Facebook Header

Visualizzazione post con etichetta Roberto Saviano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Roberto Saviano. Mostra tutti i post

12 giugno 2014

0009 [HERESPHERE] Ciro Corona scrive a Roberto Saviano: Robbe' è Scampia la risposta alla fiction

di Salvatore D'Agostino

Ci sono luoghi, mai attraversati, che tutti pensiamo di aver visto grazie alla ridondanza dei media che li ha scolpiti nel nostro immaginario visivo, Scampia è uno di questi, forse il luogo più visto ma mai visitato d’Italia.

Scampia, negli ultimi anni, è diventato il set ideale dove girare tutti i luoghi comuni - gli stereotipi, le dietrologie, i titoli per nutrire la pancia dei non lettori, rimarcare le differenze di un sud senza speranza - del circo ‘mediatico’. 

Scampia ‘la vive’ Ciro Corona che da anni con l’associazione ‘(R)ESISTENZA’ è entrato in guerra contro l’illegalità e la sua cultura camorristica. Una guerra, non un’indignazione sferzante magari arguta ed emotivamente coinvolgente da chi sta seduto comodo sul divano di casa. Quella di (R)ESISTENZA è una guerra fisica, concreta, difficile, attiva che non accetta la mistificazione e la semplificazione di chi immagina ciò che non vive.

V’invito a leggere la lettera che Ciro Corona ha spedito, usando la bacheca di facebook, a Roberto Saviano sceneggiatore della fiction ambientata a Scampia (una lettera - heresphere - dove Ciro Corona dice: questo è l’intorno di Scampia, adesso, in questo in momento):

Ciro Corona

Caro Roberto,
mi ritrovo a riscriverti a distanza di un anno con la consapevolezza che nemmeno questa volta raccoglierai l'appello né ci sarà mai risposta. Negli ultimi giorni ci si ritrova in una nuova "faida del bene", dove chi dovrebbe essere garante di una "rete", di un lavoro di squadra, sembra essere schierato in trincea pronto ad aprire il fuoco sull'altro. Sembra, ma sappiamo che non è così. Allora facciamo un po' di chiarezza.








6 febbraio 2010

0037 [SPECULAZIONE] Viaggio nel paese che abbiamo inventato

di Salvatore D'Agostino
«Camminare è un soggetto che porta sempre a divagare». (Rebecca Solnit) [1]
   Credo che questa frase potrebbe essere l’epigrafe del libro di Cristiano De Majo e Fabio Viola ‘Italia 2 - Viaggio nel paese che abbiamo inventato’ [2] . Contraddicendo il sottotitolo questo libro non è un racconto di viaggio ma una narrazione ad alta voce sui luoghi comuni dell’immaginario collettivo. Ai due scrittori non interessa descrivere ciò che vedono ma semplicemente divagano, il loro racconto è un accumulo di sensazioni e idee, dove lo sfondo spesso mediaticamente ‘perfetto’ si decompone. L'Italia che tutti pensiamo di aver visto e di conoscere sembra non esistere.

   De Majo e Viola si disinteressano delle descrizioni antropologiche e soprattutto non danno istruzioni per l'uso, scelgono dei luoghi, li raggiungono, camminano e divagano.
Il luogo così osservato perde la didascalia e diventa sedimentazione narrativa.

Salvatore D’Agostino Italia 2, più che un racconto di viaggio è un’iniziazione per diventare ‘abitante’ italiano, alla fine del vostro peregrinare Cristiano De Majo ritornerà nella sua Napoli perché, come afferma nel libro, ha capito che da lì occorre ricominciare e Fabio Viola andrà via dall’Italia, a Osaka in Giappone
, sostenendo: se l’Italia è diventata un’immagine stereotipata dai luoghi comuni meglio vivere dove la finzione non è subdola retorica ma stile di vita. Ancora valido il vostro epilogo? 

Cristiano De Majo Sì, è ancora valido. Siamo rimasti intrappolati nella fine del nostro libro, io a Napoli e Fabio in Giappone. Il discorso su autentico e inautentico e su vero e falso continua a essere un'ossessione per me. Sto battendo altre piste rispetto a quelle di Italia 2, ma in qualche modo continuo a occuparmene.

Fabio Viola Io ho smesso di pormi certe domande perché ho l'impressione che sia uno sforzo inane. Preferisco non contrapporre le due cose - autenticità contro inautenticità - ma vedere come si abbracciano e interagiscono, come siano l'una un miraggio dovuto all'altra.
C'è da dire comunque che l'Italia, adesso, non è che abbia molte attrattive, nemmeno fingendosi turista - e non sto fingendo di essere cinico. È per questo che ancora non ci torno: mi fa paura, mentre il Giappone mi tranquillizza (anestetizza).

Italia 2 è il resoconto a quattro mani di un viaggio, fatto tra l'ottobre 2006 e il febbraio del 2007, dove si osserva l'Italia: vista attraverso i media: la casa del Mulino Bianco e la villetta di Cogne; dei luoghi religiosi: la federazione del Damanhur e la chiesa di Padre a Pio; della memoria: la Risiera di San Sabba e Predappio; del turismo: Venezia, Roma e Matera. Dopo la lettura si ha la sensazione che avete attraversato una nazione dove gli abitanti sono in transito. Nessuno sembra abitare un luogo ma l'immagine di essa. «Ci basta poco per capire che le foto che stiamo facendo, tutte foto molto ispirate peraltro, sono foto di turisti che fanno foto».[3]
Dove abita l’italiano?

Foto di Fabio Viola
CDM Il nostro è un viaggio anche dentro certi simboli, quindi non può essere considerato una mappa dell'abitare in senso stretto. I luoghi che abbiamo scelto offrivano, a nostro avviso, una rappresentazione o una proiezione del Paese, specie per quanto riguarda alcuni aspetti. D'altra parte il primo capitolo che tu hai citato si occupa esattamente di case, o della casa italiana per eccellenza: il Mulino Bianco e il suo rovescio oscuro: la villetta di Cogne. Dunque, rispondendo alla domanda, su un piano più reale l'italiano abita in maggioranza in palazzi affogati in altri palazzi nei quartieri dormitorio delle grandi città, in un territorio che da un lato è distrutto dall'abusivismo, e dall'altro è bloccato da uno stupido ossequio nei confronti della storia, ragione per cui basta qualche pietra vecchia di duemila anni per impedire le naturali trasformazioni di una città, che dovrebbe sempre tendere a rispecchiare il tempo in cui si vive, cosa che in Italia non succede, o almeno non da un punto di vista architettonico. Dall'altro su piano simbolico, io e Fabio abbiamo immaginato che l'italiano abitasse ancora in queste casa ideale, che sembra il disegno di un bambino delle elementari: il tetto a punta, il comignolo, il focolare, ma ovviamente è insieme perfezione e orrore.

