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17 gennaio 2011

0013 [A-B USO] La città latente di Federico Zanfi

di Salvatore D'Agostino

«AB: nella sua accezione latina: "indica il luogo o la persona da cui si proviene o ci si allontana o ci si differenzia".
USO: Usare, utilizzare, impiegare, adoperare e così via.

A-B USO indaga l'utilizzo di A che si trasforma in B

Delle sfaccettature di A che si trasforma in B ne ho parlato con Federico Zanfi autore del libro 'Città latenti'. Una riflessione laica sull’edilizia spontanea per ripensare le città sfrangiate.

Quest'intervista va integrata con le note di descrizione di alcune città curate da diversi fotografi: Salvatore Gozzo | Comiso, Claudio Sabatino | Sarno, Stefano Graziani | Marina di Acate e Alessandro Lanzetta | Ardea

   Salvatore D'Agostino «Improvvisi ed eccezionali accadimenti hanno scosso il paese tra il luglio e novembre: la frana di Agrigento, l’allagamento di Firenze e Venezia, le frane e le alluvioni nell'alto e basso Veneto.
Alla radice di ognuno di essi sta, per certo, il cattivo uso del suolo, sotto forma sia di continuo ed insensato disfacimento di antichi equilibrati ecosistemi naturali, sia di violento e pervicace sfruttamento intensivo del suolo a scopi edificatori». 1
Questo è l’inizio dell’editoriale dell'urbanista Giovanni Astengo scritto per la rivista Urbanistica numero 48 nel dicembre 1966.

La copertina di quel numero non offriva scappatoie ideologiche. Era listata a lutto. Celebrava la morte del territorio italiano.



   Federico Zanfi È evidente che tutti quei temi sono ancora più che attuali. La frana di Agrigento è stata forse la prima, sicuramente la più nota, vicenda in cui una porzione di territorio carente di manutenzione e fragilizzata da uno sfruttamento edilizio eccessivo, cede. Negli ultimi decenni la cronaca del Mezzogiorno è stata segnata da troppe vicende simili per poterle ormai contare, Giampilieri resterà solo per poco tempo l'ultima di questa serie. In realtà questi fenomeni si danno in tutto il paese, le statistiche riportano dati impressionanti sul numero di eventi franosi che ogni anno si registrano in Italia e sulla quantità di territorio danneggiato da questi fenomeni. Le frane si danno al Nord come al Sud per una diffusa incuria verso il suolo, ma nel Mezzogiorno questi eventi intercettano un altro fatto, legato all'argomento di questa conversazione. Si trasformano in tragedia, più spesso che altrove, perché le colate di fango travolgono case che non dovrebbero stare dove sono, come a Sarno. L'abusivismo in questo senso non è la causa del dissesto, o comunque ne è una concausa, ma fà si che il dissesto diventi più probabilmente una tragedia. Questi eventi funzionano come delle spie, per qualche giorno portano in televisione e in prima pagina sui giornali un paesaggio in cui l'abusivismo edilizio è stata la la modalità esclusiva o comunque una delle modalità prevalenti di costruzione del territorio, ma che nel dibattito pubblico non è mai stato molto rappresentato. Il dibattito più recente lo si è giocato su Punta Perotti e su poche decine di ecomostri che hanno avuto una sovraesposizione mediatica impressionante, e che hanno distolto l'attenzione dal vero problema. Intendo dire il vero problema dal punto di vista quantitativo. Quando avviene una tragedia come a Sarno o a Giampilieri si apre invece una finestra di attenzione su di un paesaggio fragile, a rischio e intensamente abitato - gli ecomostri invece sempre sono tutti vuoti - che però si richiude poco dopo. Ce ne si dimentica. E invece dovrebbe iniziare proprio da queste finestre su questo paesaggio critico la ricostruzione di una immagine aggiornata dell'abusivismo edilizio nel nostro paese.

   Apriamo le finestre sul nostro territorio e osserviamo ciò che avviene dietro la semplificazione delle parole 'ecomostro' e 'abusivismo'. Perché un vasto ceto di italiani preferisce aggirare la legge e costruire illegalmente? 

   Io credo si possa dire che la battaglia mediatica contro gli ecomostri, condotta dalle associazioni ambientaliste, abbia avuto un effetto positivo e uno negativo. Da un lato ha sensibilizzato vasti strati dell'opinione pubblica verso la questione del paesaggio come bene comune. Pensa, ad esempio, a Bari e alle migliaia di persone che erano sul lungomare per assistere e partecipare alla demolizione dei fabbricati Matarrese a Punta Perotti. Dall'altro lato ha favorito un malinteso, ha portato a pensare che il problema fosse quello, cioè poche decine di grandi edifici mai finiti, tutti vuoti, in paesaggi bellissimi, che certamente sono uno scempio, ma sono un'inezia se confrontati con la questione ambientale e sociale che è posta da milioni di alloggi extranorma che fanno il tessuto abitato comune di buona parte del Mezzogiorno (c'è un libro recente di Paolo Berdini2 che tenta di ricostruire delle stime, peraltro mai ufficialmente fornite dal Ministero dei Lavori Pubblici, sulla quantità di alloggi complessivamente sanata attraverso i condoni, che sono inquietanti). Dietro all'immagine bidimensionale dell'ecomostro c'è nei fatti un paese che si trasforma diffusamente e in modo anomalo, e spesso produce delle situazioni precarie e a rischio, come quella città impressionante che si vede sulle pendici del Vesuvio. Città di cui ci accorgiamo solo quando capitano fatti come a Sarno o Giampilieri.
Ora, perché si costruisce così. L'abusivismo è stata una prassi consolidata negli ultimi decenni perché è stato sempre conveniente, e perché c'è stata un'implicita politica che lo ha consentito. L'abusivismo conviene ad uno stato inefficiente, che non predispone i piani di edilizia economica e popolare tempestivamente, e lascia sfogare in quei processi di autopromozione/autocostruzione delle tensioni che altrimenti si ritroverebbe magari organizzate, in piazza. L'abusivismo conviene ad una politica locale clientelare, che consente e implicitamente controlla e ricatta. L'abusivismo conviene alla famiglia media italiana, alla famiglia-impresa, perché risparmia sui costi, perché fa la casa incrementalmente, quando ha le risorse, dove vuole e come vuole. Ci sono tante letture lucidissime su tutto questo, già dagli anni settanta, non credo serva ripetere queste cose. Il fatto è che adesso tutte queste convenienze cominciano a non essere più tali. Primo, tra stato e Regioni i ruoli, in merito al governo del territorio, sono parecchio cambiati con la riforma del titolo V della Costituzione, e te ne puoi accorgere se pensi ai contrasti fortissimi che ci sono stati tra molti governatori regionali e il ministro dell'economia in occasione dell'ultimo condono. Secondo, i Comuni non riescono a riqualificare le zone abusive, non hanno soldi, e queste zone restano veramente poverissime di infrastrutture e servizi ancora a 20/30 anni dalla loro nascita. Terzo, le famiglie sono cambiate, oggi quella casa di famiglia abusiva, da completare, per un ragazzo con qualche ambizione e una cultura contemporanea è una risorsa o una condanna regressiva? Tutte queste cosa intrecciate stanno cambiando le convenienze a tutti i livelli, e io credo che lo scenario presto sarà diverso.

