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21 ottobre 2010

0045 [SPECULAZIONE] Retroguardie

Sulla necessità di uno sguardo di retroguardia, per un’architettura civile e non esclusivamente estetica.

Ricercatore presso la facoltà di architettura di Reggio Calabria

Retroguardie

Non è più tempo di spingersi in avanti prima di aver fatto il punto della situazione. Troppi sono gli eventi che, negli ultimi due decenni, abbiamo attraversato di corsa e in maniera forsennata, per non sentire la necessità di fermarci e accamparci. Quando un esercito decide di fare in questo modo e quando questo è composto, soprattutto, da “comici e spaventati guerrieri”1, allora è necessario organizzare, a una distanza utile da quest’accampamento temporaneo, un dispositivo umano che controlli gli eventi esterni in maniera tale che essi non irrompano senza alcun preavviso. Questo dispositivo è una linea di retroguardia. Diversamente dall’avanguardia, che precede un esercito in cammino verso una meta, la retroguardia cura le ritirate strategiche e veglia sul riposo e sulle membra stanche di un esercito che decide di fermarsi, per capire cosa fare del proprio futuro.
«[…] Non è quel che vidi che mi fermò. È quel che non vidi. Puoi capirlo, fratello? È quel che non vidi. Lo cercai ma non c'era, in tutta quella sterminata città, c'era tutto tranne. C'era tutto. Ma non c'era una fine. Quel che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo. Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere. Ma se tu. Ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi. Milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai e questa è la verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita. Su quella tastiera non c'è musica che puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio». (Alessandro Baricco)2
L’umanità che anima, e alimenta, sia la cultura sia la pratica architettonica italiana, non ha delle necessità differenti o delle maggiori possibilità oggettive di quelle che, in generale, ha l’intera comunità cui appartiene. Sarebbe del tutto illogico pensarlo o postularlo. La storia civile e culturale del nostro Paese, infatti, ha oramai messo una distanza profonda tra se è l’unico periodo della sua breve storia unitaria – quella del Secondo Dopo Guerra - di cui non si può dire ciò che Leopardi, con cruda e onesta franchezza, disse dell’Italia che lui vedeva e intravedeva. E ci riferiamo a quel Leopardi che parla proprio di noi, nel suo breve ma ancora oggi fotografico scritto intitolato “I Costumi degli Italiani”. In cui descrive una Nazione ancora giovane ma già diventata «la più morta, la più fredda, la più filosofa in pratica, la più circospetta, indifferente, insensibile, la più difficile a essere mossa da cose illusorie, e molto meno governata dall’immaginazione: anzi, priva affatto di opere d’immaginazione».
Un Paese, per l’appunto, dove ogni trasformazione immaginata, anche da chi saprebbe come operarla, è tacciata di velleitarismo, utopismo. Un Paese dove imprese politiche e culturali ambiziose sono state sempre abbandonate proprio da chi avrebbe dovuto, invece, sostenerle: non fosse altro che per incarico storico e generazionale.
«Vescovo, io so volare» / disse il Sarto al Vescovo. / «Guarda come si fa» / E salì sul campanile, con degli arnesi che sembravano ali, sulla grande Cattedrale / Il Vescovo andò innanzi alla Cattedrale / «Non sono che bugie/ non è un uccello l’uomo: / mai l’uomo volerà» / disse il Vescovo. / Il Sarto si lanciò e si sfracellò al suolo./ «Il Sarto è morto» disse il Vescovo alla gente / «Era proprio una pazzia / Le ali si sono rotte / e lui sta lì / schiantato / sui duri selci del sagrato / Che le campane suonino. / Erano solo bugie. / Non è un uccello l’uomo. / Mai l’uomo volerà» / Disse il Vescovo. (Bertold Brecht)3
Essere retroguardia vuol dire, allora, capire che il Vescovo, della poesia di Brecht, aveva torto: l’uomo, infatti, oggi vola. Vuol dire, però, sapere che anche il Sarto aveva torto. Non è con l’idea e con il solo coraggio nel provarci, infatti, che si riesce a volare. Per volare si è dovuto fare uno sforzo immane d’invenzione, per sfruttare dei dati di natura e trasformarli in un’idea e una materia del tutto artificiosa.

