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21 ottobre 2010

0045 [SPECULAZIONE] Retroguardie

Sulla necessità di uno sguardo di retroguardia, per un’architettura civile e non esclusivamente estetica.

Ricercatore presso la facoltà di architettura di Reggio Calabria

Retroguardie

Non è più tempo di spingersi in avanti prima di aver fatto il punto della situazione. Troppi sono gli eventi che, negli ultimi due decenni, abbiamo attraversato di corsa e in maniera forsennata, per non sentire la necessità di fermarci e accamparci. Quando un esercito decide di fare in questo modo e quando questo è composto, soprattutto, da “comici e spaventati guerrieri”1, allora è necessario organizzare, a una distanza utile da quest’accampamento temporaneo, un dispositivo umano che controlli gli eventi esterni in maniera tale che essi non irrompano senza alcun preavviso. Questo dispositivo è una linea di retroguardia. Diversamente dall’avanguardia, che precede un esercito in cammino verso una meta, la retroguardia cura le ritirate strategiche e veglia sul riposo e sulle membra stanche di un esercito che decide di fermarsi, per capire cosa fare del proprio futuro.
«[…] Non è quel che vidi che mi fermò. È quel che non vidi. Puoi capirlo, fratello? È quel che non vidi. Lo cercai ma non c'era, in tutta quella sterminata città, c'era tutto tranne. C'era tutto. Ma non c'era una fine. Quel che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo. Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere. Ma se tu. Ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi. Milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai e questa è la verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita. Su quella tastiera non c'è musica che puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio». (Alessandro Baricco)2
L’umanità che anima, e alimenta, sia la cultura sia la pratica architettonica italiana, non ha delle necessità differenti o delle maggiori possibilità oggettive di quelle che, in generale, ha l’intera comunità cui appartiene. Sarebbe del tutto illogico pensarlo o postularlo. La storia civile e culturale del nostro Paese, infatti, ha oramai messo una distanza profonda tra se è l’unico periodo della sua breve storia unitaria – quella del Secondo Dopo Guerra - di cui non si può dire ciò che Leopardi, con cruda e onesta franchezza, disse dell’Italia che lui vedeva e intravedeva. E ci riferiamo a quel Leopardi che parla proprio di noi, nel suo breve ma ancora oggi fotografico scritto intitolato “I Costumi degli Italiani”. In cui descrive una Nazione ancora giovane ma già diventata «la più morta, la più fredda, la più filosofa in pratica, la più circospetta, indifferente, insensibile, la più difficile a essere mossa da cose illusorie, e molto meno governata dall’immaginazione: anzi, priva affatto di opere d’immaginazione».
Un Paese, per l’appunto, dove ogni trasformazione immaginata, anche da chi saprebbe come operarla, è tacciata di velleitarismo, utopismo. Un Paese dove imprese politiche e culturali ambiziose sono state sempre abbandonate proprio da chi avrebbe dovuto, invece, sostenerle: non fosse altro che per incarico storico e generazionale.
«Vescovo, io so volare» / disse il Sarto al Vescovo. / «Guarda come si fa» / E salì sul campanile, con degli arnesi che sembravano ali, sulla grande Cattedrale / Il Vescovo andò innanzi alla Cattedrale / «Non sono che bugie/ non è un uccello l’uomo: / mai l’uomo volerà» / disse il Vescovo. / Il Sarto si lanciò e si sfracellò al suolo./ «Il Sarto è morto» disse il Vescovo alla gente / «Era proprio una pazzia / Le ali si sono rotte / e lui sta lì / schiantato / sui duri selci del sagrato / Che le campane suonino. / Erano solo bugie. / Non è un uccello l’uomo. / Mai l’uomo volerà» / Disse il Vescovo. (Bertold Brecht)3
Essere retroguardia vuol dire, allora, capire che il Vescovo, della poesia di Brecht, aveva torto: l’uomo, infatti, oggi vola. Vuol dire, però, sapere che anche il Sarto aveva torto. Non è con l’idea e con il solo coraggio nel provarci, infatti, che si riesce a volare. Per volare si è dovuto fare uno sforzo immane d’invenzione, per sfruttare dei dati di natura e trasformarli in un’idea e una materia del tutto artificiosa.

Né il coraggio dell’utopia né la mimesi ornitologica ha permesso all’uomo di volare. In questo senso, essere di retroguardia vuol dire guardare in maniera nuova, con realismo e rassegnazione, alla stessa idea di progresso cui abbiamo creduto con profondo senso di superstizione. Il progresso non può essere affidato al tempo, e alla convinzione che il suo solo scorrere ci serba, più avanti, il meglio e i suoi valori. Il progresso non può essere affidato alla convinzione che un uomo nuovo si accompagni al tempo che verrà. La parola “progresso”, in un tempo nemmeno lontano, sembrava avere anche una dimostrazione scientifica. Un’idea inesatta, in cui si credeva - e si crede - alla generazione graduale e ineluttabile, nel corso del tempo, del migliore mediante ciò che è meno buono. Essere di retroguardia, invece, vuol dire avere coscienza che solo una legge regola la nostra vita spirituale e materiale: possiamo essere resi migliori solo in rapporto all’influenza che su di noi può esercitare chi è meglio di noi. E ciò che è meglio di noi, per chi vive un presente, non può essere trovato nel futuro ma nel passato e nel presente. Anche quando quest’ultimo è difficile. Per costruire un futuro migliore non ci si può accontentare di prendere come esempio ciò che nel presente è negativo e sperare di migliorarlo solo proiettandolo nel domani. Noi siamo migliori, solo se cerchiamo, in ciò che è stato ed è, qualcosa di migliore che ci influenzi e ci induca a diventare migliori.
«Cristo, ma le vedevi le strade? Anche solo le strade, ce n'erano a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una. A scegliere una donna. Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire. Tutto quel mondo. Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce. E quanto ce n'é. Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell'enormità, solo a pensarla? A viverla. Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n'erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non è infinita. Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo. È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare». (Alessandro Baricco)4
Essere di retroguardia non vuol dire, però, come alcuni potrebbero pensare, avere nostalgia o manie nei confronti del passato. La retroguardia guarda alle spalle, di lato e avanti all’esercito su cui vigila. E lo fa per dare tempo e non per andargli incontro avanzando con gli occhi rivolti indietro. Non stiamo parlando, quindi, della moglie di Lot, cui Dio comandò di non voltarsi e che, per farlo, invece, fu trasformata in statua di sale. Essere di retroguardia vuol dire aguzzare gli occhi in tutte le direzioni, per necessità e per dovere. Essere di retroguardia vuol dire tornare a dare sostanza alle parole progetto e trasformazione, diventate, oggi, dei semplici modi di dire. Il progetto non solo si svolge in una relazione con il tempo ma, in un certo senso, è una linea di sovrapposizione, una sorta di sinonimo muto della parola “tempo”. Siamo convinti che per comprendere in maniera completa la parola “progetto”, ad esempio, bisogna partire dalla sua valenza tragica. Per poterla maneggiare con discrezione e convinzione bisogna iniziare a segnalare l’innegabile quantità di sconfitte che produce, invece di porre l’accento sulle riuscite vittorie; separare la mole d’obiettivi che manca più che i pochi e fondamentali risultati che si ottengono. Quest’aspetto tragico della parola “progetto” è già affrontato in uno dei libri più antichi della biblioteca che dà una forma alla nostra cultura: il Vecchio Testamento. In quest’antico libro, nel capitolo dell’Esodo, a guardare bene l’argomento si nota che chi scrive tratta proprio delle difficoltà che si pongono nel trasformare la realtà attraverso un percorso progettuale. È inutile che qui si ricordino i momenti più evidenti in cui quest’affermazione trova conferma. Non è inutile ricordare, invece, quelli meno evidenti. Il popolo ebraico, in ogni frangente del suo cammino di trasformazione da popolo schiavo a libero, in ogni momento di questo percorso progettuale, pose più volte delle resistenze a questo processo, arrivando a rimpiangere lo stato di schiavitù cui era stato strappato.