FV L'italiano non abita ma occupa. E lo fa in uno spazio maltrattato che a mio avviso andrebbe espropriato. Ciò che l'Italia è adesso è il frutto di anni di sciatteria, e se da un lato si assiste a un'esplosione di metastasi (tessuto sociale in frantumi, classe politica marcia e volgare, violenza verso il territorio, disinteresse per tutto e alienazione - tutte cose di cui si parla da tanto ma che di anno in anno sembrano sempre più in esaltazione), dall'altro mi sembra che queste metastasi vengano nascoste da una prominenza della finta vocazione turistica del Paese. Attraverso il turismo, banalmente, si mette in atto una sceneggiata, e si vende un'Italia che gli italiani non vedono o in cui non credono (più).
Nel libro non parliamo solo di questo, ma penso che il capitolo su Roma, Venezia e Matera racconti chiaramente questa Italia tumefatta.

Roberto Saviano compie un viaggio nella sua Napoli, per dopo finire esiliato, ciò che vede è socialmente scomodo, non poteva immaginare che l’ultima frase del suo libro «Maledetti bastardi, sono ancora vivo!»[4] sarebbe diventato il suo grido mattutino.
Walter Siti per qualche anno si trasferisce in una borgata romana, vive senza pregiudizi, il suo nuovo stato di abitante ne uscirà cambiato o meglio contagiato:

«L’appassionata analisi di Pasolini, vecchia di oltre trent’anni, andrebbe rovesciata: non sono le borgate che stanno imborghesendo, ma è la borghesia che si sta “imborgatando”. Al di là dell’esperienza biografica di pochi individui sbrancati, o dell’arroganza esibizionista di qualche ricco che gioca al sottoproletario (“se hai soldi, una bella macchina e un po’ di cocaina, puoi scopare chiunque” è un motto del carcere ammirato e condiviso da Fabrizio Corona) – al di là dei casi singoli, vige un’effettiva solidarietà strutturale: nel continuum indifferenziato di chi il mondo non sa più vederlo intero, è l’ideologia di quelli che una volta si chiamavano gli esclusi (i lumpen, i sub-culturali) a risultare egemone».[5]
Gianni Biondillo, nato e vissuto a Milano nel quartiere Quarto Oggiaro, è ossessionato dalla semplificazione giornalistica e dai film girati nel suo quartiere che accomunano spesso Quarto Oggiaro a Scampia:
«Quarto Oggiaro, così come tutte le altre periferie meneghine, è dove vive il popolo che ha partecipato ad un sogno di emancipazione collettiva costruendo la ricchezza di una Milano che ora, irriconoscente, non salda il conto. Non so per quanto ancora, però, gli elegantissimi morti viventi che popolano la cerchia dei Navigli potranno dare le spalle alla sua cintura periferica. Quarto Oggiaro esiste anche nel resto dell’anno, e se non troviamo una politica insediativa e culturale degna di una città civile, se non avremo una politica che esca dai salotti buoni abituati, insomma, la catastrofe sarà imminente. Noi siamo abituati all’emergenza, ma, mi chiedo, e voi?»[6]
Più che racconti sono urla di dolore che provengono dal cuore di Napoli, Roma e Milano. Urla che l’italiano sembra non ascoltare.
A che serve scrivere?

FV Scrivere non serve a niente, o serve a pochissimo, e in particolare scrivere della società, criticarla, ribellarsi, eccetera. Scrivere fiction può servire al singolo, ma il mondo si muove in massa in direzioni prevedibili e un libro non cambia nulla. I libri più rivoluzionari sono stati inutili o talvolta dannosi. I movimenti e le correnti ispirate o mosse da un libro, una canzone, un'idea sono finiti nel nulla. Penso ai pacifisti degli anni Sessanta. Ai comunisti. Addirittura agli acquariani de "La Profezia di Celestino", che quando uscì sembrava dover cambiare il mondo tanto grande fu il successo.
Insomma scrivere fa sentire meglio o peggio il singolo, e i cambiamenti che mette in moto la scrittura sono marginali quanto è marginale un essere umano. Se il singolo essere umano è tutto ciò che conta, allora scrivere serve a qualcosa. Altrimenti è un esercizio di idealismo.
Per quanto riguarda il nostro libro, be', per me è una questione estetica più che politica o sociale. L'estetica del vuoto mi affascina, l'aderenza a un ruolo o una maschera di una persona o di un luogo sono questioni più rilevanti per me dello sforzo di criticare la società o cambiarla con la parola scritta. Se sono cinico è perché vivo in Giappone da tre anni e l'Italia si sta sgretolando con più impegno del solito.

CDM Sono anch'io convinto dell'inutilità pratica della scrittura come di qualsiasi altro prodotto culturale. E nutro un profondo sospetto nei confronti di tutti quelli che pensano, scrivendo, di cambiare il mondo. I libri che hanno modificato il corso delle cose - per esempio la Bibbia o il Capitale - sono quasi sempre testi a carattere sapienziale o messianico o politico e non hanno molto a che fare con l'idea della scrittura e dello scrittore che si è affermata dalla modernità in poi. Vedo piuttosto gli scrittori come delle antenne che dovrebbero avere una maggiore o più profonda capacità di percepire le cose, di penetrarle, oppure come dei costruttori di modelli che rappresentano il modo in cui l'uomo attraversa quest'esperienza che chiamiamo vita. E non mi sembra poco. Non credo affatto che la mia missione sia quella di migliorare qualcosa o qualcuno. Credo sia invece di raccontare quello che vedo, quello che mi fa pensare, quello che mi fa commuovere.

Il vostro libro si presenta come un viaggio ma non lo è. Manca il percorso, quell’andare da A a B che lo caratterizza, il vostro è un procedere per punti. L’evidente parafrasi sottintesa nel titolo ‘Italia 2[7] è il perno del vostro interesse, pianificate tappe legate più all’immaginazione mediatica, alla fede, alla memoria che ai luoghi.
La vostra premeditazione si evidenzia nella meticolosa preparazione, spesso coadiuvata da letture portate nel vostro bagaglio a mano.
A mio avviso, occorrerebbe leggerlo sfrondando il testo dalla metaprogettazione del viaggio, poiché le parti interessanti e credo coraggiose sono i vostri dialoghi o appunti visivi. Ciò che osservate non corrisponde a ciò che avevate immaginato. Vi accorgete che non è più possibile raccontare l’Italia con il tono romantico dei viaggiatori del passato che definivano attraverso il linguaggio e in modo perentorio i luoghi. Poiché, come spesso scrivete, ci sono cose che non si possono spiegare.
Alla fine il vostro peregrinare appare catartico, vi liberate dall’idea dominante della nostra epoca mediatica: la semplificazione.

