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10 agosto 2010

0428 (finExTRA) 10 agosto 2010----> WWW o WWC [54] Sul rapporto con il futuro

di Salvatore D'Agostino


GIUSEPPE GENNA
«Io credo, che diventare padri, significhi proprio, non solamente diventare responsabili di una prole, ma essere pronti allo scontro con una generazione che viene dopo. A tentare di essere maestri, ma non nel senso pedagogico per cui ‘ex cattedra’ noi diamo chissà quale sapere o scendiamo da chissà quale poltrona perché non ci siamo ancora seduti su nessuna poltrona. Significa invece avere un rapporto con il futuro. David Foster Wallace, a mio parere si uccide perché non sente più il rapporto con il futuro e credo che restituirci questa prospettiva di futuro e di rapporto fattivo, attivo e anche politico con il futuro sia in questo momento la massima responsabilità di un intellettuale, di un artista e di uno scrittore».

Servizio di Andrea Scartabelli: Giuseppe Genna, Restituiteci il futuro, CQ.com, 5 agosto 2010. Link
Partendo da una citazione di Wu Ming 1: Sulla necessità che noi ora si ci faccia padri. Link


ITALO CALVINO

«Intervistatore: Il rapporto tra padri e figli come potrà cambiare, cambierà?
Italo Calvino: Bisogna vedere che padri saranno.
Io credo che continuerà questa crisi di discontinuità tra le generazioni.
I padri sono sempre più insicuri su quello che devono insegnare o insegnano delle cose che praticamente non servono».

Vedi finExTRA
qui

JEAN-CLAUDE CARRIÈRE
«Nei mondi che definiamo primitivi, che non cambiano, i vecchi detengono il potere perché sono loro a trasmettere ai loro figli la conoscenza. Quando il mondo è in rivoluzione permanente, sono i figli che insegnano ai genitori l'elettronica. E i loro figli, cosa impareranno da loro?»

Jean-Claude Carrière e Umberto Eco, Non sperate di liberarvi dei libri, Bompiani, Milano, 2009, p. 58

10 agosto 2010

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9 agosto 2010

0427 (finExTRA) 9 agosto 2010 ---> IDENTITA’ ITALIANA [27] L'Italia è un paese del 'secondo mondo'

di Salvatore D'Agostino


«Se c’è una cosa che accomuna i nati in Italia dopo il 1970 è l’eccezionalità del contesto, e cioè il fatto di essere cresciuti in quello che – ultimo o penultimo invitato alla tavola delle grandi potenze democratiche – è diventato neanche troppo lentamente un paese del secondo mondo.
Bene, l’ho detto: “secondo mondo”, e con questo spero di aver contribuito a rompere il tabù di chi ritiene che l’uso di eufemismi quali “difficoltà” o “arretramento” abbia un valore apotropaico, o peggio ancora di chiunque voglia convincerci che seminando il vuoto a rendere dell’euforia fine a se stessa cresca l’albero della cuccagna. Capisco che sia dura da accettare per coloro che, sospinti dall’onda del vecchio boom sullo scranno di una qualche docenza universitaria, alta dirigenza, segreteria di partito, hanno scambiato col trascorrere degli anni la propria inamovibilità per autorevolezza, e dunque la putrefazione per progresso. È per questo che proprio non me la sento di dare l’onere di chiamare le cose col proprio nome alla generazione dei Tommaso Padoa-Schioppa – l’ex ministro figlio dell’amministratore delegato delle Assicurazioni Generali a cui solo un Edipo non risolto può avere suggerito un giorno la parola: “bamboccioni”.
In questo modo è più facile che le parole “secondo mondo” le possa pronunciare senza troppe crisi isteriche chi, come me, non aveva avuto il tempo di ricavarsi un posto al sole quando il vento ha iniziato a cambiare – chi, tanto per dirne una, ha frequentato un’università che di competitivo aveva ormai solo i bidelli che facevano a gara per chiederti una mancetta di cinquantamila lire dopo averti fotografato durante la sessione di laurea.