L’umanità, così come ogni altra materia di una trasformazione progettuale, pone sempre delle resistenze al cambiamento di stato prodotto artificialmente. Queste resistenze, il più delle volte producono la sconfitta del progetto. L’umanità, forse per il fatto di essere un’entità di genere innaturale, non si comporta secondo la chimica che è propria alla natura, in cui i passaggi di stato trasformativi avvengono linearmente e senza alcun ostacolo. Secondo questa evidente natura umana del progettare, Michelangelo ebbe a dire, con enorme chiarezza, che “è migliore, nella vita come al gioco, abituarsi a saper perdere molto che a vincere poco”. Questa, si badi bene, non è l’apologia del non realizzato o del valore del fallimento. Se fosse questo, e spesso è capitato che qualcuno ci abbia provato, vorrebbe dire descrivere un’umana giustificazione. Questa è semplicemente la constatazione delle contraddizioni che nutrono i processi di trasformazione della storia che seguono con caparbietà una linea progettuale. In questo senso nulla, come il progetto e il progettare, si presta a scritture storiche in cui le pagine migliori sono spesso rappresentate da quello che non si è fatto o potuto fare più che da quello che si è riuscito a realizzare.
«Non c’è altro modo di trovare la forma, di sapere che cosa si deve fare e come si deve farlo, che quello di eseguirla, produrla, realizzarla: non è, che l’artista abbia immaginato compiutamente la sua opera e poi la esegue, la realizza. Egli la delinea proprio mentre la fa. La forma si definisce nella stessa esecuzione che se ne fa, e diventa tale solo al termine d’un processo in cui l’artista l’inventa eseguendola. La scoperta avviene solo durante e mediante l’esecuzione, e solo operando e facendo, solo scrivendo o dipingendo, cantando o suonando, l’artista trova e inventa la forma. Fino a quando il processo non è concluso, la forma non c’è, e tutto è ancora in gioco, e la minima deviazione può condurre all’insuccesso e ciò che doveva connettersi e rapprendersi può dissolversi e dissiparsi, sì che soltanto l’esito può assicurare l’autore sulla sua riuscita». (Luigi Pareyson)5
Essere di retroguardia vuol dire inseguire una necessità che è umana, anche quando, per lunghi periodi, l’umanità smette di percepirla come tale: la ricerca di un sovrano o una sovranità da servire. Quest’aspirazione, nell’antichità ha coltivato l’Europa e il suo spirito, sia civile sia tellurico. Ha coltivato, però, soprattutto le terre di Sicilia: ed è una fortuna che dovremmo custodire con feroce gelosia. Un’aspirazione che, in Sicilia, ancora palpita nel cuore di quegli esseri di legno che sono i Pupi. Quegli esseri di legno che si animano di fronte ai nostri occhi, guidati da fili che non si vedono, ma che parlano e affermano la loro essenza. Questi esseri di legno e fili raccontano le loro storie. Sono di legno, è vero, ma quando si animano, sono esattamente quei Cavalieri che a Roncisvalle, per servire il loro sovrano e una loro idea di Dio, osarono morire senza fiatare. “Bisognerebbe obbedire solo alla legge o a un uomo, a un’idea o a un sogno”. Ed è proprio un sogno da realizzare quello che ci manca: quello della parità tra gli esseri umani. Quel sogno che mandi in soffitta la superstizione dell’uguaglianza. La parità è quella condizione artificiale che permette di servire senza essere dei servi; di servire non tanto una persona o una realtà ma l’idea che le sorregge entrambi. Ancora oggi non siamo riusciti a realizzare una Tavola Rotonda, dove tutte le differenze siano equidistanti dal loro centro reale. Una tavola in cui Re Artù e i suoi Cavalieri, nella loro evidente differenza, possano condividere, su un piano di parità, uno stesso destino. Come diceva Louis Khan, “nella vita non v’è nulla di meglio che servire il proprio Re”.
«Non sono pazzo, fratello. Non siamo pazzi quando troviamo il sistema per salvarci. Siamo astuti come animali affamati. Non c'entra la pazzia. È genio quello. È geometria. Perfezione. I desideri stavano strappandomi l'anima. Potevo viverli, ma non ci sono riuscito. Allora li ho incantati. E a uno a uno li ho lasciati dietro di me. Geometria. Un lavoro perfetto. Tutte le donne del mondo le ho incantate suonando una notte intera per una donna, una, la pelle trasparente, le mani senza un gioiello, le gambe sottili, ondeggiava la testa al suono della mia musica, senza un sorriso, senza piegare lo sguardo, mai, una notte intera, quando si alzò non fu lei che uscì dalla mia vita, furono tutte le donne del mondo. Il padre che non sarò mai l'ho incantato guardando un bambino morire, per giorni, seduto accanto a lui, senza perdere niente di quello spettacolo tremendo e bellissimo, volevo essere l'ultima cosa che guardava al mondo, quando se né andò, guardandomi negli occhi, non fu lui ad andarsene ma tutti i figli che mai ho avuto. La terra che era la mia terra, da qualche parte del mondo, l'ho incantata sentendo cantare un uomo che veniva dal nord, e tu lo ascoltavi e vedevi, vedevi la valle, i monti intorno, il fiume che adagio scendeva, la neve d'inverno, i lupi di notte, quando quell'uomo finì di cantare finì la mia terra, per sempre, ovunque essa sia. Gli amici che ho desiderato li ho incantati suonando per te e con te quella sera, nella faccia che avevi, negli occhi, io li ho visti, tutti, miei amici amati, quando te ne sei andato, sono venuti via con te. Ho detto addio alla meraviglia quando ho visto gli immani iceberg del Mare del Nord crollare vinti dal caldo, ho detto addio ai miracoli quando ho visto ridere gli uomini che la guerra aveva fatto a pezzi, ho detto addio alla rabbia quando ho visto riempire questa nave di dinamite, ho detto addio alla musica, alla mia musica, il giorno che sono riuscito a suonarla tutta in una sola nota di un istante, e ho detto addio alla gioia, incantandola, quando ti ho visto entrare qui. Non è pazzia, fratello. Geometria. È un lavoro di cesello. Ho disarmato l'infelicità. Ho sfilato via la mia vita dai miei desideri. Se tu potessi risalire il mio cammino, li troveresti uno dopo l'altro, incantati, immobili, fermati lì per sempre a segnare la rotta di questo viaggio». (Alessandro Baricco). 6
Essere di retroguardia vuol dire capire, oggi, che anche noi, che ci occupiamo di cose che sembrano superflue, e che continuiamo ad organizzare eventi culturali e manifestazioni che non sembrano tenere conto della realtà che viviamo, dovremmo forse contribuire a non rendere vano il tentativo ardito di unificare un territorio lungo e diverso come la penisola italica. Un territorio popolato da persone ignare del valore della storia, ma affezionate alla geografia. Un territorio animato, quindi, più che popolato; e che non sembra, ancora oggi, avere altra voglia, se non quella di allungarsi ancora di più, in maniera tellurica, sul mare Mediterraneo, per tentare di baciare l’Africa e provare, così, ad abbracciarla definitivamente e, con essa, impigrirsi e addormentarsi per sempre.
«Gli italiani sono persone che ancora non hanno deciso da che parte stare nella vita, per il semplice motivo che sono profondamente giovani come nazione; quindi profondamente ignoranti su cosa vuol dire vivere insieme ed essere un popolo coeso. Bisogna che l’Italia cominci col persuadersi, che c’è nel seno della nazione stessa un nemico più potente e infido dello straniero, dell’islamico, del comunista, del fascista, del romeno e dell’extracomunitario: ed è la nostra profonda ignoranza circa la bontà dei corretti comportamenti collettivi, e la poca parsimonia con cui consumiamo quelli privati. Sono le moltitudini analfabete in fatto di convivenza, i burocrati automi, i professori che ignorano completamente quello che insegnano, i politici imbecilli, i diplomatici che mancano proprio di diplomazia, i generali incapaci, gli operai senza operosità, gli agricoltori senza più amore per la terra e la retorica che gira, e gira, senza trovare mai la sua conclusione, ad essere il vero cancro del nostro Paese. Non sarà un prossimo fronte bellico o una catastrofe naturale ad impedirci d’avanzare sulla strada della maturità nazionale, ma quella linea umana composta da cinquanta milioni d’analfabeti e cinque milioni di arcadi, che compongono, oggi, la nostra comunità nazionale». (Giustino Fortunato)7
Essere di retroguardia, per chi guarda alle cose dell’architettura in funzione di un ruolo sociale spesso dimenticato, vuole dire riconoscere cosa avviene realmente e chiamare le cose con il loro nome. All’interno dello spazio urbano, oggi, sono in corso una serie di recuperi di aree cospicue, iniziati anche due o tre decenni addietro, che coincidono con grandi operazioni immobiliari. Queste operazioni non partono esclusivamente dal riuso o da una logica che guida la crescita e la riabilitazione delle città. Non vengono innescate da un’idea che riguarda direttamente la città, ma sono, in molti casi, esclusivamente una funzione della struttura articolata che oggi disegna il ciclo di un processo edilizio. Un ciclo prevalentemente finanziario ed imprenditoriale che è del tutto nuovo rispetto a quello cui siamo stati storicamente abituati. Il fatto che l’impresa abbia bisogno di ricollegarsi alla città, oggi, è una parte essenziale del contratto politico e non è, come una volta, un dato culturale o tecnico del tutto conseguente. Bisogna comprendere bene questa questione. Quando una grande impresa, un gruppo finanziario, finanche un’istituzione pubblica, decide di fare un’operazione finanziaria in cui è compresa un’elevata componente edilizia, tutto il problema delle articolazioni con la situazione urbana non diventa più un momento tecnico progettuale. Non lo diventa perché è già una parte essenziale del contratto politico che l’impresa o l’ente pubblico, o ambedue insieme oramai, hanno già stipulato con la città. Una cosa è chiarissima in queste operazioni: l’architetto e l’ingegnere, in questa fase storica, non devono gestire assolutamente nulla del progetto se non una idea, spesso molto vaga. Nel momento in cui si parla di gestire, sia chiaro, s’intende la gestione totale della riformulazione degli assetti morfologici derivanti da un programma funzionale d’ordine generale reso esplicito da una committenza.

