Sulla necessità di uno sguardo di retroguardia, per un’architettura civile e non esclusivamente estetica.
Ricercatore presso la facoltà di architettura di Reggio Calabria
Retroguardie
Non è più tempo di spingersi in avanti prima di aver fatto il punto della situazione. Troppi sono gli eventi che, negli ultimi due decenni, abbiamo attraversato di corsa e in maniera forsennata, per non sentire la necessità di fermarci e accamparci. Quando un esercito decide di fare in questo modo e quando questo è composto, soprattutto, da “comici e spaventati guerrieri”1, allora è necessario organizzare, a una distanza utile da quest’accampamento temporaneo, un dispositivo umano che controlli gli eventi esterni in maniera tale che essi non irrompano senza alcun preavviso. Questo dispositivo è una linea di retroguardia. Diversamente dall’avanguardia, che precede un esercito in cammino verso una meta, la retroguardia cura le ritirate strategiche e veglia sul riposo e sulle membra stanche di un esercito che decide di fermarsi, per capire cosa fare del proprio futuro.
«[…] Non è quel che vidi che mi fermò. È quel che non vidi. Puoi capirlo, fratello? È quel che non vidi. Lo cercai ma non c'era, in tutta quella sterminata città, c'era tutto tranne. C'era tutto. Ma non c'era una fine. Quel che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo. Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere. Ma se tu. Ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi. Milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai e questa è la verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita. Su quella tastiera non c'è musica che puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio». (Alessandro Baricco)2
L’umanità che anima, e alimenta, sia la cultura sia la pratica architettonica italiana, non ha delle necessità differenti o delle maggiori possibilità oggettive di quelle che, in generale, ha l’intera comunità cui appartiene. Sarebbe del tutto illogico pensarlo o postularlo. La storia civile e culturale del nostro Paese, infatti, ha oramai messo una distanza profonda tra se è l’unico periodo della sua breve storia unitaria – quella del Secondo Dopo Guerra - di cui non si può dire ciò che Leopardi, con cruda e onesta franchezza, disse dell’Italia che lui vedeva e intravedeva. E ci riferiamo a quel Leopardi che parla proprio di noi, nel suo breve ma ancora oggi fotografico scritto intitolato “I Costumi degli Italiani”. In cui descrive una Nazione ancora giovane ma già diventata «la più morta, la più fredda, la più filosofa in pratica, la più circospetta, indifferente, insensibile, la più difficile a essere mossa da cose illusorie, e molto meno governata dall’immaginazione: anzi, priva affatto di opere d’immaginazione».
Un Paese, per l’appunto, dove ogni trasformazione immaginata, anche da chi saprebbe come operarla, è tacciata di velleitarismo, utopismo. Un Paese dove imprese politiche e culturali ambiziose sono state sempre abbandonate proprio da chi avrebbe dovuto, invece, sostenerle: non fosse altro che per incarico storico e generazionale.
Un Paese, per l’appunto, dove ogni trasformazione immaginata, anche da chi saprebbe come operarla, è tacciata di velleitarismo, utopismo. Un Paese dove imprese politiche e culturali ambiziose sono state sempre abbandonate proprio da chi avrebbe dovuto, invece, sostenerle: non fosse altro che per incarico storico e generazionale.
«Vescovo, io so volare» / disse il Sarto al Vescovo. / «Guarda come si fa» / E salì sul campanile, con degli arnesi che sembravano ali, sulla grande Cattedrale / Il Vescovo andò innanzi alla Cattedrale / «Non sono che bugie/ non è un uccello l’uomo: / mai l’uomo volerà» / disse il Vescovo. / Il Sarto si lanciò e si sfracellò al suolo./ «Il Sarto è morto» disse il Vescovo alla gente / «Era proprio una pazzia / Le ali si sono rotte / e lui sta lì / schiantato / sui duri selci del sagrato / Che le campane suonino. / Erano solo bugie. / Non è un uccello l’uomo. / Mai l’uomo volerà» / Disse il Vescovo. (Bertold Brecht)3
Essere retroguardia vuol dire, allora, capire che il Vescovo, della poesia di Brecht, aveva torto: l’uomo, infatti, oggi vola. Vuol dire, però, sapere che anche il Sarto aveva torto. Non è con l’idea e con il solo coraggio nel provarci, infatti, che si riesce a volare. Per volare si è dovuto fare uno sforzo immane d’invenzione, per sfruttare dei dati di natura e trasformarli in un’idea e una materia del tutto artificiosa.