CDM Tutto molto giusto, soprattutto l'ultima cosa che dici sulla semplificazione. Alcuni dei luoghi che abbiamo visitato si sono proprio ammalati di quella che potremmo chiamare una sindrome da semplificazione. Oltretutto la semplificazione è in un certo senso la clava del turista, e anche quando tutti noi cerchiamo coscienziosamente di problematizzare la nostra presenza in un luogo estraneo, finiamo per semplificare seguendo schemi un po' manichei e autoconsolatori (turista cattivo vs. turista responsabile). La nostra battaglia contro la semplificazione abbiamo cercato di combatterla con una scrittura problematica fino al paradosso, una scrittura di sole domande senza risposte in un paese dove l'abitudine consolidata è dare risposte senza che sia stata formulata prima una domanda. Come dicevi tu, ci sono cose che non si possono spiegare, ma questo non vuol dire che dobbiamo rinunciare a raccontarle.

FV Non direi che ciò che abbiamo osservato e ciò che immaginavamo prima di partire siano due cose così distanti. La scelta che abbiamo fatto al momento della progettazione del libro è stata una scelta ponderata. Sapevamo che i luoghi sarebbero stati funzionali al nostro discorso. In questo anche noi, come i viaggiatori del Settecento, partivamo in cerca di qualcosa, di conferme visive a immagini astratte, nella speranza che la "realtà" rendesse stabile la nostra ideologia. Inconsciamente però, io credo, Cristiano e io siamo voluti passare dalla cartolina alla diapositiva. Una diapositiva però vista al buio, senza luce o proiettore, e quindi vagamente tridimensionale.
Infine, alla luce di ciò che ha scritto Cristiano poco fa, è interessante notare come queste nostre ultime siano state proprio risposte a una non domanda. All'italiana, per così dire.
 

6 febbraio 2010
Intersezioni --->SPECULAZIONE
Come usare WA---------------------------------------------------Cos'è WA
__________________________________________ 
Note:
[1] Rebecca Solnit, Storia del camminare, Bruno Mondadori, Milano, 2002, p. 9
[2] Cristiano De Majo e Fabio Viola ‘Italia 2 - Viaggio nel paese che abbiamo inventato’, Minimum fax, Roma, 2008
[3] Cristiano De Majo e Fabio Viola, op. cit., p. 253
[4] Roberto Saviano, Gomorra, Mondadori, Milano, 2006, p. 331
[5] Walter Siti, Il contagio, Mondadori, Milano, 2008, p. 313
[6] Gianni Biondillo, Metropoli per principianti, Guanda, Parma, 2008, p.153
[7] Italia 2 allude alla Milano 2 costruita negli anni ottanta da Silvio Berlusconi

15 aprile 2009

0011 [A-B USO] Io so e ho le prove di come funziona il ciclo del cemento

Questo è un articolo difficile.
In questi giorni passati a osservare l'agonia di una regione e le finte lacrime dei politici, è arrivato il momento che, con rabbia e con dolore, nel rispetto della brava gente, riporti l'Io so di Roberto Saviano.
Un brano che attualmente resta l'unico punto di partenza per poter capire le logiche del ciclo del cemento.
Perché non si può più avallare l'ipotesi che, gli stessi cementificatori arricchitisi sfruttando il sangue economico e ahimè anche quello vero della gente, possano, da impuniti, ricostruire un territorio che hanno distrutto.
V'invito a leggere questo brano tratto dal libro di Roberto Saviano, Gomorra, Mondadori, 2006, pagine 231-240. Soprattutto la frase evidenziata con i caratteri in rosso.
Io so, come Saviano, cos'è il ciclo del cemento. Il male dell'architettura italiana deriva da quest'aberrazione. Un argomento che continua a essere sottaciuto dai critici patinati dell'architettura.
Mi chiedo, perché nessun critico abbia mai trattato questi temi, come se quest'ultimi fossero estranei alle dinamiche dei processi architettonici.
La mia architettura, inizia da qui, non posso pensare a un inizio diverso, sarei un codardo.


IO SO DI ROBERTO SAVIANO


«Il potere dei clan rimaneva il potere del cemento. Era sui cantieri che sentivo fisicamente, nelle budella, tutta la loro potenza. Per diverse estati ero andato a lavorare nei cantieri, per farmi impastare cemento non mi bastava altro che comunicare al capomastro la mia origine e nessuno mi rifiutava il lavoro. La Campania forniva i migliori edili d'Italia, i più bravi, i più veloci, i più economici, i meno rompicoglioni. Un lavoro bestiale che non sono mai riuscito a imparare particolarmente bene, un mestiere che ti può fruttare un gruzzolo cospicuo solo se sei disposto a giocarti ogni forza, ogni muscolo, ogni energia. Lavorare in ogni condizione climatica, con il passamontagna in viso così come in mutande. Avvicinarmi al cemento, con le mani e col naso, è stato l'unico modo per capire su cosa si fondava il potere, quello vero.

Fu quando morì Francesco Iacomino però che compresi sino in fondo i meccanismi dell'edilizia. Aveva trentatré anni quando lo trovarono con la tuta da lavoro sul selciato, all'incrocio tra via Quattro Orologi e via Gabriele D'Annunzio a Ercolano. Era caduto da un'impalcatura. Dopo l'incidente erano scappati tutti, geometra compreso. Nessuno ha chiamato l'autoambulanza, temendo potesse arrivare prima della loro fuga. Allora, mentre scappavano, avevano lasciato il corpo a metà strada, ancora vivo, mentre sputava sangue dai polmoni. Quest'ennesima notizia di morte, uno dei trecento edili che crepavano ogni anno nei cantieri in Italia si era come ficcata in qualche parte del mio corpo. Con la morte di Iacomino mi si innescò una rabbia di quelle che somigliano più a un attacco d'asma piuttosto che a una smania nervosa. Avrei voluto fare come il protagonista de La vita agra di Luciano Bianciardi che arriva a Milano con la volontà di far saltare in aria il Pirellone per vendicare i quarantotto minatori di Ribolla, massacrati da un'esplosione in miniera, nel maggio 1954, nel pozzo Camorra.



Chiamato così per le infami condizioni di lavoro. Dovevo forse anch'io scegliermi un palazzo, il Palazzo, da far saltare in aria, ma ancor prima di infilarmi nella schizofrenia dell'attentatore, appena entrai nella crisi asmatica di rabbia mi rimbombò nelle orecchie l'Io so di Pasolini come un jingle musicale che si ripeteva sino all'assillo.