Né il coraggio dell’utopia né la mimesi ornitologica ha permesso all’uomo di volare. In questo senso, essere di retroguardia vuol dire guardare in maniera nuova, con realismo e rassegnazione, alla stessa idea di progresso cui abbiamo creduto con profondo senso di superstizione. Il progresso non può essere affidato al tempo, e alla convinzione che il suo solo scorrere ci serba, più avanti, il meglio e i suoi valori. Il progresso non può essere affidato alla convinzione che un uomo nuovo si accompagni al tempo che verrà. La parola “progresso”, in un tempo nemmeno lontano, sembrava avere anche una dimostrazione scientifica. Un’idea inesatta, in cui si credeva - e si crede - alla generazione graduale e ineluttabile, nel corso del tempo, del migliore mediante ciò che è meno buono. Essere di retroguardia, invece, vuol dire avere coscienza che solo una legge regola la nostra vita spirituale e materiale: possiamo essere resi migliori solo in rapporto all’influenza che su di noi può esercitare chi è meglio di noi. E ciò che è meglio di noi, per chi vive un presente, non può essere trovato nel futuro ma nel passato e nel presente. Anche quando quest’ultimo è difficile. Per costruire un futuro migliore non ci si può accontentare di prendere come esempio ciò che nel presente è negativo e sperare di migliorarlo solo proiettandolo nel domani. Noi siamo migliori, solo se cerchiamo, in ciò che è stato ed è, qualcosa di migliore che ci influenzi e ci induca a diventare migliori.
«Cristo, ma le vedevi le strade? Anche solo le strade, ce n'erano a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una. A scegliere una donna. Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire. Tutto quel mondo. Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce. E quanto ce n'é. Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell'enormità, solo a pensarla? A viverla. Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n'erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non è infinita. Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo. È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare». (Alessandro Baricco)4
Essere di retroguardia non vuol dire, però, come alcuni potrebbero pensare, avere nostalgia o manie nei confronti del passato. La retroguardia guarda alle spalle, di lato e avanti all’esercito su cui vigila. E lo fa per dare tempo e non per andargli incontro avanzando con gli occhi rivolti indietro. Non stiamo parlando, quindi, della moglie di Lot, cui Dio comandò di non voltarsi e che, per farlo, invece, fu trasformata in statua di sale. Essere di retroguardia vuol dire aguzzare gli occhi in tutte le direzioni, per necessità e per dovere. Essere di retroguardia vuol dire tornare a dare sostanza alle parole progetto e trasformazione, diventate, oggi, dei semplici modi di dire. Il progetto non solo si svolge in una relazione con il tempo ma, in un certo senso, è una linea di sovrapposizione, una sorta di sinonimo muto della parola “tempo”. Siamo convinti che per comprendere in maniera completa la parola “progetto”, ad esempio, bisogna partire dalla sua valenza tragica. Per poterla maneggiare con discrezione e convinzione bisogna iniziare a segnalare l’innegabile quantità di sconfitte che produce, invece di porre l’accento sulle riuscite vittorie; separare la mole d’obiettivi che manca più che i pochi e fondamentali risultati che si ottengono. Quest’aspetto tragico della parola “progetto” è già affrontato in uno dei libri più antichi della biblioteca che dà una forma alla nostra cultura: il Vecchio Testamento. In quest’antico libro, nel capitolo dell’Esodo, a guardare bene l’argomento si nota che chi scrive tratta proprio delle difficoltà che si pongono nel trasformare la realtà attraverso un percorso progettuale. È inutile che qui si ricordino i momenti più evidenti in cui quest’affermazione trova conferma. Non è inutile ricordare, invece, quelli meno evidenti. Il popolo ebraico, in ogni frangente del suo cammino di trasformazione da popolo schiavo a libero, in ogni momento di questo percorso progettuale, pose più volte delle resistenze a questo processo, arrivando a rimpiangere lo stato di schiavitù cui era stato strappato.