È molto chiaro, invece, ciò che è richiesto oggi ad un grande architetto o ad un notevole progetto: è chiesto un “marchio di fabbrica”. Un marchio di fabbrica che deve essere perfettamente aderente al tipo di operazione che si andrà a realizzare. Quello che si chiede all’architetto e all’ingegnere, allora, è qualcosa di molto squilibrato. Molto spesso - e basta vedere la vicenda dei progetti per l’Expò per farsi una idea di ciò che dico – all’architetto e all’ingegnere viene chiesto un progetto in assenza anche di funzioni precise che, al momento della messa in forma, sono non previste per scelta consapevole, volontaria e strategica. Perché più si fissano le funzioni e più il progetto è poco flessibile rispetto alle trasformazioni che, in progress, verranno individuate per corrispondere esattamente alla massima remunerazione dell’investimento sul breve e medio termine Nello stesso tempo, però, l’architetto, soprattutto, e l’ingegnere, sono delle figure essenziali per una loro unica e specifica qualità cui non è possibile ancora rinunciare: loro rappresentano e pubblicizzano il progetto. Anche se non lo gestiscono più, il loro ruolo, pur se non centrale, è comunque essenziale. La questione non è se questo è giusto oppure no. Più realisticamente, a noi interessa capire se l’architetto è in grado in questo scenario, e attraverso delle capacità da costruire durante la sua formazione, di confrontarsi e di proporre soluzioni d’architettura anche di fronte a queste dimensioni e a tali sviluppi del nostro mestiere. Un mandato sociale, infatti, non è un’onorificenza o un gesto di gratitudine assegnato dall’esterno, ma è la conquista di una posizione, di un punto di vista, privilegiato e influente, sui processi di trasformazione della realtà. Questa posizione nessuno l’assegna e nessuno la toglie: o si è capaci di sostenerla, oppure quel vuoto è riempito da altre figure capaci di rappresentare, anche senza qualità, alcune istanze molto precise. In questo senso è un problema per una scuola di architettura.