E così invece di setacciare palazzi da far saltare in aria, sono andato a Casarsa, sulla tomba di Pasolini. Ci sono andato da solo, anche se queste cose per renderle meno patetiche bisognerebbe farle in compagnia. In banda. Un gruppo di fedeli lettori, una fidanzata. Ma io ostinatamente sono andato da solo.

Casarsa è un bel posto, uno di quei posti dove ti viene facile pensare a qualcuno che voglia campare di scrittura, e invece ti è difficile pensare a qualcuno che se ne va dal paese per scendere più giù, oltre la linea dell'inferno. Andai sulla tomba di Pasolini non per un omaggio, neanche per una celebrazione. Pier Paolo Pasolini. Il nome uno e trino, come diceva Caproni, non è il mio santino laico, né un Cristo letterario. Mi andava di trovare un posto. Un posto dove fosse ancora possibile riflettere senza vergogna sulla possibilità della parola. La possibilità di scrivere dei meccanismi del potere, al di là delle storie, oltre i dettagli. Riflettere se era ancora possibile fare i nomi, a uno a uno, indicare i visi, spogliare i corpi dei reati e renderli elementi dell'architettura dell'autorità. Se era ancora possibile inseguire come porci da tartufo le dinamiche del reale, l'affermazione dei poteri, senza metafore, senza mediazioni, con la sola lama della scrittura.

Presi il treno da Napoli per Pordenone, un treno lentissimo dal nome assai eloquente sulla distanza che doveva percorrere: Marco Polo. Una distanza enorme sembra separare il Friuli dalla Campania. Partito alle otto meno dieci arrivai in Friuli alle sette e venti del giorno dopo, attraversando una notte freddissima che non mi diede tregua per dormire neanche un po'. Da Pordenone con un bus arrivai a Casarsa e scesi camminando a testa bassa come chi sa già dove andare e la strada può anche riconoscerla guardandosi la punta delle scarpe. Mi persi, ovviamente. Ma dopo aver vagato inutilmente riuscii a raggiungere via Valvasone, il cimitero dove è sepolto Pasolini e tutta la sua famiglia. Sulla sinistra, poco dopo l'ingresso, c'era un'aiuola di terra nuda. Mi avvicinai a questo quadrato con al centro due lastre di marmo bianco, piccole, e vidi la tomba. "Pier Paolo Pasolini (1922-1975)." Al fianco, poco più in là, quella della madre. Mi sembrò d'essere meno solo, e lì iniziai a biascicare la mia rabbia, con i pugni stretti sino a far entrare le unghie nella carne del palmo. Iniziai a articolare il mio io so, l'io so del mio tempo.



Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l'odore. L'odore dell'affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda il profitto. Io so. E la verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova. E non deve trascinare controprove e imbastire istruttorie. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Non condanna in nessun gabbio e i testimoni non ritrattano. Nessuno si pente. Io so e ho le prove. Io so dove le pagine dei manuali d'economia si dileguano mutando i loro frattali in materia, cose, ferro, tempo e contratti. Io so. Le prove non sono nascoste in nessuna pen-drive celata in buche sotto terra. Non ho video compromettenti in garage nascosti in inaccessibili paesi di montagna. Né possiedo documenti ciclostilati dei servizi segreti. Le prove sono inconfutabili perché parziali, riprese con le iridi, raccontate con le parole e temprate con le emozioni rimbalzate su ferri e legni. Io vedo, trasento, guardo, parlo, e così testimonio, brutta parola che ancora può valere quando sussurra: «È falso» all'orecchio di chi ascolta le cantilene a rima baciata dei meccanismi di potere. La verità è parziale, in fondo se fosse riducibile a formula oggettiva sarebbe chimica. Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità.

Cerco sempre di calmare quest'ansia che mi prende ogni volta che cammino, ogni volta che salgo scale, prendo ascensori, quando struscio le suole su zerbini e supero soglie. Non posso fermare un rimuginio d'anima perenne su come sono stati costruiti palazzi e case. E se poi ho qualcuno a portata di parola riesco con difficoltà a trattenermi dal raccontare come si tirano su piani e balconi sino al tetto. Non è un senso di colpa universale che mi pervade, né un riscatto morale verso chi è stato cassato dalla memoria storica. Piuttosto cerco di dismettere quel meccanismo brechtiano che invece ho connaturato, di pensare alle mani e ai piedi della storia. Insomma più alle ciotole perennemente vuote che portarono alla presa della Bastiglia che ai proclami della Gironda e dei Giacobini. Non riesco a non pensarci. Ho sempre questo vizio. Come qualcuno che guardando Vermeer pensasse a chi ha mescolato i colori, tirato la tela coi legni, assemblato gli orecchini di perle, piuttosto che contemplare il ritratto. Una vera perversione. Non riesco proprio a scordarmi come funziona il ciclo del cemento quando vedo una rampa di scale, e non mi distrae da come si mettono in torre le impalcature il vedere una verticale di finestre. Non riesco a far finta di nulla. Non riesco proprio a vedere solo il parato e penso alla malta e alla cazzuola. Sarà forse che chi nasce in certi meridiani ha rapporto con alcune sostanze in modo singolare, unico. Non tutta la materia viene recepita allo stesso modo in ogni luogo. Credo che in Qatar l'odore di petrolio e benzina rimandi a sensazioni e sapori che sanno di residenze immense, occhiali da sole e limousine. Lo stesso odore acido del carbonfossile, a Minsk, credo rimandi a facce scure, fughe di gas, e città affumicate mentre in Belgio rimanda all'odore d'aglio degli italiani e alla cipolla dei maghrebini. Lo stesso accade col cemento per l'Italia, per il mezzogiorno. Il cemento. Petrolio del sud. Tutto nasce dal cemento. Non esiste impero economico nato nel mezzogiorno che non veda il passaggio nelle costruzioni: gare d'appalto, appalti, cave, cemento, inerti, malta, mattoni, impalcature, operai. L'armamentario dell'imprenditore italiano è questo. L'imprenditore italiano che non ha i piedi del suo impero nel cemento non ha speranza alcuna. È il mestiere più semplice per far soldi nel più breve tempo possibile, conquistare fiducia, assumere persone nel tempo adatto di un'elezione, distribuire salari, accaparrarsi finanziamenti, moltiplicare il proprio volto sulle facciate dei palazzi che si edificano. Il talento del costruttore è quello del mediatore e del rapace. Possiede la pazienza del certosino compilatore di documentazioni burocratiche, di attese interminabili, di autorizzazioni sedimentate come lente gocce di stalattiti. E poi il talento di rapace, capace di planare su terreni insospettabili sottrarli per pochi quattrini e poi serbarli sino a quando ogni loro centimetro e ogni buco divengono rivendibili a prezzi esponenziali. L'imprenditore rapace sa come usare becco e artigli. Le banche italiane sanno accordare ai costruttori il massimo credito, diciamo che le banche italiane sembrano edificate per i costruttori. E quando proprio non ha meriti e le case che costruirà non bastano come garanzie, ci sarà sempre qualche buon amico che garantirà per lui. La concretezza del cemento e dei mattoni è l'unica vera materialità che le banche italiane conoscono. Ricerca, laboratorio, agricoltura, artigianato, i direttori di banca li immaginano come territori vaporosi, iperurani senza presenza di gravità. Stanze, piani, piastrelle, prese del telefono e della corrente, queste le uniche concretezze che riconoscono. Io so e ho le prove. So come è stata costruita mezz'Italia. E più di mezza. Conosco le mani, le dita, i progetti. E la sabbia. La sabbia che ha tirato su palazzi e grattacieli. Quartieri, parchi, ville. A Castelvolturno nessuno dimentica le file infinite dei camion che depredavano il Volturno della sua sabbia. Camion in fila, che attraversavano le terre costeggiate da contadini che mai avevano visto questi mammut di ferro e gomma. Erano riusciti a rimanere, a resistere senza emigrare e sotto i loro occhi gli portavano via tutto. Ora quella sabbia è nelle pareti dei condomini abruzzesi, nei palazzi di Varese, Asiago, Genova. Ora non è più il fiume che va al mare, ma il mare che entra nel fiume. Ora nel Volturno si pescano le spigole, e i contadini non ci sono più. Senza terra hanno iniziato ad allevare le bufale, dopo le bufale hanno messo su piccole imprese edili assumendo giovani nigeriani e sudafricani sottratti ai lavori stagionali, e quando non si sono consorziati con le imprese dei clan hanno incontrato la morte precoce. Io so e ho le prove. Le ditte d'estrazione vengono autorizzate a sottrarre quantità minime, e in realtà mordono e divorano intere montagne. Montagne e colline sbriciolate e impastate nel cemento finiscono ovunque. Da Tenerife a Sassuolo. La deportazione delle cose ha seguito quella degli uomini. In una trattoria di San Felice a Cancello, ho incontrato don Salvatore, vecchio mastro. Una specie di salma ambulante, non aveva più di cinquant'anni, ma ne dimostrava ottanta. Mi ha raccontato che per dieci anni ha avuto il compito di smistare nelle impastatrici le polveri di smaltimento fumi. Con la mediazione delle ditte dei clan lo smaltimento occultato nel cemento è divenuta la forza che permette alle imprese di presentarsi alle gare d'appalto con prezzi da manodopera cinese. Ora garage, pareti e pianerottoli hanno nel loro petto i veleni. Non accadrà nulla sin quando qualche operaio, magari maghrebino, inalerà le polveri crepando qualche anno dopo e incolperà la malasorte per il suo cancro.

