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22 marzo 2010

0009 [FUGA DI CERVELLI] Colloquio Polonia ---> Italia con Aleksandra Jaeschke

di Salvatore D’Agostino

Fuga di cervelli è una TAG non una definizione. La TAG è contenitore di diversi 'punti di vista'.

La corruzione dell'identità multipla in un’Italia che ama architettonicamente il calcistico 'catenaccio'. Una formazione europea, l'architettura come network e l'Italia vista e costruita giocando.









Salvatore D’Agostino Aleksandra Jaeschke di anni..., originaria di..., migrante a ..., qual è il tuo mestiere?

Aleksandra Jaeschke

età: 33 anni;

originaria di: Stalowa Wola (Polonia) anche se sono stata sempre migrante e questo ha tanta importanza. Direi che la mia città di origine è Poznan ci sono andata al liceo e ci torno per trovare i miei genitori ma non ci abito da 15 anni;

migrante: a Siracusa prima sono stata a Varsavia, poi a Londra e Barcellona;
qual è il tuo mestiere: architetto.

Qual è stata la tua formazione? 

Al penultimo anno di liceo ho cominciato a prepararmi per entrare in una facoltà di architettura. Volevo però andare a studiare all'estero. Cercando delle borse di studio ho trovato un concorso per studiare grafica a Londra in un college americano. Ho deciso di partecipare anche se non era quello che volevo fare. Ho vinto il concorso ma ho deciso comunque d'iscrivermi in una facoltà di architettura in Polonia per poter tornare in qualsiasi momento.

Mentre mi preparavo per Londra, frequentavo i corsi a Varsavia. Questi tre mesi passati nella facoltà mi hanno fatto capire il sistema dell’insegnamento polacco - secondo me molto vicino alle scuole italiane -. Non ero molto entusiasta, eravamo in troppi e i corsi erano molto teorici e poco sperimentali. Non si giocava. Così sono partita per Londra. Ho frequentato il college americano per due anni per ottenere una piccola laurea “Bachelor of Arts in Visual Communication”. La scuola non era molto stimolante ma ho conosciuto degli insegnanti che mi hanno fatto capire come muovermi a Londra, aiutandomi a crescere. Uno di questi professori mi ha fatto scoprire l’Architectural Association (AA) e mi ha aiutato a ottenere una borsa di studio. Passati gli esami sono entrata al primo anno (mentre completavo ancora l’altro corso), se ricordo bene era il 1999.

La AA mi ha cambiata e ha cambiato il mio modo di pensare l’architettura. Anzi, “mi ha imposto il suo” - un concetto fortemente anglosassone e sperimentale. La cosa incredibile della AA è che in questa scuola si gioca ma si gioca sul serio.
Durante i miei primi tre anni alla AA ho lavorato part-time per uno grosso studio americano Gensler. Questo mi ha permesso di scoprire il mondo della professione, il mondo reale, direi iper-reale.
Al secondo anno ho vinto una borsa di studio grazie alla quale ho passato un mese alla British Academy in Rome. Questo è stato il mio primo soggiorno in Italia.

Mi sono laureata nel 2005. Il periodo della tesi è stato molto duro ma anche il più importante per la mia formazione. Si potrebbe dire che in questi due anni sono diventata l’architetto che sono adesso.
Dopo la laurea ho tentato di avviare uno studio di architettura con Andrea Di Stefano e altri due architetti, tutti laureati alla AA. Abbiamo lavorato insieme a diversi concorsi per sei mesi. Durante questo periodo abbiamo capito che non volevamo rimanere a Londra e ci siamo trasferiti come studio ACAB a Barcellona (aprile 2006-marzo 2007). Durante il soggiorno a Barcellona sono stata invitata a far parte di OCEAN (prima Ocean North) un network internazionale per la ricerca nel campo di architettura. Nel frattempo il gruppo ACAB si è sciolto.
Dopo questa esperienza sono venuta a Siracusa per partecipare al concorso Europan 9, edizione del 2007. Siracusa era una delle città partecipanti poiché insieme a Andrea Di Stefano avevamo già lavorato sulla stessa zona precedentemente, abbiamo deciso di partecipare.