La crisi dell’architettura contemporanea, allora, può essere riassunta proprio nell’arretramento evidente di fronte a queste variazioni storiche, culturali, sociali, politiche. Un arretramento utile solamente a salvaguardare, come compenso, una sorta di nicchia antropologica, culturale, di tipo tradizionale, all’interno della quale continuare a tenere in vita un particolare aspetto della nostra professione: quella in cui si notifica la sola novità morfologica. Quest’arretramento fa sì che la cultura architettonica, oggi, viva in una “riserva” dove poter continuare a tramandare il suo portato storico, a patto che ciò sia esercitato all’interno di uno spazio e di un tempo preciso e confinato. Un esercizio simile a quello d’alcune tribù autoctone del Nord America, che si calano nei vestiti tradizionali e cantano le loro canzoni di un tempo, solo ad uso e consumo dei turisti. All’interno di questa riserva culturale, allora, non v’è e non vi può essere più un reale aggiornamento culturale, perché in questo, più che altro, s’avvicendano solo delle inattuali etichette.

Essere di retroguardia vuol dire, allora, smetterla di guardarci intorno aspettando di vedere ciò che vorremmo o pensiamo che sia giusto e corretto osservare. A chi vuole essere di retroguardia, o chi crede che sia giusto iniziare a esserlo, è meglio ricordare che chi osserva deve poi riportare esattamente ciò che vede: al di là se questo piaccia o no. Dovremmo fare così per noi, in primo luogo. Per le nostre ambizioni. Dovremmo farlo, soprattutto, per onorare tutti quelli che, in una maniera o in un'altra, consapevolmente o senza accorgersene, hanno vissuto sino a oggi per questo progetto storico ancora tutto da conquistare. Dovremmo farlo per il tempo che verrà e per quelli che avranno il diritto, come noi, di viverlo, possibilmente avendo nostri attuali privilegi, dati dall’Italia per com’è, e per come potrebbe essere. Dovremmo farlo per tutte quelle Piccole Vedette Lombarde che, per guardare lontano e dall’alto, insieme al privilegio di vedere il futuro hanno abbreviato, e di molto, la loro vita su questa terra, o hanno dovuto affrontarne una lunga ma costellata da sofferenze e da contraddizioni. Dovremmo farlo per tutti quelli che ci hanno creduto, quindi, compresi quelli che, per farlo, hanno dovuto compromettere se stessi, i loro principi morali e la loro indole. Perché questo nostro Paese, e qualcuno deve iniziare a dirlo nuovamente e con tutta la propria forza morale e politica, vale molto di più di ogni suo singolo elemento: passato, presente e futuro. E su questo, allora, che bisogna essere pronti, oggi, a dare battaglia, anche nel caso in cui si possieda una sola piccola nave. Essere pronti a fare una battaglia di retroguardia per difendere alcuni principi, tra cui il valore civile e non meramente estetico dell’Architettura. Perché noi abbiamo il diritto di dare battaglia, pure con una sola nave, anche contro chi ha cento navi per mare. Non ne va della nostra vita, ma della nostra anima.

21 ottobre 2010
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Note:
1 Stefano Benni, “Comici spaventati guerrieri”, Feltrinelli Editore, Milano, 1989.

2 Alessandro Baricco, “Novecento”, Feltrinelli Editore, Milano, 1997.

3 Bertold Brecht, “ Il Sarto di Ulm”, Einaudi Editore, Torino, 1984.

4 Alessandro Baricco, “Novecento”, Feltrinelli Editore, Milano, 1997.

5 Luigi Pareyson, “ Estetica”, Feltrinelli Editore, Milano, 1997.

6Alessandro Baricco, “Novecento”, Feltrinelli Editore, Milano, 1997.

7 Questa è una mia personale parafrasi di un preciso pensiero di Giustino Fortunato. Ho solo aggiornato alcuni dati (il numero complessivo della popolazione italiana) ed inserito alcuni termini che indicano problemi e questioni inedite al tempo in cui Fortunato pronunciò il discorso in cui è contenuto questo passaggio. Il senso generale, il sapore dell’invettiva che l’accompagna, però, sono identici, insieme al giudizio che lui da dell’Italia.

16 luglio 2010

0405 (finExTRA) 16 luglio 2010---> ARCHITETTURA ITALIANA [83] EXPO 2015

di Salvatore D'Agostino


«TENTATIVI DI INFILTRAZIONI IN APPALTI EXPO


Secondo quanto emerso dalle indagini, i clan attivi in Lombardia avevano anche provato senza successo ad inserirsi negli appalti e nei subappalti dell'Expo.

Le tentate infiltrazioni, spiega una nota degli investigatori distribuita nel corso della conferenza stampa a Milano, avvenivano attraverso il gruppo Perego, considerato riconducibile alla cosca degli Strangio.

"E' stato ricostruito il tentativo di assorbire nel gruppo Perego importanti aziende lombarde del settore edile che versavano in condizione di difficoltà economiche, allo scopo di costruire apposite attività di impresa in grado di partecipare direttamente all'affidamento degli appalti per l'Expo 2015", si legge nella nota.

Nel decreto di fermo si legge che "in Lombardia si è riprodotta una struttura criminale che non consiste in una serie di soggetti che hanno semplicemente iniziato a commettere reati in territorio lombardo... (ma) gli indagati operano secondo tradizioni di ‘ndrangheta: linguaggi, riti, doti, tipologia di reati sono tipici della criminalità della terra d'origine e sono stati trapiantati in Lombardia dove la 'ndrangheta si è trasferita con il proprio bagaglio di violenza".

Secondo il pm Boccassini, in Lombardia ci sarebbero più di cinquecento affiliati alla 'ndrangheta. "Abbiamo documentato la presenza di più di 500 affiliati in Lombardia, oltre all'individuazione di 14 locali (luoghi dove sono presenti due o piu' 'ndrine) a Milano e provincia", ha detto Boccassini in conferenza stampa.

Agli atti dell'inchiesta c'è anche un filmato in cui viene ripresa l'"investitura" a capo dell''organizzazione malavitosa in Lombardia di Pasquale Zappia, presenti figure di spicco, avvenuta in un circolo di Paderno Dugnano intitolato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Tra gli indagati in Lombardia, anche alcuni politici: l'assessore comunale di Pavia, Pietro Trivi, accusato di corruzione elettorale -- di aver cioè comprato voti dalla criminalità organizzata -- e l'ex assessore provinciale di Milano, Antonio Oliviero, in rapporti con l'imprenditore Ivano Perego, arrestato per associazione mafiosa, e responsabile della Perego Strade.