Né il coraggio dell’utopia né la mimesi ornitologica ha permesso all’uomo di volare. In questo senso, essere di retroguardia vuol dire guardare in maniera nuova, con realismo e rassegnazione, alla stessa idea di progresso cui abbiamo creduto con profondo senso di superstizione. Il progresso non può essere affidato al tempo, e alla convinzione che il suo solo scorrere ci serba, più avanti, il meglio e i suoi valori. Il progresso non può essere affidato alla convinzione che un uomo nuovo si accompagni al tempo che verrà. La parola “progresso”, in un tempo nemmeno lontano, sembrava avere anche una dimostrazione scientifica. Un’idea inesatta, in cui si credeva - e si crede - alla generazione graduale e ineluttabile, nel corso del tempo, del migliore mediante ciò che è meno buono. Essere di retroguardia, invece, vuol dire avere coscienza che solo una legge regola la nostra vita spirituale e materiale: possiamo essere resi migliori solo in rapporto all’influenza che su di noi può esercitare chi è meglio di noi. E ciò che è meglio di noi, per chi vive un presente, non può essere trovato nel futuro ma nel passato e nel presente. Anche quando quest’ultimo è difficile. Per costruire un futuro migliore non ci si può accontentare di prendere come esempio ciò che nel presente è negativo e sperare di migliorarlo solo proiettandolo nel domani. Noi siamo migliori, solo se cerchiamo, in ciò che è stato ed è, qualcosa di migliore che ci influenzi e ci induca a diventare migliori.
L’umanità, così come ogni altra materia di una trasformazione progettuale, pone sempre delle resistenze al cambiamento di stato prodotto artificialmente. Queste resistenze, il più delle volte producono la sconfitta del progetto. L’umanità, forse per il fatto di essere un’entità di genere innaturale, non si comporta secondo la chimica che è propria alla natura, in cui i passaggi di stato trasformativi avvengono linearmente e senza alcun ostacolo. Secondo questa evidente natura umana del progettare, Michelangelo ebbe a dire, con enorme chiarezza, che “è migliore, nella vita come al gioco, abituarsi a saper perdere molto che a vincere poco”. Questa, si badi bene, non è l’apologia del non realizzato o del valore del fallimento. Se fosse questo, e spesso è capitato che qualcuno ci abbia provato, vorrebbe dire descrivere un’umana giustificazione. Questa è semplicemente la constatazione delle contraddizioni che nutrono i processi di trasformazione della storia che seguono con caparbietà una linea progettuale. In questo senso nulla, come il progetto e il progettare, si presta a scritture storiche in cui le pagine migliori sono spesso rappresentate da quello che non si è fatto o potuto fare più che da quello che si è riuscito a realizzare.
Né il coraggio dell’utopia né la mimesi ornitologica ha permesso all’uomo di volare. In questo senso, essere di retroguardia vuol dire guardare in maniera nuova, con realismo e rassegnazione, alla stessa idea di progresso cui abbiamo creduto con profondo senso di superstizione. Il progresso non può essere affidato al tempo, e alla convinzione che il suo solo scorrere ci serba, più avanti, il meglio e i suoi valori. Il progresso non può essere affidato alla convinzione che un uomo nuovo si accompagni al tempo che verrà. La parola “progresso”, in un tempo nemmeno lontano, sembrava avere anche una dimostrazione scientifica. Un’idea inesatta, in cui si credeva - e si crede - alla generazione graduale e ineluttabile, nel corso del tempo, del migliore mediante ciò che è meno buono. Essere di retroguardia, invece, vuol dire avere coscienza che solo una legge regola la nostra vita spirituale e materiale: possiamo essere resi migliori solo in rapporto all’influenza che su di noi può esercitare chi è meglio di noi. E ciò che è meglio di noi, per chi vive un presente, non può essere trovato nel futuro ma nel passato e nel presente. Anche quando quest’ultimo è difficile. Per costruire un futuro migliore non ci si può accontentare di prendere come esempio ciò che nel presente è negativo e sperare di migliorarlo solo proiettandolo nel domani. Noi siamo migliori, solo se cerchiamo, in ciò che è stato ed è, qualcosa di migliore che ci influenzi e ci induca a diventare migliori.
