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14 maggio 2026

Pasolini canta Pound alla Portineria di comunità del Parco Trapezio di Milano

di Salvatore D'Agostino    

    Qualche giorno fa mi arriva una telefonata:

Mi devi presentare il libro a Milano. E vorrei che ci partecipasse anche Francesca Licci, capirai il motivo durante la presentazione. Fai il possibile.

    Ma cosa significa “fare il possibile” a Milano? 

   Una città dove tutto ciò che conosco è solo strutturato, organizzato, impacchettato. E in questo caso, per il tema del libro e per il rispetto degli autori morti di cui parleremo, il super strutturato milanese sarebbe sembrato quasi un’offesa.

    Allora ho pensato di chiedere aiuto ai miei compagni di cammino di Georama. Nel giro di pochi minuti sono iniziate ad arrivarmi indicazioni, messaggi, telefonate, luoghi possibili. Ed è così che mi sono imbattuto in una realtà che, in fondo, in questo blog ho sempre cercato di raccontare senza mai nominarla davvero: la portineria.

    Non quella dei palazzi.
    Ma quella delle relazioni.

24 maggio 2010

0039 [SPECULAZIONE] Un colloquio con Walter Siti

di Salvatore D'Agostino

Walter Siti va semplicemente letto la sua scrittura stride con i titoli e gli occhielli ammiccanti.

Salvatore D'Agostino In un ‘intervista a Peppe Fiore afferma: «In questi vent’anni la cultura umanistica è completamente crollata e noi che insegnavamo alle facoltà di lettere non ce ne siamo occupati. E penso che questa sia stata la colpa più grave della nostra generazione. Io credo che fare gli storici dei sentimenti, cioè capire che cosa ne è stato dei sentimenti in questi anni televisivi, mediatici, sia un lavoro fondamentale. Che ne è stato dell’amore? Capirlo diventa un lavoro politico. Ed è un lavoro che si può fare soltanto con il romanzo»
.[1]
Aggiungerei ’in questi anni televisivi, mediatici’ e d’interazioni virtuali.
Che cosa intende per “capirlo diventa un lavoro politico che si può fare soltanto con il romanzo"?

Walter Siti Ho l’impressione che tra le mutazioni (anche fisiche) a cui la specie umana sta andando incontro, nell’era del progressivo accelerarsi del consumo e delle tecnologie, una delle mutazioni più interessanti sia proprio quella dei sentimenti. L’odio, l’orgoglio, la tenerezza, la malinconia, e ovviamente l’amore, devono tutti lottare contro una perdita della pazienza. Il tempo per nutrire (come si diceva) i sentimenti non c’è più: è eroso progressivamente dalla velocità dei collegamenti e delle comunicazioni. È talmente facile procurarsi dei surrogati, che esteriormente sono perfino più brillanti dei sentimenti veri e soprattutto sono più maneggevoli! Ci illudiamo, se crediamo che questi surrogati appartengano soltanto al mondo dei reality e alla second life della Rete; partendo da lì, invadono quasi per intero il campo della vivibilità, appaiono più moderni e infinitamente più liberi. Si possono gestire (orribile vocabolo) e scambiare come prodotti già confezionati – non hanno quel brutto vizio, che avevano i sentimenti antichi, di inquinare i rapporti con sussulti imprevedibili e imbarazzanti per l’oliato macinare della macchina sociale. Il tempo dell’intimità è finito, la collettività grida sempre più forte e vuole riservati a sé tutti gli eccessi; ormai viviamo tutti in un enorme condominio dove si chiede ragione delle reazioni psichiche che non siano immediatamente etichettabili. Per ogni pulsione c’è un placebo già pronto, prima che la pulsione possa diventare sentimento.
La politica-politica su queste questioni non morde, perché è preda della collettività. Il romanzo, storicamente, è stato il luogo dove gli individui problematici opponevano i loro sentimenti al conformismo del collettivo; anche ora può essere il luogo dove, problematicamente, gli individui mutanti espongono i loro sentimenti surrogati, mutilati o dilatati artificialmente; il luogo dove li fanno collidere con l’urlio sempre più totalitario, ricavandone ancora una strisciata di senso.