Io so e ho le prove. Gli imprenditori italiani vincenti provengono dal cemento. Loro stessi sono parte del ciclo del cemento. Io so che prima di trasformarsi in uomini di fotomodelle, in manager da barca, in assalitori di gruppi finanziari, in acquirenti di quotidiani, prima di tutto questo e dietro tutto questo c'è il cemento, le ditte in subappalto, la sabbia, il pietrisco, i camioncini zeppi di operai che lavorano di notte e scompaiono al mattino, le impalcature marce, le assicurazioni fasulle. Lo spessore delle pareti è ciò su cui poggiano i trascinatori dell'economia italiana. La costituzione dovrebbe mutare. Scrivere che si fonda sul cemento e sui costruttori. Sono loro i padri. Non Ferruccio Parri, non Luigi Einaudi, non Pietro Nenni, non il comandante Valerio. Furono i palazzinari a tirare per lo scalpo l'Italia affossata dal crac Sindona e dalla condanna senza appello del Fondo Monetario Internazionale. Cementifici, appalti, palazzi e quotidiani.

Nell'edilizia finiscono gli affiliati al giro di boa. Dopo che si fa una carriera da killer, da estorsore o da palo, si finisce nell'edilizia o a raccogliere spazzatura. Piuttosto che filmati e conferenze a scuola, potrebbe essere interessante prendere i nuovi affiliati e portarli a fare un giro per cantieri mostrando il destino che li attende. Se galera e morte dovessero risparmiarli staranno su un cantiere, invecchiando e scatarrando sangue e calce. Mentre imprenditori e affaristi che i boss credevano di gestire avranno committenze milionarie. Di lavoro si muore. In continuazione. La velocità di costruzioni, la necessità di risparmiare su ogni tipo di sicurezza e su ogni rispetto d'orario. Turni disumani nove dodici ore al giorno compreso sabato e domenica. Cento euro a settimana la paga con lo straordinario notturno e domenicale di cinquanta euro ogni dieci ore. I più giovani se ne fanno anche quindici. Magari tirando coca. Quando si muore nei cantieri, si avvia un meccanismo collaudato. Il corpo senza vita viene portato via e viene simulato un incidente stradale. Lo mettono in un'auto che poi fanno cadere in scarpate o dirupi, non dimenticando di incendiarla prima. La somma che l'assicurazione pagherà verrà girata alla famiglia come liquidazione. Non è raro che per simulare l'incidente si feriscano anche i simulatori in modo grave, soprattutto quando c'è da ammaccare un'auto contro il muro, prima di darle fuoco con il cadavere dentro. Quando il mastro è presente il meccanismo funziona bene. Quando è assente spesso il panico attanaglia gli operai. E allora si prende il ferito grave, il quasi cadavere e lo si lascia quasi sempre vicino a una strada che porta all'ospedale. Si passa con la macchina si adagia il corpo e si fugge. Quando proprio lo scrupolo è all'eccesso si avverte un'autoambulanza. Chiunque prende parte alla scomparsa o all'abbandono del corpo quasi cadavere sa che lo stesso faranno i colleghi qualora dovesse accadere al suo corpo di sfracellarsi o infilzarsi. Sai per certo che chi ti è a fianco in caso di pericolo ti soccorrerà nell'immediato per sbarazzarsi di te, ti darà il colpo di grazia. E così si ha una specie di diffidenza nei cantieri. Chi ti è a fianco potrebbe essere il tuo boia, o tu il suo. Non ti farà soffrire, ma sarà colui che ti lascerà crepare da solo su un marciapiede o ti darà fuoco in un'auto. Tutti i costruttori sanno che funziona in questo modo. E le ditte del sud danno garanzie migliori. Lavorano e scompaiono e ogni guaio se lo risolvono senza clamore. Io so e ho le prove. E le prove hanno un nome. In sette mesi nei cantieri a nord di Napoli sono morti quindici operai edili. Caduti, finiti sotto pale meccaniche, o spiaccicati da gru gestite da operai stremati dalle ore di lavoro. Bisogna far presto. Anche se i cantieri durano anni, le ditte in subappalto devono lasciar posto subito ad altre. Guadagnare, battere cassa e andare altrove. Oltre il 40 per cento delle ditte che operano in Italia sono del sud. Agro aversano, napoletano, salernitano. A sud possono ancora nascere gli imperi, le maglie dell'economia si possono forzare e l'equilibrio dell'accumulazione originaria non è stato ancora completato. A sud bisognerebbe appendere, dalla Puglia alla Calabria, dei cartelloni con il BENVENUTO per gli imprenditori che vogliono lanciarsi nell'agone del cemento e in pochi anni entrare nei salotti romani e milanesi. Un BENVENUTO che sa di buona fortuna dato che la ressa è molta e pochissimi galleggiano sulle sabbie mobili. Io so. E ho le prove. E i nuovi costruttori, proprietari di banche e di panfili, principi del gossip e maestà di nuove baldracche celano il loro profitto. Forse hanno ancora un'anima. Hanno vergogna di dichiarare da dove vengono i propri guadagni. Nel loro paese modello, negli USA, quando un imprenditore riesce a divenire riferimento finanziario, quando raggiunge fama e successo accade che convoca analisti e giovani economisti per mostrare la propria qualità economica, e svelare le strade battute per la vittoria sul mercato. Qui silenzio. E il danaro è solo danaro. E gli imprenditori vincenti che vengono dall'aversano, da una terra malata di camorra, rispondono senza vergogna a chi li interroga sul loro successo: «Ho comprato a dieci e venduto a trecento». Qualcuno ha detto che a