Le indagini hanno anche portato all'arresto di Francesco Bertucca, 57 anni, imprenditore edile di Pavia, e di Rocco Coluccio, biologo e imprenditore. Insieme al direttore dell'Asl di Pavia sono accusati di essere stati organici alla 'ndrangheta e di essere il punto di congiunzione con l'organizzazione agli ordini del boss Pino Neri.

Nel corso del blitz sono stati arrestati anche quattro carabinieri, con accuse a vario titolo, di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione. Tra di loro c'e' Michele Belingieri, l'appuntato dell'Arma che aveva raccolto (come mostrato da un filmato), bossoli e cartucce sulla scena di un delitto a Rho, lo scorso 25 gennaio».

Redazionale, Maxiblitz contro 'ndrangheta: 320 arresti. Puntavano a Expo 2015, Angenzia Reuters,13 luglio 2010. Link

16 luglio 2010

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10 febbraio 2009

0027 [SPECULAZIONE] Monito di Stefano Boeri sull'EXPO 2015

Per Stefano Boeri ci sono segnali preoccupanti sul successo o meno della prossima EXPO, che si terrà in Italia a Milano nel 2015.1

Per il direttore di Abitare, il tema dell'EXPO, l'alimentazione, deve, non solo essere manifesto all'interno dell'area di esposizione, ma quest'idea si deve leggere in tutta Milano: «serve un’agricoltura plurale, promossa da politiche urbane plurali. Serve una nuova cintura di agricoltura estensiva che - se unita con i boschi, i parchi e le aree di rinaturalizzazione - potrebbe ridisegnare il perimetro della città ed evitarne ogni ulteriore espansione; ma ci serve anche un’ “agricoltura a chilometro zero” per dare un senso alle migliaia di piccole porzioni di spazio vuoto che costellano la grande città diffusa del nord Milano.»2
Analizzando il fallimento della precedente EXPO tenutasi nel 2008 a Saragozza e il cambiamento culturale del 'turismo globale', Boeri, individua tre coppie di priorità, invitando gli interlocutori ad abbandonare beghe istituzionali o politiche per iniziare un percorso virtuoso ed evitare il fallimento dell'evento.
Ecco la ricetta:
  • Prima coppia di riflessione: integrare le aree agricole con le aree urbane. Milano potrebbe diventare la prima metropoli a inglobare nel tessuto urbano, l'agricoltura, grazie alle distese coltivazioni ancora attive che lambiscono la cintura urbana.
  • Seconda coppia di riflessione: la ricchezza alimentare portata dai migranti deve essere diffusa nel suo territorio in modo da legare il concetto di accoglienza con la ricchezza alimentare. Idea simile al milanese gastronomo Allan Bay: la tradizione è meno ricca delle commistioni gastronomiche rintracciabili nella cucina dei migranti. [Inciso: Capire che la diversità culturale può migliorare la nostra fragile democrazia, per me, resta una grande sfida.]
  • Terza coppia di riflessione: l'architettura si deve confrontare concretamente con la sostenibilità e quindi con la democratizzazione, cioè la condivisione d'idee. A tal proposito invita a leggere il proclama di Jeremy Rifkin "Rivoluzionare l'architettura"3.

«Invece che litigare su chi guiderà l’Expo’, bisognerebbe mettersi a discutere con grande serietà e urgenza di queste tre coppie di grandi questioni. Perché se vogliamo aiutare Milano a accendere una luce inconfondibile nella geopolitica dei prossimi anni, dobbiamo realizzare una sola e grande condizione: che la nostra città riscopra quei valori di coraggio politico e di generosità sociale senza i quali l’ Expo’ del 2015 rischia di diventare l’ennesima sfilata delle nostre (mediocri) vanità.»4

Area destinata all'Expo del 2015

L'urbanistica, cioè la scienza della città, è una disciplina di recente formazione, nata da riflessioni igienistiche più che architettoniche. Ma fu Le Corbusier a sostenere il cambiamento radicale della città e teorizzò l’idea ecologica nell’architettura, «Il tetto-giardino restituisce all'uomo il verde, che non è solo sotto l'edificio ma anche e soprattutto sopra.»5
Il moderno è imbastito di ecologia.
«Per allontanare l'angoscia per il futuro, da tempo, la produzione architettonica si trova così accompagnata a una ideologia ambientalista attraverso cui prova di colmare lo scarto apertosi tra il fallimento del modello di sviluppo capitalistico e la presa di coscienza delle responsabilità collettive e individuali, cosicché stiamo assistendo all'affermarsi di una irrituale "naturalizzazione" dell'architettura che oltrepassa gli aspetti di ecocompatibilità e biosostenibilità in rapporto all'ambiente prima ricordati6 e che ha, nella maggior parte dei casi, come effetto immediato quello della "sparizione" dell'oggetto architettonico, quest'ultima motivata dal condiviso rifiuto collettivo di un mondo costituito da manufatti.»7
Per Francesco Rephisti l’ossimoro green architecture
è un pensiero debole per «sanare i nostri sensi di colpa e la volgarità attuale. Per ora nulla di più.»8 (Questo insieme di paradigmi ecologici li troviamo condensati nella torre manifesto di Stefano Boeri “Bosco verticale”).
Bisogna superare quest’ambiguità, abbandonare le 'strategie' ecologiche perché è la città che deve conquistare il verde e non l’architettura. Capire che l’idea più genuina dell’ecologica è poter: «Elevare l’improduttività fino a conferirle dignità politica.»9. Lezione da apprendere dal giardiniere Gilles Clément»10
Perché, se continuiamo ad osservare l’area progettuale/città nella sua peculiarità più emblematica a volo di uccello o googliana satellitare con il vecchio concetto speculativo/architettonico ritorniamo a sbagliare rifugiandoci nella stupidità del moderno: consumare.
«Istruire lo spirito del non fare così come si istruisce lo spirito del fare.»11
Del monito di Boeri non si può non condividere lo sprono verso una città e una nazione che si è dimenticata di riflettere e agire, per chiudersi nelle piccole idee di uomini di potere che per primeggiare amano confrontarsi con il peggio. Una pratica, ahimè, non esclusiva della storia recente.
Alberto Arbasino nel 1980 scrisse un libro dal titolo “Un paese senza” racconta 'Italia degli anni settanta prossima ai «misteriosi anni ottanta»10. Il suo racconto non è filologico ma prosegue per benjamiani frammenti. L'Italia si sfrangia. L'incipit è un gioco letterario, amato anche da Carlo Emilio Gadda, l'elenco caotico, eccolo:

«Un Paese senza memoria collettiva: con perdita generale e capillare di sapere collettivo, storia collettiva, realtà collettiva, conoscenza collettiva?
Un Paese senza « presa di coscienza » nei confronti della propria antropologia, con un rigetto deciso delle proprie attitudini; e un rifiuto diffuso di riconoscere i propri Corsi e Ricorsi Storici nell'atto stesso di viverli o riviverli come Tragedie che si replicano come Farse o viceversa?
Un Paese onirico senza nessi con la realtà né rapporti con l'esistente, senza resistenza ai <> nell'immaginario, voltando le spalle a se stesso, liberando forze o fissando energie soprattutto in sperperi ideologici e/o desideranti e/o bovaristici, senza volersi render conto che anche troppo spesso « tutto questo è già accaduto », e accaduto magari identico, proprio l'Inopinato di oggi, nel passato italiano, nel vissuto locale, e più volte, secondo schemi assai simili, ripetitivi e coatti, con varianti (tutto sommato) minime: la violenza, la ferocia, la volubilità, l'irresponsabilità, l'intolleranza, l'arroganza, il discorso teorico, il dibattito astratto, la asocialità, l'aggressività, la superficialità, la leggerezza, la conflittualità, la criminalità, la volgarità, la villania, l'incompetenza, la ladreria, il banditismo, il teppismo, la vivacità, la luttuosità, la furberia, lo scetticismo, il cinismo, il melodramma, la canzonetta, l'opportunismo, il trasformismo, il machiavellismo, il dannunzianesimo, il birignao, l'imbroglio, la cosiddetta arte d'arrangiarsi, il presunto dolce far niente, l'incoerenza nei conformismi, gli scontri stradali, le lotte giovanili, i conflitti corporativi, l'alterco fra minoranze concorrenti, la rivendicazione di privilegi a spese d'altri, l'inventarsi deleghe mai conferite, l'inconsistenza e incostanza nelle prese di posizione, la smania di teatralità e di processioni, l'ingordigia di apparati circensi, le energie vitalistiche buttate in manifestazioni tombali e funebri, lo snobismo di massa, la capricciosità del Principe e dei principii, la prepotenza e l'indolenza pubbliche e private, l'incertezza e vaghezza del diritto e della giustizia, la superficialità camuffata da seriosità, la smorfiosità e noiosità del pedantismo accademico, il latino rum dell'Azzecca-garbugli e il prestigio curiale che l'accompagna, i <>, i <>, le case trasformate in fortilizi, i potenti barricati dentro, i sicari sulla porta, il brigantaggio, le bande, le minacce, le vendette, gli agguati, i rapimenti, i ricatti, l'armarsi, il rinchiudersi, il far prigionieri, l'industriosità e laboriosità nel fabbricare strumenti di morte e poi usarli, le guerre sbagliate, le battaglie costose, le <> deliranti, le speculazioni insensate, gli investimenti rovinosi, la riluttanza a ogni previsione, la dissimulazione sistematica, le commozioni ridicole, l'incoscienza anarchica, il provincialismo autarchico, il prender sul serio sciocchezze, il linguaggio alienato dalle cose, il « volerla sapere più lunga » di chicchessia a ogni costo, la <> omnium contro omnes, l'insofferenza per qualunque <> altrui, l'ingordigia di volersi imporre con la repressione e l'oppressione, le risse di marciapiede e gli avversari di quartiere riconosciuti e combattuti per il colore degli abiti o per il taglio dei capelli... la vaghezza nelle faccende più importanti e la sopraffazione anche nelle cose marginali e minime...»13


Leggi su Wilfing Architettura: oo17 [CITTA'] Per Stefano Boeri Milano può rischiare di vedere sorgere favelas e slums.

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1
Stefano Boeri, Milano deve cominciare a riflettere sull'EXPO' 20015, Abitare Featured, 6 febbraio 2009
già pubblicato su: Stefano Boeri, Perché 29 Milioni di Visitatori dovrebbero venire a Milano per l' Expo?, Corriere della sera, 27 settembre 2008. Articolo di Tito Boeri
2
Stefano Boeri, op.cit.
3
Jeremy Rifkin, Rivoluzionare l’architettura Un proclama per affrontare la crisi energetica globale e i cambiamenti climatici pubblicato su Abitare, n. 486, ottobre 2008. Su Abitare Featured, 6 febbraio 2009

4
Stefano Boeri, op.cit.
5
a cura di Willy Boesiger, Le Corbusier, 2. ed., Bologna, Zanichelli, 1991.
6
«Accanto a una pratica architettonica sincera e positiva che ricerca e applica ogni forma di salvaguardia, rinuncia, autolimitazione e atteggiamento parsimonioso, il "naturale", "il risparmio energetico" o il "bio" sono così apparsi anche come un'arma in più al servizio dell'edilizia, alla quale oggi niente è più negato se occultato o ingentilito o scambiato per un intorno verde o un camouflage vegetale. Inoltre, come documentano gli esempi più recenti, l'architettura e l'urbanistica, sostenute dal nuovo paradigma ecologico, sembrano aver sposato la causa del verde anche per una incapacità nell'affrontare e risolvere alcuni luoghi urbani, ricorrendo così al paesaggismo come agente di rigenerazione urbana.» Francesco Rephisti, Green Architecture, Oltre la metafora, Lotus, n. 135, 2008, p.34.
7
Francesco Rephisti, Op. cit., p.34.
8
Francesco Rephisti, Op. cit., p.37.
9Gilles CLément, Manifesto del terzo paesaggio, Quodlibet, 2005, p. 63.
10Letture consigliate, libri tradotti in Italia: Gilles CLément, Manifesto del terzo paesaggio, Quodlibet, 2005 - Gilles Clément, Il giardiniere Planetario, 22 publishing, Milano, 2008 – a cura di Alessandro Rocca, Gilles Clément. Nove giardini planetari, 22 publishing, Milano, 2007.
11Gilles Clément, op. cit., p. 59.
12
Alberto Arbasino, Un paese senza, Garzanti, 1980, quarta di copertina.
13
Alberto Arbasino, Un paese senza, Garzanti, 1980, pp. 7-8.

16 settembre 2008

...a proposito di Bla UIA, Bla Geodesign, Bla Casa per tutti...