   Costruire edifici extra norma in Italia non è un ‘fenomeno’ circostanziato. Qualsiasi città ha delle dinamiche latenti.
Dinamiche che non possono essere più osservate con le categorie critiche e i parametri urbanistici vigenti.
Tu auspichi uno sguardo laico per non perseverare con gli interventi generici – spesso nefasti - dettati dall’emergenza o dai condoni.
«La costruzione scriteriata senza rispettare la natura – dice Pietro De Paola presidente del Consiglio dell’Ordine dei geologi - ha dissestato il territorio rendendolo fragile e pericoloso. In realtà, si guarda spesso ai grandi centri urbani, ma è nei piccoli che si verificano gli scempi peggiori. Se si gira per i Comuni con meno abitanti non si ravvede una parvenza di pianificazione, e spesso vengono ignorate le mappature delle aree a rischio. Tutto questo ha reso difficile se non impossibile la gestione delle zone di pericolo, che si sono moltiplicate sul territorio».
3

   Osservare laicamente significa analizzare la complessità delle città, evitando le categorie delle analisi precostituite.
Poiché, come affermi, «se riflettiamo su come questa città costituisca probabilmente il più vasto progetto collettivo mai realizzato nel nostro paese, un luogo del quale, la scarsità dei riferimenti disciplinari lo sottolinea, conosciamo piuttosto poco. Un habitat democratico dalla cui costruzione l’architettura e l’urbanistica sono state progressivamente emarginate – smentite nelle loro previsioni – e che oggi continua inspiegabilmente a non ricevere la loro attenzione»
.4
 
   Quali criteri suggerisci per analizzare e intervenire in questi tessuti collettivi condivisi e costruiti – per paradosso - democraticamente?

   Si possono dire due cose, una su come si guarda, e una come si interviene.
 
La prima è che lo sguardo attraverso cui si è osservata la città abusiva, e questo vale soprattutto per gli urbanisti, è sempre stato condizionato da alcuni pregiudizi che hanno impedito di vedere le cose per quelle che erano. Le lenti dell'illegalità e della speculazione attraverso cui si è sempre guardato hanno in un certo senso schiacciato le differenze, impedendo poi ai progetti di fare presa sui contesti locali. Oggi per tornare a guardare questi luoghi dobbiamo invece cercare di fare emergere le differenze, perché edifici abbastanza simili hanno originato tessuti molto diversi a seconda della condizione insediativa. Litorali e campagne urbanizzate, quartieri urbani, insediamenti di fondovalle, sono connotati da problemi specifici in cui le opportunità di ripensamento sono strettamente legate a queste differenze locali, a queste risorse latenti che un certo suolo, un certo ecosistema, una certa condizione insediativa possono consentire. Voglio essere chiaro, questo tipo di sguardo non è assolutorio, il giudizio verso queste forme di urbanizzazione rapaci deve comunque restare durissimo, ma le cose vanno guardate per quello che sono da vicino, senza tesi pregiudiziali da dimostrare a ogni costo. Solo così possiamo accorgerci di quei 'dettagli' locali che sono una risorsa, su cui fare leva per un progetto di trasformazione realistico.

La seconda cosa è che per essere efficaci in questi contesti è necessario riattivare una nuova forma di mobilitazione individualistica, che sia esplicita e virtuosa. Questo potrà anche sembrare eretico, ma noi possiamo disegnare tutte le migliori ipotesi di intervento, ma se non riusciamo a mobilitare una massa critica di famiglie che in quelle case sempre più invendibili hanno immobilizzato parti consistenti dei loro risparmi, il nostro progetto resterà marginale. In questo senso un progetto per l'abusivismo oggi deve trovare il modo per svolgersi dentro ad alcune delle dinamiche e dei processi di trasformazione che in qualche misura già si danno nei territori, e che possiamo riconoscere come linee strategiche, da inseguire e indirizzare. Città latenti cerca di sintetizzare tre solchi di lavoro, che stanno a ridosso dei processi emergenti di responsabilizzazione, di aggiustamento infrastrutturale spontaneo, e di sottoutilizzo e abbandono che si danno oggi nella città abusiva. Diventa cruciale riuscire a interpretare queste tendenze in strategie di progetto, se vuoi anche 'forzando' un pò la realtà, e trovare delle leve e delle forme di incentivo che facciano muovere i soggetti che oggi abitano questa città verso degli obiettivi condivisi e sostenibili dal punto ambientale e finanziario.

Serve superare tre equivoci di base:
1. qualsiasi condono su scala nazionale lascia irrisolto il rapporto tra lo spazio civico - considerato non-città - e i suoi abitanti;
2. gli spazi abusivi – etichettati come anti-città – hanno un’identità urbana;
3. i brani di città abusiva non sono città fantasma.


   Sono tre questioni complicate, a cui provo a a risponderti per punti, forse semplificando.
 
1. Il Condono, per come lo si è attuato fino ad ora, alla scala nazionale, lascia irrisolto il problema di quello che tu chiami 'spazio civico' della città abusiva sotto due aspetti.
In primo luogo, dal momento in cui il singolo proprietario abusivo aderisce alla procedura di sanatoria, quel soggetto ha tutte le ragioni per reclamare le infrastrutture, e per ritenere che la responsabilità dello spazio al di fuori del suo recinto privato non sia sua, ma sia del soggetto pubblico che ha predisposto il meccanismo del Condono. Soggetto che dovrebbe intervenire a riqualificare quelle terre di nessuno attraverso un Piano di Recupero. È un procedimento che deresponsabilizza il singolo, che lo disincentiva alla cura verso quello spazio esterno, che lascia la questione dello spazio residuo tra i recinti al di fuori della sua responsabilità.
In secondo luogo, ed è la questione più nota ed evidente, il Condono lascia irrisolta in modo permanente la questione del recupero urbanistico perché non ci sono le risorse per affrontarlo secondo le modalità previste dalla legge. Le risorse non ci sono mai state a dire il vero: si registra un disavanzo enorme tra il gettito della sanatoria e le spese di urbanizzazione effettuate a posteriori sin dal primo condono, nella seconda metà degli anni Ottanta. Il Condono è un affare solo per il Governo che lo promuove, ma l'attuazione dei Piani di Recupero Urbanistico, a spese degli Enti Locali (che incassano dai proventi del condono solo la parte degli Oneri di Urbanizzazione non corrisposti al momento dell'edificazione abusiva), si traduce in un esborso insostenibile. Fare le infrastrutture (quelle infrastrutture tradizionali, reticolari e rigide) dentro ad una città che non solo c'è già, ma che spesso è cresciuta in modo disordinato, è un'impresa inaffrontabile per la maggior parte dei Comuni, non solo nel Mezzogiorno. Il risultato è che il recupero non si fa, o si fa in quote modestissime, per cui a distanza di decenni questi luoghi scontano una povertà impressionante del loro spazio aperto.