Nessuna università italiana tra le prime 100 secondo l’Academic Ranking of World Universities. Settantrateesimo posto alla voce libertà di stampa secondo il rapporto di Freedom House, dietro la repubblica presidenziale del Benin e in coabitazione con Tonga… Non continuerò con le classifiche. Troppe da elencare, troppo univoche, e perfino noiose: era solo per rendere il concetto; allo stesso modo non farò l’avvocato del diavolo che brandisce il vessillo del Pil pro-capite adeguato alla parità dei poteri d’acquisto (un dignitoso ventisettesimo posto nel 2009 secondo il Fmi, dietro Belgio, Francia, Spagna…) perché questi calcoli vivono sotto il ricatto di troppe variabili, e soprattutto perché ad esempio gli Emirati Arabi hanno un reddito pro capite che straccia il Regno Unito ma basterebbe spostarsi sul versante dei diritti umani per non definirli un paese del primo mondo.
Credo sia invece più interessante capire come mai per gli under 40 italiani di oggi un certo realismo richieda pochi sforzi e, contemporaneamente, sia anche la dura lezione appresa nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta. La definirei una questione di imprinting: difficile pensare di non vivere in uno dei paesi più corrotti dell’occidente se ti congedi dal liceo poco prima di Tangentopoli; così come è piuttosto complicato credere a uno Stato sovrano se dai il tuo primo esame all’università non quando esplode la bomba sull’autostrada Capaci-Palermo ma 57 giorni dopo, perché se il beneficio del dubbio poteva sopravvivere con molto sforzo alla morte di Falcone, la sua lapide è stata scritta in via d’Amelio. Faticoso, del resto, credere a una politica che favorisca meritocrazia e bene comune se – scontrandoti già da qualche anno col muro di gomma gerontocratico in campo lavorativo – hai assaporato l’insostenibile pesantezza della sospensione democratica in quel di Genova durante il G8 del 2001; e hai faticato a sostenere un deja-vu degno di Philip Dick quando il Ministro dell’interno di allora, costretto a dimettersi per aver definito “un rompicoglioni” una vittima delle Brigate rosse, si sia ri-dimesso non tanto per l’incredibile circostanza di non sapere chi gli aveva comprato casa ma per l’ancora più incredibile circostanza di essere stato nominato ministro un’altra volta».

Nicola Lagioia, Manifesto per autori under 40, Domenicale del Sole 24 ore, 8 agosto 2010. Link

9 agosto 2010

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8 agosto 2010

0426 (finExTRA) 8 agosto 2010----> WWW o WWC [53] Non sperate di liberarvi dei libri

di Salvatore D'Agostino


«In realtà la domanda se siamo arrivati al tramonto del libro è iniziata con l'avvento del personal computer (e fanno ormai trent'anni), tanto che alla fine Jean-Claude Carrière e io ci siamo stancati di rispondervi e abbiamo pubblicato una lunga conversazione intitolata provocatoriamente "Non sperate di liberarvi dei libri".

Sostenere un lungo avvenire per il libro non significa negare che certi testi di consultazione siano più comodi da trasportare su una tavoletta, che un presbite possa leggere meglio un giornale su un supporto elettronico dove può amplificare il corpo tipografico a piacere, che i nostri ragazzi possano evitare di inrachitirsi portando chili di carta nello zainetto. E neppure si vuole sostenere a ogni costo che per leggere "Guerra e pace" sotto l'ombrellone sia più comoda la forma-libro; io ne sono convinto, ma i gusti sono gusti, e auguro solo a chi ha gusti diversi di non incappare in una giornata di blackout. Ma la vera ragione per cui i libri avranno lunga vita è che abbiamo la prova che sopravvivono in ottima salute libri stampati più di cinquecento anni fa, e pergamene di duemila anni, mentre non abbiamo alcuna prova della durata di un supporto elettronico. Nel giro di trent'anni il disco floppy è stato sostituito dal dischetto rigido, questo dal dvd, il dvd dalla chiavetta, nessun computer è più in grado di leggere un floppy degli anni Ottanta e quindi non sappiamo se quanto c'era sopra sarebbe durato non dico mille anni ma almeno dieci. Quindi, meglio conservare la nostra memoria su carta.

