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28 settembre 2013

0026 [CITTÀ] Salvatore Iaconesi | Infoscapes: ecosistemi umani emergenti

di Salvatore Iaconesi*

Un ecosistema della cultura per la città di Roma

Una nuova geografia, fatta di atomi e bit. Abbiamo creato un punto d'osservazione, per una nuova antropologia della città.


Ci ritroviamo in una strana ordinarietà.

Mi immergo nelle strade di Roma, indaffarato nel raggiungere i luoghi delle mie commissioni della giornata e intento ad occuparmi della fisicità intensa di questa città – per cui rischio continuamente di finire addosso ad altre persone, scivolare scendendo da un tram affollato, o semplicemente perdermi nella curiosità di svoltare in un vicolo del centro storico invece che proseguire dritto verso la mia destinazione.

Una vibrazione. Tutto cambia. Pur restando fisicamente nello stesso luogo, sono da un'altra parte. Guardo il mio smartphone, su cui è arrivata una notifica di un messaggio, e sono in un altro posto. Difficile da definire. Sono sempre lì, in un incrocio affollato di Largo Argentina, ad evitare di essere investito da una automobile mentre attraverso la strada assieme a tante altre persone. Ma sono anche altrove.



Sono simultaneamente in luoghi differenti.

Gli elementi nel mio campo visivo, i segni, le persone, gli oggetti, gli edifici, si arricchiscono di uno strato aggiuntivo, che non so bene come collocare. È lì, certo, ma è anche in un posto differente: è un messaggio in cui mi si ricorda un appuntamento, un'idea di un amico, un pensiero, una cosa da fare per lavoro. È uno spostamento che ha una strana fisicità, una tattilità differente, che mi trasla non solo di luogo, ma anche e soprattutto nel pensiero. L'incrocio affollato diventa istantaneamente un ufficio ubiquo, un luogo intimo per la condivisione di un saluto, un posto dove ricevere una informazione, un sito in cui aprire una conversazione di qualche genere.

Arrivato sano e salvo all'altro marciapiede, penso. È un momento di illuminazione, rivoluzionario. Divento profondamente consapevole di essere appena stato all'intersezione di due flussi differenti, di due paesaggi simultanei, di due modalità differenti dell'essere. Che potrebbero essere state anche molte di più, nello stesso istante, e che potrebbero ritornare a incontrarsi in qualsiasi momento.

Ero altrove e qui, nello stesso istante.

Kevin Lynch, nel raccontare le città in “The Image of the City”, le descriveva come enormi opere sinfoniche, create simultaneamente da migliaia – milioni – di performer attraverso la loro percezione ed interpretazione di ciò che li circonda. Una colossale opera emergente, ricombinante, dissonante, polifonica, in cui ogni nota è un atto di individuazione, riconoscimento, situazione, attraversamento, spostamento, comunicazione, espressione: l'interpretazione.

Questa visione ha un potere eccezionale, in quanto descrive la complessità che, assieme alla densità ed alla diversità, è la maggior ricchezza delle città.

Ne descrive anche la modalità di attuazione, esponendo una immagine che conosciamo da De Certeau: la ricchezza della città è costruita negli atti e nei gesti della quotidianità, che diventano rivoluzioni molecolari istantanee, effimere, fluide, liquide, dissonanti ed indeterministiche nel loro proporre (performare) continue riprogrammazioni di spazi, attraversamenti, fermate, ricontestualizzazioni, riappropriazioni, remix, ricombinazioni.

La città vive di molteplici intendimenti simultanei in cui le strategie – ciò che è stabilito amministrativamente, burocraticamente, per legge – si sovrappongono alle tattiche, i modi in cui percepiamo il mondo e decidiamo di attuarne la nostra parte, diventando performer della città, eseguendo scelte, deviazioni, svolte, azioni. Prendendo parte alla polifonia emergente, ubiqua e dissonante della città.