2 e 3. La mia opinione su questo punto è che in queste parti di città ancora risiedano energie non ancora esaurite, e qualità non ancora cancellate. I loro processi generativi molecolari e incompiuti, poi, sono una risorsa e una specificità che distingue questo tipo di urbanizzazione dal suburbio più "generico" che ha dilagato negli ultimi decenni in tutto il mondo occidentale. Ci sono insomma delle possibilità, se uno le sa vedere, delle risorse da riattivare, che oggi sono latenti. Questa non vuole essere in nessun modo una lettura assolutoria o indulgente verso l'abusivismo, sia chiaro. È una lettura che contiene un progetto, che assume quelle case e quei territori come luoghi dove risiedono delle possibilità, da mettere alla prova con un progetto. È anche una risposta a quelle posizioni, che io ritengo troppo semplicistiche, che liquidano la città abusiva come una forma degenere, da cancellare ovunque.
Pensa che 'città fantasma' è il titolo che l'editore in prima battuta mi aveva proposto. Ma non ci eravamo capiti, il libro vuole proprio fare capire che non c'è nessun fantasma, non c'è più nulla di invisibile: questi luoghi sono l'orizzonte quotidiano dei nostri paesaggi. Qual è la quota dalla città meridionale che si è costruita attraverso l'abusivismo? Possiamo dire che sia un fantasma, o che sia invisibile? Diciamo piuttosto che ci sono delle situazioni locali molto specifiche, che vanno guardate, interpretate e progettate per quello che sono, senza pregiudizi né etichette generali. Fantasmi potranno diventare se non si fa nulla, se si lascia che le energie svaniscano e che questi paesaggi seguano una deriva verso una progressiva marginalizzazione. Come già molte storie e molti luoghi ci raccontano, alcune storie anche raccolte nel libro.

Nel libro suggerisci tre linee guide per la progettazione delle città latenti. Quali sono?
 
Se a livello di cultura disciplinare e cultura amministrativa riusciremo a superare i tre equivoci di cui abbiamo parlato, allora potremo pensare ad un diverso progetto e a una diversa politica pubblica per la città abusiva. Città latenti si sforza di definire tre tracce di lavoro, che si possono intendere come le tre strategie di una possibile e rinnovata politica per queste forme di città. Sono tre discorsi progettuali, che stanno a ridosso di tre tendenze già rintracciabili nelle pratiche, e che intendono intensificare queste predisposizioni. Intendono utilizzare le energie disponibili e gli andamenti già spontaneamente assunti dai territori come risorse da indirizzare verso esiti condivisi e sostenibili.

La prima visione progettuale è quella di una città abusiva che diventa città, anche e soprattutto nell'immaginario collettivo, grazie ad una responsabilizzazione progressiva di chi la abita e ad una rigenerazione dei propri beni comuni che non passa più attraverso un meccanismo paternalistico e difettoso come il Condono, ma attraverso dei programmi di riqualificazione partecipati. È già una tendenza che si riscontra dove la percezione del fallimento dell'azione individuale da parte degli abitanti sta facendo maturare un senso di responsabilità e alcune azioni comuni tese alla costruzione di una dimensione collettiva che non è mai esistita, ma che oggi è più che necessaria. L'esperienza dei Consorzi di Autorecupero e dei Toponimi avviata dal Comune di Roma è un buon esempio in tal senso.

La seconda visione riguarda una città abusiva che si aggiusta molecolarmente, che si migliora grazie ad un sistema diffuso di componentistica tecnologica e ambientale che si attua sugli edifici ma soprattutto nello spazio vuoto tra le case, lo spazio più abbandonato e trascurato. Una nuova generazione di infrastrutture, di promozione privata e consortile, che recupera il deficit infrastrutturale che questi territori scontano abbandonando un'insostenibile idea di rete pubblica, rigida e capillare, che raggiunge ogni casa, e mettendo al lavoro nuovi dispositivi ecologici ed energetici. Una strategia, in estrema sintesi, che considera una città in cui ci sono le case, ma non le reti tecnologiche e sanitarie, come un potenziale laboratorio per la sperimentazione di infrastrutture non pubbliche, non gerarchiche, non rigide, a valle dei fallimenti delle stagioni del "Recupero urbanistico" dei decenni passati. Tutto questo ha bisogno di un consapevole inquadramento istituzionale e di una politica di incentivi a livello locale, come il Salento ha tentato di fare col suo PTCP.

Infine, l'ultima visione è quella di una città abusiva che si dissolve nel paesaggio, che viene cancellata nei suoi segmenti più squalificati e sottoutilizzati grazie ad un sistema che articola nuove tecniche e incentivi, approfittando dei processi di dismissione che iniziano a manifestarsi diffusamente. Si tratta di saper cogliere l'occasione che offrono questi processi di abbandono e indirizzarli progettualmente, consapevoli che la rimozione di questa città non potrà avvenire mostrando i muscoli come le rare, spesso fallimentari demolizioni hanno tentato di fare, ma piuttosto interpretando come i diritti acquisiti - quando queste case sono già condonate ed è un caso frequente - possano essere fatti migrare, spostati verso zone di concentrazione e di riqualificazione, liberando dall'edificato più incongruo, abbandonato e scaduto porzioni di suolo da riconsegnare alla natura e ai suoi processi.

Sono tre visioni consapevolmente semplificate, che cercano di puntualizzare e distinguere, anche se sul territorio spesso i processi si danno intrecciati, in compresenza. In tal senso io credo che non sia pensabile di agire solo su un aspetto dei tre che ho elencato: una politica efficace - che io mi immagino costruita a livello regionale e provinciale, poiché il livello nazionale e il livello municipale sono rispettivamente troppo lontani e troppo vicini per potere trattare i caratteri specifici queste formazioni di carattere sovracomunale - dovrà includerli tutti e tre, e cercare di rispondere attraverso una combinazione di queste tre traiettorie di trasformazione al bisogno di progetto che la città abusiva oggi esprime.
 

17 gennaio 2011 (Ultima modifica 28 ottobre 2013)
Intersezioni ---> A-B USO

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Note:
1 Giovanni Astengo, dopo il 19 luglio, Urbanistica n. 48, dicembre 1966
2 Paolo Berdini, Breve storia dell'abuso edilizio in Italia, Donzelli, 2010 Link
3 Daniele Autieri, Geologi, professionisti in trincea per far fronte a un paese dissestato, La Repubblica, 11 ottobre 2010 Link

4 Federico Zanfi, Città latenti, Bruno Mondadori, Milano, 2008, p. 67

0012 [A-B USO] Salvatore Gozzo | Comiso

Comiso (Ragusa) offre una situazione urbanistica comune a molte città medie dell’entroterra siciliano. 
Un Programma di Fabbricazione (1971) è stato per oltre tre decenni l’unico strumento urbanistico, scontando difficoltà nel governo dell’espansione urbana per un fisiologico invecchiamento e per un’intrinseca rigidezza. La pianura a Nord del centro consolidato otto-novecentesco è stata l’unica possibile direzione di crescita per la città, contenuta a Est e a Ovest dal fiume Ippari e dal costone dei monti Iblei. Lungo questa direttrice le previsioni edificatorie del P.D.F. si sono precocemente esaurite – Comiso presenta un trend demografico debolmente positivo e mai interrotto dal 1951 – e la nuova edificazione negli anni ‘70 e ‘80 si è sviluppata in modo abusivo, perdendo compattezza e disperdendosi nella campagna.