L’umanità, così come ogni altra materia di una trasformazione progettuale, pone sempre delle resistenze al cambiamento di stato prodotto artificialmente. Queste resistenze, il più delle volte producono la sconfitta del progetto. L’umanità, forse per il fatto di essere un’entità di genere innaturale, non si comporta secondo la chimica che è propria alla natura, in cui i passaggi di stato trasformativi avvengono linearmente e senza alcun ostacolo. Secondo questa evidente natura umana del progettare, Michelangelo ebbe a dire, con enorme chiarezza, che “è migliore, nella vita come al gioco, abituarsi a saper perdere molto che a vincere poco”. Questa, si badi bene, non è l’apologia del non realizzato o del valore del fallimento. Se fosse questo, e spesso è capitato che qualcuno ci abbia provato, vorrebbe dire descrivere un’umana giustificazione. Questa è semplicemente la constatazione delle contraddizioni che nutrono i processi di trasformazione della storia che seguono con caparbietà una linea progettuale. In questo senso nulla, come il progetto e il progettare, si presta a scritture storiche in cui le pagine migliori sono spesso rappresentate da quello che non si è fatto o potuto fare più che da quello che si è riuscito a realizzare.
«Non c’è altro modo di trovare la forma, di sapere che cosa si deve fare e come si deve farlo, che quello di eseguirla, produrla, realizzarla: non è, che l’artista abbia immaginato compiutamente la sua opera e poi la esegue, la realizza. Egli la delinea proprio mentre la fa. La forma si definisce nella stessa esecuzione che se ne fa, e diventa tale solo al termine d’un processo in cui l’artista l’inventa eseguendola. La scoperta avviene solo durante e mediante l’esecuzione, e solo operando e facendo, solo scrivendo o dipingendo, cantando o suonando, l’artista trova e inventa la forma. Fino a quando il processo non è concluso, la forma non c’è, e tutto è ancora in gioco, e la minima deviazione può condurre all’insuccesso e ciò che doveva connettersi e rapprendersi può dissolversi e dissiparsi, sì che soltanto l’esito può assicurare l’autore sulla sua riuscita». (Luigi Pareyson)5
Essere di retroguardia vuol dire inseguire una necessità che è umana, anche quando, per lunghi periodi, l’umanità smette di percepirla come tale: la ricerca di un sovrano o una sovranità da servire. Quest’aspirazione, nell’antichità ha coltivato l’Europa e il suo spirito, sia civile sia tellurico. Ha coltivato, però, soprattutto le terre di Sicilia: ed è una fortuna che dovremmo custodire con feroce gelosia. Un’aspirazione che, in Sicilia, ancora palpita nel cuore di quegli esseri di legno che sono i Pupi. Quegli esseri di legno che si animano di fronte ai nostri occhi, guidati da fili che non si vedono, ma che parlano e affermano la loro essenza. Questi esseri di legno e fili raccontano le loro storie. Sono di legno, è vero, ma quando si animano, sono esattamente quei Cavalieri che a Roncisvalle, per servire il loro sovrano e una loro idea di Dio, osarono morire senza fiatare. “Bisognerebbe obbedire solo alla legge o a un uomo, a un’idea o a un sogno”. Ed è proprio un sogno da realizzare quello che ci manca: quello della parità tra gli esseri umani. Quel sogno che mandi in soffitta la superstizione dell’uguaglianza. La parità è quella condizione artificiale che permette di servire senza essere dei servi; di servire non tanto una persona o una realtà ma l’idea che le sorregge entrambi. Ancora oggi non siamo riusciti a realizzare una Tavola Rotonda, dove tutte le differenze siano equidistanti dal loro centro reale. Una tavola in cui Re Artù e i suoi Cavalieri, nella loro evidente differenza, possano condividere, su un piano di parità, uno stesso destino. Come diceva Louis Khan, “nella vita non v’è nulla di meglio che servire il proprio Re”.
«Non sono pazzo, fratello. Non siamo pazzi quando troviamo il sistema per salvarci. Siamo astuti come animali affamati. Non c'entra la pazzia. È genio quello. È geometria. Perfezione. I desideri stavano strappandomi l'anima. Potevo viverli, ma non ci sono riuscito. Allora li ho incantati. E a uno a uno li ho lasciati dietro di me. Geometria. Un lavoro perfetto. Tutte le donne del mondo le ho incantate suonando una notte intera per una donna, una, la pelle trasparente, le mani senza un gioiello, le gambe sottili, ondeggiava la testa al suono della mia musica, senza un sorriso, senza piegare lo sguardo, mai, una notte intera, quando si alzò non fu lei che uscì dalla mia vita, furono tutte le donne del mondo. Il padre che non sarò mai l'ho incantato guardando un bambino morire, per giorni, seduto accanto a lui, senza perdere niente di quello spettacolo tremendo e bellissimo, volevo essere l'ultima cosa che guardava al mondo, quando se né andò, guardandomi negli occhi, non fu lui ad andarsene ma tutti i figli che mai ho avuto. La terra che era la mia terra, da qualche parte del mondo, l'ho incantata sentendo cantare un uomo che veniva dal nord, e tu lo ascoltavi e vedevi, vedevi la valle, i monti intorno, il fiume che adagio scendeva, la neve d'inverno, i lupi di notte, quando quell'uomo finì di cantare finì la mia terra, per sempre, ovunque essa sia. Gli amici che ho desiderato li ho incantati suonando per te e con te quella sera, nella faccia che avevi, negli occhi, io li ho visti, tutti, miei amici amati, quando te ne sei andato, sono venuti via con te. Ho detto addio alla meraviglia quando ho visto gli immani iceberg del Mare del Nord crollare vinti dal caldo, ho detto addio ai miracoli quando ho visto ridere gli uomini che la guerra aveva fatto a pezzi, ho detto addio alla rabbia quando ho visto riempire questa nave di dinamite, ho detto addio alla musica, alla mia musica, il giorno che sono riuscito a suonarla tutta in una sola nota di un istante, e ho detto addio alla gioia, incantandola, quando ti ho visto entrare qui. Non è pazzia, fratello. Geometria. È un lavoro di cesello. Ho disarmato l'infelicità. Ho sfilato via la mia vita dai miei desideri. Se tu potessi risalire il mio cammino, li troveresti uno dopo l'altro, incantati, immobili, fermati lì per sempre a segnare la rotta di questo viaggio». (Alessandro Baricco). 6
Essere di retroguardia vuol dire capire, oggi, che anche noi, che ci occupiamo di cose che sembrano superflue, e che continuiamo ad organizzare eventi culturali e manifestazioni che non sembrano tenere conto della realtà che viviamo, dovremmo forse contribuire a non rendere vano il tentativo ardito di unificare un territorio lungo e diverso come la penisola italica. Un territorio popolato da persone ignare del valore della storia, ma affezionate alla geografia. Un territorio animato, quindi, più che popolato; e che non sembra, ancora oggi, avere altra voglia, se non quella di allungarsi ancora di più, in maniera tellurica, sul mare Mediterraneo, per tentare di baciare l’Africa e provare, così, ad abbracciarla definitivamente e, con essa, impigrirsi e addormentarsi per sempre.
«Gli italiani sono persone che ancora non hanno deciso da che parte stare nella vita, per il semplice motivo che sono profondamente giovani come nazione; quindi profondamente ignoranti su cosa vuol dire vivere insieme ed essere un popolo coeso. Bisogna che l’Italia cominci col persuadersi, che c’è nel seno della nazione stessa un nemico più potente e infido dello straniero, dell’islamico, del comunista, del fascista, del romeno e dell’extracomunitario: ed è la nostra profonda ignoranza circa la bontà dei corretti comportamenti collettivi, e la poca parsimonia con cui consumiamo quelli privati. Sono le moltitudini analfabete in fatto di convivenza, i burocrati automi, i professori che ignorano completamente quello che insegnano, i politici imbecilli, i diplomatici che mancano proprio di diplomazia, i generali incapaci, gli operai senza operosità, gli agricoltori senza più amore per la terra e la retorica che gira, e gira, senza trovare mai la sua conclusione, ad essere il vero cancro del nostro Paese. Non sarà un prossimo fronte bellico o una catastrofe naturale ad impedirci d’avanzare sulla strada della maturità nazionale, ma quella linea umana composta da cinquanta milioni d’analfabeti e cinque milioni di arcadi, che compongono, oggi, la nostra comunità nazionale». (Giustino Fortunato)7
Essere di retroguardia, per chi guarda alle cose dell’architettura in funzione di un ruolo sociale spesso dimenticato, vuole dire riconoscere cosa avviene realmente e chiamare le cose con il loro nome. All’interno dello spazio urbano, oggi, sono in corso una serie di recuperi di aree cospicue, iniziati anche due o tre decenni addietro, che coincidono con grandi operazioni immobiliari. Queste operazioni non partono esclusivamente dal riuso o da una logica che guida la crescita e la riabilitazione delle città. Non vengono innescate da un’idea che riguarda direttamente la città, ma sono, in molti casi, esclusivamente una funzione della struttura articolata che oggi disegna il ciclo di un processo edilizio. Un ciclo prevalentemente finanziario ed imprenditoriale che è del tutto nuovo rispetto a quello cui siamo stati storicamente abituati. Il fatto che l’impresa abbia bisogno di ricollegarsi alla città, oggi, è una parte essenziale del contratto politico e non è, come una volta, un dato culturale o tecnico del tutto conseguente. Bisogna comprendere bene questa questione. Quando una grande impresa, un gruppo finanziario, finanche un’istituzione pubblica, decide di fare un’operazione finanziaria in cui è compresa un’elevata componente edilizia, tutto il problema delle articolazioni con la situazione urbana non diventa più un momento tecnico progettuale. Non lo diventa perché è già una parte essenziale del contratto politico che l’impresa o l’ente pubblico, o ambedue insieme oramai, hanno già stipulato con la città. Una cosa è chiarissima in queste operazioni: l’architetto e l’ingegnere, in questa fase storica, non devono gestire assolutamente nulla del progetto se non una idea, spesso molto vaga. Nel momento in cui si parla di gestire, sia chiaro, s’intende la gestione totale della riformulazione degli assetti morfologici derivanti da un programma funzionale d’ordine generale reso esplicito da una committenza.