Nello scarto tra strategie e tattiche è l'innovazione, di molti tipi, capace sia di esistere nell'effimero del momento, sia di sedimentarsi e di trasformarsi nella prossima “normalità”, sia di suscitare confronti sociali, politici, poetici, estetici. E, in quanto innovazione, importante in tutti e tre i casi, a mostrare le vie del possibile, a educare la percezione all'accettare la possibilità della possibilità: educare alla possibilità della trasformazione, dando valore alla differenza, al delta.

Nell'era della conoscenza, dell'informazione e della comunicazione, si ridefinisce completamente il senso di propriocezione, che diventa fluido, disseminato. Non siamo più vincolati alla situazione, nel senso di “essere situati”.

In ogni luogo siamo attraversati da innumerevoli sorgenti di informazione e ne possiamo generare di nostra, ad influire e interagire su luoghi, tempi e modalità differenti dal nostro.

Una rivoluzione che è diventata accessibile alla maggior parte delle persone con l'avvento del Sony Walkman, il primo strumento di massa capace di abilitarci a personalizzare lo spazio che ci circonda usando elementi mediatici “altri”: capace di permetterci, tramite l'informazione – la musica –, di attivare emozioni, ricordi, attenzioni e percezioni verso luoghi, tempi e modalità differenti da quelli in cui ci troviamo fisicamente, o addirittura immaginari (ora diremmo “aumentati”). Di scollegarci dal luogo fisico ed entrare nel mediascape, tutt'uno con il luogo, ma anche profondamente differente, altro.

Il Walkman è diventato un iPod, un iPhone, e poi la molteplicità di dispositivi nomadici che portiamo con noi nelle nostre quotidianità: smartphone, tablet, information/communication device.

Schiere di persone con il volto illuminato da uno schermo mentre si sostengono alle maniglie ed agli appoggi dell'autobus, effettuando i propri spostamenti e, intanto, discutendo online, organizzandosi la serata, esprimendo emozioni, visioni, aspettative, desideri. O, come succede ai più giovani, scollegati anche dallo sguardo, che rifugge spesso il contatto oculare per cercare lo schermo: per essere anche “lì” mentre sono “qui”, o per archiviare istanti fotografandoli ed registrandoli, quasi a superare l'esperienza diretta di un concerto, un paesaggio o un tramonto con la possibilità di condividerlo online, e di spostare lì la fruizione e la discussione.

Ogni spazio/tempo delle nostre città, quindi, è attraversato da moltitudini di informazioni, generate da esseri umani e da dispositivi, e capaci di interconnessioni, relazioni e interazioni di incredibile complessità.

Sono gli “-scape”, come definiti da Arjun Appadurai – ethnoscape, mediascape, technoscape, financescape, ideoscape –, a riunirsi nell'infoscape, paesaggi fluidi e ubiqui, massivamente multi-autoriali, emergenti e ricombinanti. Sono le continue espressioni che pubblichiamo tramite la nostra quotidianità, partecipando ai social network, ma anche eseguendo altri tipi di operazione, acquistando oggetti e servizi, o anche semplicemente camminando per la strada, la nostra immagine catturata dalle telecamere di sicurezza.

Come tutti i paesaggi, gli “-scape” possono essere letti, e interpretati, traendone informazioni, conoscenze, saperi, e le evidenze di emozioni, relazioni, interazioni.

Come avviene per tutti i paesaggi, risulta interessante osservare sia quello che contengono, sia le assenze, i vuoti, i buchi, quello che non contengono, o quello che contengono loro malgrado.

È nell'osservazione degli “-scape”, dell'infoscape, che ricade l'opportunità per una nuova antropologia delle città. Una antropologia ubiqua, come suggerito da Massimo Canevacci, capace di navigare lo spazio delle relazioni umane nel loro divenire fluido, complesso e ricombinante. Una antropologia metodologicamente stupita, in grado di scoprire domande nuove, sconosciute, non ancora scoperte, prima ancora di immaginare di poter fornire risposte.