13 gennaio 2011

0004 [POINTS DE VUE] Giuseppe Genna | L'autoantropologia dell'arredamento

di Salvatore D'Agostino
«Nella decorazione d’interni, se non anche nell'architettura d’esterni delle loro residenze, gli Inglesi sono i migliori. Gli Italiani hanno poco sentimento, oltre ai marmi e ai colori. In Francia meliora probant, deteriora sequuntur – la gente è di indole troppo bighellona per mantenere le proprietà domestiche, delle quali ha, a dire il vero, una raffinata considerazione, o per lo meno, gli elementi per un appropriato giudizio. I Cinesi e la maggior parte delle razze orientali hanno una fantasia calorosa, ma fuor di luogo. Gli scozzesi sono decoratori scarsi. Gli olandesi non hanno forse che una vaga idea del fatto che una tenda non è un cavolo. In Spagna non ci sono altro che tende – una nazione di carnefici. I Russi non arredano. Gli Ottentotti e i Kickapoos li seguono pari pari. Solo gli Yankees sono contrari al buon senso. 
Non è difficile vedere come ciò accada. Noi non abbiamo un’aristocrazia del sangue, ed essendoci perciò come cosa inevitabile, creata per noi stessi, un’aristocrazia del dollaro, l’ostentazione della ricchezza qui deve prendere il posto e fare la funzione dell’ostentazione araldica nei paesi monarchici. Tramite un passaggio facilmente comprensibile, e che potrebbe essere stato prontamente previsto, siamo stati portati a fondere nel semplice mostrare le nostre nozioni del gusto stesso.» Edgar Allan Poe 1
La citazione riporta l’inizio di un articolo di Edgar Allan Poe, apparso sul Burton’s Gentleman’s Magazine nel maggio del 1840, con il titolo The Philosophy of Furniture.
Allan Poe, descrivendo minuziosamente un interno, dispensa consigli su come deve essere un arredamento di buon gusto. Un artificio narrativo per attaccare la società degli Yankees:
«È un male che deriva dalle nostre istituzioni repubblicane: qui un uomo dal portafogli capiente di solito ha un’anima piccina, e la tiene là dentro. La corruzione del gusto è una parte o una conseguenza dell’industria del dollaro»2.
Mario Praz, riprendendo sia il titolo che l’intento di sottile denuncia sui suoi tempi, pubblica nel 1964 per Longanesi, La filosofia dell’arredamento, sottotitolo: I mutamenti nel gusto della decorazione interna attraverso i secoli dall'antica Roma ai nostri tempi.
Praz, sosteneva che «la casa è l'uomo che la abita» ma non disprezzava chi viveva nelle camere d’albergo o chi si circondava di oggetti d’arredamento «umili o brutti» che avevano un valore affettivo.
Oggi la descrizione degli interni è passata dalle riviste specialistiche - Domus, Abitare, Interni - ai supplementi generalisti del Corriere della Sera o Repubblica, senza disdegnare i collegamenti esterni dentro le case dei VIP nelle trasmissioni televisive.
Lo scrittore Giuseppe Genna, in questo POINTS DE VUE, ne fa una parodia utilizzando il dispositivo narrativo delle immagini con didascalia ci presenta la sua Miserabile soluzione abitativa3.
«”Il proprietario giace addormentato su un sofà il tempo è fresco, l’ora è intorno alla mezzanotte: daremo uno schizzo della stanza mentr’egli dorme”. Il sofà era stato lasciato vuoto da un pazzo, e ora lo riempiva un altro pazzo che si chiamava Edgar Allan Poe.» Mario Praz4
In questo caso il pazzo si chiama Giuseppe Genna, di seguito il suo schizzo o meglio la sua autoantropologia5 dell’arredamento:



Il comodino accanto al letto, nella stanza ovviamente da letto, sta alla destra del letto, che è la parte del letto matrimoniale in cui dorme il Miserabile assonnato. La parte sinistra è costantemente deserta. Il letto è morganatico, illibato. Si possono osservare: la lampada Artemide che è la lampada che costa meno tra tutte quelle vendute da Artemide ed è stata comperata quando ancora c'erano i soldi; molti libri accatastati, tra cui quello di costa nera che è l'"Anatomia" di Siti, ma in generale sono quasi tutti Ubaldini e parlano della morte e della mente; l'incredibile sveglia nerogialla che funziona senza che si  sia cambiata la pila da 18 anni, fin dai tempi in cui il Miserabile stava male, anziché tra queste mura, tra quelle dell'appartamento popolare di via Etruschi; i fazzoletti di carta Tempo profumati di eucalipto, poiché nel momento in cui è stata presa questa immagine il Miserabile stava prendendo antibiotici per affezione a vie aeree alte e basse; "Talks with Ramana Maharshi" con prefazione di Ken Wilber, perché c'è lo sguardo oltreumano di Ananda che mi tiene in sé.





Tra i libri accatastati sul comodino alla cazzo, ci sono quelli laici e quelli metafisici. In superficie, nei giorni in cui è stata trafugata questa preziosa e significativa immagine, metà del libro di Alessandro Piperno, che si intitola "Persecuzione" ed è solo la prima puntata, così spenderemo 40 euro per averlo intiero e contemporaneamente Alessandro, che non può vincere il premio Strega nel 2011, lo vince nel 2012. Poi c'è Guattari su Kafka, una raccolta allucinante in cui nulla si comprende e da cui si può citare di tutto, cosa che effettivamente il Miserabile sta facendo, poiché la numinosa e occulta immagine è stata rapita in giorni di stesura del nuovo romanzo.


La libreria alla destra del comodino che sta alla destra del letto nella stanza ovviamente da letto. Qui i due pianali su cui poggiano idolini sacri soltanto al Miserabile, tranne i due Lingam ai lati che sono sacri non solo al Miserabile. Nel pianale di sopra riposano svegli molti piccoli Shiva e Buddha in metalli più o meno vili. Dietro gli idola non tribus, testi di metafisica, prevalentemente nondualista.


Un particolare degli idolini del Miserabile, in disordinata disposizione orizzontale, il che illumina il poco illuminato stato interiore del Miserabile autore, ma indicano anche, per via formale e potentemente metaforica, che cosa va a fare il Miserabile, visto che quelle icone tridimensionali stanno DAVANTI ai libri.


Il pianale metafisico metaforico dall'angolatura della parete verso cui punta la Miserabile nuca quando il Miserabile autore compie nottetempo i suoi viaggi astrali, risposando le stanche membra che non hanno fatto una cippa tutto il giorno.



Uno dei due Lingam sacri. Dietro di quello, una collana di testi a cui il Miserabile tiene assai.


Dalla porta di entrata (ma anche di uscita) cotesta è la prospettiva camerale della stanza in cui il Miserabile autore tenta di calare nel sonno senza sogni con consapevolezza, puntualmente non riuscendoci. Se apre gli occhi dal letto, disteso, egli vede la libreria antistante, il che è metaforico dell'orrido e catastrofico primato del mentale dialettico che gli corona la testa. A destra è visibile la sedia d'ufficio su cui, in cinque anni, si sarà seduto tre volte, mentre la scrivania larghissima gli servirà solo quando acquisterà la versione wi-fi di Fastweb, che adesso è solo in cavo, poiché il Miserabile gode di un abbonamento arcaico e non glielo vogliono installare, il wi-fi, ingaggiando con il customer care di Fastweb una lotta senza quartiere (stanno alla Bovisa, comunque) con il Miserabile che discetta in vari dialetti regionali e con diverse tonalità, per pura surreale performance.


Una visione frontale del pensatoio futuro del Miserabile autore, quando potrà sfruttare il wi-fi Fastweb e quindi poserà il suo laptop sulla scrivania della stanza da letto. Si noti che, al posto della tapparella o delle persiane, il Miserabile è costretto a oscurare la luce del giorno con una tenda impermeabile che, alla prima tempesta, esce dalle sue fragili guide e va continuativamente riparata, a colpi di 200 euro. Infatti sta giù da più di un anno, dissestata da una grandinata che fu, e la stanza non vede la luce naturale da centinaia di giorni.