Finito il concorso ci siamo dedicati alle attività di ricerca di OCEAN. Abbiamo fatto mostre, istallazioni, workshop e progetti insieme ad altri membri del network. Questo ha comportato tanti viaggi.
Nel 2008 insieme a Andrea Di Stefano abbiamo aperto lo Studio Aion
Ufficialmente lo studio esiste dall’aprile 2008 anche se AION è un nome che usiamo per le nostre attività di ricerca dal 2002.

Hai lavorato per il più grosso studio di architettura nel mondo 'Gensler' un’azienda con un organico con più di 1200 architetti. In Italia non c'è uno studio così strutturato tra i primi 50 in Europa. Ci puoi parlare di questa esperienza? 

È stata un'esperienza relativamente poco importante per la mia formazione. Ho visto come funziona un’azienda ben strutturata e dove si ha accesso a tutte le consulenze immaginabili. Ho imparato cosa significa la professionalità e come si organizza lo studio per renderlo molto produttivo. Sfortunatamente ho partecipato poco allo sviluppo dei progetti visto che ero ancora all'inizio della mia formazione. Comunque la mia impressione è che allo studio mancava la coerenza architettonica che normalmente si sviluppa intorno ad una e diverse figure di riferimento - Gensler non ha l’impronta di un architetto fondatore - per questo la chiamo un’azienda.

Del tuo racconto mi ha colpito un verbo ‘giocare’ che usi due volte, raccontando della tua esperienza all'interno dell’università polacca dove «Non si giocava» e della formazione all'AA dove: «in questa scuola si gioca ma si gioca sul serio». 
Che cosa intendi per gioco? 

Per gioco intendo un approccio alla progettazione che fa parte integrante del modello d'insegnamento anglosassone.
La scuola che ho fatto è impostata intorno ai laboratori di progettazione. Normalmente durante l'anno si fa un progetto solo. Il lavoro comporta tantissimi sperimenti – si fanno disegni, plastici, film, happening, interviste, diagrammi. Tutto quello che può aiutare a osservare, interpretare e canalizzare i processi in corso, per capire i materiali con cui si lavora. Si fanno tantissime cose che sembrano assurde e slegate dall'architettura per trovare nuovi modelli, nuove modalità di leggere e di trasformare lo spazio. La domanda che viene posta è: “Come funziona?” piuttosto che “Cos'è?”
Bisogna affrontare le cose con la mente di un bambino che vede le cose per la prima volta per poi smontarle e rimontarle in un modo diverso. La libertà' e spregiudicatezza con cui si fanno le cose ne fa un gioco ma è un gioco serio perché deve diventare un sistema di relazioni rigoroso, un modello ad alta prestazione.
Alla fine dell'anno si deve difendere il lavoro di fronte ad una giuria dei professori per poter passare all'anno successivo. Questo ne fa un gioco molto serio :-)

Com'è organizzato Ocean e che cosa intendi per network internazionale? 

Ocean è un organizzazione non profit che si dedica alla ricerca nel campo di architettura, urbanistica, design e altre discipline legate all'ambiente e allo spazio. Raggruppa diversi professionisti, non solo architetti. I membri del gruppo lavorano insieme su progetti di ricerca, spesso attraverso università affiliate, organizzano workshop, mostre e pubblicazioni. Lavorare in una rete di liberi professionisti e accademici ha un enorme potenziale perché connette delle competenze e dei modi di lavorare che provengono da diversi ambienti che normalmente non si incrociano. Ognuno porta con se non solo il suo bagaglio culturale e professionale ma anche l'accesso a delle competenze e conoscenze diverse.
Il modo in cui si svolge il lavoro di questa rete dipende dal progetto. Alcune volte abbiamo dovuto spostarci per poter lavorare insieme nello stesso posto (questo funziona meglio per i progetti di breve durata, per esempio concorsi). Altre volte abbiamo lavorato tramite internet, ogni tanto organizzando delle video conferenze per poter discutere lo sviluppo del progetto. Nella maggior parte dei casi c'è una persona o un gruppo che propone un progetto e poi si occupa della sua gestione e gli altri contribuiscono in una maniera mirata – lavorando su un aspetto specifico del progetto, su richiesta del responsabile del gruppo.

Il gruppo non è gerarchico, tutti possono proporre delle attività e essere il capogruppo di un progetto. La struttura che esiste all'interno della rete serve solo per facilitare l'amministrazione.
Io ho partecipato alle attività del gruppo per due anni, lavorando, per esempio, sul concorso per la nuova biblioteca di Praga (New Czech National Library in Prague, OCEAN NORTH and Scheffler + Partner, 2006), un'istallazione a Oslo (Barely - Sound-Active Installation, 2007), una mostra a Orleans (OCEAN - Conception Performative, FRAC Centre, Orleans, 2008) e alcuni workshop.