Ho immaginato l’enorme condomino da lei descritto come la Dogville di Lars Von Trier - dove i muri delle case della città di ‘Dogville’ non esistono, ma sono schematicamente disegnati in bianco su una superficie nera - con una variante: i vetri degli schermi che usiamo quotidianamente ‘TV, Computer, telefonino’ non producono immagini ma ologrammi con cui ci relazioniamo non solo emotivamente ma anche fisicamente.
A proposito della pervasività dell’immagine nell’era della tecnologia, Marshall Mc Luhan nel suo saggio ‘Gli strumenti del comunicare’[2] riprende un articolo «”Vouge” del 15 marzo 1953: “Oggi una donna, senza uscire dal proprio paese, può avere nel proprio armadio il meglio di cinque o più nazioni: cose belle e in armonia come il sogno di un uomo di stato» - e afferma – «Le dive del cinema e degli attori più popolari sono da essa consegnati al domino pubblico. Diventano sogni che col denaro si possono acquistare. Possono essere comprati, abbracciati e toccati più facilmente che le prostitute. Per questa sua componente di prostituzione tutto ciò che è prodotto in serie incute spesso un certo disagio. Le balcon di Jean Genêt è una commedia sul tema della società come bordello circondato dalla violenza e dall’orrore. L’avido desiderio di prostituirsi dell’umanità resiste al caos della rivoluzione. Il bordello rimane solido e immutabile in mezzo ai cambiamenti più radicali. È stata insomma la fotografia a suggerire a Genêt l’immagine del mondo dell’era fotografica come di un bordello senza muri».
A più di cinquant’anni, che differenza c’è tra il ‘mondo come bordello senza muri’ ipotizzato da Genêt-Luhan e il suo 'enorme condomino'?

Il luogo che ho inventato non è un “enorme condominio”, è una casa popolare con sette appartamenti; tanto per dire che la mia campionatura è scarsa e tendenziosa. Tutto quello che in borgata è speranza di futuro, voglia di costruire, pazienza, non ha cittadinanza nel mio libro. La mutazione in corso ce la faremmo troppo facile se la immaginassimo come una deriva coerente verso l’irrealtà; sarebbe troppo comodo esecrarla moralisticamente e sentirsene immuni. Genêt, e anche Pasolini, immaginavano il consumismo come un universo concentrazionario perché la compulsione al possesso infinito portava inevitabilmente a un labirinto di specchi che moltiplicava l’ossessione. Il rapporto padrone/schiavo finiva per essere riassuntivo della società, intesa come un Moloch compatto, tanto più oppressivo quanto più falsamente tollerante. Il bordello diventava la metafora-principe perché il desiderio sessuale era visto come il più primitivo dei desideri, trasgressivo e omologatore al tempo stesso.
Paradossalmente, la loro disperazione era ottimista: si sapeva subito da che parte stare. Era una disperazione di lusso, tipica di un’epoca affluente. Ora, che i rischi di una deformazione della democrazia sono molto più concreti, temo che ognuno di noi debba fare i conti col proprio bordello personale: una specie di bordello portatile dove l’ossessione del possesso lotta e si dibatte contro una sensazione di asfissia. Nel castello di Salò l’amore era severamente proibito; adesso amore e ossessione si scambiano le maschere, non si sa più quale desiderio sia il fondamento e quale la sublimazione. Nel mio piccolo condominio, ogni appartamento ha un modo diverso di perdersi e di riempirsi di gente nuova; l’ossessione erotica del professore, che ne è un po’ la coscienza critica, si arena alle soglie di un amore postumo e viene condannata da un inconoscibile ragazzo rumeno. L’irrealtà e la virtualità sono terribilmente reali ed effettive.


Nel 'Il contagio', oltre al professore, troviamo una coscienza critica al femminile 'Lucia', un'insegnate universitaria amante di Mauro un imprenditore edile senza scrupoli, nato nelle borgate.
«Il fenomeno etologico della simbiosi, Macbeth con la sua lady, la sindrome del bambino scambiato in culla: Lucia mette in campo l'intero esercito delle proprie nozioni, socio e psicologiche, ma Mauro continua a sembrarle un enigma. Per risarcirsi in qualche misura della triste consapevolezza che la cultura non basta, cerca di culturalizzare il loro legame, accusa Mauro di non avere interessi; «uno con il tuo intuito e la tua velocità, è un peccato restare chiuso nel recinto dei soldi... se tu leggessi di più, se ti abituassi a vedere la realtà nella sua interezza... anche non materiale, simbolica... forse perfino i tuoi orizzonti economici si allargherebbero... io ammiro molto che ti sei costruito da solo, ma tutti noi siamo responsabili di qualcosa di più ampio». «Tanto c'è internet» risponde lui per stuzzicarla. Ma sotto sotto è ferito, gli piacerebbe assorbire il virus dell'istruzione; se ne accorge le poche volte che escono, che lei è padrona della storia e della geografia - le chiese, i palazzi, per lei vogliono dire qualcosa, è come se in città passeggiasse tra amici. Perfino "non mollare" e "tiremm innanz", che lui li dice sempre. Lucia gli ha garantito che il primo viene da un giornale socialista e non da Gigi D'Alessio e Simona Ventura, il secondo era un patriota che rinunciava a salutare i suoi figli per non tradire la causa».[3]
Più di cinquant'anni fa il giornalista Antonio Cederna pubblicava un libro dal titolo 'Vandali in casa'[4] dove denunciava l'attitudine alla bieca speculazione - noncuranti della storia sia del passato sia del presente - dei protagonisti dell'edilizia italiana.
I Mauro sono solo rozzi borgatari? Possiamo ancora chiamarli vandali?