È molto chiaro, invece, ciò che è richiesto oggi ad un grande architetto o ad un notevole progetto: è chiesto un “marchio di fabbrica”. Un marchio di fabbrica che deve essere perfettamente aderente al tipo di operazione che si andrà a realizzare. Quello che si chiede all’architetto e all’ingegnere, allora, è qualcosa di molto squilibrato. Molto spesso - e basta vedere la vicenda dei progetti per l’Expò per farsi una idea di ciò che dico – all’architetto e all’ingegnere viene chiesto un progetto in assenza anche di funzioni precise che, al momento della messa in forma, sono non previste per scelta consapevole, volontaria e strategica. Perché più si fissano le funzioni e più il progetto è poco flessibile rispetto alle trasformazioni che, in progress, verranno individuate per corrispondere esattamente alla massima remunerazione dell’investimento sul breve e medio termine Nello stesso tempo, però, l’architetto, soprattutto, e l’ingegnere, sono delle figure essenziali per una loro unica e specifica qualità cui non è possibile ancora rinunciare: loro rappresentano e pubblicizzano il progetto. Anche se non lo gestiscono più, il loro ruolo, pur se non centrale, è comunque essenziale. La questione non è se questo è giusto oppure no. Più realisticamente, a noi interessa capire se l’architetto è in grado in questo scenario, e attraverso delle capacità da costruire durante la sua formazione, di confrontarsi e di proporre soluzioni d’architettura anche di fronte a queste dimensioni e a tali sviluppi del nostro mestiere. Un mandato sociale, infatti, non è un’onorificenza o un gesto di gratitudine assegnato dall’esterno, ma è la conquista di una posizione, di un punto di vista, privilegiato e influente, sui processi di trasformazione della realtà. Questa posizione nessuno l’assegna e nessuno la toglie: o si è capaci di sostenerla, oppure quel vuoto è riempito da altre figure capaci di rappresentare, anche senza qualità, alcune istanze molto precise. In questo senso è un problema per una scuola di architettura.

La crisi dell’architettura contemporanea, allora, può essere riassunta proprio nell’arretramento evidente di fronte a queste variazioni storiche, culturali, sociali, politiche. Un arretramento utile solamente a salvaguardare, come compenso, una sorta di nicchia antropologica, culturale, di tipo tradizionale, all’interno della quale continuare a tenere in vita un particolare aspetto della nostra professione: quella in cui si notifica la sola novità morfologica. Quest’arretramento fa sì che la cultura architettonica, oggi, viva in una “riserva” dove poter continuare a tramandare il suo portato storico, a patto che ciò sia esercitato all’interno di uno spazio e di un tempo preciso e confinato. Un esercizio simile a quello d’alcune tribù autoctone del Nord America, che si calano nei vestiti tradizionali e cantano le loro canzoni di un tempo, solo ad uso e consumo dei turisti. All’interno di questa riserva culturale, allora, non v’è e non vi può essere più un reale aggiornamento culturale, perché in questo, più che altro, s’avvicendano solo delle inattuali etichette.