sud si può vivere come in un paradiso. Basta fissare il cielo e mai, mai osare guardare in basso. Ma non è possibile. L'esproprio d'ogni prospettiva ha sottratto anche gli spazi della vista. Ogni prospettiva si imbatte in balconi, soffitte, mansarde, condomini, palazzi abbracciati, quartieri annodati. Qui non pensi che qualcosa possa cascare dal cielo. Qui scendi giù. Ti inabissi. Perché c'è sempre un abisso nell'abisso. Così quando calpesto scale e stanze, quando salgo negli ascensori, non riesco a non sentire. Perché io so. Ed è una perversione. E così quando mi trovo tra i migliori e vincenti imprenditori non mi sento bene. Anche se questi signori sono eleganti, parlano con toni pacati, e votano a sinistra. Io sento l'odore della calce e del cemento, che esce dai calzini, dai gemelli di Bulgari, dalle loro librerie. Io so. Io so chi ha costruito il mio paese e chi lo costruisce anche adesso. So che stanotte parte un treno da Reggio Calabria che si fermerà a Napoli a mezzanotte e un quarto e sarà diretto a Milano. Sarà colmo. E alla stazione i furgoncini e le Punto polverose preleveranno i ragazzi per nuovi cantieri. Un'emigrazione senza residenza che nessuno studierà e valuterà poiché rimarrà nelle orme della polvere di calce e solo lì. Io so qual è la vera Costituzione del mio tempo, qual è la ricchezza delle imprese. Io so in che misura ogni pilastro è il sangue degli altri. Io so e ho le prove. Non faccio prigionieri.»



Intersezioni --->A-B USO


Come usare WA ---------------------------------------------------Cos'è WA

16 marzo 2009

0023 [MONDOBLOG] Byte di cemento

di Salvatore D'Agostino

Una conversazione con Diego Lama, autore del blog Byte di cemento.

Salvatore D’Agostino
Secondo il giornalista e blogger Nicholas Carr:

 «Anche se ci sono molti blog validi, mi sembra difficile sostenere che oggi esista ancora una blogosfera. Quel mondo vasto, incontenibile e intimo in cui gli autori condividevano osservazioni, pensieri e discussioni fuori dal circuito dei mezzi d'informazioni tradizionali».1 
L'idea che i blogger sarebbero diventati un'alternativa all'informazione si è rilevata un'ingenuità, perché il sistema dell'informazione sta inglobando i blog/blogger. Recentemente anche il Corriere del Mezzogiorno ha aperto una sezione dedicata ai blog (segnalo 'Scuola di paesologia' di Franco Arminio) dove il 24 novembre 2008 nasce il tuo 'Byte di cemento'.

Diego Lama
L'inglobazione da parte del sistema dell'informazione del blog/blogger è un fenomeno curioso che rientra in un fenomeno più vasto: i giornali inglobano sempre più immagini, box, grafici, allegati, dischi, libri, fumetti, oggetti, rubriche, vendono oggetti in rete e si espandono in televisione, su radio, su internet. Prima il sistema dell'informazione era potente, oggi è mostruoso e i blog sono un suo microscopico frammento. 


Leggendo i tuoi asciutti e non retorici post/articoli s’intravede una Napoli in lotta tra le vicende interventiste mediatiche e la realtà occultata dalla cronaca. Una Napoli ‘immobile’, ‘strategica’, ‘recintata’, ‘pseudo rinascimentale’, ‘violentata nel suo territorio’. 

...un paradiso abitato da diavoli...
«Giustizia è fatta. Abbiamo sempre sostenuto che a causare il crollo dell'edificio non fu il terremoto, ma che la tragedia fu determinata dalla mano dell'uomo. Oggi ci hanno detto chi ha ammazzato i nostri cari».2 
Queste sono state le considerazioni di Antonio Morelli, presidente del comitato vittime di San Giuliano. Tra i condannati c'è il sindaco che ha firmato il progetto nonché il padre di una bambina morte il 30 ottobre 2002 sotto le macerie della scuola insieme a 27 compagni/e e la maestra.
Un padre uccide la figlia per approssimazione e imperizia ed è stridente con l'orgoglio manifestato dal presidente dell'associazione Nazionale Costruttori Edili che festeggia per il nono anno consecutivo la crescita del settore (rapporto congiunturale del maggio 2008).3

Sono personalmente favorevole al boom edilizio (ma c'è davvero? dove?): lo sviluppo edilizio non è necessariamente distruzione o imbruttimento del territorio. Però non riesco a capire cosa c'entra la tragedia di San Giuliano (con i suoi errori, il suo dolore, la sua unicità), cosa c'entra con il mondo dell'edilizia e dell'architettura?

Io non credo che il caso San Giuliano sia isolato, resto sempre un po’ perplesso davanti a incidenti annunciati, molta della nostra recente edilizia è precaria, costruita per inerzia, nel tentativo di massimizzare i profitti e sgravando gli extra (compiacenze clientelari/partitiche) a discapito della qualità edilizia. Qualità da intendersi nel suo significato basico: una struttura che non crei pericolo.
In quest’ultimo ventennio di vittorie quantitative edilizie, l’architetto sembra aver abbandonato il campo più vivo e importante ‘l’abitazione dell’uomo’ e il ‘progetto della città’, nascondendosi dietro le patinate vicende dell’architettura d’eccellenza, spesso con ottimi risultati non solo formali, ma estranei alle necessità edilizie che erano richieste in quel periodo.
Credo che l’architetto debba riflettere su quest’Italia autocostruita posticcia/pasticciata, perché osservandola meglio è l’Italia più vera e genuina, spesso maldestramente ingenua, come nel caso di San Giuliano.
Non credi?