Il tuo ultimo progetto?

Una casa unifamiliare. Nel progetto tutto scaturisce dal semplice atto di impilare e slittare le travi in legno lamellare. Abbiamo cercato di limitare uso di acciaio, inserendo il minimo necessario all'interno dello spessore di legno.
La sezione delle travi, ridondante dal punto di vista strutturale, permette il controllo di altre dinamiche: condizioni termiche, problemi legati all'usura del materiale, l'umidità o l'acustica. Le pareti laterali vengono bucherellate in una maniera apparentemente casuale ma il sistema rispetta rigorosamente le esigenze luminose.
Questo stabilisce uno stretto legame tra la struttura, il materiale e le condizioni interne – nella sua semplicità volumetrica e funzionale la casa stabilisce dei rapporti specifici con il suo ambiente - una monade che assorbe il mondo esterno per capire meglio vedi qui.

L'undici settembre 2005 sul Corriere della Sera è stata pubblicata una lettera indirizzata al Presidente della Repubblica (ndr in quel periodo era Carlo Azeglio Ciampi) firmato da 35 architetti italiani ti riporto l’incipit:
«L'architettura italiana attraversa una situazione drammatica. Mentre in altre nazioni europee, in particolare in Francia, in Germania, in Spagna, negli ultimi decenni sono state realizzate grandi opere di interesse sociale che hanno trasformato sensibilmente l'ambiente urbano mettendo a disposizione dei cittadini nuovi servizi che esprimono lo spirito del nostro tempo, in Italia iniziative del genere si contano sulle dita, mancano di una meditata programmazione e si devono quasi sempre all'intervento di architetti stranieri. Nel riconoscere il carattere positivo dell'apporto di forze culturali esterne non si può fare a meno di notare che una delle ragioni della preferenza loro accordata si deve alle realizzazioni compiute, realizzazioni per le quali in Italia sono mancate le premesse concrete, con la conseguenza di aver privato gli architetti italiani di quelle occasioni di lavoro che avrebbero permesso loro di offrire un contributo originale all'attuale stagione di rinnovamento della architettura.»1
In Italia non si fa ricerca. Agli architetti manca un metodo coerente con i tempi. Manca un rinnovamento nell'ambito universitario.
Gli architetti italiani non dovrebbero essere allarmati perché gli stranieri gli rubino il lavoro ma perché il loro lavoro venga svolto da altri professionisti ad un prezzo ribassato e in una maniera mutilata. Servirebbero dei cambiamenti nella legislazione. La professione si è impoverita anche perché è scomparsa dalla scena politica. Nei programmi dei partiti politici non si parla mai della città come potenziale ambito di rinnovo sociale. Non si parla dell'ecologia urbana. Manca un rinnovamento politico. Io mi auguro più stranieri in Italia e più italiani all'estero. Una contaminazione creativa e produttiva.

L'ultima domanda è contenuta in questa foto:
Interno Duomo di Siracusa foto di Salvatore Gozzo










Una grande lezione di architettura. Un giusto equilibrio tra il rispetto che uno porta per il passato e quello che ha per il futuro. Magnifico modo di operare sulla storia senza scordarci delle necessità di oggi. Sarebbe bello poter pensare che questo processo non sia finito e che questo edificio possa mutare con i tempi. Ci vorrà rispetto, coraggio e tanta spregiudicatezza.

22 marzo 2010
Intersezioni ---> Fuga di cervelli
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Note:
1 L'appello degli architetti italiani, Corriere della Sera, 11 settembre 2005. (Qui per capire)

6 ottobre 2008

0020 [SPECULAZIONE] Istruzioni per l'uso per futuri e neo architetti

Oggi, le analisi di mercato delle grandi aziende, i filtri di google (o dei diversi motori di ricerca) e l'editoria manualistica, sembrano i più attenti osservatori delle dinamiche sociali. In Italia ci sono più di 125.000 mila architetti e molte migliaia di laureandi, tra questi difficilmente ci sono compratori abituali di libri di critica o approfondimento, ma tutti almeno possiedono un manuale. Nelle mie frequentazioni in libreria mi hanno sempre incuriosito i titoli e gli editori di libri di pronto intervento, perché rispondono con tempismo alle esigenze dell'utente quando le istituzioni nicchiano. A tal proposito ne ho discusso con Sabrina Nart autrice di un manuale di orientamento per futuri e neo architetti.