Essere di retroguardia vuol dire, allora, smetterla di guardarci intorno aspettando di vedere ciò che vorremmo o pensiamo che sia giusto e corretto osservare. A chi vuole essere di retroguardia, o chi crede che sia giusto iniziare a esserlo, è meglio ricordare che chi osserva deve poi riportare esattamente ciò che vede: al di là se questo piaccia o no. Dovremmo fare così per noi, in primo luogo. Per le nostre ambizioni. Dovremmo farlo, soprattutto, per onorare tutti quelli che, in una maniera o in un'altra, consapevolmente o senza accorgersene, hanno vissuto sino a oggi per questo progetto storico ancora tutto da conquistare. Dovremmo farlo per il tempo che verrà e per quelli che avranno il diritto, come noi, di viverlo, possibilmente avendo nostri attuali privilegi, dati dall’Italia per com’è, e per come potrebbe essere. Dovremmo farlo per tutte quelle Piccole Vedette Lombarde che, per guardare lontano e dall’alto, insieme al privilegio di vedere il futuro hanno abbreviato, e di molto, la loro vita su questa terra, o hanno dovuto affrontarne una lunga ma costellata da sofferenze e da contraddizioni. Dovremmo farlo per tutti quelli che ci hanno creduto, quindi, compresi quelli che, per farlo, hanno dovuto compromettere se stessi, i loro principi morali e la loro indole. Perché questo nostro Paese, e qualcuno deve iniziare a dirlo nuovamente e con tutta la propria forza morale e politica, vale molto di più di ogni suo singolo elemento: passato, presente e futuro. E su questo, allora, che bisogna essere pronti, oggi, a dare battaglia, anche nel caso in cui si possieda una sola piccola nave. Essere pronti a fare una battaglia di retroguardia per difendere alcuni principi, tra cui il valore civile e non meramente estetico dell’Architettura. Perché noi abbiamo il diritto di dare battaglia, pure con una sola nave, anche contro chi ha cento navi per mare. Non ne va della nostra vita, ma della nostra anima.

21 ottobre 2010
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Note:
1 Stefano Benni, “Comici spaventati guerrieri”, Feltrinelli Editore, Milano, 1989.

2 Alessandro Baricco, “Novecento”, Feltrinelli Editore, Milano, 1997.

3 Bertold Brecht, “ Il Sarto di Ulm”, Einaudi Editore, Torino, 1984.

4 Alessandro Baricco, “Novecento”, Feltrinelli Editore, Milano, 1997.

5 Luigi Pareyson, “ Estetica”, Feltrinelli Editore, Milano, 1997.

6Alessandro Baricco, “Novecento”, Feltrinelli Editore, Milano, 1997.

7 Questa è una mia personale parafrasi di un preciso pensiero di Giustino Fortunato. Ho solo aggiornato alcuni dati (il numero complessivo della popolazione italiana) ed inserito alcuni termini che indicano problemi e questioni inedite al tempo in cui Fortunato pronunciò il discorso in cui è contenuto questo passaggio. Il senso generale, il sapore dell’invettiva che l’accompagna, però, sono identici, insieme al giudizio che lui da dell’Italia.

7 commenti:

  1. Prima parte
    Isidoro,
    condivido lo spirito del tuo monito.
    Belle (mi piace quest’aggettivo) le citazioni di Petrarca e G. Fortunato.
    Un fermo immagine ‘temporale’ che dovrebbe fare riflettere.
    Soprattutto condivido l’affermazione sul tornare a dare sostanza ‘al processo architettonico’.
    Dissento su un punto: l’orientamento risolutivo dello sguardo di retroguardia.

    Per semplificare direi che non possiamo più permetterci di osservare il presente con le categorie ‘ideologiche’ del passato (un passato che a sua volta immaginava il futuro).
    Dobbiamo, sempre, tenere presente che le idee del passato erano idee che si proiettavano nel futuro.
    Ma siccome, non possiamo permetterci la semplificazione o peggio la tassonomia delle idee.
    Serve fare quattro passi per prendere aria.

    PRIMO PASSO: LA STORIA IN BLOCCO
    «Il mondo multipolare di una composizione seriale (Boucourechliev) – dove il fruitore, non condizionato da un centro assoluto, costituisce il suo sistema di relazioni facendolo emergere da un continuo sonoro in cui non esistono punti privilegiati ma tutte le prospettive sono ugualmente valide e ricche di possibilità – appare molto vicino all’universo spazio-temporale immaginato da Einstein, in cui “tutto ciò che ciascuno di noi costituisce il passato, il presente, il futuro è dato in blocco, e tutto l’insieme degli eventi successivi (dal nostro punto di vista) che costituisce l’esistenza di una particella materiale è rappresentato da una linea, la linea d’universo della particella… Ciascun osservatore col passare del suo tempo scopre, per così dire, nuove porzioni dello spazio-tempo, che gli appaiono come aspetti successivi del mondo materiale, sebbene in realtà l’insieme degli eventi che costituiscono lo spazio-tempo, esistesse già prima di essere conosciuti (Einstein)».
    Umberto Eco, Opera aperta, Bompiani, Milano, 1962

    SECONDO PASSO: SOCIETA’ A SUSSISTENZA INFORMATIVA
    Nella misura in cui i media elettronici tendono a riunire molte sfere di interazione precedementente distinte, non è escluso che si possa ritornare a un mondo ancora più antico del Medioevo.
    Molte caratteristiche dell’”era informatica” assomigliano alle forme sociali e politiche più primitive: la società dei cacciatori e dei “raccoglitori” dei frutti spontanei della terra. Essendo popoli nomadi cacciatori e raccoglitori non hanno un rapporto di fedeltà con il territorio. Anche essi, hanno uno scarso “senso del luogo”; le loro attività e i loro comportamenti specifici non sono strettamente legati a scenari fisici particolari.