«Cristo, ma le vedevi le strade? Anche solo le strade, ce n'erano a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una. A scegliere una donna. Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire. Tutto quel mondo. Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce. E quanto ce n'é. Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell'enormità, solo a pensarla? A viverla. Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n'erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non è infinita. Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo. È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare». (Alessandro Baricco)4Essere di retroguardia non vuol dire, però, come alcuni potrebbero pensare, avere nostalgia o manie nei confronti del passato. La retroguardia guarda alle spalle, di lato e avanti all’esercito su cui vigila. E lo fa per dare tempo e non per andargli incontro avanzando con gli occhi rivolti indietro. Non stiamo parlando, quindi, della moglie di Lot, cui Dio comandò di non voltarsi e che, per farlo, invece, fu trasformata in statua di sale. Essere di retroguardia vuol dire aguzzare gli occhi in tutte le direzioni, per necessità e per dovere. Essere di retroguardia vuol dire tornare a dare sostanza alle parole progetto e trasformazione, diventate, oggi, dei semplici modi di dire. Il progetto non solo si svolge in una relazione con il tempo ma, in un certo senso, è una linea di sovrapposizione, una sorta di sinonimo muto della parola “tempo”. Siamo convinti che per comprendere in maniera completa la parola “progetto”, ad esempio, bisogna partire dalla sua valenza tragica. Per poterla maneggiare con discrezione e convinzione bisogna iniziare a segnalare l’innegabile quantità di sconfitte che produce, invece di porre l’accento sulle riuscite vittorie; separare la mole d’obiettivi che manca più che i pochi e fondamentali risultati che si ottengono. Quest’aspetto tragico della parola “progetto” è già affrontato in uno dei libri più antichi della biblioteca che dà una forma alla nostra cultura: il Vecchio Testamento. In quest’antico libro, nel capitolo dell’Esodo, a guardare bene l’argomento si nota che chi scrive tratta proprio delle difficoltà che si pongono nel trasformare la realtà attraverso un percorso progettuale. È inutile che qui si ricordino i momenti più evidenti in cui quest’affermazione trova conferma. Non è inutile ricordare, invece, quelli meno evidenti. Il popolo ebraico, in ogni frangente del suo cammino di trasformazione da popolo schiavo a libero, in ogni momento di questo percorso progettuale, pose più volte delle resistenze a questo processo, arrivando a rimpiangere lo stato di schiavitù cui era stato strappato.
L’umanità, così come ogni altra materia di una trasformazione progettuale, pone sempre delle resistenze al cambiamento di stato prodotto artificialmente. Queste resistenze, il più delle volte producono la sconfitta del progetto. L’umanità, forse per il fatto di essere un’entità di genere innaturale, non si comporta secondo la chimica che è propria alla natura, in cui i passaggi di stato trasformativi avvengono linearmente e senza alcun ostacolo. Secondo questa evidente natura umana del progettare, Michelangelo ebbe a dire, con enorme chiarezza, che “è migliore, nella vita come al gioco, abituarsi a saper perdere molto che a vincere poco”. Questa, si badi bene, non è l’apologia del non realizzato o del valore del fallimento. Se fosse questo, e spesso è capitato che qualcuno ci abbia provato, vorrebbe dire descrivere un’umana giustificazione. Questa è semplicemente la constatazione delle contraddizioni che nutrono i processi di trasformazione della storia che seguono con caparbietà una linea progettuale. In questo senso nulla, come il progetto e il progettare, si presta a scritture storiche in cui le pagine migliori sono spesso rappresentate da quello che non si è fatto o potuto fare più che da quello che si è riuscito a realizzare.