Il letto monastico, anorgasmico, prosolinghi, matrimoniale bianco, saturnino, de-eccitante e anche disfatto dove il Miserabile cura i mali dell'anima e del corpo, pur non avendo un cilicio, ma a questo punto ambendovi. Nel comodino a sinistra, si notino due cassetti: in uno il Miserabile vorrebbe nascondere un dildo come le protagoniste di "Sex & the City", ma non lo fa, perché di un dildo non saprebbe che farsene.



La porta di entrata e di uscita della stanza da letto del Miserabile permette di ammirare un mobile scarpiera su cui sono accumulati disordinatamente i caschi del motorino (tra cui quello rosa, con cui egli ha effettuato l'incidente motociclistico e che gli ha salvato la tempia). Si nota, all'interno della stanza da letto, l'armadio che gli hanno pietosamente lasciato in dotazione i precedenti inquilini, che ora abitano accanto al Miserabile e gli sono amici: Amanda e Clovis, che adesso hanno i bambini.



L'erborista e iridologo Tiziano dell'erboristeria di viale Sabotino angolo via Agnesi (erboristeria frequentata decenni orsono, in quanto ora il Miserabile si reca sempre e soltanto da Bruno e Sonia in via Ripamonti) consigliò al Miserabile scrittore, che ai tempi fumava un pacchetto e mezzo di Marlboro Medium, un aggeggio che è un diffusore elettrico di propoli. Le cartucce di propoli si infilano nella griglia affumicata, poi col tasto destro si accende l'arcaico meccanismo e si accende un led che misura lo stato di consunzione della cartuccia balsamica. Per resettare tale misurazione, è sufficiente premere il tasto a destra, agendo così inutilmente con un fine ignoto a qualunque eterogenesi.



Alcuni dei libri accumulati dal Miserabile scrittore in vista della finta spy-story sull'icona vuota di Diana Spencer. Testi in inglese, a parte uno in italiano, di cui il Miserabile si vergogna moltissimo. Li ha studiati con l'intensità con cui si approfondisce Heidegger, solo che sono storie di finti complotti per uccidere lady D.



Il primo dei tre scomparti dell'armadio - il Miserabile guardaroba è all'osso, data non tanto l'estetica pauperistica, quanto l'effettività del conto in banca, devastato e vile più del libro. Molti i golf che la colf ecuadoregna Gladys (retribuita 12 euro all'ora per via dei sensi di colpa) ha ristretto lavandoli con centrifughe criminali. Tra le giacche, un impermeabile in cuoio nero stile Himmler, regalato a un Miserabile compleanno dallo staff completo di Clarence.



Il secondo scomparto del guardaroba con cui il Miserabile tira avanti da anni, tra consunzioni varie delle trame tessutali. Nel comparto apparentemente vuoto, in alto, sono appoggiati i bristol su cui è stesa, in pennarello rosso e nero, la struttura, la trama e l'indicazione di citazioni per il non-romanzo "Hitler".



A destra, le mutande.
A sinistra, i calzini.



Il casco rosa da "Vizietto" che il Miserabile indossava il 18 luglio 2010, sulla circonvallazione, ad altezza piazza Belfanti, quando è stato investito da uno scooterone di due abitanti dell'hinterland milanese, che lo han fatto precipitare con lungo volo, al cui atterraggio il Miserabile miserabile si è ritrovato rotte clavicola e cinque costole, mentre un polmone collassava. Si possono osservare le microstrisciate sul casco: poca cosa, dovuta alla scelta poco strategica di proteggere la testa dall'urto, quando la testa era protetta dal casco medesimo, preferendo la rottura di una spalla a un'emorragia cerebrale.



Il soprascarpiera con i caschi raggrumati per gli eventuali amici da portare in motorino: cioè uno soltanto, cioè Alessandro Bertante. Accanto, alcuni fondamentali volumi della storia culturale dell'occidente che, in quanto doppioni, dovrei portare a casa di mia sorella da circa 5 anni. Tra questi, è riconoscibile "Il mulino di Amleto" di De Santillana.



La visione da 2001 dei poveri che si ha dalla scarpiera portacaschi verso l'inqualificabile spazio detto "l'altra stanza". D'infilata: lo specchio confondente e terrorizzante a sinistra (alto 2.30m, uno entra, di colpo appare a se stesso a distanza di tre centimetri e infartua), il cumulo di libri inviati da oscuri autori e sconosciute case editrici che non comprendo perché me li spediscano visto che non recensisco quasi più, l'angolino wireless sul pavimento, la scrivania luogo di lavoro scazzo passione desiderio e noia (tutta la mia esistenza si sta ivi consumando), la libreria che divide lo spazio dei fornelli e del frigo da quello di un vano vuoto in cui desolatamente giacciono scatoloni pieni di libri e di annate della rivista "Poesia", che ho paura di aprire in quanto ho la fobia degli insetti e fantastico con orrore che dentro la rivista ci siano ormai milioni di tarme della carta.



Ruotando di 90° rispetto all'infilata verso "l'altra stanza", l'agile e comoda toiletta del Miserabile autore. La vasca con tanto di telefono doccia non ha più il telefono doccia, in quanto lo ha rotto l'ecuadoregna Gladys, il pigiama grigio appeso ad asciugare è un dono di mia madre e mia sorella e uno potrebbe indossarlo a Calgary e farsi la discesa olimpica finendo sudato. Si intravvede lo shampoo antiforfora all'estrema destra, in corrispondenza dei sanitari (indegnamente spalancato: il water). L'accappatoio colore verde marcio è un regalo della madre di Clovis, il mio vicino: perde pelucchi da tre anni, a un ritmo antiaritmetico, dovrebbe non esistere già più da quanto tessuto ha perso, quindi in segreto esso ha una crescita pilifera.



"L'altra stanza": la libreria con i classici, la letteratura, pochi Meridiani Mondadori, il mobile tv con la tv che non serve più a nulla in quanto non è attrezzata per il digitale terrestre e il lettore dvd è rotto da due anni, così a questo punto guardo tutto in streaming sul pc, ché tanto quel tutto della tv era solamente il tg di Mentana. La chaise longue davanti alla libreria è un vezzo da decadente e da schiena in iperlordosi e danno lombo-sacrale. Dietro il tavolo, che è coperto di libri e sulla cui minima porzione libera mangio in maniera alimentarmente scorrettissima ai limiti del radioattivo, c'è il divano col copridivano blu: anche questo, come il letto, è illibato. Nessuno viene mai a casa mia, potevo comperare una poltrona, così avevo più spazio. Il mobile scelto dall'amica Donata è disastrosamente inefficiente ed è ricettacolo di cd e dvd e libri inutilissimi, come per esempio quelli che riguardano la consulenza filosofica, professione che, persistendo lo stato di disoccupazione, pensavo di intraprendere, gabbando l'ordine degli psicologi.



La libreria del vano inutilizzato con il letale nido abitate da milioni di tarme della carta immaginarie, che erodono da anni le pagine di annate multiple della rivista "Poesia". Nel terzo ripiano verso l'obbiettivo: l'opera omnia di David Foster Wallace.