WS
Beh no, i Vandali hanno vinto qualche battaglia e hanno fondato il loro regno, come gli Stati barbarici in Europa tra il IV e il V secolo dopo Cristo. Anche la loro cultura si è consolidata e (come accade nei regni barbarici) si è contaminata con la cultura dei dominatori precedenti. Berlusconi ama i libri antichi e le cose belle, si fa consigliare da critici d’arte per i suoi acquisti; solo che davvero non capisce perché gli aquilani si ostinino a voler tornare tra vicoli stretti e in case buie, quando lui gliene ha costruito delle nuove dotate di ogni comfort. Direi che quello che manca ai nuovi barbari regnanti è la stratificazione, la percezione dell’abitare come sedimentarsi di sublimazioni. Al massimo (e a stento) possono capire la memoria: ma non colgono la malinconia, la solidarietà, l’appartenenza, l’inconscio collettivo.
Sono tutte cose, queste, che stanno generalmente sparendo dall’orizzonte: molti studenti dell’Aquila ci vanno volentieri nei borghi-satellite, perché già prima del terremoto s’erano abituati a passare nei centri commerciali gran parte del loro week-end. Molte periferie sembrano costruite dopo un terremoto che non c’è stato, e non sono uniformemente brutte: contengono angoli decisamente belli, scorci spaesanti e sorprendenti, biblioteche di vetro che sei al Quarticciolo e sembra d’essere a Stoccolma. La loro invivibilità è a macchia di leopardo, come la rozzezza dei nuovi barbari regnanti. Al tempo di Cederna, una borghesia colta ancora piuttosto sicura di sé poteva espellere dal proprio immaginario l’inquinamento culturale, proprio come espelleva (almeno idealmente) i palazzinari dai suoi salotti. Ora ho l’impressione che quella borghesia sia una specie in via d’estinzione e che molti abbiano dato le loro figlie in spose ai nuovi barbari. Dove le figlie sono proprio le idee, le antiche certezze. I nipotini assomigliano un po’ al nonno che ascolta Schubert e un po’ al nonno che si diverte con La pupa e il secchione; non sapranno più che cosa gli viene dall’uno e che cosa dall’altro.

Lei è stato professore di Letteratura italiana contemporanea all’Università dell’Aquila.
È ritornato all'Aquila dopo il terremoto?


No, non sono più tornato all'Aquila dopo il terremoto, non ne ho più avuto l’occasione.


La precedente risposta mi riporta a un passo significativo del ‘Il contagio’: «L’appassionata analisi di Pasolini, vecchia di oltre trentanni  andrebbe rovesciata: non sono le borgate che si stanno imborghesendo, ma è la borghesia che si sta (se così si può dire) “imborgatando”. Al di là dell’esperienza biografica di pochi individui sbrancati, o dell’arroganza esibizionistica di qualche ricco che gioca al sottoproletario (“se hai dei soldi, una bella macchina e un po’ di cocaina, puoi scopare chiunque” è un motto del carcere ammirato e condiviso da Fabrizio Corona) – al di là dei casi singoli, vige un’effettiva solidarietà strutturale: nel continuum indifferenziato di chi il mondo non sa più vederlo intero, è l’ideologia di quelli che una volta si chiamavano gli esclusi (i lumpen, i sub-culturali) a risultare egemone)».[5]
Francesco Merlo nel suo recente libro ‘FAQ Italia’ - da giornalista - rivede il pensiero pasoliniano:

«Tutto l’attuale Strapaese è, magari incosapevolamente (sic), innanzitutto pasoliniano perché Pasolini, innamorato del sottoproletariato e del mondo contadino che aveva in testa e che gli pareva il tempio della premodernità antifascista, sognava nelle lucciole il ritorno a una società superata ma migliore. Oggi è lucciola pasoliniana anche il cattolicesimo che si fa tomismo, è lucciola il latino nella messa, è lucciola l’idea che la realtà dissolta possa avere ragione del mondo moderno. Ed è lucciola non solo l’Italia che si oppone ai treni veloci, ai posti, ai termovalorizzatori, alle autostrade ma anche quella che disprezza gli architetti e non vuole i grattacieli, che infatti non piacciono né al costruttore arcitaliano Berlusconi né al padano premoderno Celentano cresciuto in via Gluck, spazio metafisico maledettamente simile alla cascina Magnano di Umberto Bossi elevata a cattedra e a università della ruralità leghista».[6]
Le confesso, c’è qualcosa che non mi convince.
Mi spiego, forse quella borghesia cerderniana non aveva le capacità ‘intellettuali’ per rinnovare il paese, lasciando - non incolpevolmente - ai non borghesi ‘fisiologicamente incolti’ l’incombenza di farlo? Eppure la letteratura - con Italo Calvino attraverso il Caisotti della 'Speculazione Edilizia' e Carlo Emilio Gadda con il suo Pastrufazio ‘Della cognizione del dolore’ - aveva saputo raccontare questo delicato passaggio.