In grado di abilitare una serie di possibilità del tutto inedite, una etnografia peer-to-peer, che nasce dal desiderio di riappropriarsi degli “-scape” – quasi sempre dominio di operatori e fornitori di servizi, nonostante siano il frutto dell'agire pubblico –, e di aggiungerli alla propria sensibilità: una ridefinizione complessa di spazi pubblici e privati. Oltre l'auto-rappresentazione: la performance dei saperi.

A Roma, abbiamo iniziato da questa ipotesi operativa e attivato EC(m1), il primo Ecosistema Culturale in Real Time.

Assieme all'Assessorato alla Cultura del Primo Municipio della Città di Roma, siamo partiti da una necessità: la creazione di un “censimento” di tutte le realtà romane che “fanno cultura”. Nell'eseguire il compito in modo classico, ci siamo interrogati sul senso di questa espressione: fare cultura.

Nell'era dell'informazione, la distinzione produttore/consumatore non è cosa scontata, specie con la ampia diffusione delle piattaforme di social networking.

Abbiamo creato EC(m1) con l'intento di creare una nuova geografia umana della cultura, di effettuare un salto quantico sulla possibilità di comprendere la vita culturale di una città come Roma.

Il sistema utilizza una serie di tecnologie per raccogliere in tempo reale tutte le conversazioni pubbliche che hanno luogo sui social network in tema di cultura, e generate ad interessare un territorio di interesse (in questo caso, quello del Primo Municipio della città).


Queste conversazioni vengono elaborate: classificate tematicamente, per comprendere se trattano di Musica, Cinema, Editoria, Turismo, Tradizioni, Storia, o tutte quelle declinazioni di “cultura” che abbiamo, ad oggi, definito; comprese per lo stato emozionale che esprimono, quale l'entusiasmo di un operatore culturale nel lanciare un certo evento, e la soddisfazione (o la delusione) di un fruitore dopo avervi preso parte; il posto da cui o di cui si parla, potendo capire i luoghi della cultura, gli spostamenti attraverso la città.

Queste informazioni vengono visualizzate in tre modi:

  • lo spazio, la geografia della cultura, mostrando una mappa generata in tempo reale che rappresenta i luoghi dove si fa cultura – locali, teatri, sedi di associazioni, cinema, sale da concerto –, e i luoghi dove le persone si esprimono sulla cultura – dove sono i cittadini che vanno a mostre, spettacoli ed eventi, da dove si spostano per partecipare, da dove ne parlano;
  • il tempo della cultura, mostrando la distribuzione temporale della comunicazione in fatto di cultura per come è eseguita dagli operatori, e per come agisce il pubblico, reagendo alle notizie, comunicando, esprimendo pareri;
  • le relazioni della cultura, mostrando come gli operatori e i cittadini si relazionano tra loro, collaborando, partecipando, comunicando, esprimendo pareri.

I dati vengono anche rilasciati sotto forma di Open Data, per consentire ai cittadini e agli operatori di appropriarsi dell'infoscape culturale della città in tempo reale, e di utilizzarli per posizionarsi all'interno dell'ecosistema, per comprenderne la conformazione, per trovare nuove opportunità di interazione, collaborazione e comunicazione, e per sviluppare nuovi servizi, idee e modi di attraversare la comunicazione della città.


L'ecosistema sarà visibile all'indirizzo art is open source. È ancora in fase sperimentale, e soffre del fatto di dover caricare un'enorme mole di dati, per poterla presentare ai fruitori senza perdita di complessità. Un team di designer dell'interazione stanno ottimizzando tutti gli elementi, per renderli più usabili.

Questo progetto si inserisce nell'ambito del meta-progetto degli Human Ecosystems, tramite cui stiamo disseminando questo genere di descrizione ecosistemica in varie città del mondo.