«Non c’è altro modo di trovare la forma, di sapere che cosa si deve fare e come si deve farlo, che quello di eseguirla, produrla, realizzarla: non è, che l’artista abbia immaginato compiutamente la sua opera e poi la esegue, la realizza. Egli la delinea proprio mentre la fa. La forma si definisce nella stessa esecuzione che se ne fa, e diventa tale solo al termine d’un processo in cui l’artista l’inventa eseguendola. La scoperta avviene solo durante e mediante l’esecuzione, e solo operando e facendo, solo scrivendo o dipingendo, cantando o suonando, l’artista trova e inventa la forma. Fino a quando il processo non è concluso, la forma non c’è, e tutto è ancora in gioco, e la minima deviazione può condurre all’insuccesso e ciò che doveva connettersi e rapprendersi può dissolversi e dissiparsi, sì che soltanto l’esito può assicurare l’autore sulla sua riuscita». (Luigi Pareyson)5
Essere di retroguardia vuol dire inseguire una necessità che è umana, anche quando, per lunghi periodi, l’umanità smette di percepirla come tale: la ricerca di un sovrano o una sovranità da servire. Quest’aspirazione, nell’antichità ha coltivato l’Europa e il suo spirito, sia civile sia tellurico. Ha coltivato, però, soprattutto le terre di Sicilia: ed è una fortuna che dovremmo custodire con feroce gelosia. Un’aspirazione che, in Sicilia, ancora palpita nel cuore di quegli esseri di legno che sono i Pupi. Quegli esseri di legno che si animano di fronte ai nostri occhi, guidati da fili che non si vedono, ma che parlano e affermano la loro essenza. Questi esseri di legno e fili raccontano le loro storie. Sono di legno, è vero, ma quando si animano, sono esattamente quei Cavalieri che a Roncisvalle, per servire il loro sovrano e una loro idea di Dio, osarono morire senza fiatare. “Bisognerebbe obbedire solo alla legge o a un uomo, a un’idea o a un sogno”. Ed è proprio un sogno da realizzare quello che ci manca: quello della parità tra gli esseri umani. Quel sogno che mandi in soffitta la superstizione dell’uguaglianza. La parità è quella condizione artificiale che permette di servire senza essere dei servi; di servire non tanto una persona o una realtà ma l’idea che le sorregge entrambi. Ancora oggi non siamo riusciti a realizzare una Tavola Rotonda, dove tutte le differenze siano equidistanti dal loro centro reale. Una tavola in cui Re Artù e i suoi Cavalieri, nella loro evidente differenza, possano condividere, su un piano di parità, uno stesso destino. Come diceva Louis Khan, “nella vita non v’è nulla di meglio che servire il proprio Re”.
«Non sono pazzo, fratello. Non siamo pazzi quando troviamo il sistema per salvarci. Siamo astuti come animali affamati. Non c'entra la pazzia. È genio quello. È geometria. Perfezione. I desideri stavano strappandomi l'anima. Potevo viverli, ma non ci sono riuscito. Allora li ho incantati. E a uno a uno li ho lasciati dietro di me. Geometria. Un lavoro perfetto. Tutte le donne del mondo le ho incantate suonando una notte intera per una donna, una, la pelle trasparente, le mani senza un gioiello, le gambe sottili, ondeggiava la testa al suono della mia musica, senza un sorriso, senza piegare lo sguardo, mai, una notte intera, quando si alzò non fu lei che uscì dalla mia vita, furono tutte le donne del mondo. Il padre che non sarò mai l'ho incantato guardando un bambino morire, per giorni, seduto accanto a lui, senza perdere niente di quello spettacolo tremendo e bellissimo, volevo essere l'ultima cosa che guardava al mondo, quando se né andò, guardandomi negli occhi, non fu lui ad andarsene ma tutti i figli che mai ho avuto. La terra che era la mia terra, da qualche parte del mondo, l'ho incantata sentendo cantare un uomo che veniva dal nord, e tu lo ascoltavi e vedevi, vedevi la valle, i monti intorno, il fiume che adagio scendeva, la neve d'inverno, i lupi di notte, quando quell'uomo finì di cantare finì la mia terra, per sempre, ovunque essa sia. Gli amici che ho desiderato li ho incantati suonando per te e con te quella sera, nella faccia che avevi, negli occhi, io li ho visti, tutti, miei amici amati, quando te ne sei andato, sono venuti via con te. Ho detto addio alla meraviglia quando ho visto gli immani iceberg del Mare del Nord crollare vinti dal caldo, ho detto addio ai miracoli quando ho visto ridere gli uomini che la guerra aveva fatto a pezzi, ho detto addio alla rabbia quando ho visto riempire questa nave di dinamite, ho detto addio alla musica, alla mia musica, il giorno che sono riuscito a suonarla tutta in una sola nota di un istante, e ho detto addio alla gioia, incantandola, quando ti ho visto entrare qui. Non è pazzia, fratello. Geometria. È un lavoro di cesello. Ho disarmato l'infelicità. Ho sfilato via la mia vita dai miei desideri. Se tu potessi risalire il mio cammino, li troveresti uno dopo l'altro, incantati, immobili, fermati lì per sempre a segnare la rotta di questo viaggio». (Alessandro Baricco). 