Inoltre c'è una bella differenza tra toccare e sfogliare un libro fresco e odoroso di stampa e tenere in mano una chiavetta. Oppure tra ricuperare in cantina un testo di tanti anni fa che reca le nostre sottolineature e le nostre note a margine, facendoci rivivere antiche emozioni, e rileggere la stessa opera, in Times New Roman corpo 12, sullo schermo del computer. E anche ammesso che chi prova piaceri del genere sia una minoranza, su sei miliardi di abitanti del pianeta (ma saranno otto entro quindici anni), ci saranno abbastanza appassionati da sostenere un fiorente mercato del libro. E se poi usciranno dalle librerie e vivranno solo su Kindle o IPad i libri usa e getta, i best sellers da leggere in treno, gli orari ferroviari o le raccolte di barzellette su Totti o sui carabinieri, tanto meglio, tutta carta risparmiata.

[...]

Infine ricordiamo che mai, nel corso dei secoli, un nuovo mezzo ha sostituito totalmente il precedente. Neppure il maglio ha sostituito il martello. La fotografia non ha condannato a morte la pittura (se mai ha scoraggiato il ritratto il paesaggio e incoraggiato l'arte astratta), il cinema non ha ucciso la fotografia, la televisione non ha eliminato il cinema, il treno convive benissimo con auto ed aereo.

Dunque avremo una diarchia tra lettura su schermo e lettura su carta, e in ogni caso aumenterà in modo astronomico il numero delle persone che impareranno a leggere - visto che persino gli sms sono potenti strumenti di alfabetizzazione dei ripetenti. E, se aumenterà l'analfabetismo di ritorno nella vecchia Europa decadente e malthusiana, avremo miliardi di nuovi lettori in Asia e in Africa. E, per chi leggerà a cavalcioni del ramo di un albero nella foresta subtropicale, andrà sempre meglio un libro di carta che uno elettronico».

Umberto Eco, Non fate il funerale ai libri, L'Espresso, 5 agosto 2010. Link

8 agosto 2010

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7 agosto 2010

0425 (finExTRA) 7 agosto 2010 ---> ARCHITETTURA ITALIANA [92] Come Scarface

di Salvatore D'Agostino


Ne avevo già parlato qui: 0002 [ABITARE] Architetto io la casa la voglio così

Ribadisco: «Se vi è una cifra ‘architettonica’ degli ultimi quarant’anni non è certo da ripescare nella cultura ‘storica’ italiana, ma nell’immagine media/mediatica dell’idea di casa, che è la cultura ‘vera’ con cui si in(s)contra il fare dell’architetto».

«Il sequestro e' stato disposto dalla sezione misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria, su richiesta della Dda. I beni oggetto del provvedimento sono quattro ville nel comune di Melicuccà. Il provvedimento, eseguito dal Nucleo di polizia tributaria di Reggio Calabria, rappresenta il seguito dell'operazione "Matrioska", che il 12 maggio scorso portò all'esecuzione di un analogo provvedimento sempre contro la cosca Alvaro, alla quale nel solo 2010 sono stati sottratti beni per un valore complessivo di trenta milioni di euro.
Ville nascoste e mai dichiarate. I beni oggetto del sequestro sono di proprietà del nucleo familiare di Domenico Alvaro, 73 anni, condannato in primo grado a tre anni di reclusione per avere favorito la latitanza del boss Carmine Alvaro, 57 anni, considerato il capo della cosca. L'ingente patrimonio immobiliare, riferisce la Guardia di finanza, abilmente occultato in zone difficilmente accessibili e mai dichiarato al catasto, è stato individuato dai finanzieri attraverso il controllo del territorio, effettuato anche attraverso sorvoli con elicotteri.
Nonostante fosse in possesso di queste ville, Domenico Alvaro risultava essere percettore di redditi di natura agraria e assistenziale di modesta entità. Da queste incongruenze i finanzieri di Reggio Calabria hanno avviato le indagini nei confronti del patrimonio della cosca di Sinopoli. I redditi del 73enne sono, secondo gli investigatori, "palesemente inadeguati a soddisfare, da soli, tali esosi investimenti immobiliari, oggi in sequestro".
Come Scarface. Tra i beni sequestrati c'è anche una villa ispirata a quella del film "Scarface". Un'idea affascinante per gli 'ndranghetisti cosi' come lo era stato per la camorra, visto che una villa simile era stata sequestrata a Casal di Principe al fratello di Francesco Schiavone 'Sandokan'».