Salvatore D'Agostino: A settembre è uscita la nuova edizione della sua guida sul Fare l'architetto in Italia, contiene dei suggerimenti di orientamento, per la scelta dell'università, i corsi post laurea e le prime informazioni sulla professione. La sintesi che sta alla base del suo studio implica una conoscenza abbastanza ampia del sistema universitario e professionale in Italia, quali sono i suoi punti di forza? E quali sono state le difficoltà per scriverla, se ci sono state?

Sabrina Nart: La principale ricaduta, verificatasi sul sistema universitario italiano dopo la riforma didattica a seguito del DM 509/99, è stata una generale semplificazione dei percorsi di laurea. Lo scopo della riforma era anche l’ottimizzazione delle risorse delle università e la maggior integrazione dei diversi cicli didattici all’interno dello spazio europeo della formazione, obiettivi che però stentano a verificarsi.
L’unico punto di forza del sistema universitario italiano è rappresentato da quelle Università che producono le eccellenze, cioè cercano di evitare di riprodurre all’infinito dovunque le stesse specializzazioni che rappresentano di fatto le maggiori difficoltà per l’orientamento studentesco.

SD: Francesco Dal Co nel suo editoriale sul numero 737 (ottobre 2005) di Casabella In Italia ci sono ventitré facoltà di architettura. Prossima tappa i Corsi di Laurea di quartiere?, accusava il sistema universitario di un dispendio di energia "intellettuale" a favore di "insegnanti privi di ruolo" esclusi dal mondo del lavoro e accolti dalle stesse università in cui si sono formate. Nella tua ricerca hai riscontrato questo decadimento degl'insegnanti?

SN: Per diventare professori universitari di II fascia (associato non confermato) occorre una valutazione comparativa di titoli pubblicati, integrata dalla discussione degli stessi titoli e da una lezione cattedratica di fronte a una commissione nazionale di cinque componenti (tre professori ordinari e due associati confermati, uno dei quali è indicato tuttavia come "membro nominato" dalla Facoltà che ha bandito il posto dopo aver avuto la garanzia della copertura stipendiale da parte del Senato Accademico e del Consiglio d'Amministrazione di un Ateneo). All'atto della chiamata in ruolo da parte delle Facoltà universitarie (qualora vi siano più idonei nello stesso concorso, spetta al Consiglio di Facoltà stabilire chi debba essere reclutato, tra gli idonei), s'assume per un triennio il titolo di professore associato (non confermato). Dopo un triennio di servizio in qualità di associato non confermato, si procede alla conferma in ruolo da parte di una commissione nazionale di tre professori (due ordinari, un associato), che esamina l'attività di ricerca e di didattica svolte nel triennio di prova. A seguito sempre di valutazione comparativa dei titoli pubblicati, si può conseguire l'idoneità a professore di I fascia dopo giudizio favorevole della maggioranza di una commissione di cinque professori ordinari, uno dei quali designato come "membro nominato" dalla Facoltà che ha bandito il concorso pubblico). All'atto della chiamata in ruolo da parte delle Facoltà universitarie (qualora vi siano più idonei nello stesso concorso, è la facoltà che decide chi debba essere reclutato e, generalmente, viene reclutato il candidato interno), l'idoneo assume per un triennio il titolo di professore straordinario. A seguito poi di una valutazione dei titoli pubblicati e delle attività istituzionali svolte da parte di una commissione nazionale di tre professori ordinari, dopo un triennio il professore straordinario, qualora venga confermato in ruolo, consegue la qualifica di professore ordinario, massimo grado della docenza accademica.Alla base della piramide ci sono i ricercatori universitari. Si diventa ricercatore universitario a seguito di una valutazione comparativa bandita dalle singole facoltà universitarie ed espletata da una commissione di tre membri (un professore ordinario, uno associato e un ricercatore confermato) che sottopone il candidato a esami scritti e orali, e alla disamina delle eventuali pubblicazioni a stampa. A decorrere poi dal terzo anno dalla presa di servizio, il ricercatore universitario può ottenere la conferma in ruolo da una commissione nazionale di tre membri. Attualmente il ruolo di assistente ordinario è assimilato a quello di ricercatore.Questa è la trafila per diventare docenti universitari e non mi sembra una gavetta così facile ed immediata; il consiglio per gli studenti è di verificare il ruolo del proprio docente di corso e quindi la sua qualità in base al percorso che occorre seguire per poter insegnare. Indubbiamente questo può essere un parametro per valutare l’eccellenza di una Università che non può fornire tutors che siano poco più grandi degli allievi, in termini di età naturalmente.