6Essere di retroguardia vuol dire capire, oggi, che anche noi, che ci occupiamo di cose che sembrano superflue, e che continuiamo ad organizzare eventi culturali e manifestazioni che non sembrano tenere conto della realtà che viviamo, dovremmo forse contribuire a non rendere vano il tentativo ardito di unificare un territorio lungo e diverso come la penisola italica. Un territorio popolato da persone ignare del valore della storia, ma affezionate alla geografia. Un territorio animato, quindi, più che popolato; e che non sembra, ancora oggi, avere altra voglia, se non quella di allungarsi ancora di più, in maniera tellurica, sul mare Mediterraneo, per tentare di baciare l’Africa e provare, così, ad abbracciarla definitivamente e, con essa, impigrirsi e addormentarsi per sempre.
«Gli italiani sono persone che ancora non hanno deciso da che parte stare nella vita, per il semplice motivo che sono profondamente giovani come nazione; quindi profondamente ignoranti su cosa vuol dire vivere insieme ed essere un popolo coeso. Bisogna che l’Italia cominci col persuadersi, che c’è nel seno della nazione stessa un nemico più potente e infido dello straniero, dell’islamico, del comunista, del fascista, del romeno e dell’extracomunitario: ed è la nostra profonda ignoranza circa la bontà dei corretti comportamenti collettivi, e la poca parsimonia con cui consumiamo quelli privati. Sono le moltitudini analfabete in fatto di convivenza, i burocrati automi, i professori che ignorano completamente quello che insegnano, i politici imbecilli, i diplomatici che mancano proprio di diplomazia, i generali incapaci, gli operai senza operosità, gli agricoltori senza più amore per la terra e la retorica che gira, e gira, senza trovare mai la sua conclusione, ad essere il vero cancro del nostro Paese. Non sarà un prossimo fronte bellico o una catastrofe naturale ad impedirci d’avanzare sulla strada della maturità nazionale, ma quella linea umana composta da cinquanta milioni d’analfabeti e cinque milioni di arcadi, che compongono, oggi, la nostra comunità nazionale». (Giustino Fortunato)7
Essere di retroguardia, per chi guarda alle cose dell’architettura in funzione di un ruolo sociale spesso dimenticato, vuole dire riconoscere cosa avviene realmente e chiamare le cose con il loro nome. All’interno dello spazio urbano, oggi, sono in corso una serie di recuperi di aree cospicue, iniziati anche due o tre decenni addietro, che coincidono con grandi operazioni immobiliari. Queste operazioni non partono esclusivamente dal riuso o da una logica che guida la crescita e la riabilitazione delle città. Non vengono innescate da un’idea che riguarda direttamente la città, ma sono, in molti casi, esclusivamente una funzione della struttura articolata che oggi disegna il ciclo di un processo edilizio. Un ciclo prevalentemente finanziario ed imprenditoriale che è del tutto nuovo rispetto a quello cui siamo stati storicamente abituati. Il fatto che l’impresa abbia bisogno di ricollegarsi alla città, oggi, è una parte essenziale del contratto politico e non è, come una volta, un dato culturale o tecnico del tutto conseguente. Bisogna comprendere bene questa questione. Quando una grande impresa, un gruppo finanziario, finanche un’istituzione pubblica, decide di fare un’operazione finanziaria in cui è compresa un’elevata componente edilizia, tutto il problema delle articolazioni con la situazione urbana non diventa più un momento tecnico progettuale. Non lo diventa perché è già una parte essenziale del contratto politico che l’impresa o l’ente pubblico, o ambedue insieme oramai, hanno già stipulato con la città. Una cosa è chiarissima in queste operazioni: l’architetto e l’ingegnere, in questa fase storica, non devono gestire assolutamente nulla del progetto se non una idea, spesso molto vaga. Nel momento in cui si parla di gestire, sia chiaro, s’intende la gestione totale della riformulazione degli assetti morfologici derivanti da un programma funzionale d’ordine generale reso esplicito da una committenza.