..tracce sulla rete per chi si è perso gli eventi di maggio/luglio...

bla... dal 24 maggio al 6 luglio 2008 sono stati esposti al Palafuksas di Torino i progetti del concorso Geodesign. 48 architetti/designer sono stati chiamati ad indagare e risolvere problemi concreti della città con la logica dell'autocostruzione (es.: braccialetti porta preservativi, accessori per hammam, nuovo tipo di berimbau, orti urbani, stendipanni, panca trasformabile, seduta dissuasore, toilette per i murazzi, pontili mobili per canoisti). Su abitare numero 483, giugno 2008, ne parlano la curatrice della sezione MoMA Paola Antonelli, l'artista e collezionista Vladimir Archipov, il direttore della mostra di Architettura alla Biennale di Venezia 2008 Aaron Betsky, l'architetto Sami Rintala e il crtico di design John Thackara. Geodesign è una sperimentazione di progettazione dal basso, sofisticato per la qualità dei progettisti e delle aziende presenti. Vi trascrivo un commento tratto dal dibattito, Vladimir Archipov: «Comunque l'idea che sta dietro a Geodesign mi sembra un approccio dà "tappabuchi", un camuffamento. Anche se l'arte, come il design, ha un'importante missione sociale, così diventa un atto di carità. Mi sembra strano che alla domanda "Hai un problema?" si possa rispondere "Non ti preoccupare te lo risolvo io!"»

bla... dal 23 maggio al 14 settembre è stata aperta una mostra alla Triennale di Milano dal tema Casa per tutti a cura di Fulvio Irace e Carlos Sambricio: «L’idea sostanzialmente è di affiancare a una mostra per “esempi” storici, una sezione sulla contemporaneità che presenti e spieghi le più diverse soluzioni di un abitare temporaneo: dalle case d’emergenza alle case autoprodotte, a quelle per utenti speciali (case per studenti, case per ragazze, case per nomadi, case per operai, la casa-abito, etc,), comprese le investigazioni di artisti che hanno posto tale tema al centro del loro lavoro.
La mostra [...] pone al centro i nuovi bisogni che emergono dalle domande di socialità di comunità o singoli espropriati degli elementari diritti all’abitare che Zygmunt Bauman [sic.]  ha definito in un suo recente studio le
vite di scarto.
Si vuole insomma dare una risposta progettuale – e propositiva – al bollettino di guerra scandito quotidianamente dalle cronache delle nostre città, dalla rivolta delle banlieu francesi alla caccia al rom delle nostre».
Autori:  Alejandro Aravena, Massimiliano Fuksas, MVRDV, Kengo Kuma, Cino Zucchi. 
Qualcuno c'è stato?

bla... dal 29 giugno al 3 luglio 2008 si è svolto a Torino il XXXIII Congresso Mondiale degli Architetti Transmitting architecture  (pagina web non più visibile). Leggendo il manifesto conclusivo Dalla crisi di megacity e degli ecosistemi verso eco-motropoli l'era post-consumista l'architettura sembra aver abbandonato il prefisso Bio- (Bios- dal gr. vita) è abbracciato quello Eco- che se pur  semanticamente rimanda all'idea di casa/ambiente (oiko- dal gr. abitazione) concretamente avvia il processo verso le nuove frontiere economiche due esempi: l'IKEA a breve commercializzerà i suoi pannelli solari e il tema dell'Expo del 2015 di Milano Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita. Nella speranza che l'eco- non perda il suo contenuto vitale e non sia svuotato di significato dagli speculatori e dai piazzisti.
Intersezioni ---> ...a proposito di...

16 maggio 2008

0016 [SPECULAZIONE] Italia xenofoba e misoneista: “l’edilizia è nera”

Guardando la puntata di Anno Zero, andata in onda su rai due giovedì 15 maggio ‘Se li conosci li eviti’, mi è venuta in mente una considerazione di mio zio immigrato negli Stati Uniti nella metà degli anni sessanta, a proposito delle nozze di suo figlio con una ragazza di origini cinesi: «Io non sono razzista, ma ho semplicemente detto a mio figlio, immaginami con un nipote con gli occhi a mandorla!»
La stessa profonda radice xenofoba e ipocrita l’ho riscontrata nella puntata in Roberto Castelli, quando dice: «se l’Italia ha bisogno di extracomunitari decidiamo noi il numero» un discorso numerico/commerciale/schiavista. L’Italia ha solo bisogno di schiavi.
Omeya Seddik leader delle banlieues parigine, ha risposto a questa considerazione, dando del ‘delinquente’ all’ex ministro della giustizia.
In una intervista a Paolo Berizzi, autore del libro 'Morte a 3 euro' nella puntata del programma di radio tre, fahrenheit, dice: «Qui ogni giorno, all’alba i caporali arrivano con i loro camioncini, con le loro auto, fanno il pieno, selezionano, caricano questi schiavi secondo delle esigenze di giornata e li distribuiscono nei cantieri della ricca Lombardia, della Milano che aspetta l’EXPO 2015, ma che fa finta di non vedere che ci sono ogni giorno persone la cui vita viene consegnata in mano a questi caporali». Racconta dell'illegalità diffusa e della mancanza di regole nei cantieri, lui stesso per quindici giorni si è finto clandestino per poter fare questo reportage e afferma che in Italia ci sono 5 milioni di lavoratori in nero, di cui 1,5 milioni sottoposti a caporalato che produce 4 miliardi di euro.
Per Castelli, il giornalista presente alla trasmissione di Santoro, Paolo Berizzi non è lombardo ed è scollegato con la realtà lavorativa del nord, peccato che Berizzi sia di Bergamo.

Stefano, sul blog di Anno zero, commento n. 553, dice: «castelli, vai alla rotonda autostrada di bergamo alle 5 di mattina.. e chiediti che ci fanno tutti quei stranieri.. castelli, di sicuro non lavori a bergamo.. perche altrimenti sapresti che in OGNI cantiere c’e’ gente in nero!!!!»
Qualcosa in Italia sta cambiando: permettiamo che alcuni camorristi non digeriscano la rivolta antipizzo degli zingari e facciano degli sgombri autogestiti. La notizia, che in un primo momento era balzata sulla cronaca, adesso è stata deviata sul filone indecenza campi rom. Come dice Gerardo di Ponticelli: «La verità è che sulla stampa locale alcuni rom avevano denunciato il racket del clan dei Sarno che qui comandano; dissero qualcosa tipo 50 euro per ogni baracca e per la licenza ad accattonare, il che non è vero». La reazione è stata quelli di respingerli mentre lo stato stava a guardare inerme.
Non importa se il 9,2% del PIL è dato dalla forza lavoro non italiana e che ci sono 120.000 clandestini che lavorano come muratori, perché da ipocriti fingiamo di essere un paese accogliente a condizione che rispettino le nostre leggi, rifuggendo nel più ottuso provincialismo, perché fondamentalmente l’italiano è misoneista, ha una profonda paura del nuovo. Da questa inchiesta si deduce che l’edilizia in Italia ha due radici economiche: la manodopera in nero e l’irriconoscibilità del lavoratore, più è fantasma meno problemi burocratici/626/qualitativi.