Il disastroso e inefficientissimo mobile a madia acquistato su imposizione dell'amica Donata: vi si può notare il ritratto fattomi da Tommaso Pincio, che me lo ha spedito via posta normale, dandomi l'unica forma materiale a cui io sia emotivamente attaccato nella mia Miserabile magione. Si intuisce, sopra il dipinto pinciano, il fotoritratto del poeta Antonio Porta, quello di sua figlia a sei anni e un'istantanea di una bambina in mezzo a bambini. Il resto sono cd, dvd e le vhs dei film di Jodorowski.



Divano, tavolo oberato da letterature inutilissime, sedie utilizzate come attaccapanni: la prospettiva sul centro de "l'altra stanza" a partire dalla scrivania dove lavoro vivo muoio.



La chaise longue presso cui posso rilassarmi ascoltando Mozart, mentre non mi siedo mai, non sono mai rilassato, non c'è volta che ascolti Mozart, perché lo stereo non va.



Il cumulo teratomorfo dei romanzi a pagamento o non che giungono presso la Miserabile abitazione, inviati da ignotissimi scriventi o cupi editori minori, ma anche da Marsilio, Ponte alle Grazie, Mondadori, Alet, nella speranza vana di una qualche suppongo recensione: non recensisco quasi più, ma questi assedianti a colpi di carta non desistono.



Da dentro "l'altra stanza" si possono prendere d'infilata più prospettive - per esempio quella che conduce lo sguardo alle misteriche latitudini della zona cucina, le cui piastrelle non vengono calcate da essere umano dai tempi della Miserabile entrata in fitto dell'altrettanto Miserabile affittuario. Egli infatti si ciba di sostanze radiologicamente sospette e chimicamente incongrue, a temperature che non superano mai i 10°, avendo quindi sviluppato una gastrite che è riuscita perfino a divorare se stessa e quindi grazie, di stomaco sto abbastanza bene.



Di stomaco starà abbastanza bene, il Miserabile scrittore, ma è legittimo nutrire dei dubbi circa la sua tenuta di psicosomatico: quanto a ipocondria lui sta a Woody Allen come Alessandro Magno a te quanto a strategia e conoscenza dell'Ellade. L'oscillococcinum non inganni: il Miserabile patologico non è omeopatico, si tratta della fissazione di una farmacista, che sta nella bolgia farmaceutica d'angolo tra Bligny e Ripamonti, la quale, essendo alta come un elfo, è ovviamente omeopatia e naturopatia a palla. La presenza di antibiotico Suprax (che come effetto collaterale comporta che qualunque cibo, perfino la farina, abbia un sapore di yogurt scaduto a maggio 2002) e dell'antianchilosante Arcoxia ce la dicono lunga sulla presenza fisica del pappagorgiuto autore di Miserie.



Una grappa regalata e fatta bere una volta all'amico poeta Mario Benedetti: il Miserabile è miserevolmente astemio, tranne quando assume di colpo e sorprendentemente del gin tonic, il che coincide con fasi down dell'autore, spesso legate alle sue Miserie economiche (che non coincidono con quelle dei precari, ma piuttosto con quelle di tutta l'Europa dopo il crollo del '29).



La madia nello spazio cucina. Un sunto attendibile dell'atteggiamento nutrizionale Miserabile è costituito dall'inconfondibile confezione di succo artificiale di limone, una miscela grottescamente acidula fatta di citrato di sodio, in questo caso specifico peraltro pure scaduto. Perché un accumulo inutile di tanto pane industriale? Il miele è scalpellabile ad libitum: risale alla prima pagella elementare del Miserabile autore di questo apparato da carcinoma gastrico.



Il luogo elettivo del Miserabile scrittore, laddove nascono i suoi imperdibili capolavori e la sua lingua batte sul tamburo della mente con inconfondibile ritmica espressionista: la scrivania. Come Molière, il Miserabile vi morirà piegando la testa sul pianale, non essendo diventato però Molière. Guardate quanti libri egli consulta mentre scrive! Ecco spiegata la sua enciclopedica preparazione sciorinata spesso via mail o a distanza. La sedia reclinabile è anch'essa una roba lombo-sacrale. Il pc non è un mac e questo squalifica definitivamente il Miserabile scrittore agli occhi di Steve Jobs. Tutto è freddo e satinato: come il suo animo.



La finestra a volta sul cortiletto verde verde è l'unico motivo per cui il Miserabile autore ha affittato la casa prigione ambulatoriale. Oh, ma quanto legge egli? Ma guarda te che pile di tomi che si tiene accanto, quest'uomo (beh: uomo...) è davvero coltissimo!!!



Questa è la foto lynchiana che il Miserabile ha studiato per ore prima di scattare: cercate voi di capirci qualcosa, guardate che c'entra lo specchio.



Dalla mamma al papà alla sorellina: la famiglia del Miserabile è contenuta negli affetti e in due ripiani di libreria. Anche a questo serve l'altra stanza", oltre a dare asilo alla salma di Lino Ventura in fuga da se stesso.

13 gennaio 2011
Intersezioni ---> POINTS DE VUE
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Note: 
1 Edgar Allan Poe a cura di Tommaso Pisanti, Tutti i racconti, le poesie e Gordon Pym, Roma, Newton Compton, 1992, p. 504
2 Edgar Allan Poe, op. cit, p. 505
3 titolo dello stesso Giuseppe Genna. Questo lavoro è stato pubblicato lo scorso 4 dicembre nella sua pagina Facebook.  Link
4 Mario Praz, La filosofia dell’arredamento, Longanesi, Milano, 196, p.12
 
5 termine di Giuseppe Genna

10 gennaio 2011

0036 [MONDOBLOG] Un dialogo con Vinicio Bonometto: dal blog di Francesco Tentori a Wikipedia

di Salvatore D'Agostino

Il prossimo 6 agosto si celebreranno i vent’anni del World Wide Web.
Da tempo, Wilfing Architettura, si domanda: che cos’è successo in questo periodo?
Più volte ha chiesto qui e qui:
Chi è stato (in Italia) il pioniere dei blog di architettura?
Ricostruire la storia delle scritture on-line, non è semplice.
L’inclusivismo, teorizzato dallo stesso creatore del Web Tim Berners-Lee, ha bisogno di nuovi dispositivi critici per orientarsi in questa 'città dei bits' (definizione di Willian J. Mitchell).
«La rete è il sito urbano che ci fronteggia, un invito a progettare e a costruire la città dei bits (la capitale del XXI secolo), proprio come, molto tempo fa, una stretta penisola accanto al Meandro divenne il sito di fondazione di Mileto. Ma questo nuovo tipo di insediamento rivolterà come un guanto le categorie classiche e ricostruirà il discorso cui gli architetti si sono vincolati dall’era classica a oggi.»1 (Willian J. Mitchell)
Rileggere dopo quindici anni ‘La Città dei bits’ significa cambiare il senso al contenuto del libro da saggio a docufiction. L’ottimismo di Mitchell stride con la modernità con cui ci confrontiamo oggi.  Un’evoluzione che l’Italia ha subito, pochi, direi pochissimi italiani hanno influito sull'urbanistica di questa città. L’Italia, nella città dei bits, è andata al supermercato a comprare di volta in volta il prodotto più innovativo.
«I siti nel cyberspazio non vivono in eterno: pertanto, alla fine questo elenco diventerà – come le tracce di una città da tempo abbandonata – un reperto di archeologia digitale»2.
Grazie a Vinicio Bonometto vi racconterò un pezzetto di questa archeologia digitale e non solo.