È molto chiaro, invece, ciò che è richiesto oggi ad un grande architetto o ad un notevole progetto: è chiesto un “marchio di fabbrica”. Un marchio di fabbrica che deve essere perfettamente aderente al tipo di operazione che si andrà a realizzare. Quello che si chiede all’architetto e all’ingegnere, allora, è qualcosa di molto squilibrato. Molto spesso - e basta vedere la vicenda dei progetti per l’Expò per farsi una idea di ciò che dico – all’architetto e all’ingegnere viene chiesto un progetto in assenza anche di funzioni precise che, al momento della messa in forma, sono non previste per scelta consapevole, volontaria e strategica. Perché più si fissano le funzioni e più il progetto è poco flessibile rispetto alle trasformazioni che, in progress, verranno individuate per corrispondere esattamente alla massima remunerazione dell’investimento sul breve e medio termine Nello stesso tempo, però, l’architetto, soprattutto, e l’ingegnere, sono delle figure essenziali per una loro unica e specifica qualità cui non è possibile ancora rinunciare: loro rappresentano e pubblicizzano il progetto. Anche se non lo gestiscono più, il loro ruolo, pur se non centrale, è comunque essenziale. La questione non è se questo è giusto oppure no. Più realisticamente, a noi interessa capire se l’architetto è in grado in questo scenario, e attraverso delle capacità da costruire durante la sua formazione, di confrontarsi e di proporre soluzioni d’architettura anche di fronte a queste dimensioni e a tali sviluppi del nostro mestiere. Un mandato sociale, infatti, non è un’onorificenza o un gesto di gratitudine assegnato dall’esterno, ma è la conquista di una posizione, di un punto di vista, privilegiato e influente, sui processi di trasformazione della realtà. Questa posizione nessuno l’assegna e nessuno la toglie: o si è capaci di sostenerla, oppure quel vuoto è riempito da altre figure capaci di rappresentare, anche senza qualità, alcune istanze molto precise. In questo senso è un problema per una scuola di architettura.
La crisi dell’architettura contemporanea, allora, può essere riassunta proprio nell’arretramento evidente di fronte a queste variazioni storiche, culturali, sociali, politiche. Un arretramento utile solamente a salvaguardare, come compenso, una sorta di nicchia antropologica, culturale, di tipo tradizionale, all’interno della quale continuare a tenere in vita un particolare aspetto della nostra professione: quella in cui si notifica la sola novità morfologica. Quest’arretramento fa sì che la cultura architettonica, oggi, viva in una “riserva” dove poter continuare a tramandare il suo portato storico, a patto che ciò sia esercitato all’interno di uno spazio e di un tempo preciso e confinato. Un esercizio simile a quello d’alcune tribù autoctone del Nord America, che si calano nei vestiti tradizionali e cantano le loro canzoni di un tempo, solo ad uso e consumo dei turisti. All’interno di questa riserva culturale, allora, non v’è e non vi può essere più un reale aggiornamento culturale, perché in questo, più che altro, s’avvicendano solo delle inattuali etichette.