Lo shock che ha colpito gli intellettuali è stato conseguente a una troppo rapida sparizione del passato; soprattutto per quelli che venivano dalla borghesia colta, cioè da un ceto che aveva radicato il proprio privilegio nella capacità di possedere la Storia. Tra gli Anni Ottanta e i Novanta, noi tutti che insegnavamo all'università abbiamo dovuto registrare che nella mente dei giovani lo spazio e il tempo si stavano contraendo fino a diventare poco più che dei flatus vocis. Così brutalmente deprivati di un loro possedimento, gli intellettuali hanno finito per idealizzare il passato, conferendogli una tinta poetica e identificandolo con una bellezza sobria e intimista, tutto sommato stereotipa.
Forse non hanno avuto la forza di guardare in faccia la mutazione e di azzardarsi verso una nuova bellezza dai tratti sconosciuti. I nuovi meticciati li hanno chiamati barbarie, perché così era più consolante. La cultura è diventata sempre di più un bene-rifugio o al massimo un valore di scambio, non un valore d’uso da spendere nella vita bassa e caotica in cui si afferma il mutamento. I quartieri (anche mentali) abitati dagli intellettuali assomigliano sempre di più a isole felici e imbalsamate, dove non c’è una foglia fuori posto e anche gli uccellini cantano a tempo di musica. Avendo fatto di se stessi un paradiso turistico, solo l’emergenza e la sommossa li possono svegliare.

Nell'ottobre del 2008 si reca negli Emirati Arabi per un racconto di viaggio da pubblicare nella collana ‘24/7 Strager’ della Rizzoli. Alla fine del viaggio confessa: «Quasi quasi faccio il tifo per loro. Una cosa è certa: se volevo disintossicarmi, non è stata una buona idea venire qui. Questo Paese è intagliato nella stessa materia delle mie ossessioni, ha puntato sugli stessi numeri».[7]
Quali?

Beh, sono i numeri della quantità che sfida la qualità, del pretendere amore in cambio di denaro. Gli Emirati hanno attirato folle di imprenditori entusiasti e (sedicenti) adoranti solo perché tutto lì veniva strapagato, i controlli bancari erano minimi eccetera. Dubai è un luogo dove si vende l’immagine molto più che la realtà, e dove il lusso è chiamato a surrogare la felicità. Un luogo dove l’ossessione del possesso maschera oceani di disamore, di autoritarismo e di competizione frustrata. Il parallelo con la mia povera vita privata lo faccia lei.

Mentre preparavo quest’intervista mi diceva: «lunedì 19 consegnerò a Mondadori il mio prossimo romanzo».[8]
Com’è andata?

Ho effettivamente consegnato il libro, che uscirà in ottobre. Si intitola Autopsia dell’ossessione e parla giustappunto delle cose di cui alla risposta precedente.

24 maggio 2010


Intersezioni --->SPECULAZIONE
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Note:
[1] Peppe Fiore, Intervista a Walter Siti, Minima & moralia (blog), 29 luglio 2009. Link
[2]
Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Il saggiatore, Milano, 1997, pp. 201-202
[3] Walter Siti, Il contagio, Mondadori, Milano, 2008, p. 234
[4] Antonio Cederna, Vandali in casa, Laterza, Bari, 1956
[5]
Walter Siti, Il contagio, Mondadori, Milano, 2008, p. 313
[6]
Francesco Merlo, FAQ Italia, Bompiani, Milano, 2009, p. 49
[7]
Walter Siti, Il canto del diavolo, Rizzoli, Milano, 2009, p. 200
[8]
mail del 12 aprile 2010

L'immagine è stata tratta dal libro di Walter Siti, Il contagio, Mondadori, Milano, 2008


15 aprile 2009

0011 [A-B USO] Io so e ho le prove di come funziona il ciclo del cemento

Questo è un articolo difficile.
In questi giorni passati a osservare l'agonia di una regione e le finte lacrime dei politici, è arrivato il momento che, con rabbia e con dolore, nel rispetto della brava gente, riporti l'Io so di Roberto Saviano.
Un brano che attualmente resta l'unico punto di partenza per poter capire le logiche del ciclo del cemento.
Perché non si può più avallare l'ipotesi che, gli stessi cementificatori arricchitisi sfruttando il sangue economico e ahimè anche quello vero della gente, possano, da impuniti, ricostruire un territorio che hanno distrutto.
V'invito a leggere questo brano tratto dal libro di Roberto Saviano, Gomorra, Mondadori, 2006, pagine 231-240. Soprattutto la frase evidenziata con i caratteri in rosso.
Io so, come Saviano, cos'è il ciclo del cemento. Il male dell'architettura italiana deriva da quest'aberrazione. Un argomento che continua a essere sottaciuto dai critici patinati dell'architettura.
Mi chiedo, perché nessun critico abbia mai trattato questi temi, come se quest'ultimi fossero estranei alle dinamiche dei processi architettonici.
La mia architettura, inizia da qui, non posso pensare a un inizio diverso, sarei un codardo.