Salvatore D'Agostino Vorrei iniziare da questa frase tratta dalla scheda didattica ‘Una volta era una tesina’ del suo corso di Composizione architettonica urbana pubblicata sul suo blog:

«Fu lui il primo (ndr Francesco Tentori), già settantenne, ad usare il sito internet dello IUAV con modalità sorprendentemente nuove per quegli anni, raccogliendo e recensendo articoli di riviste e giornali che confluivano, attraverso procedimenti tutt'altro che copia e incolla (per la difficoltà d'importazione dei testi) in un contenitore che solo ora potremmo chiamare blog».
Come avvenivano le pubblicazioni e quali erano i contenuti? 

Vinicio Bonometto Sono stato allievo di "Checco" Tentori, sia da studente, all'Istituto Universitario di Architettura di Venezia, che da collaboratore dal 2000 al 2003.
Il mio è un omaggio più che dovuto e in più ‘Una volta era una tesina’ rispetta l'approccio al web dell'architetto friulano, anche se nel 2003 anno di pensionamento di Tentori, né i blog né altri ammennicoli (wiki, flickr, google earth, ecc.) erano così diffusi o forse nemmeno esistevano. 
Usavamo le pagine del sito dello IUAV che io, Tentori e l'architetto Luigi Pavan caricavamo a beneficio degli studenti (che immagino poi non leggessero). Le pagine erano un "collage" d’articoli tratti da quotidiani e settimanali, quasi mai riviste specializzate. Ogni scritto di cronaca, di cultura, non necessariamente architettonica, possedeva poi un commento di Francesco, a volte anche di noi collaboratori.
Era Tentori che scansionava gli articoli dopo averli ritagliati dai giornali, aveva uno scanner OCR (che però necessitava di un gran lavoro di ribattitura dei testi) e un vecchio Apple che lui usava con destrezza.
Il procedimento d'inserimento nel sito IUAV lo facevamo io e Luigi Pavan con delle complicazioni infinite perché dopo l'importazione saltavano tutti i caratteri, i margini ecc. ecc. 
Tentori era l'unico tra i docenti IUAV che utilizzava lo spazio dato dal sito "pagine dei docenti" in maniera completa e non solo per bibliografie e programma istituzionale. 

In che anno? 

Abbiamo cominciato le pubblicazioni online nell'ottobre del 2000. Ho fatto tre anni accademici come assistente di Checco Tentori, il terzo era il 2002/2003, tutti e tre erano "Progettazione Architettonica 2" (quart'anno).

Perché immagina che gli studenti non leggessero le vostre note Web?

I "ritagli" erano ovviamente per gli studenti così pure i commenti, ma siccome non avevano attinenza diretta con il tema e con il progetto che gli studenti dovevano sviluppare e in più non venivano interrogati su questo, difficilmente questi ultimi si prendevano la briga di leggere le nostre note.
Mi ricordo che facevo delle interviste agli studenti e mi confermavano questo.

Attualmente ci sono link attivi del blog di Francesco Tentori?


Ho aperto da poco il sito dello IUAV dove dovrebbero stare quelle pagine, non le ho trovate, temo che sia andato tutto perso.


Ha conservato qualche fotocopia?

Non ricordo di avere qualcosa sul blog ma su Tentori ho un involontario archivio di molti suoi scritti, poiché Checco mi regalò - sapeva che mi piaceva - un suo vecchissimo Apple, il famoso "videocitofono". Quando gli dissi che era pieno di suoi testi, mi disse di non preoccuparmi, che potevo farne quello che volevo (Francesco era così), io li conservo gelosamente, assieme al computer, a Venezia, dai miei genitori in numerosi floppy disk. 

Vinicio, lei pone tre questioni rilevanti per lo storico contemporaneo:

LA VITA DI UN LINK 
La vita dei contenuti di una pagina Web è incerta.
Come nel suo caso, il gestore del server dell’università di Venezia, ha pensato bene, di cancellare tutti i contenuti editi da un professore non più attivo o non più in vita.
Spesso le informazioni Web spariscono perché i server non sono più attivi o perché lo stesso autore ripulisce la sua vita Web o perché non indicizzati dai motori di ricerca.

LA MEMORIA WEB
Per capire quest’aspetto le cito un brano tratto da una conversazione di Umberto Eco con Jean-Claude Carrière:
«Jean-Claude Carrière Ma nessuno contesterà il fatto che, per poter utilizzare questi sofisticati strumenti che, come abbiamo già detto, tendono a deperire molto rapidamente, siamo tenuti a reimparare senza sosta nuovi usi e nuovi linguaggi e a memorizzarli. La nostra memoria è potentemente sollecitata. Forse più che mai.

Umbeto Eco Certo. Se tu non sei capace, dopo l’arrivo dei primi computer nel 1983, di riciclare di continuo la tua memoria informatica passando da un floppy disk a un disco dal formato più piccolo, poi a un altro disco e ora a una chiavetta, hai perso i tuoi dati mille volte, parzialmente o integralmente. Comunque, beninteso, nessun computer può leggere i primi dischetti appartenenti ormai all’era preistorica dell’informatica. Ho cercato disperatamente di recuperare una prima versione del mi Pendolo di Foucault3 che devo aver salvato su dischetto nel 1984 o nel 1985, ma senza successo.»
STORICO DI OGGI
  • Lo scrittore John Updike prima di morire ha consegnato cinquanta floppy disk alla Houghton Library di Harvard.
  • La Harry Ransom Center dell'Università del Texas, Austin, qualche mese fa, ha annunciato di aver acquistato l'archivio digitale di David Foster Wallace, suicidatosi nel 2008.
  • Salman Rushdie in una recente mostra delle sue opere letterarie ha esposto i suoi quattro Mac, compreso quello distrutto da un bicchiere di Coca-cola.4
Inizia una nuova fase di decodificazione e conservazione delle fonti per gli storici, ovvero, quella dei supporti ‘evanescenti’ digitali.
Inoltre non va trascurato l’aspetto delle ‘password segrete’ dell’autore e quindi del possibile accesso all’archivio della corrispondenza e dei documenti memorizzati nel Cloud Computing.

Crede che sia possibile trovare, nei dischetti da lei conservati, almeno una pagina del blog involontario di Francesco Tentori?
 


No, nel piccolo computer Apple non c'è nulla, perché Tentori lo usava a casa e precedentemente al blog IUAV. Mi ricordo che gli avevano fatto acquistare, dietro consiglio, in sostituzione del "videocitofono", un PC e lui si trovava malissimo (tanto per tornare alle parole di Jean-Claude Carrière).
In più penso che non bisogna mai dare per scontato l'efficienza del Web, dei computer e dei telefonini, compresi gli sms. Il tuo primo contatto via email ad esempio, dopo che avevi letto il mio portale, mi era pervenuto completamente vuoto, senza parole, tanto che lo stavo cancellando.
Solo facendo il "replay" della tua email mi è apparso il testo di richiesta dell'intervista.
Altro esempio, sulla memoria: il mancato uso dei blog degli studenti ha portato alla cancellazione degli autori, di cui non si trova più traccia né del nome né dei loro recapiti email, per fortuna conservo la posta elettronica di quei mesi e dovrei essere in grado di rintracciarli tutti. Poco tempo fa uno studente di Torino cercava ulteriori informazioni sull'architetto Sacripanti dopo aver visto il blog dedicato, ma trovava solo il nome e non il cognome dell'autrice.
Sono riuscito a fare da tramite proprio grazie al recupero di quella casella di posta.