    […]

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  2. Seconda parte

    Occorre notare che quando i cacciatori e i raccoglitori, generalmente nomadi, diventano sedentari e stabiliscono un legame con certi luoghi, perdono gran parte dei tratti che li rendono simili alle nostre nuove caratteristiche: vi è una notevole riduzione dell’autonomia, della mobilità e dell’autorità delle donne; il tipo di lavoro che dipende sempre più dal sesso dell’individuo; le esperienze di socializzazione di ragazze e ragazzi diventano molto diverse; gli uomini partecipano a una politica che va oltre il villaggio; inoltre, crescono la segregazione domestica e la privacy (Draper, 1975).
    Dunque, possiamo anche definirci “cacciatori e raccoglitori dell’era informatica”. La nostra comune sfera di interazione è informatica invece che fisica, ma conduce a un’analoga incapacità di distinguere chiaramente tra sesso, età e status gerarchico. Al contrario delle generazioni precedenti, noi non dipendiamo dal luogo fisico come determinante principale per l’accesso agli individui e alle informazioni. A differenza delle tribù con capanne particolari e luoghi sacri, ambiti maschili e ambiti femminili, luoghi per gli adulti e luoghi per i bambini, la nostra cultura sta diventano essenzialmente senza luogo.
    L’attuale livello tecnologico avanzato ci permette di cacciare e di raccogliere informazioni anziché cibo. Come i cacciatori e raccoglitori che danno per scontato il fatto che “là fuori” vi è abbondanza di cibo e dunque cacciano e raccolgono solo quanto basta per il consumo immediato, stiamo diventando sempre più una “società a sussistenza informativa”. Molti, invece di impegnarsi a immagazzinare a lungo termine il sapere nelle case o nella memoria, cominciamo a credere che le informazioni siamo “là fuori” a disposizione e che non sia necessario accumularle. I nostri bambini cantano “we dont’t need no education”, ma anche molti studiosi hanno rinunciato a raccogliere e ad accumulare nelle loro menti i ragionamenti lunghi e lineari dell’alfabetizzazione, che guardavano al futuro collegando le nuove scoperte a quelle precedenti. Al contrario, il computer è sempre più usato come una giungla dove abbondano frammenti di “dati” (benché sia una giungla che creiamo e immagazziniamo noi); alcuni dati vengono cacciati, raccolti e analizzati qualora nasca il desiderio di metterli in relazione e una volta trovati, i collegamenti vengono spesso consumati e digeriti immediatamente senza essere faticosamente collegati ad altre idee e conoscenze.

    L’idea secondo cui staremmo “tornando” a un’epoca primitiva, o al periodo che precedette l’avvento della stampa nell’Europa occidentale, è ovviamente una semplificazione un po’ troppo grossolana per vari motivi.
    A differenza delle civiltà pre-moderne, dipendiamo ancora notevolmente dall’alfabetizzazione sia per il nostro modo di immagazzinare le informazioni, sia per il nostro di pensare. L’era elettronica è stata generata dalla “cultura della stampa” e ne conserva ancora molte caratteristiche. Dunque, le differenze nel grado di alfabetizzazione continuano a creare distinzioni tra bambini e adulti e a suddividere le persone in categorie sociali separate. Ma il fatto di non dipendere più esclusivamente dalla stampa e dall’alfabetizzazione ha cambiato le distinzioni sociali tra individui di diversi livelli di alfabetizzazionie quindi ci troviamo ora in una spirale di progresso anziché in un cerchio regresso. Recuperiamo alcuni aspetti del mondo pre-moderno mentre avanziamo verso una nuova frontiera.
    Joshua Meyrowitz, Oltre il senso del luogo, Barkerville, Bologna, 1995, pp. 520-525

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  3. Terza parte:

    TERZO PASSO: INCERTEZZA
    «Il web è la mia carta e penna, e sono diventato più bravo a raccogliere informazioni. Ma la mia conoscenza è più fragile. Per ogni informazione che trovo c’è qualcuno pronto a dire il contrario. Ogni dato ha il suo “antidato”. L’enorme ragnatela del web mette in rilievo sia i dati sia gli antidati. Alcuni sono stupidi, altri sono convincenti. Non possiamo lasciar decidere agli esperti, perché per ogni esperto c’è un antiesperto altrettanto bravo. Perciò tutto quello che imparo subisce l’erosione di questi antifattori. Non ho più certezze. Invece di affidarmi a un’autorità, sono costretto a crearmi le mie certezze, non solo sulle cose che mi interessano, ma su tutto quello che leggo, compresi i campi in cui non posso avere nessuna esperienza diretta. In generale, quindi, mi capita di presumere sempre più spesso che quello che so è sbagliato. Un atteggiamento ideale per uno scienziato. Ma questo significa anche che ho più probabilità di cambiare idea per i motivi sbagliati. La capacità di accettare l’incertezza è uno dei cambiamenti che ho subìto. […] Sono meno interessato alla Verità e più interessato alle verità»[
    Kevin Kelly (cofondatore di Wired), Il pensiero fluido, Internazionale, n 831, 29 gennaio 2010, pp.34-36

    QUARTO PASSO: DOMANI ORA
    «Questa gente che intende cambiare il mondo spesso non ha la più pallida idea del fatto che lo sta già facendo. Se glielo dite, si irrita soltanto. Nelle loro vite quotidiane furiosamente focalizzate si barricano come fanatici in qualche loro personale stranezza od ossessione, e, diversamente dai futurologi, hanno pochissimo interesse ad analizzare il quadro più vasto della situazione. La gente di questo genere trasuda mutamenti sociali allo stesso modo in cui una barra di uranio trasuda calore. I pionieri che cambiano il mondo devono essere trattati con molta attenzione e con un rispetto guardingo. Intorno a loro, che spesso vengono uccisi e scotennati, piovono frecce. Chi è alla guida di macchine da corsa modificate per battere tutti i record non usa poi molto gli specchietti retrovisori, né si cura molto dei freni.
    Voi, come futurologi, potete ben capire cosa queste persone significhino per il mondo e perché siano importanti, ma ciò non vuol dire che dobbiate cercare di far parte del gruppo. Siate vigili e ben attenti quando gli siete vicini. Prendete appunti. Analizzate. Non vendete tutto quel che avete per unirvi alla loro carismatica crociata. Non adulateli e non vi aspettate che vi facciano ricchi. Non innamoratevi di loro, non sposateli e non dategli figli, ma soprattutto non siategli d’intralcio e non cercate di fermarli».
    Bruce Sterling, Tomorrow now, Mondadori, Milano, 2004