Redazionale,'Ndrangheta, sequestrati beni per 10 milioni. C'è anche una villa come quella di "Scarface", La Repubblica, 3 agosto 2010. Link

«Ricchezza, ma anche lusso. La camorra vende supermoto in tutta la Campania, viaggia in Ferrari, vive in ville da film, altre ne costruisce in Costa Smeralda. Gli ultimi sequestri confermano la potenza economica, ma anhe la vanità dei clan. Una tendenza che ha ispirato il nome in codice dell’operazione: "Faraone". Sono stati ieri sottratti dalla Dia 120 milioni di beni, un giorno dopo i 50 bloccati dai carabinieri. Centosettanta in totale, a poche ore dal ritorno del ministro Roberto Maroni in Campania.

[...]

Oltre 120 milioni di beni, che rivelano anche il circuito finanziario di riciclaggio di tre clan: "Belforte" di Caserta e Mwrcianise, "Bidognetti"e "Zagaria", il primo perdente l’altro ancora molto potente nella galassia dei Casalesi. Le indagini della Dia di Napoli, diretta da Maurizio Vallone, bloccano beni di grande valore, ma anche significativi. Rivelano le proiezioni del riciclaggio di danaro raccolto attraverso le estorsioni alle imprese . La camorra reinveste in attività commerciali ma anche in auto e ville di lusso. Secondo l’inchiesta della Dia, sarebbero 19 i prestanome dei 120 milioni di euro sequestrati. Sono proseguiti per due giorni e due notti i sequestri della Dia. L’ultimo è stato sigillato ieri a tarda sera dal colonnello Luigi Marra: un cantiere con una una villa per più famiglie in costruzione a Porto San Paolo, a Sud di Olbia, sulla costa Nord-Est della Sardegna. Porto San Paolo, poco distante dalla costa Smeralda, di fronte all’isola di Tavolara, riunisce le ultime importanti costruzioni. Villaggi residenziali che saranno abitati anche d’inverno: proprio tra Olbia e Porto San paolo è quasi ultimato il complesso ospedaliero del San Raffaele, che ripete in Sardegna la struttura milanese».

Antonio Corbo, Camorra, maxi sequestro da 120 milioni, Ferrari, 70 supermoto e ville in Sardegna, La Repubblica, 7 agosto 2010. Link

7 agosto 2010

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6 agosto 2010

0424 (finExTRA) 6 agosto 2010 ---> ARCHITETTURA ITALIANA [91] Wired verso AILATI

di Salvatore D'Agostino


«Che panorami c’aspettano fra quarant’anni? E soprattutto, come sarà la nostra splendida e martoriata Italia? Interrogativi ormai quasi esistenziali, in un mondo che vive in un presentismo più spinto che mai. Eppure è questa l’idea alla base di Italia 2050, una delle tre sezioni del Padiglione Italia alla prossima Biennale Architettura di Venezia, messa in piedi dal curatore Luca Molinari insieme a Wired. Un laboratorio che incrocia 14 tra scienziati, pensatori, film-maker e “produttori” di futuro con altrettanti architetti, designer e creativi. Dai primi, fra cui Nico Vascellari, Chiara Bonini e Leandro Agrò, vogliamo sapere le keyword dei prossimi quattro decenni. Dai secondi, di cui fanno parte fra gli altri Italo Rota, Attilio Stocchi e Anna Barbara, invece, le vogliamo declinate concretamente sottoforma di progetti, oggetti e programmi. Un cantiere per le visioni del domani. A partire dalle idee di oggi».