IO SO DI ROBERTO SAVIANO


«Il potere dei clan rimaneva il potere del cemento. Era sui cantieri che sentivo fisicamente, nelle budella, tutta la loro potenza. Per diverse estati ero andato a lavorare nei cantieri, per farmi impastare cemento non mi bastava altro che comunicare al capomastro la mia origine e nessuno mi rifiutava il lavoro. La Campania forniva i migliori edili d'Italia, i più bravi, i più veloci, i più economici, i meno rompicoglioni. Un lavoro bestiale che non sono mai riuscito a imparare particolarmente bene, un mestiere che ti può fruttare un gruzzolo cospicuo solo se sei disposto a giocarti ogni forza, ogni muscolo, ogni energia. Lavorare in ogni condizione climatica, con il passamontagna in viso così come in mutande. Avvicinarmi al cemento, con le mani e col naso, è stato l'unico modo per capire su cosa si fondava il potere, quello vero.

Fu quando morì Francesco Iacomino però che compresi sino in fondo i meccanismi dell'edilizia. Aveva trentatré anni quando lo trovarono con la tuta da lavoro sul selciato, all'incrocio tra via Quattro Orologi e via Gabriele D'Annunzio a Ercolano. Era caduto da un'impalcatura. Dopo l'incidente erano scappati tutti, geometra compreso. Nessuno ha chiamato l'autoambulanza, temendo potesse arrivare prima della loro fuga. Allora, mentre scappavano, avevano lasciato il corpo a metà strada, ancora vivo, mentre sputava sangue dai polmoni. Quest'ennesima notizia di morte, uno dei trecento edili che crepavano ogni anno nei cantieri in Italia si era come ficcata in qualche parte del mio corpo. Con la morte di Iacomino mi si innescò una rabbia di quelle che somigliano più a un attacco d'asma piuttosto che a una smania nervosa. Avrei voluto fare come il protagonista de La vita agra di Luciano Bianciardi che arriva a Milano con la volontà di far saltare in aria il Pirellone per vendicare i quarantotto minatori di Ribolla, massacrati da un'esplosione in miniera, nel maggio 1954, nel pozzo Camorra.



Chiamato così per le infami condizioni di lavoro. Dovevo forse anch'io scegliermi un palazzo, il Palazzo, da far saltare in aria, ma ancor prima di infilarmi nella schizofrenia dell'attentatore, appena entrai nella crisi asmatica di rabbia mi rimbombò nelle orecchie l'Io so di Pasolini come un jingle musicale che si ripeteva sino all'assillo.




E così invece di setacciare palazzi da far saltare in aria, sono andato a Casarsa, sulla tomba di Pasolini. Ci sono andato da solo, anche se queste cose per renderle meno patetiche bisognerebbe farle in compagnia. In banda. Un gruppo di fedeli lettori, una fidanzata. Ma io ostinatamente sono andato da solo.

Casarsa è un bel posto, uno di quei posti dove ti viene facile pensare a qualcuno che voglia campare di scrittura, e invece ti è difficile pensare a qualcuno che se ne va dal paese per scendere più giù, oltre la linea dell'inferno. Andai sulla tomba di Pasolini non per un omaggio, neanche per una celebrazione. Pier Paolo Pasolini. Il nome uno e trino, come diceva Caproni, non è il mio santino laico, né un Cristo letterario. Mi andava di trovare un posto. Un posto dove fosse ancora possibile riflettere senza vergogna sulla possibilità della parola. La possibilità di scrivere dei meccanismi del potere, al di là delle storie, oltre i dettagli. Riflettere se era ancora possibile fare i nomi, a uno a uno, indicare i visi, spogliare i corpi dei reati e renderli elementi dell'architettura dell'autorità. Se era ancora possibile inseguire come porci da tartufo le dinamiche del reale, l'affermazione dei poteri, senza metafore, senza mediazioni, con la sola lama della scrittura.

Presi il treno da Napoli per Pordenone, un treno lentissimo dal nome assai eloquente sulla distanza che doveva percorrere: Marco Polo. Una distanza enorme sembra separare il Friuli dalla Campania. Partito alle otto meno dieci arrivai in Friuli alle sette e venti del giorno dopo, attraversando una notte freddissima che non mi diede tregua per dormire neanche un po'. Da Pordenone con un bus arrivai a Casarsa e scesi camminando a testa bassa come chi sa già dove andare e la strada può anche riconoscerla guardandosi la punta delle scarpe. Mi persi, ovviamente. Ma dopo aver vagato inutilmente riuscii a raggiungere via Valvasone, il cimitero dove è sepolto Pasolini e tutta la sua famiglia. Sulla sinistra, poco dopo l'ingresso, c'era un'aiuola di terra nuda. Mi avvicinai a questo quadrato con al centro due lastre di marmo bianco, piccole, e vidi la tomba. "Pier Paolo Pasolini (1922-1975)." Al fianco, poco più in là, quella della madre. Mi sembrò d'essere meno solo, e lì iniziai a biascicare la mia rabbia, con i pugni stretti sino a far entrare le unghie nella carne del palmo. Iniziai a articolare il mio io so, l'io so del mio tempo.



Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l'odore. L'odore dell'affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda il profitto. Io so. E la verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova. E non deve trascinare controprove e imbastire istruttorie. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Non condanna in nessun gabbio e i testimoni non ritrattano. Nessuno si pente. Io so e ho le prove. Io so dove le pagine dei manuali d'economia si dileguano mutando i loro frattali in materia, cose, ferro, tempo e contratti. Io so. Le prove non sono nascoste in nessuna pen-drive celata in buche sotto terra. Non ho video compromettenti in garage nascosti in inaccessibili paesi di montagna. Né possiedo documenti ciclostilati dei servizi segreti. Le prove sono inconfutabili perché parziali, riprese con le iridi, raccontate con le parole e temprate con le emozioni rimbalzate su ferri e legni. Io vedo, trasento, guardo, parlo, e così testimonio, brutta parola che ancora può valere quando sussurra: «È falso» all'orecchio di chi ascolta le cantilene a rima baciata dei meccanismi di potere. La verità è parziale, in fondo se fosse riducibile a formula oggettiva sarebbe chimica. Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità.

Cerco sempre di calmare quest'ansia che mi prende ogni volta che cammino, ogni volta che salgo scale, prendo ascensori, quando struscio le suole su zerbini e supero soglie. Non posso fermare un rimuginio d'anima perenne su come sono stati costruiti palazzi e case. E se poi ho qualcuno a portata di parola riesco con difficoltà a trattenermi dal raccontare come si tirano su piani e balconi sino al tetto. Non è un senso di colpa universale che mi pervade, né un riscatto morale verso chi è stato cassato dalla memoria storica. Piuttosto cerco di dismettere quel meccanismo brechtiano che invece ho connaturato, di pensare alle mani e ai piedi della storia. Insomma più alle ciotole perennemente vuote che portarono alla presa della Bastiglia che ai proclami della Gironda e dei Giacobini. Non riesco a non pensarci. Ho sempre questo vizio. Come qualcuno che guardando Vermeer pensasse a chi ha mescolato i colori, tirato la tela coi legni, assemblato gli orecchini di perle, piuttosto che contemplare il ritratto. Una vera perversione. Non riesco proprio a scordarmi come funziona il ciclo del cemento quando vedo una rampa di scale, e non mi distrae da come si mettono in torre le impalcature il vedere una verticale di finestre. Non riesco a far finta di nulla. Non riesco proprio a vedere solo il parato e penso alla malta e alla cazzuola. Sarà forse che chi nasce in certi meridiani ha rapporto con alcune sostanze in modo singolare, unico. Non tutta la materia viene recepita allo stesso modo in ogni luogo. Credo che in Qatar l'odore di petrolio e benzina rimandi a sensazioni e sapori che sanno di residenze immense, occhiali da sole e limousine. Lo stesso odore acido del carbonfossile, a Minsk, credo rimandi a facce scure, fughe di gas, e città affumicate mentre in Belgio rimanda all'odore d'aglio degli italiani e alla cipolla dei maghrebini. Lo stesso accade col cemento per l'Italia, per il mezzogiorno. Il cemento. Petrolio del sud. Tutto nasce dal cemento. Non esiste impero economico nato nel mezzogiorno che non veda il passaggio nelle costruzioni: gare d'appalto, appalti, cave, cemento, inerti, malta, mattoni, impalcature, operai. L'armamentario dell'imprenditore italiano è questo. L'imprenditore italiano che non ha i piedi del suo impero nel cemento non ha speranza alcuna. È il mestiere più semplice per far soldi nel più breve tempo possibile, conquistare fiducia, assumere persone nel tempo adatto di un'elezione, distribuire salari, accaparrarsi finanziamenti, moltiplicare il proprio volto sulle facciate dei palazzi che si edificano. Il talento del costruttore è quello del mediatore e del rapace. Possiede la pazienza del certosino compilatore di documentazioni burocratiche, di attese interminabili, di autorizzazioni sedimentate come lente gocce di stalattiti. E poi il talento di rapace, capace di planare su terreni insospettabili sottrarli per pochi quattrini e poi serbarli sino a quando ogni loro centimetro e ogni buco divengono rivendibili a prezzi esponenziali. L'imprenditore rapace sa come usare becco e artigli. Le banche italiane sanno accordare ai costruttori il massimo credito, diciamo che le banche italiane sembrano edificate per i costruttori. E quando proprio non ha meriti e le case che costruirà non bastano come garanzie, ci sarà sempre qualche buon amico che garantirà per lui. La concretezza del cemento e dei mattoni è l'unica vera materialità che le banche italiane conoscono. Ricerca, laboratorio, agricoltura, artigianato, i direttori di banca li immaginano come territori vaporosi, iperurani senza presenza di gravità. Stanze, piani, piastrelle, prese del telefono e della corrente, queste le uniche concretezze che riconoscono. Io so e ho le prove. So come è stata costruita mezz'Italia. E più di mezza. Conosco le mani, le dita, i progetti. E la sabbia. La sabbia che ha tirato su palazzi e grattacieli. Quartieri, parchi, ville. A Castelvolturno nessuno dimentica le file infinite dei camion che depredavano il Volturno della sua sabbia. Camion in fila, che attraversavano le terre costeggiate da contadini che mai avevano visto questi mammut di ferro e gomma. Erano riusciti a rimanere, a resistere senza emigrare e sotto i loro occhi gli portavano via tutto. Ora quella sabbia è nelle pareti dei condomini abruzzesi, nei palazzi di Varese, Asiago, Genova. Ora non è più il fiume che va al mare, ma il mare che entra nel fiume. Ora nel Volturno si pescano le spigole, e i contadini non ci sono più. Senza terra hanno iniziato ad allevare le bufale, dopo le bufale hanno messo su piccole imprese edili assumendo giovani nigeriani e sudafricani sottratti ai lavori stagionali, e quando non si sono consorziati con le imprese dei clan hanno incontrato la morte precoce. Io so e ho le prove. Le ditte d'estrazione vengono autorizzate a sottrarre quantità minime, e in realtà mordono e divorano intere montagne. Montagne e colline sbriciolate e impastate nel cemento finiscono ovunque. Da Tenerife a Sassuolo. La deportazione delle cose ha seguito quella degli uomini. In una trattoria di San Felice a Cancello, ho incontrato don Salvatore, vecchio mastro. Una specie di salma ambulante, non aveva più di cinquant'anni, ma ne dimostrava ottanta. Mi ha raccontato che per dieci anni ha avuto il compito di smistare nelle impastatrici le polveri di smaltimento fumi. Con la mediazione delle ditte dei clan lo smaltimento occultato nel cemento è divenuta la forza che permette alle imprese di presentarsi alle gare d'appalto con prezzi da manodopera cinese. Ora garage, pareti e pianerottoli hanno nel loro petto i veleni. Non accadrà nulla sin quando qualche operaio, magari maghrebino, inalerà le polveri crepando qualche anno dopo e incolperà la malasorte per il suo cancro.