    Lo sguardo contemporaneo (direi del nostro quotidiano) deve comprendere LA STORIA IN BLOCCO passato-presente-futuro nella sua stasi ‘senza luogo’ di una SOCIETA’ A SUSSISTENZA INFORMATIVA .
    Informazione che rimette in discussione giornalmente le nostre certezze.
    Serve leggere il nostro DOMANI ORA attraverso lo sguardo dell’INCERTEZZA.
    Che cos’è lo sguardo dell’incertezza?
    «Pare che la parola ‘verità’ (alétheia) indichi il vagabondare di Dio (ále theía)».

    Temo, anzi spero, che dopo la fase compulsiva del Wilfing in rete si creino le condizioni per iniziare a migliorare ciò che osserviamo dalla nostra finestra reale.
    Trasporre la ricchezza relazionale del Web nella pratica reale e attivare un sano vagabondaggio pedestre oltre lo slalom del nostro mouse.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  4. Un commento a me stesso oppure ai commenti di altri mi incuriosisce. Forse questa volta potrebbe essere una cosa doverosa. Il concetto di retroguardia è semplicemente un esemplificazione utile a dire e indicare una questione che mi preme. Che sento, ancor prima di comprenderne realmente il peso logico. Io credo che tutti noi, compreso me stesso, abbiamo raggiunto un livello di conformismo che va ogni logica possibile. Un conformismo che è, fondamentalmente, l'esito di quella malattia giovanile rappresentata dall'anticonformismo.
    Voglio dire che, secondo me, dovremmo nuovamente guardare alle cose come se le vedessimo per la prima volta. In maniera tale da provare a trovare delle spiegazioni che non siano, in conclusione, quelle che non modificano di un millimetro il nostro pensare alle cose. E' difficile e pericoloso, soprattutto se questa operazione viene fatta nei confronti di temi delicati. La Democrazia, ad esempio. L'uguaglianza, ad esempio.La stessa Architettura, ad esempio. Ma il problema dei problemi, però, è la libertà di esprimere liberamente dei punti di vista. Ho la netta impressione che si stia avverando un noto vaticinio di un filosofo tedesco che non voglio nemmeno nominare ma che voglio citare a memoria.
    Per avere una realtà schifosa può bastare anche il limitarsi a recitare un punto di vista. Osservare, parlare o commentare. Produrre delle note, appunto. Sarà la libertà di opinione a schiacciare il vostro futuro. Sarà la possibilità di far circolare le vostre idee in maniera semplice e diretta a far si che nessuno avrà più voglia di farle trionfare attraverso il sangue e la sofferenza che, a quanto sembra, sono state per lungo tempo le uniche prerogative per far diventare queste idee un attimo di realtà.
    Un vaticinio che sembra essersi avverato. Che io, personalemente, vedo come realtà. Retroguardia, quindi, vuol dire soltanto guardarsi le spalle. Avvertire un pericolo letale e, quindi, guardarsi intorno con attenzione. Senza alcuna semplificazione e senza sottostimare la realtà ingolfandola di concetti inadeguati al pericolo avvertito.
    Dell'intero testo da me elaborato, allora, voglio solo sottolineare nuovamente una cosa. Il mondo culturale cui apparteniamo è effettivamente una "riserva". Un luogo in cui, come ho detto, possiamo fare tutto quello che vogliamo, in giorni e spazi stabiliti, a patto che restino confinati in quell'ambito. E' un destino? Sono i tempi che viviamo? Io credo che serva solo ed esclusivamente una maggiore compromissione. Nulla di più e nulla di meno.

    Isidoro Pennisi

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  5. Isidoro,
    come dicevo capisco e comprendo il senso civico e civile del tuo pensiero.
    Per ovvi motivi anagrafici - non essendo Quentin Tarantino - io non posso voltarmi indietro.
    Non trovo niente di positivo nell’Italia stile ‘colpo grosso’ e del ‘potere logora chi non ce l’ha’.
    Siccome amo la storia (biblioteca non Web) ciò che mi fa stare bene – del recente passato -sono tre episodi dell’architettura italiana che la critica ufficiale ha trascurato.
    CITTA’
    «Penso, dunque, alla città (uomo/ambiente/, uomo/storia) come al luogo che l’uomo è mutato e lo ha mutato – e dalle tracce dei primi agglomerati». (Maurizio Sacripanti, Città di frontiera, Bulzoni, Roma, 1973)

    ARCHITETTURA
    L’invenzione dell’architettura iconica nella sua versione contemporanea chiamata ‘effetto x,y,z’.
    Opera prima di Renzo Piano e amici.
    I primi dieci anni di Renzo Piano andrebbero studiati senza edulcorazioni ideologiche.
    Il Renzo Piano che ha accolto l’Italia è quello glamour privo del lato ‘oscuro’ visionario.
    Il Renzo Piano comprensibile per il borghese-accademico piccolo piccolo.