Essere di retroguardia vuol dire, allora, smetterla di guardarci intorno aspettando di vedere ciò che vorremmo o pensiamo che sia giusto e corretto osservare. A chi vuole essere di retroguardia, o chi crede che sia giusto iniziare a esserlo, è meglio ricordare che chi osserva deve poi riportare esattamente ciò che vede: al di là se questo piaccia o no. Dovremmo fare così per noi, in primo luogo. Per le nostre ambizioni. Dovremmo farlo, soprattutto, per onorare tutti quelli che, in una maniera o in un'altra, consapevolmente o senza accorgersene, hanno vissuto sino a oggi per questo progetto storico ancora tutto da conquistare. Dovremmo farlo per il tempo che verrà e per quelli che avranno il diritto, come noi, di viverlo, possibilmente avendo nostri attuali privilegi, dati dall’Italia per com’è, e per come potrebbe essere. Dovremmo farlo per tutte quelle Piccole Vedette Lombarde che, per guardare lontano e dall’alto, insieme al privilegio di vedere il futuro hanno abbreviato, e di molto, la loro vita su questa terra, o hanno dovuto affrontarne una lunga ma costellata da sofferenze e da contraddizioni. Dovremmo farlo per tutti quelli che ci hanno creduto, quindi, compresi quelli che, per farlo, hanno dovuto compromettere se stessi, i loro principi morali e la loro indole. Perché questo nostro Paese, e qualcuno deve iniziare a dirlo nuovamente e con tutta la propria forza morale e politica, vale molto di più di ogni suo singolo elemento: passato, presente e futuro. E su questo, allora, che bisogna essere pronti, oggi, a dare battaglia, anche nel caso in cui si possieda una sola piccola nave. Essere pronti a fare una battaglia di retroguardia per difendere alcuni principi, tra cui il valore civile e non meramente estetico dell’Architettura. Perché noi abbiamo il diritto di dare battaglia, pure con una sola nave, anche contro chi ha cento navi per mare. Non ne va della nostra vita, ma della nostra anima.
È molto chiaro, invece, ciò che è richiesto oggi ad un grande architetto o ad un notevole progetto: è chiesto un “marchio di fabbrica”. Un marchio di fabbrica che deve essere perfettamente aderente al tipo di operazione che si andrà a realizzare. Quello che si chiede all’architetto e all’ingegnere, allora, è qualcosa di molto squilibrato. Molto spesso - e basta vedere la vicenda dei progetti per l’Expò per farsi una idea di ciò che dico – all’architetto e all’ingegnere viene chiesto un progetto in assenza anche di funzioni precise che, al momento della messa in forma, sono non previste per scelta consapevole, volontaria e strategica. Perché più si fissano le funzioni e più il progetto è poco flessibile rispetto alle trasformazioni che, in progress, verranno individuate per corrispondere esattamente alla massima remunerazione dell’investimento sul breve e medio termine Nello stesso tempo, però, l’architetto, soprattutto, e l’ingegnere, sono delle figure essenziali per una loro unica e specifica qualità cui non è possibile ancora rinunciare: loro rappresentano e pubblicizzano il progetto. Anche se non lo gestiscono più, il loro ruolo, pur se non centrale, è comunque essenziale. La questione non è se questo è giusto oppure no. Più realisticamente, a noi interessa capire se l’architetto è in grado in questo scenario, e attraverso delle capacità da costruire durante la sua formazione, di confrontarsi e di proporre soluzioni d’architettura anche di fronte a queste dimensioni e a tali sviluppi del nostro mestiere. Un mandato sociale, infatti, non è un’onorificenza o un gesto di gratitudine assegnato dall’esterno, ma è la conquista di una posizione, di un punto di vista, privilegiato e influente, sui processi di trasformazione della realtà. Questa posizione nessuno l’assegna e nessuno la toglie: o si è capaci di sostenerla, oppure quel vuoto è riempito da altre figure capaci di rappresentare, anche senza qualità, alcune istanze molto precise. In questo senso è un problema per una scuola di architettura.
La crisi dell’architettura contemporanea, allora, può essere riassunta proprio nell’arretramento evidente di fronte a queste variazioni storiche, culturali, sociali, politiche. Un arretramento utile solamente a salvaguardare, come compenso, una sorta di nicchia antropologica, culturale, di tipo tradizionale, all’interno della quale continuare a tenere in vita un particolare aspetto della nostra professione: quella in cui si notifica la sola novità morfologica. Quest’arretramento fa sì che la cultura architettonica, oggi, viva in una “riserva” dove poter continuare a tramandare il suo portato storico, a patto che ciò sia esercitato all’interno di uno spazio e di un tempo preciso e confinato. Un esercizio simile a quello d’alcune tribù autoctone del Nord America, che si calano nei vestiti tradizionali e cantano le loro canzoni di un tempo, solo ad uso e consumo dei turisti. All’interno di questa riserva culturale, allora, non v’è e non vi può essere più un reale aggiornamento culturale, perché in questo, più che altro, s’avvicendano solo delle inattuali etichette.