Simoni Cosimi, Italia 2050: Wired verso la Biennale, Wired
, 7 luglio 2010. Link

Immagine tratta da Wired n. 08/10, p.130

6 agosto 2010

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5 agosto 2010

0423 (finExTRA) 5 agosto 2010 ---> ARCHITETTURA ITALIANA [90] Effetto Maddalena (reload)

di Salvatore D'Agostino


«I sommozzatori dei carabinieri lavorano al dossier per l'inchiesta sui costi delle bonifiche. Sui 31 milioni di euro spesi per ripulire i fondali dai materiali pericolosi, vogliono vedere chiaro la Corte dei Conti e la Procura di Tempio. Una settimana fa erano stati i tecnici dell'Arpas a effettuare prelievi e carotaggi nello specchio di mare.

LA MADDALENA. L'immersione dei sommozzatori del Noe nell'acqua lattiginosa davanti al Main Conference è durata oltre cinque ore. I lavori subacquei avviati martedì nel bacino dell'ex arsenale sono propedeutici alle analisi scientifiche, chimico-batteriologiche, richieste dalla Corte dei Conti e dalla Procura della Repubblica di Tempio che indagano sui costi sostenuti dalla struttura di missione del mancato G8 per la bonifica dell'intera area, marina e terrestre.

Una settimana fa erano stati i tecnici dell'Arpas ad effettuare prelievi e carotaggi nello specchio di mare. «Non c'è visibilità, l'acqua è torbida», ha detto uno dei carabinieri che ieri si è immerso per avviare la mappatura del fondale davanti all'hotel d'acciaio e cristalli, ancora deserto, assegnato alla Mita Resort.

Un lavoro che prevede riprese subacque (sic) dell'intero perimetro portuale (con reticolo e lettere segnaletiche posizionate sul fondale, tra scarti e rifiuti di ogni genere sotto il pelo dell'acqua) e che proseguirà per settimane, sino alle analisi scientifiche richieste dalla Corte dei Conti e dalla Procura gallurese.

Per conoscere se esiste e eventualmente l'entità di inquinamento di quello specchio d'acqua, che si estende per oltre sei ettari, sarà necessario attendere almeno un mese. Questo, a grandi linee, il tempo necessario per filmare il fondale ed effettuare le verifiche sull'eventuale presenza di agenti inquinanti sul fondale, in parte sabbioso e in parte granitico.

Il prossimo mese, stando alle dichiarazioni di Nicola Dell'Acqua, nuovo soggetto attuatore, dovrebbe anche prendere avvio la "Fase 2" delle bonifiche, finanziate con risorse aggiuntive del ministero dell'Ambiente per 1,3 milioni di euro che vanno sommati agli altri cinque milioni residuali del bilancio della Protezione civile per il mancato G8.

E dire che alla Maddalena, dopo l'impiego di 31 milioni di euro gestiti dalla Protezione civile per le sole opere di bonifica - marina e terrestre - si era quasi certi che l'intera area, sgomberata dalle ingonbranti (sic) 62 mila tonnellate di rifiuti speciali, amianto, idrocarburi e quant'altro, non c'era null'altro da bonificare.

Anche perché tutte le opere e i lavori per il mancato G8 - come la demolizione, con cariche esagerate di esplosivo, del pennello di cemento armato che caratterizzava l'accesso al porto-arsenale -, erano coperte da un rigoroso segreto di Stato. Segreto che si è sgretolato quando la magistratura ha avviato l'inchiesta sulla cricca della Ferratella di Balducci & Co., con le indagini estese anche al capo della Protezione civile, Guido Bertolaso.