A proposito del mancato uso dei blog da parte dei suoi studenti. Quando ha dato vita ad 'Una volta era una tesina'? 

All'inizio del corso di 'Composizione architettonica urbana e laboratorio 5 modulo 1 canale A', Facoltà di Ingegneria, Corso di Laurea in Architettura, Udine. anno accademico 2007/08.
Io ero l'amministratore del portale/blog "una volta era la tesina", gli studenti mi comunicavano via email o in aula, ma preferivo sempre l'email, la scelta dell'autore o del tema (a volte se le scelte dello studente non erano "calzanti", indirizzavo lo stesso verso altri lidi), poi gli stessi studenti mi spedivano il link del loro blog (avevo detto che serviva da serbatoio di cose per poi finalizzare il contenuto verso matrici operative come wiki, flickr ecc.). Una volta fatto il blog, ad ogni aggiornamento mi facevo mandare una email, io controllavo e gli riscrivevo.

Gli studenti erano una trentina, se fossero stati di più sarebbe stato molto complicato, già con trenta il numero di email era molto alto. Quando poi hanno cominciato a lavorare su wiki, flickr, youtube, google earth controllavo i loro link e anche li cercavo di dargli dei suggerimenti. Spesso si dimenticavano i loro nomi o di inserire i link del loro blog o quello dei loro compagni con temi affini. E naturalmente inserivo i loro link nel portale in maniera più ordinata possibile. È stato un lavoro in "progress", ho imparato facendo ma soprattutto ho imparato molto dagli studenti che lo rendevano operativo con le loro ricerche.
La scelta dei contenuti era tematica o di un autore (il consiglio era che non fosse troppo famoso), gli studenti hanno scelto architetti italiani anzi prevalentemente friulani, come loro del resto.

Ci racconti del 'work in progress' del tuo corso? 

Le voci su "Wikipedia" sono state elaborate durante il corso, con risultati a volte comici (ad esempio la comunità Wiki censurava il testo appena scritto perchè era identico o in parte simile a quella del blog, non capendo che era la stessa persona che l'aveva scritto).
Comunque si andava a tentativi, non ricordo inserimenti andati a buon fine al primo colpo, c'era sempre qualcosa che non andava. Ad esempio, qualche architetto era ritenuto dalla comunità "Wikipedia" troppo marginale per possedere una voce, invece si sbagliavano, è bastato motivarlo con degli esempi e con l'illustrazione delle opere di questi architetti "sconosciuti" per renderlo universale.
Non tutti gli studenti hanno affrontato Wikipedia, potevano scegliere altri mezzi, così qualcuno ha preferito You Tube, Flickr, ecc. solo il Blog era obbligatorio e propedeutico, poi bastava sviluppare la ricerca tematica o d'autore solo su due risorse web.
Qualche studente era già utente di Flickr e dotato di buon occhio fotografico, così è diventato naturale farlo continuare con il proprio profilo. Io Flickr all'epoca lo conoscevo poco, non avevo ancora un mio profilo, invece è uno strumento molto ben costruito che adesso uso quotidianamente per inserire i miei "disegnetti".
I video su You Tube furono una bella sorpresa, Torviscosa e Marcello D'Olivo su tutti, quest'ultimo piacque molto e l'autore della monografia Electa, Guido Zucconi, che lo scovò in rete, contattò gli autori e mi ricordo che fecero qualcosa assieme.
In aula avevo mostrato come esempio lungo (a loro chiedevo invece un corto di due, tre minuti) il video del Padiglione Italia di Franco Purini del 2006 sull'architettura italiana.
Per Google Earth si poteva lavorare su due opzioni o anche su entrambe, una fotografica (panoramio) oppure su modelli 3D (model) creati con SketchUp, un ottimo programma di modellazione, tra l'altro gratuito.
Una studentessa volle fare un sito internet (superfici pieno e vuoto), un ottima idea solo che quando smise di pagare il web master perdemmo tutto, e qui ritorniamo ai problemi della memoria di Umberto Eco e Jean-Claude Carrière.

  
Ha trovato in rete delle esperienze simili alla sua?

A corso terminato scoprii dei siti/portali filosoficamente simili al mio anche se tematicamente distanti oltreché di ampissima diffusione, uno è memoro (raccolta di memorie in video dal mondo), l'altro è musicale, per mano del newyorkese Paolo Paci e si chiama "TAO - the anonymous orchestra" un canale You tube che contiene numerosissimi artisti di strada. 

Non ha pensato di continuare ad arricchire il portale con nuove voci? 

Purtroppo qui alla Facoltà di Architettura di Alghero, per motivi di contingenza e specificità d'insegnamento non sono ancora riuscito ad espandere "portale di voci d'architettura", in rete ho fatto qualcos'altro ma è più di carattere personale che collettivo, anche se la componente didattica risulta esser sempre la matrice. 

Questa informe biblioteca che è il Web ha bisogno di un approccio  - e soprattutto uso - consapevole.
Per questo motivo la sua esperienza didattica è molto interessante. Ad esempio la voce Wikipedia dedicata a Maurizio Sacripanti, che ha contribuito a  creare con i suoi studenti, la consiglieri a tutti per iniziare a capire le idee dell’architetto romano.
Grazie per questo colloquio e la sua attività un po’ corsara e se ci permette da attento professore universitario.
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10 gennaio 2011 (ultima modifica 27 gennaio 2011)
Intersezioni ---> MONDOBLOG
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Note:
1 a cura di Sergio Polano, Willian J. Mitchell, La città dei bits, Electa, Milano, 1997, p. 17
2 a cura di Sergio Polano, Willian J. Mitchell, op. cit., p. 99
3 Jean-Claude Carrière e Umberto Eco, Non sperate di liberarvi dei libri, Bompiani, Milano, 2009, pp. 67-68
4 Patricia Cohen, Fending Off Digital Decay, Bit by Bit, The New York Times, 15 marzo 2010. Link

4 gennaio 2011

0007 [WIKIO] URBAN BLOG la classifica di gennaio e Mobilità Palermo

di Salvatore D'Agostino

Anteprima classifica URBAN BLOG mese di gennaio:

1.   [New]    06 blog.it 
2.   [New]    02 blog.it 
3.   [ -3]     Rosalio 
4.   [ +7]    Degrado Esquilino 
5.   [ -3]     Il blog di Marco Boschini 
6.   [ -1]     Roma fa schifo 
7.   [ -4]     Stop al consumo di territorio 
8.   [ -1]     Vigna Clara 
9.  [ +3]   CARTELLOPOLI (Anche se oscurato per Wikio il blog registra link in ingresso. Qui l'intervista di Wilfing Architettura e qui la proposta de 'Il post di Roma' Romano dell’Anno 2010: Massimiliano Tonelli). 
10.  [ -6]    Mobilita Palermo 
11.  [ +3]   Ciacci Magazine 
12.  [ -6]    Comuni virtuosi 
13.  [ -3]    Comunità provvisoria 
14.  [ -5]    Riprendiamoci Roma 
15.  [ -2]    Domenico Finiguerra 
16.  [ -8]    Michele Dotti 
17.  [ -1]    MALAROMA 
18.  [ +27] Migliora Torino! 
19.  [New]    Roma pedala 
20.  [ -5]    Bike Sharing Roma