SD: Franco Purini, anche nel suo recente libro La misura italiana dell'architettura, ribadisce che in Italia c'è un numero eccessivo di laureati che congestionano il mondo del lavoro e della ricerca. Ci sono delle strade alternative per un'università di qualità e non di quantità?

SN: Dato per scontato che l’università di massa è un fatto naturale e corrisponde ad un innalzamento dei livelli medi di studio, all’allungamento della vita, alle maggiori possibilità economiche della popolazione e alla volontà di promozione sociale e professionale, il vero nodo dell’istruzione universitaria è la qualità media del sistema e del suo prodotto formativo. La situazione attuale dell’Università non consente di fornire adeguati strumenti di studio ad un numero illimitato di studenti e talvolta coloro che si iscrivono non sono in possesso dei requisiti adeguati a fornire un successo formativo. Il problema nasce dalla necessità di limitare gli accessi alle facoltà italiane e dall’affrontare il problema del numero chiuso richiesto dalla comunità europea ma inconciliabile con la Costituzione Italiana che sancisce il diritto per ogni cittadino di raggiungere i livelli più elevati di studio. Occorre quindi agire sull’orientamento e sulla formazione costante e non limitata al periodo universitario, come accade nel resto del mondo. In questo modo si potrebbe riequilibrare un’offerta che non prescinde mai dal mondo del lavoro, ma che continuamente dialoga con lui per mantenere e garantire un continuo livello di aggiornamento metodologico e didattico.

SD: Davide Del Giudice giovane architetto, in una mia intervista Blog, afferma: «Vorrei anche sfatare il luogo comune della facoltà di architettura italiana che non prepara lo studente. La facoltà da gli strumenti per capire come organizzarsi una volta raggiunto il mondo del lavoro; certo facciamo una fatica immensa, ma a questo ci si abitua». Tutte le università italiane riescono a dare gli strumenti di base al neo architetto?

SN: Dal VII rapporto del CNVSU si notano un numero eccessivo di abbandoni, la frammentazione dei percorsi, la scarsa o nulla internazionalità e deboli raccordi con il mercato del lavoro. Questi dati dimostrano come è difficile arrivare alla fine del percorso universitario per storture interne al sistema ma non tolgono l’ineludibile verità che sia necessario fare fatica e avere talento per diventare architetti. Dopodiché possiamo parlare di quali siano le Università che preparino meglio il neo architetto: quest’anno primeggia il Politecnico di Milano che torna in testa dopo aver ceduto la palma a Modena e Reggio oggi al terzo posto dietro Trieste. Ottime sono anche Architettura a Ferrara, il Politecnico di Torino e Roma Tre.

SD: Il maggiore studio al mondo di architettura è Gensler con 1216 professionisti, il quinto è Foster & Partners con 913 architetti, nessuno studio italiano è presente tra i primi 50 in Europa. Che lavoro svolge l'architetto in Italia e nel mondo?

SN: In parte la risposta si trova nel libro, dove indico quali siano attualmente alcuni sbocchi lavorativi per i neo laureati ma, se la domanda si riferisce espressamente all’architetto progettista la situazione in cui versa la cultura del progetto in Italia è abbastanza drammatica.
Il motivo dipende dal fatto che in Italia si privilegiano i progettisti stranieri che hanno avuto la possibilità di acquisire nei loro paesi - grazie alla realizzazione di grandi opere “di interesse sociale” - competenze tali da far privilegiare questi ai nostri architetti che si vedono ora sfuggire di mano analoghe “occasioni di lavoro”. Questa condizione di stallo che determina l'impiego sempre più massiccio di architetti stranieri nelle opere pubbliche e artistiche può essere poi spiegata con la presenza in Italia di un patrimonio storico massiccio che impone la salvaguardia nei confronti di “molte opere significative rimaste sulla carta”.


Intersezioni ---> SPECULAZIONE

Pubblicato sulla presS/Tletter


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