EC(m1) è stato presentato ufficialmente il 28 settembre 2013 a Roma in occasione dell’evento Cultur+Su Facebook è stata aperta una pagina per condurre un dibattito sulle possibilità offerte da queste metodologie di osservazione della città. Vi stanno partecipando operatori della cultura, artisti, appassionati, giornalisti ed altri. Chiunque sia interessato può iscriversi qui.

28 settembre 2013 (ultima modifica 30 settembre 2013)
Intersezioni ---> CITTA'
________________________
Note:
*Professor of Digital Design at La Sapienza University of Rome, Professor of Digital Design at ISIA Design Florence, Professor of Interaction Design at IED Istituto Europeo di Design.

11 commenti:

  1. http://www.creativeapplications.net/processing/generating-utopia-transforming-landscape-using-location-based-behaviour-of-its-residents/

    G. Fortunato

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    1. Grazie Fortunato.
      Google dovrebbe rinnovare ‘blogspot’ che langue in una versione pachidermica.
      I link, come spiegato nelle note, devono essere digitati in HTML, sì, HTML una cosa del secolo – web –scorso.

      Ecco ciò che c’inviti a leggere: Generating Utopia – Transforming land using location-based behaviour of its residents
      Ho segnato questa frase di Stefan Wagner, tradotto malamente dice: “le reti sociali cominciano ad espandersi nello spazio fisico: non stiamo solo dicendo che cosa facciamo, ma anche dove siamo.”

      Mettendo da parte tutte le paranoie degli ‘apocalittici’ sulla privacy. Ciò che, per me - dal punto di vista urbanistico - è interessante sono i punti dove la gente s’incontra in modo diverso. Poiché seguire il trend degli eventi non racconta l’umore della città. Per capirci, seguire tutti i commenti degli opinionisti a 360° dal professionista all’utente qualunque di twitter sul caso (per me senza senso) Barilla non ci racconta l’umore della nostra nazione ma solo l’affezione ‘emotiva’ del momento.

      Credo, e forse mi sbaglio, che i luoghi a bassa intensità mediatica vivono di ‘emozioni’ non trascurabili.

      Comunque, per capire meglio il lavoro di Salvatore Iaconesi di seguito ti copio incollo due dialoghi su FB.

      Saluti,
      Salvatore D’Agostino

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    2. Ciao! una cosa sul bellissimo Generating Utopia: è bellissimo da vedere, ma non affronta nessuno degli argomenti di cui si parla qui.

      È una prova d'autore di un bravissimo designer visuale. Ma ha veramente poco da dire in termini di come siano cambiate le nostre vite nelle città e di come avere a che fare con l'ecosistema umano delle nostre società.

      La parte più importante di EC(m1) non è il fatto che è "bello" da vedere, è il suo essere uno strumento per posizionarsi nell'ecosistema, guardarsi intorno per vedere come è fatto, e imparare a viverci dentro.

      E il suggerire la possibilità del desiderio di vivere dentro e con l'ecosistema delle nostre città.

      Generating Utopia è molto (molto) bello da vedere, ma è superficiale.

      Sarebbe bello associare l'idea dell'ecosistema alla lettura di Junk Space di Rem Koolhaas, o del Terzo Paesaggio di Gilles Clèment. Per ragionare insieme sulle reali possibilità e opportunità offerte dall'ecosistema. Grazie!

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    3. Ciao Salvatore,
      ciò che non mi convince delle tesi di Rem Koolhaas è la definizione di un tema valido per alcuni ambienti ‘esplosivi’ della modernità, spesso iperconcentrati in spazi ristretti, ma inutili per gli ambienti ai margini di ciò che definisce ‘Junkspace’. Molto più completo invece è il testo di Gilles Clèment poiché non definisce niente e invita allo sguardo.