Io so e ho le prove. Gli imprenditori italiani vincenti provengono dal cemento. Loro stessi sono parte del ciclo del cemento. Io so che prima di trasformarsi in uomini di fotomodelle, in manager da barca, in assalitori di gruppi finanziari, in acquirenti di quotidiani, prima di tutto questo e dietro tutto questo c'è il cemento, le ditte in subappalto, la sabbia, il pietrisco, i camioncini zeppi di operai che lavorano di notte e scompaiono al mattino, le impalcature marce, le assicurazioni fasulle. Lo spessore delle pareti è ciò su cui poggiano i trascinatori dell'economia italiana. La costituzione dovrebbe mutare. Scrivere che si fonda sul cemento e sui costruttori. Sono loro i padri. Non Ferruccio Parri, non Luigi Einaudi, non Pietro Nenni, non il comandante Valerio. Furono i palazzinari a tirare per lo scalpo l'Italia affossata dal crac Sindona e dalla condanna senza appello del Fondo Monetario Internazionale. Cementifici, appalti, palazzi e quotidiani.

Nell'edilizia finiscono gli affiliati al giro di boa. Dopo che si fa una carriera da killer, da estorsore o da palo, si finisce nell'edilizia o a raccogliere spazzatura. Piuttosto che filmati e conferenze a scuola, potrebbe essere interessante prendere i nuovi affiliati e portarli a fare un giro per cantieri mostrando il destino che li attende. Se galera e morte dovessero risparmiarli staranno su un cantiere, invecchiando e scatarrando sangue e calce. Mentre imprenditori e affaristi che i boss credevano di gestire avranno committenze milionarie. Di lavoro si muore. In continuazione. La velocità di costruzioni, la necessità di risparmiare su ogni tipo di sicurezza e su ogni rispetto d'orario. Turni disumani nove dodici ore al giorno compreso sabato e domenica. Cento euro a settimana la paga con lo straordinario notturno e domenicale di cinquanta euro ogni dieci ore. I più giovani se ne fanno anche quindici. Magari tirando coca. Quando si muore nei cantieri, si avvia un meccanismo collaudato. Il corpo senza vita viene portato via e viene simulato un incidente stradale. Lo mettono in un'auto che poi fanno cadere in scarpate o dirupi, non dimenticando di incendiarla prima. La somma che l'assicurazione pagherà verrà girata alla famiglia come liquidazione. Non è raro che per simulare l'incidente si feriscano anche i simulatori in modo grave, soprattutto quando c'è da ammaccare un'auto contro il muro, prima di darle fuoco con il cadavere dentro. Quando il mastro è presente il meccanismo funziona bene. Quando è assente spesso il panico attanaglia gli operai. E allora si prende il ferito grave, il quasi cadavere e lo si lascia quasi sempre vicino a una strada che porta all'ospedale. Si passa con la macchina si adagia il corpo e si fugge. Quando proprio lo scrupolo è all'eccesso si avverte un'autoambulanza. Chiunque prende parte alla scomparsa o all'abbandono del corpo quasi cadavere sa che lo stesso faranno i colleghi qualora dovesse accadere al suo corpo di sfracellarsi o infilzarsi. Sai per certo che chi ti è a fianco in caso di pericolo ti soccorrerà nell'immediato per sbarazzarsi di te, ti darà il colpo di grazia. E così si ha una specie di diffidenza nei cantieri. Chi ti è a fianco potrebbe essere il tuo boia, o tu il suo. Non ti farà soffrire, ma sarà colui che ti lascerà crepare da solo su un marciapiede o ti darà fuoco in un'auto. Tutti i costruttori sanno che funziona in questo