L'Italia posticcia e pasticciona è certamente interessante, non abbiamo ancora gli strumenti culturali per rifletterci senza commettere errori, semplificazioni, valutazioni sbagliate. L'architettura napoletana degli anni '60, per decenni considerata l'emblema dello scempio edilizio partenopeo, oggi - dopo più di mezzo secolo - comincia a essere rivalutata: non era tutta spazzatura. 

Che cos'è o che cos'è stata la rivista Ventre? 

Dal 1995 al 1997 a Napoli, l’associazione culturale Ventre fondò, stampò e distribuì a livello nazionale (prima con Diest di Torino e poi con Joo di Milano) la rivista di architettura Ventre (formato 420x300, grafica underground, prezzo molto basso) che conteneva ciò che nessun allora pubblicava: solo opere di giovani architetti (under 30) o materiale proveniente dagli Usa o dall’Europa e mai arrivato in Italia (ad esempio Neil Denari, Lebbeus Woods, Greg Lynn), nuove tendenze (a volte lanciate direttamente sulle sue pagine e riprese da altre riviste), contaminazioni mediante altre discipline (comics, cinema, letteratura). Per i testi veniva utilizzato un linguaggio diverso da quello solito (soprattutto per una rivista di architettura): scrittura diretta, apparentemente ingenua (pur ospitando firme prestigiose: Niccolò Ammanniti, Isabella Santacroce, Tiziano Scarpa, Gaetano Cappelli), senza pretenziosi intellettualismi, molto corrosiva, a volte irruente, irritante, attenta, vigile (il nostro modello era Il Male o Cuore, volevamo fare il Cuore dell’architettura, poi divenne il Ventre). La rivista ironizzava e ridicolizzava le accademie, gli ordini professionali, le amministrazioni pubbliche, le soprintendenze e il mondo dell’editoria, ponendosi per scelta all’opposizione, dalla parte degli studenti e dei giovani architetti scontenti, che divennero i maggiori acquirenti del periodico. 

Uno degli aspetti più interessanti fu che per Ventre (la prima rivista cartacea di architettura in Italia ad andare su Internet con testi e immagini) si dispiegò una straordinaria rete sul territorio nazionale: ben presto nacquero redazioni succursali a Milano, Roma, Palermo, Torino, Venezia, Bari, New York, Parigi, Oporto, Tokyo trascinando dentro intere redazioni di altre riviste diffuse solo a livello cittadino o regionale (Tracce, La piega, Formato, Integra, Archipendolo e molte altre…). In ciascuna di queste città vennero organizzati incontri e feste per promuovere Ventre e per recuperare idee e allargare la griglia, creando interessanti sinergie con altri gruppi operanti in Italia (Stalker, A12 , SaR, LSB, Cliostraat , 5+1, Elastico e altri…) e calamitando un gruppo sempre più grande (e sempre più ingestibile) di persone attorno al progetto.

Con il passare degli anni (variato il mondo editoriale) anche Ventre è mutata. Oggi non pubblica progetti ma ciò che c’è alle spalle dell’architettura, astrazioni, concetti, modelli, idee, anche le più strambe o le più contestabili, capaci comunque di suscitare curiosità e dibattito. La rivista, molto attenta alla grafica, alle immagini (ma non per forza progetti visto che i progetti sono ben pubblicati da altri) e ai testi, stuzzica i giovani architetti a pensare.
Per ventre negli ultimi anni hanno scritto: Zygmunt Bauman, Jean-Luc Nancy, O. M. Ungers, Luigi Prestinenza Puglisi, Alejandro Jodorowsky, Olivier Razac, Roberto Alajmo, Félix de Azùa, Antonio Franchini, Giovanni Arduino, Piero Meldini, Edoardo Albinati, Efraim Medina Reyes, James G. Ballard, Rick Moody, Xu Kun, Richard House, Gabriele Frasca, Gabriele Pedullà, Mosè Ricci, Marco Biraghi, Gabriele Basilico.
 

Ventre sembra anticipare Domus e soprattutto Abitare della gestione Boeri. La multidisciplinarietà nel recente libro di Vittorio Gregotti 'Contro la fine dell'architettura' è una delle cause dell’incoerenza dell’architettura contemporanea.
È importante un dialogo del mondo dell'architettura con le altre discipline?

Il dialogo con le altre discipline è vitale per l'architettura, ma non penso a discipline 'elevate' come letteratura, cinema, musica, arte. Penso che l'architettura può trarre idee e linfa vitale dalla televisione, dai comics, da facebook, dai writer, dai cosplayer, dall'urban climbing.
«Attraversando l'agro aversano sembra di avere sotto gli occhi una sorta di catalogo di sintesi di tutti gli stili architettonici degli ultimi trent'anni. Le ville più imponenti dei costruttori e dei proprietari terrieri tracciano il modello per i villini degli impiegati e commercianti. Se le prime troneggiano su quattro colonnati dorici di cemento armato, le seconde ne avranno due e le colonne saranno alte la metà. Il gioco all'imitazione fa sì che il territorio si dissemini di agglomerati di ville che gareggiano in imponenza, complessità e inviolabilità in una ricerca di stranezze e singolarità, come per esempio farsi riprodurre le linee di un quadro di Mondrian sulla cancellata esterna».4
  • Gennaro McKay: villa in legno stile dacia russa situata in via Limitone d'Arzano a Secondigliano;5
  • Cosimo Di Lauro: elegante masseria del Settecento, ristrutturata come una villa pompeiana in via Cupa dell'Arco a Secondigliano;6
  • Antonio Iovine: villa in stile liberty a San Cipriano;7
  • Michele Zagaria: complesso edilizio con al posto del tetto una cupola di vetro per permettere alla luce di entrare e alimentare la crescita di un enorme albero che troneggia al centro del salone tra San Cipriano e Casapesenna;8
  • Walter Schiavone: aveva chiesto al suo architetto di costruirgli una villa identica a quella del gangster cubano a Miami, Tony Montana, in Scarface a via Cecco Angiolieri Casal di Principe;9
  • Augusto La Torre: tenuta progettata come la villa di Tiberio in Zona Ariana di Gaeta.10
...la camorra è postmodern... 

