susan Sontag*
POINTS DE VUE (in francese punti di vista) è un velato omaggio a Nicéphore Niépce, l’autore della prima foto, che chiamava in questo modo i suoi primi scatti fotografici. 
Ospiterà punti di vista di fotografi, disegnatori, registi, artisti attraverso la narrazione delle immagini.

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0010 [POINTS DE VUE] Beniamino Servino | Monumental need in the landscape of abandonment
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27 marzo 2011

0006 [POINTS DE VUE] Massimo Mastrorillo | 6 aprile 2009 ore 3:32
Istantanea 

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* Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri, Mondatori, Milano, 2003, pp. 91-92

P.S.: Questo appunto di sintesi è in costante aggiornamento

5 commenti:

  1. sarebbe impensabile che in un lasso di tempo così ampio dal punto di vista dei cambiamenti mediatici che contiene la sontag non avesse modificato il suo modo di intendere il ruolo della fotografia e delle immagini nel farci entrare a contat...to con la realtà
    personalmente credo che molto dipenda dal fatto che attualmente quasi tutti sono in possesso di strumenti più o meno sosfisticati che autorizzano la produzione di immagini
    questo brutale e svalutato fai da tè ha provocato la disintegrazione dell'autorevolezza di un mezzo attraverso il quale precedentemente passava una verità condivisa e inconfutabile (pensa alle foto di guerra, del papa, dei continenti lontani...)
    ma c'è anche una questione legata all'appiattimento delle geografie, la possibilità di spostarsi con disinvoltura sul territorio e nelle varie parti del pianeta (basta ricordarel'episodio di cronaca nera recente che ha visto un paesino riempirsi di turisti assatanati - ora le foto non bastano più dal momento che è possibile partecipare...)
    e poi, c'è la televisione ...

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  2. Tracciamenti,
    Points de vue nasce dall’esigenza di svelare la narrazione che c’è dietro ogni immagine.
    La fotografia è un punto di vista, un’elaborazione personale di una storia che si vuole raccontare.
    La fotografia è una pagina di romanzo.
    «Il container dondolava mentre la gru lo spostava sulla nave. Come se stesse galleggiando nell’aria, lo sprinter, il meccanismo che aggancia il container alla gru, non riusciva a domare il movimento. I portelloni mal chiusi si aprirono di scatto e iniziarono a piovere decine di corpi. Sembravano manichini. Ma a terra le teste si spaccavano come fossero crani veri. Ed erano crani. Uscivano dal container uomini e donne. Anche qualche ragazzo. Morti. Congelati, tutti raccolti, l’uno sull’altro. In fila, stipati come aringhe in scatola. Erano i cinesi che non muoiono mai».
    Questo è l’incipit di Gomorra.
    Mentre leggiamo l’immagine “In fila, stipati come aringhe in scatola” sappiamo tradurla e dargli senso non ci limitiamo all’effetto della metafora andiamo oltre, sappiamo che Roberto Saviano ci racconta una storia attraverso l’artificio del romanzo.
    Points de vue non si limita ad osservare una fotografia come ‘vera’ ma il canone della sua narrazione.

    Per superare il concetto ‘moderno’ della foto come ‘verità’ poiché la sua tecnologicamente rappresenta ciò che si traguarda e il postmoderno ovvero il tentativo di edulcorare o rendere meno dure le parti più meccaniche o fredde della rappresentazione fotografica.
    Come?
    Mi piace ricordare quest’analisi sul romanzo di David Foster Fallace (sintesi di Carlotta Susca): «Rifiutando il postmodernismo, Wallace opta per un nuovo Realismo, in grado di “prendere posizione” nei confronti della realtà. In che modo? Considerando che “il compito di ogni forma di letteratura «realistica» è l’opposto di quello che era un tempo: non più rendere familiare ciò che è strano, ma rendere di nuovo strano ciò che è familiare”.

    Se la televisione ha reso inutile la ricerca dell’esotico nella carta stampata, perché ci mostra immagini da ogni luogo del mondo senza alcuno sforzo (cerebrale), allora la letteratura non deve più portarci in luoghi a noi lontani ma deve mostrarci quanto strano sia ciò in cui siamo immersi, perché troppo spesso siamo simili ai due pesci di cui racconta Wallace, che si guardano stupiti chiedendosi: “Cosa diavolo è l’acqua?”».
    Link: http://www.sulromanzo.it/2010/05/david-foster-wallace-cosa-serve-la.html

    Cosa diavolo è la fotografia?

    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  3. La fotografia, come la televisione, il cinema e tutti i mezzi visivi, è uno dei linguaggi dello spettacolo che costituisce "la principale produzione della società attuale". Parafrasando Debord, la fotografia non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra persone, mediato da immagini. E' la spettacolarizzazione della vita reale, l'oggettivazione del mondo in spettacolo.
    "Lo spettacolo, compreso nella sua totalità, è allo stesso tempo il risultato e il progetto del modo di produzione esistente. Non è un supplemento del mondo reale, la sua deco­razione aggiunta in più. È il cuore dell’irrealismo della società reale ......"

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  4. Scusa Salvatore, l'anonimo di cui sopra sono io, Vilma

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  5. Vilma,
    ottima riflessione.
    Riprendo la tua parafrasi «la fotografia non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra persone, mediato da immagini. E' la spettacolarizzazione della vita reale, l'oggettivazione del mondo in spettacolo».
    POINTS DE VUE si occupa dell’occhio che traguarda non dell’immagine da consumare.
    Vuole riflettere sui punti di vista degli umani.
    Osservare la complessità della ‘società dello spettacolo’ da un punto di vista.
    Un fermo immagine.
    Se vuoi solo un punto,.
    A presto,
    Salvatore D’Agostino

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