Se crediamo nell’architettura, non possiamo far finta di niente, perché questo fa comodo agli ingegneri dei grandi numeri, all’architetto del balcone tondo e al geometra tutto fare che non devono rispondere a nessun senso estetico ed etico.
Altrimenti l'Italia rischia di essere una Repubblica fondata sul cemento in nero.

Dal Blog della puntata:

404 franco scrive:
Maggio 15th, 2008 alle 23:08
Ma chi è quel marocchino che spara tutte quelle cazzate?! se andassi io al suo Paese a dare del delinquente a un loro governante.? autotutela ragazzi, autotutela… è questione di sopravvivenza perché altrimenti qui tra 10 anni saranno loro a comandare e quelli mica fanno le trasmissioni per sentire la tua opinione

405
PIEEE scrive:
Maggio 15th, 2008 alle 23:08
ma vi rendete conto delle parole del signore di colore che era in collegamento.. “Castelli lei è un delinquente!!”Il problema è che “questi” vengono qui a comandare!!!Devono andarsene tutti, tornassero a casa loro in barca o in zattera come sono arrivati qui!!!


Blog puntata Anno zero del 14 maggio 2008 'Se li conosci li eviti'


Consigli:
Radio tre Fahrenheit 'Maledetti nomadi' 15 maggio 2008
Radio tre Fahrenheit 'La sindrone del nemico' 15 maggio 2008
cds

30 aprile 2008

0012 [SPECULAZIONE] Uno stretto ponte intervista a Carmelo Pennisi...

di Salvatore D'Agostino 

   Intervista a Carmelo Pennisi curatore insieme a Massimiliano Durante dei testi di “Il Ponte” evento speciale il 3 maggio all’Auditorium di Roma. Monologo interpretato da Alessandro Preziosi con musiche di Stefano Di Battista.

Salvatore D'Agostino Perché una pièce teatrale sul ‘ponte sullo stretto’? 

Carmelo Pennisi A me non interessava trattare l’argomento ponte, in quanto ponte, ma interessava parlare proprio del ponte sullo stretto. Per una serie di molteplici ragioni, che in parte potrai immaginare, il ponte sullo stretto rappresenterebbe la sfida delle sfide, per un paese come l’Italia ormai persosi in un vicolo senza uscita di occasioni perse e speranze spesso disattese. Questo non vuol dire che io sia d’accordo con la sua costruzione, né che ne sia contrario. Dico soltanto che il Paese, in questo difficile momento, ha bisogno di cercare delle sfide che lo mobilitino.
   La mobilitazione, secondo me, porta sempre un risveglio sociale e culturale. Ovviamente non è compito di un’artista, qual io sono, dare giudizi politici di merito, anche ove mai questi ci fossero. L’arte deve avere il solo compito di osservare e interrogarsi. Il ponte sullo stretto ha anche per me, in quanto siciliano, un valore affettivo e di ricordo. Tutti i siciliani, da quando nascono, sentono parlare del ponte sullo stretto. C’è dell’inquietudine nel farlo, perché spesso tutti ci dicono che altre sono le priorità della nostra isola (mancanza d’acqua, ospedali, strade, ecc.), che non il ponte. Ma mi chiedo, e credimi senza nessun accento polemico: qualcuno si è posto, in questi giorni, della cronica mancata risoluzione dei problemi dei pendolari dell’hinterland milanese, allorché Milano si è aggiudicata l’expò 2015? Qualcuno ha detto che bisogna trovare prima i soldi per i pendolari e poi fare un’expò? Non credo di aver sentito una considerazione del genere. E non l’ho sentita perché, giustamente, sarebbe stato mettere in relazione due problemi (expò e pendolari), che nessuna relazione hanno tra loro. Allora dire sì o no al ponte sullo stretto, secondo me, non deve essere una decisione presa sulla scorta di mancanza d’acqua, di ospedali, di strade; ma deve essere una scelta ponderata su ciò che vorrebbe dire per lo sviluppo urbanistico di quell’area (Reggio Calabria e Messina), per ciò che vorrebbe dire per lo sviluppo economico, per ciò che vorrebbe dire per lo sviluppo sociale e culturale. Se il gioco non dovesse valere la candela, per usare un vecchio detto, allora va bene dire no alla sua costruzione. Ma sia chiaro, che questo è solo uno dei tanti ragionamenti che ho fatto prima di scrivere il testo, perché il ponte sullo stretto per me rimane una grande metafora sulla vita e sulla necessità della progettazione. 

Un terzo delle morti bianche in Italia avviene nell'edilizia ed è fisiologico la morte per le costruzione di grandi opere, chi è il suo operaio? 

Il mio operaio rappresenta tutti gli uomini semplici, che sono la maggioranza, che chiede insistentemente conto delle ragioni della sua morte. Non ha paura di morire, sia chiaro, ha solo paura di morire per una cosa senza progetto, per una cosa senza futuro. Costruire una grande opera architettonica sappiamo che costa, come ci dicono tutte le statistiche, delle morti sul lavoro. Quindi è come se un paese ci chiedesse di andare in guerra, di combattere per lui, di vincere questa guerra per il suo futuro. Allora l’operaio vorrebbe che gli mostrassero questo futuro, prima di partire per la guerra. L’operaio ci ricorda, in ogni momento, che compito della classe dirigente è quella di dare un senso ai sacrifici degli uomini semplici. 

Qual è lo scarto tra l'idea e la realizzazione? 

Non so come rispondere di preciso a questa domanda. L’idea mi è venuta un giorno, quando improvvisamente mi sono ricordato bambino, sulla nave traghetto, mentre guardavo la Sicilia che si avvicinava: era, per me siciliano, sempre un’emozione. Poi ho pensato all’orgoglio di essere un isolano. Poi ho pensato a me isolano, inserito in un contesto come l’Italia. Alla fine ho ragionato sul difficile momento del paese e sull’importanza della progettazione di qualsiasi cosa, non solo dei ponti. Dopo aver pensato tutto questo, ne ho parlato con della gente con cui solitamente lavoro, e così è nata la realizzazione dello spettacolo. Uno spettacolo fatto di recitazione, di musica e di immagini video. 
   Permettimi un’ultima considerazione: fare architettura non è un mestiere come un altro, fare architettura vuol dire modificare qualcosa che ci arriva direttamente dall’eternità. La responsabilità di ciò, io la considero enorme. Non sono ovviamente d’accordo sul concetto hegeliano che tutto si evolve, e si distrugge, in un eterno processo di sintesi. Io spero che gli architetti rifuggano sempre da tale categoria filosofica. Ho scritto questo testo pensando anche ai giovani studenti d’architettura, sperando di ricordargli che l’osservazione e l’etica saranno fondamentali per il loro futuro lavoro.

30 aprile 2008
(Ultima modifica 8 agosto 2012)

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