    DESIGN (o se vuoi il mondo degli oggetti)
    Ettore Sottsass e la sua opposizione critica contro l’idea mitteleuropea del fare ‘oggetti’.
    Il suo andare oltre l’utilitarismo con ironia. L’oggetto ha una vita anti share.

    Personalmente non credo nei punti di vista e nella sua metastasi dell’opinione personale.
    Io penso come uno speculatore edilizio e vorrei cambiare concretamente il loro stile economico vincente.
    Stile che per semplificare chiamo ‘MQ’.
    La mia sfida è un po’ polverosa - abita nei cantieri – opponendo la mia idea all’idea stile ‘MQ’ dei geometri, geometri-architetti e geometri-ingegeneri.
    Questo è il mio campo di battaglia, non ne vedo altri.

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  6. Prima parte:

    Isidoro,
    in questo momento storico non posso guardare il passato ma il suo blocco passato-presente-futuro.
    Ti copio incollo (da wikipedia) una storia: «Larry Page e Sergey Brin, allora studenti dell'Università di Stanford, dopo aver sviluppato la teoria secondo cui un motore di ricerca basato sull'analisi matematica delle relazioni tra siti web avrebbe prodotto risultati migliori rispetto alle tecniche empiriche usate precedentemente, fondarono l'azienda il 27 settembre 1998. Convinti che le pagine citate con un maggior numero di link fossero le più importanti e meritevoli (Teoria delle Reti), decisero di approfondire la loro teoria all'interno dei loro studi e posero le basi per il loro motore di ricerca».

    Bisogna capire bene un passaggio, gli inventori di google (che tu usi quotidianamente) non piovono dall’alto.

    Studiando la ‘Teoria della rete’ (Social network analysis) una teoria basata sulle analisi di Georg Simmel (1858 –1918) e Jacob Levi Moreno (1889 –1974) ebbero l’intuizione di creare un motore di ricerca (non il primo) basato su un algoritmo diverso ma rivoluzionario.
    Tutta la storia del Web è stratificazione delle migliori idee del passato rielaborate nel presente.

    Il 6 agosto 1991 Tim Berners-Lee elabora la scrittura su una pagina Web attraverso il codice HTML (HyperText Markup Language - linguaggio di descrizione per ipertesti)
    Non inventa la ruota ma semplicemente estende le capacità di una banale (vecchissima) pagina scritta.

    Il 4 febbraio 2004 da Mark Zuckerberg traspose gli annuari con le foto di ogni singolo soggetto (facebook) che alcuni college e scuole preparatorie statunitensi pubblicano all'inizio dell'anno accademico e distribuiscono ai nuovi studenti e al personale della facoltà come mezzo per conoscere le persone del campus.
    Anche in questo caso non s’inventa niente. Si elabora una pratica consolidata nella realtà attraverso strumenti Web.

    - Tim Berners-Lee – pagina elettronica condivisa (1991).
    - Larry Page e Sergey Brin – sistema di ricerca dei documenti Web (1998).
    - Mark Zuckerberg – piazza telematica (2004).

    Se ci pensi bene non hanno inventato nulla, hanno rielaborato tesi del passato all’interno di sedi universitarie o istituti di ricerca.
    Per assurdo non sono postmoderni (non edulcorano il moderno) ma agiscono attraverso la retroguardia (attingono nel passato ampliando o meglio implementando alcuni temi).

    Cos'è cambiato?
    Due aspetti non vanno trascurati (perdona la semplificazione):

    1. la pagina bianca è ipertestuale (mi piace utilizzare questo termine un po’ vecchio), implica una nuova capacità di lettura, scrittura e comprensione.

    2. il sistema di relazioni con tutte le sue sfumature dagli 'old media' per arrivare alle conversazioni al bar.

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  7. Seconda parte:

    Ritornando al tuo ’astratto furore’ civile, per dirla alla Vittorini, non è possibile avere un pensiero di retroguardia senza avere avuto in Italia un’avanguardia.
    L’Italia è bloccata da anni da un colpo – grosso – della strega.

    Altra questione: non possiamo confondere lo strumento Web con la latente funzione ‘comunicativa’.

    Tu dici: «Ho la netta impressione che si stia avverando un noto vaticinio di un filosofo tedesco che non voglio nemmeno nominare ma che voglio citare a memoria.
    Per avere una realtà schifosa può bastare anche il limitarsi a recitare un punto di vista. Osservare, parlare o commentare. Produrre delle note, appunto. Sarà la libertà d’opinione a schiacciare il vostro futuro. Sarà la possibilità di far circolare le vostre idee in maniera semplice e diretta a far si che nessuno avrà più voglia di farle trionfare attraverso il sangue e la sofferenza che, a quanto sembra, sono state per lungo tempo le uniche prerogative per far diventare queste idee un attimo di realtà».

    Il filosofo Mario Perniola (debitore delle idee di Guy Debord) pensa che il potere ‘politico-sociale’ sia gestito da chi controlla il sistema della comunicazione ovvero il ‘wuwei’ il non agire.
    Anche Gillo Dorfles basa molte delle sue tesi del libro ‘Horror pleni’ sulle analisi di Perniola.

    Adesso t’invito a fare una time-line sulla fruizione dell'informazione dai primi incunaboli ad internet.
    Nei secoli, senza soluzione di continuità, abbiamo avuto un incremento constate dell’informazione.
    Non abbiamo altra strada che quella d’imparare a leggere (selezionare) nell’abbondanza.
    Da secoli lo stiamo facendo.
    Coraggio, non avere paura.
    Comincia ad ascoltare questa storia senza retro fantasie.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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