Essere di retroguardia vuol dire, allora, smetterla di guardarci intorno aspettando di vedere ciò che vorremmo o pensiamo che sia giusto e corretto osservare. A chi vuole essere di retroguardia, o chi crede che sia giusto iniziare a esserlo, è meglio ricordare che chi osserva deve poi riportare esattamente ciò che vede: al di là se questo piaccia o no. Dovremmo fare così per noi, in primo luogo. Per le nostre ambizioni. Dovremmo farlo, soprattutto, per onorare tutti quelli che, in una maniera o in un'altra, consapevolmente o senza accorgersene, hanno vissuto sino a oggi per questo progetto storico ancora tutto da conquistare. Dovremmo farlo per il tempo che verrà e per quelli che avranno il diritto, come noi, di viverlo, possibilmente avendo nostri attuali privilegi, dati dall’Italia per com’è, e per come potrebbe essere. Dovremmo farlo per tutte quelle Piccole Vedette Lombarde che, per guardare lontano e dall’alto, insieme al privilegio di vedere il futuro hanno abbreviato, e di molto, la loro vita su questa terra, o hanno dovuto affrontarne una lunga ma costellata da sofferenze e da contraddizioni. Dovremmo farlo per tutti quelli che ci hanno creduto, quindi, compresi quelli che, per farlo, hanno dovuto compromettere se stessi, i loro principi morali e la loro indole. Perché questo nostro Paese, e qualcuno deve iniziare a dirlo nuovamente e con tutta la propria forza morale e politica, vale molto di più di ogni suo singolo elemento: passato, presente e futuro. E su questo, allora, che bisogna essere pronti, oggi, a dare battaglia, anche nel caso in cui si possieda una sola piccola nave. Essere pronti a fare una battaglia di retroguardia per difendere alcuni principi, tra cui il valore civile e non meramente estetico dell’Architettura. Perché noi abbiamo il diritto di dare battaglia, pure con una sola nave, anche contro chi ha cento navi per mare. Non ne va della nostra vita, ma della nostra anima.
21 ottobre 2010
Intersezioni ---> SPECULAZIONE
__________________________________________
Note:
1 Stefano Benni, “Comici spaventati guerrieri”, Feltrinelli Editore, Milano, 1989.
2 Alessandro Baricco, “Novecento”, Feltrinelli Editore, Milano, 1997.
3 Bertold Brecht, “ Il Sarto di Ulm”, Einaudi Editore, Torino, 1984.
4 Alessandro Baricco, “Novecento”, Feltrinelli Editore, Milano, 1997.
5 Luigi Pareyson, “ Estetica”, Feltrinelli Editore, Milano, 1997.
6Alessandro Baricco, “Novecento”, Feltrinelli Editore, Milano, 1997.
7 Questa è una mia personale parafrasi di un preciso pensiero di Giustino Fortunato. Ho solo aggiornato alcuni dati (il numero complessivo della popolazione italiana) ed inserito alcuni termini che indicano problemi e questioni inedite al tempo in cui Fortunato pronunciò il discorso in cui è contenuto questo passaggio. Il senso generale, il sapore dell’invettiva che l’accompagna, però, sono identici, insieme al giudizio che lui da dell’Italia.
2 Alessandro Baricco, “Novecento”, Feltrinelli Editore, Milano, 1997.
3 Bertold Brecht, “ Il Sarto di Ulm”, Einaudi Editore, Torino, 1984.
4 Alessandro Baricco, “Novecento”, Feltrinelli Editore, Milano, 1997.
5 Luigi Pareyson, “ Estetica”, Feltrinelli Editore, Milano, 1997.
6Alessandro Baricco, “Novecento”, Feltrinelli Editore, Milano, 1997.
7 Questa è una mia personale parafrasi di un preciso pensiero di Giustino Fortunato. Ho solo aggiornato alcuni dati (il numero complessivo della popolazione italiana) ed inserito alcuni termini che indicano problemi e questioni inedite al tempo in cui Fortunato pronunciò il discorso in cui è contenuto questo passaggio. Il senso generale, il sapore dell’invettiva che l’accompagna, però, sono identici, insieme al giudizio che lui da dell’Italia.