In uno dei tuoi post proponi di leggere il Libro di Roberto Saviano come un testo di urbanistica perché, senza retorica, ci parla della città più viva e forse attenta alle esigenze del territorio, quella ‘illegale’. 

Consiglio Saviano perché analizza il territorio meglio dei testi di urbanistica sfornati sul territorio negli ultimi anni. Ma non ho nessuna tipo di attrazione o deferenza o stima verso la città illegale che mi fa orrore e che vorrei combattere, ma per combatterla bisogna conoscerla davvero. 

Perché Byte di cemento? 

Byte di cemento mette assieme concetti opposti (leggerezza/pesantezza, velocità/immobilità, presente/passato) che segnano il momento di passaggio attuale. Gli architetti di cemento stanno diventando architetti di byte, costruiscono sempre meno ma fanno tanti rendering. 

A che cosa serve un blog per un architetto? 

Un blog non serve a nulla, perciò è di fondamentale importanza.

16 marzo 2009 (ultima modifica 9 febbraio 2012) 
Intersezioni ---> MONDOBLOG 

Come usare WA ---------------------------------------------------Cos'è WA 
__________________________________________
Note:
1 Nicholas Carr, Chi ha ucciso la Blogosfera, Internazionale, n. 782, 13 febbraio 2009, pp. 40-41. [Link]
2 Crollo di San Giuliano, in appello condannati cinque imputati, Corriere della Sera, 26 febbraio 2009. [Link]
3 AA. VV. 'Osservatorio congiunturale sull'industria delle costruzioni maggio 2008', L'industria dei laterizi. Luglio-agosto 2008, pp. 227-240. [Link]
4 Roberto Saviano, Gomorra, Mondadori, 2006, p. 266.
5 Roberto Saviano, op. cit., p. 103.
6 Roberto Saviano, op. cit., pp.124-125.
7 Roberto Saviano, op. cit., p. 227.
8 Roberto Saviano, op. cit., p. 227.
9 Roberto Saviano, op. cit., pp. 267-269.
10 Roberto Saviano, op. cit., p. 303.

29 novembre 2008

0023 [SPECULAZIONE] L'Italia vista dalla giornalista inglese Lisa Hilton

Lisa Hilton*, corrispondete inglese dall'Italia, dopo tre anni trascorsi nel nostro paese ritorna in patria senza rimpianti. Nel suo articolo di commiato un ritratto dell'Italia di oggi.

Buon Viaggio.



Raccontate a qualcuno che vi siete trasferiti dall'Italia a Londra e sarete oggetto di compassione. "Oh, poverina", dirà, "e non ti dispiace?". Poi comincerà a raccontare di quella graziosa trattoria a Lucca, dei dipinti di Piero della Francesca o dell'uso ripetuto della parola "bella". Tutte le persone con cui parlo mi raccontano della loro Italia, un paese mitico e incantevole dove le logge sono baciate dal sole e le giovani contadine stendono la pasta sui gradini di casa nei borghi medievali.

Non vorrei deluderli, ma dopo tre anni a Milano mi sento in dovere di informarli che la dolce vita ormai è credibile quasi quanto i capelli finti di Silvio Berlusconi. Ogni volta che vedo l'ennesima rivista patinata descrivere un altro meraviglioso angolo del Belpaese, sono colta dall'irresistibile impulso di ficcarglielo dove il sole della Toscana non batte.

Non rimpiango il mio esilio italiano. Ma tornata a Londra mi rallegro per l'abbondante offerta dei supermercati Waitrose e sono felice di poter andare in banca all'ora di pranzo o di poter comprare un francobollo all'ufficio postale. L'Italia è nel migliore dei casi un ologramma da conservare per le vacanze estive. Da quelle parti la vita fa schifo, anche senza stare a Napoli. L'anno scorso, per esempio, abbiamo ricevuto le cartoline di Natale a marzo. Le mie lamentele si sono scontrate invariabilmente con un'alzata di spalle e un rassegnato "è così". La stessa cosa vale per la politica (corrotta al punto che nessuno riesce più a capirla), i servizi pubblici o i disgustosi episodi di razzismo. La televisione italiana è inguardabile: giochi a premi con fanciulle in perizoma, che prima o poi finiscono al governo, e personaggi che urlano contro Alessandra Mussolini.

La stampa è così cieca, pomposa e stupida da essere illeggibile. Oltre ai commenti sull'impossibilità di combattere la corruzione, i giornali contengono solo articoli datati e mal tradotti tratti dalla stampa anglofona.
E il cibo? Il risotto mi piace, certo, ma l'unica spezia in vendita nell'alimentari sotto casa era una polverina che chiamavano curry. Per quanto riguarda la cucina etnica, l'Italia è rimasta al 1953. E comunque gli italiani mangiano all'aperto solo due volte l'anno perché hanno paura del maltempo. In quel paese sanissimo, la malattia più diffusa è l'ipocondria. Per iscrivermi in palestra ho dovuto presentare due certificati medici (equivalenti a una settimana di fila).

La cosa più penosa è che gli stessi italiani ignorano le meraviglie del loro paese. Nella nazione che ha inventato quasi ogni dettaglio della civiltà, dal sonetto alla Nutella, Jack lo Sverniciatore imperversa staccando dai muri gli stucchi barocchi per riportare alla luce i banali mattoni a cui i turisti sono abituati. E la Scala è ferma perché i suoi musicisti vengono pagati in panini.
Perché sforzarsi di apprezzare il patrimonio culturale più ricco del pianeta quando ci si può limitare a essere bavosi parassiti che si accontentano delle americanate disprezzate perfino dagli ottusi inglesi?

Mescolando pensierosa il suo caffè a un tavolino di Cova, il locale settecentesco un tempo frequentato da Giuseppe Verdi, una mia amica italiana mi ha confessato che non vedeva l'ora di provare Starbucks. Se volete farvi un'idea dell'Italia autentica, leggete Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, che racconta una cultura meridionale, brutale e primitiva, tuttora esistente, come dimostra Roberto Saviano in Gomorra.

O magari provate con Outlet Italia di Aldo Cazzullo, che rivela come la piazza, un tempo luogo d'incontro della nascente democrazia, si sia svuotata perché gli italiani, obesi e ossessionati dal telefonino, passano le domeniche chiusi in capannoni industriali a comprare abiti Abercrombie & Fitch scontati. Al nord si respira lo smog peggiore d'Europa, mentre il sud è letteralmente tossico. E nessuno se ne preoccupa. È così.

29 novembre 2008
Intersezioni ---> SPECULAZIONE

__________________________________________

* Lisa Hilton, I don’t miss Italy. The dolce vita is a myth, Spectator, 5 novembre 2008. Traduzione apparsa sul settimanale 'Internazionale' n. 772, 28 novembre 2008, p. 25 con il titolo: Il miraggio della dolce vita.