modo. E le ditte del sud danno garanzie migliori. Lavorano e scompaiono e ogni guaio se lo risolvono senza clamore. Io so e ho le prove. E le prove hanno un nome. In sette mesi nei cantieri a nord di Napoli sono morti quindici operai edili. Caduti, finiti sotto pale meccaniche, o spiaccicati da gru gestite da operai stremati dalle ore di lavoro. Bisogna far presto. Anche se i cantieri durano anni, le ditte in subappalto devono lasciar posto subito ad altre. Guadagnare, battere cassa e andare altrove. Oltre il 40 per cento delle ditte che operano in Italia sono del sud. Agro aversano, napoletano, salernitano. A sud possono ancora nascere gli imperi, le maglie dell'economia si possono forzare e l'equilibrio dell'accumulazione originaria non è stato ancora completato. A sud bisognerebbe appendere, dalla Puglia alla Calabria, dei cartelloni con il BENVENUTO per gli imprenditori che vogliono lanciarsi nell'agone del cemento e in pochi anni entrare nei salotti romani e milanesi. Un BENVENUTO che sa di buona fortuna dato che la ressa è molta e pochissimi galleggiano sulle sabbie mobili. Io so. E ho le prove. E i nuovi costruttori, proprietari di banche e di panfili, principi del gossip e maestà di nuove baldracche celano il loro profitto. Forse hanno ancora un'anima. Hanno vergogna di dichiarare da dove vengono i propri guadagni. Nel loro paese modello, negli USA, quando un imprenditore riesce a divenire riferimento finanziario, quando raggiunge fama e successo accade che convoca analisti e giovani economisti per mostrare la propria qualità economica, e svelare le strade battute per la vittoria sul mercato. Qui silenzio. E il danaro è solo danaro. E gli imprenditori vincenti che vengono dall'aversano, da una terra malata di camorra, rispondono senza vergogna a chi li interroga sul loro successo: «Ho comprato a dieci e venduto a trecento». Qualcuno ha detto che a sud si può vivere come in un paradiso. Basta fissare il cielo e mai, mai osare guardare in basso. Ma non è possibile. L'esproprio d'ogni prospettiva ha sottratto anche gli spazi della vista. Ogni prospettiva si imbatte in balconi, soffitte, mansarde, condomini, palazzi abbracciati, quartieri annodati. Qui non pensi che qualcosa possa cascare dal cielo. Qui scendi giù. Ti inabissi. Perché c'è sempre un abisso nell'abisso. Così quando calpesto scale e stanze, quando salgo negli ascensori, non riesco a non sentire. Perché io so. Ed è una perversione. E così quando mi trovo tra i migliori e vincenti imprenditori non mi sento bene. Anche se questi signori sono eleganti, parlano con toni pacati, e votano a sinistra. Io sento l'odore della calce e del cemento, che esce dai calzini, dai gemelli di Bulgari, dalle loro librerie. Io so. Io so chi ha costruito il mio paese e chi lo costruisce anche adesso. So che stanotte parte un treno da Reggio Calabria che si fermerà a Napoli a mezzanotte e un quarto e sarà diretto a Milano. Sarà colmo. E alla stazione i furgoncini e le Punto polverose preleveranno i ragazzi per nuovi cantieri. Un'emigrazione senza residenza che nessuno studierà e valuterà poiché rimarrà nelle orme della polvere di calce e solo lì. Io so qual è la vera Costituzione del mio tempo, qual è la ricchezza delle imprese. Io so in che misura ogni pilastro è il sangue degli altri. Io so e ho le prove. Non faccio prigionieri.»



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