Bertolaso ora, incalzato dalle interrogazioni del deputato Pd Giulio Calvisi, ha manifestato la necessità di completare le bonifiche, costate sino a quel momento 31 milioni, e l'urgenza d'integrare il risanamento a mare, dove sono state trovate tracce di arsenico, amianto, idrocarburi, metalli pesanti. In qualche caso con percentuali più elevate rispetto al 2008, precedentemente alla bonifica. Da rimuovere ci sono ancora 30mila tonnellate di scorie, dopo le 62mila già portate via. In questo quadro si inseriscono le inchieste amministrative e penali della Corte dei Conti e della Procura gallurese».

Giampiero Cocco, LA MADDALENA Inquinamento davanti all'ex Arsenale, La nuova Sardegna, 4 agosto 2010. Link

5 agosto 2010

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4 agosto 2010

0422 (finExTRA) 4 agosto 2010----> SENZA PAROLE [12] Elvira Giorgianni e Giovanna Cecchi

di Salvatore D'Agostino


Donna Elvira Giorgianni coniugata Sellerio Palermo: 18 maggio 1936 - Palermo 3 luglio 2010. Link

Donna Giovanna Cecchi (pseudonimo Suso Cecchi D'Amico): Roma 21 luglio 1914 - Roma 31 luglio 2010. Link


4 agosto 2010

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3 agosto 2010

0421 (finExTRA) 3 agosto 2010----> WWW o WWC [52] Henry Jenkins: che stiamo facendo noi con la tecnologia?

di Salvatore D'Agostino


NOI
«Nicholas Carr è uno dei più astuti e riflessivi promotori dell’idea che l’ascesa dei nuovi media comporti diverse minacce per la cultura del libro. Credo tuttavia che la discussione si stia muovendo oggi in una direzione molto più produttiva e civile. Lo stesso Carr accetta un’analogia che uso spesso, alludendo al Fedro di Platone in cui Socrate sostiene che l’adozione della lingua scritta rappresenti una minaccia per la memoria, che è centrale nella cultura orale. La realtà è che si è perso qualcosa con l’avvento della scrittura prima e della stampa poi, ma ci sono stati anche molti progressi per la conoscenza umana e per la cultura. Sarebbe sciocco voler tornare indietro. Dal mio punto di vista, il problema delle argomentazioni di Carr è che sono costruite come un punto di determinismo tecnologico: i mezzi di comunicazione che usiamo riscrivono il modo in cui il nostro cervello funziona e, sempre secondo Carr, ci obbligano ad abbandonare vecchie competenze che sono culturalmente valide. Io non sono d’accordo su questo, come non sono d’accordo con Stephen Johnson quando dice che tutto quello che ci fa male ci fa bene. Dalle idee di Johnson, che pescano negli studi sul cervello, emerge l’idea contraria: i computer ci stanno rendendo intelligenti. Sono solo due facce opposte della stessa medaglia. Per me, invece, la questione importante non è ciò che la tecnologia sta facendo a noi, ma ciò che stiamo facendo noi con la tecnologia».

CULTURA
«Certi argomenti spesso rischiano di sembrare profondamente radicati nei vecchi modi di pensare e nelle gerarchie di valore esistenti, invece di rimanere aperti alle prospettive di innovazione culturale e di scoperta collettiva che assomigliano molto alla mia esperienza quotidiana della nuova era dei media. Io ho un grandissimo rispetto per la cultura dei libri – ne ho scritti 13 e ne ho diverse migliaia nella mia biblioteca personale. Questa cultura è effettivamente a rischio e la literacy tradizionale può essere in pericolo. Ma il mio obiettivo è vedere crescere una cultura in cui si legge con un libro in una mano e si ha un mouse nell’altra. Una cultura in cui tutti noi abbiamo la capacità di adeguare la nostra alfabetizzazione in modo da utilizzare al meglio i media e in modo da assecondare le nostre attività».

WIKILEAKS
«Il primo esempio è il rilascio di documenti del governo degli Stati Uniti attraverso Wikileaks. È probabilmente la serie più importante di materiali fuoriusciti dai tempo dei Pentagon Papers, quando molte notizie erano trapelate grazie al lavoro del New York Times (e del Washington Post) durante la guerra del Vietnam. E il caso di Wikileaks è ancora più significativo perché i documenti vengono da un’agenzia di stampa non convenzionale, che li ha rilasciati come risorse a disposizione degli altri giornalisti e del pubblico, che così possono esaminarli. È saltata la mediazione di una notizia accompagnata dal reporting e dall’analisi degli esperti che prendono i fatti e li inseriscono in un contesto più ampio per il lettore.
[...]
Ci si può chiedere, in entrambi i casi, se l’ecologia dell’informazione stia eseguendo bene o male il proprio compito, a seconda della nostra concezione di quale sia la missione del giornalismo e di quale sia l’esigenza d’informazione dei cittadini. Ma i due esempi suggeriscono che la notizia si diffonde utilizzando schemi differenti da quelli cui siamo abituati, schemi modellati da player molto diversi rispetto al passato. In entrambi i casi, non possiamo capire che cosa è successo semplicemente leggendo una contrapposizione tra media vecchi e nuovi: non è così semplice, perché un processo che coinvolge varie forme di collaborazione e di critica nei diversi settori dei media».

PUGNO, CARTA E WEB
«L’idea di una società senza carta non è sicuramente nuova. Se n’è parlato per metà del XX secolo. Il computer avrebbe dovuto preannunciare l’età dell’ufficio senza carta. Come è la situazione invece? Sicuramente stiamo producendo più testi, siamo stampando più documenti e copiando cose con più confusione di prima. Sospetto che ci troviamo in una fase simile, in cui alcune funzioni della stampa si sposteranno sui dispositivi digitali. »

SCUOLA
«La formazione, poi, continua a essere un altro territorio chiave in cui il pubblico combatte per costruire il suo rapporto con le nuove tecnologie multimediali e per sperimentare nuove pratiche. Da un lato, l’educazione è profondamente conservatrice, e tende a resistere ai cambiamenti che hanno un impatto altrove. Ma, dall’altro, c’è una crescente consapevolezza: le pratiche esistenti spesso non rispondono più ai bisogni di una generazione che è cresciuta in una cultura di rete. In tutto il mondo, stiamo osservando tentativi di immaginare in modo diverso l’istruzione per il XXI secolo, ma c’è ancora da combattere molto contro lo status quo».

Un aneddoto per chi ama la FOTOGRAFIA
«Faccio un piccolo esempio: mia moglie, quando parcheggia l’automobile, scatta una foto per ricordare dove ha parcheggiato. Questo è un uso della fotografia che sarebbe stato inimmaginabile anche solo una decina di anni fa. La fotografia diventa parte del suo processo cognitivo, una protesi per la sua memoria a breve termine. Allo stesso modo, quando discutiamo, ci basta accedere al computer portatile per confermare o correggere rapidamente le informazioni di cui stiamo parlando. E così via. Ognuno di noi ha un rapporto diverso con questi dispositivi e con le informazioni, e naturalmente anche io sono convinto che sia un grande vantaggio poterle personalizzare e scegliere quale applicazione o contenuto avere sul nostro dispositivo, in modo da dare la priorità a ciò che meglio asseconda i nostri interessi. Ma vorrei che queste decisioni fossero prese da me e non da qualche azienda».

Giuseppe Granieri, «Siamo in transizione, stiamo imparando», Apogeonline, 3 agosto 2010. Link

3 agosto 2010

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2 agosto 2010

0420 (finExTRA) 2 agosto 2010 ---> ARCHITETTURA ITALIANA [89] Cose che succedono (bis)

di Salvatore D'Agostino


«Ad uccidere 150 persone su 308 durante il terremoto dell'Aquila, fu il cemento «scadente». Dieci condomini si trasformarono in tombe per «errori di progetto e di calcolo delle strutture», «violazione delle norme antisismiche» e soprattutto «scadente qualità del calcestruzzo». Lo scrive il sostituto procuratore Fabio Picuti in una voluminosa memoria consegnata al giudice per le udienze preliminari dell'Aquila, pochi giorni fa. Un fascicolo istruito, in realtà, per chiedere il rinvio a giudizio dei vertici della Protezione Civile (con l'accusa di omicidio colposo per non aver valutato correttamente il rischio terremoto durante il periodo delle sciame sismico), ma che contiene all'interno anche un'analisi dei crolli del 6 aprile 2009».

Giuseppe Caporale, L'Aquila, la strage del cemento scadente, "Così ha ucciso metà delle vittime del sisma", La Repubblica, 1 agosto 2010. Link

2 agosto 2010

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1 agosto 2010

0419 (finExTRA) 1 agosto 2010 ---> IDENTITA’ ITALIANA [26] Condivido E Inoltro: L’Italia appare un Paese senza classe dirigente

di Salvatore D'Agostino



«R. - Direi che viviamo un momento difficile, pesante, non vorrei esagerare, drammatico per certi versi. La lettura che abbiamo dato preparando le Settimane sociali è che a noi, oggi, l’Italia appare un Paese senza classe dirigente, senza persone che per il ruolo politico, imprenditoriale, di cultura, sappiano offrire alla nazione una visione, degli obiettivi condivisi e condivisibili. L’analisi che abbiamo fatto, lavorando al documento preparatorio della prossima Settimana sociale, è proprio della sensazione di un Paese che sta vivendo un passaggio pesante, in cui però la politica non svolge la funzione che le dovrebbe competere, cioè tentare di dare una visione con obiettivi di medio e lungo termine. Ravvisiamo questa grande fatica rispetto ad una realtà che nei territori ha tante persone vive, capaci di tentare impresa, ha tanto buon associazionismo, professionisti.

D. - Manca classe dirigente in politica, ma anche nella società civile?

R. - Sì. Quando parlo di classe dirigente parlo non solo della politica ma anche di tutti quei soggetti, imprenditori, associazionismo. Mancano cioè soggetti che abbiano la capacità di orientare, che si assumano la responsabilità di costruire percorsi nuovi di speranza. Il cardinale Bagnasco ha parlato spesso di questo bisogno di riprendere a crescere, economicamente ma anche moralmente da un punto di vista educativo.

D. - Cosa fare di fronte a questa situazione così difficile?

R. - Questo è il tempo per una chiamata alla responsabilità per il laicato cattolico. Abbiamo voluto mettere la settimana sociale sotto il segno di don Sturzo, partendo dall’appello per i Liberi e i Forti del 1919. Noi crediamo che questa responsabilità ce la dobbiamo assumere, altrimenti rischiamo davvero non tanto di essere irrilevanti ma di compiere un peccato di omissione verso il bene comune. Oggi il laicato cattolico, le comunità cristiane, l’associazionismo sono l’unica rete, non voglio essere presuntuoso, che regge in Italia, che si ritrova, che riflette. I partiti, i sindacati? Sì forse, gli industriali? Può darsi. Noi cattolici dobbiamo assumerci una grande responsabilità. I cattolici la smettano di lamentarsi della Chiesa, dei vescovi e davvero iniziamo ad assumerci in prima persona il rischio della responsabilità. Se non lo facessimo sarebbe un gesto molto grave verso il bene comune e verso la carità cristiana».

Luca Collodi, I cattolici verso la Settimana sociale di Reggio Calabria: intervista con Edoardo Patriarca, Radio Vaticana, 31/07/2010. Link

1 agosto 2010

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