      Ad esempio in questo caso il tuo lavoro resta validissimo per ‘Roma’ ma inutile per i paesi della Ciociaria poiché basta uscire fuori e chiedere ‘che si fa stasera?’

      Saluti,
      Salvatore D’Agostino

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  2. Come funziona EC(m1)? Prima parte
    Il dialogo si trova qui

    «Rispondo qui alla domanda di Sofia Bilotta, così da buttar giù un po' di appunti che potremo approfondire. Preparatevi ad uno sbrodolo (spero interessante, però! )

    "come si censiscono le conversazioni? In base a quali criteri le definiamo 'culturali'? Come distinguere gli attori comunicanti che dicono 'andiamo al MAXXI a vedere questa mostra' da quelli che 'andiamo al MAXXI a prendere l'aperitivo'? ....la maggior parte tra l'altro insomma come la mappiamo la cultura?"

    è ovviamente una domanda molto complessa. Metto qui degli appunti, così domani possiamo approfondire.

    Questo è un sistema di "antropologia ubiqua". Il suo scopo è di raccogliere quante più informazioni pubbliche possibile che vedono operatori e cittadini (e turisti, curiosi... in generale le persone della città, i "city dweller") trattare di argomenti culturali.

    La definizione che usiamo per "cultura" è molto ampia, anche considerato il fatto che, in una città come Roma, in cui si parlano comunemente 15 lingue principali, "cultura" può significare cose molto differenti a seconda delle comunità cui ti riferisci.

    Quindi, partiamo dall'evidenza delle iniziative culturali di base (concerti, manifestazioni, eventi, spettacoli, eccetera), ma ci allarghiamo a prendere in considerazione anche la discussione più estesa, che vede i cittadini conversare pubblicamente di libri, film, cucina, tradizioni, teatro, architettura, creatività, formazione eccetera.

    Questo perchè, da un punto di vista antropologico, è fondamentale conoscere in quali luoghi, tempi e modi si conversa.

    Anche il discorso delle ritualità è importantissimo. Se dovessimo scoprire, per assurdo, che nessuno va al MAXXI per vedere le mostre, ma solo per fare l'aperitivo, questa è una informazione importantissima, che possiamo usare.

    Allo stesso modo, se dovessimo scoprire che una certa comunità ha sviluppato un dialogo molto interessante e coinvolgente (nel senso di "engagement", coinvolgere attivamente le persone, magari stabilendo ponti e interconnessioni vive) su, ad esempio, la musica, senza che questo abbia sfiorato operatori ed amministrazioni, anche questa è una informazione importantissima.

    In un esperimento a Cosenza abbiamo scoperto una cosa incredibile. Una giovane fashion designer della città, appena pubblicava le foto delle sue creazioni su Instagram, riceveva immediatamente migliaia di contatti da tutto il mondo: Giappone, USA, Canada, Brasile... dappertutto. Beh, nessuno, a Cosenza, la conosceva. Nel senso che sì la conoscevano (Cosenza è una città piccola), ma non sospettavano minimamente di avere davanti ad un designer di rilevanza internazionale. Questa persona, in maniera del tutto indipendente (e isolata) ha sviluppato un network incredibile, per cui la città di Cosenza, senza saperlo, si trovava al centro di un intensissimo dialogo sul fashion design.

    Come al solito, in questo genere di analisi, è anche molto importante sia quello che c'è che quello che non c'è. In due modi principali.

    Quello che è proprio assente, e quello che è presente "suo malgrado".»

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    1. Come funziona EC(m1)? Seconda parte
      Il dialogo si trova qui

      «Per il primo: chi non è rappresentato nell'ecosistema? Come facciamo ad accorgercene? Perchè non è presente? Come coinvolgerlo e perchè?

      Il secondo è un po' più complesso. Immagina che io organizzo una mostra, e che non uso nessun social network per pubblicizzarla (o li uso male). Beh, potrà succedere che qualcuno manda un messaggio tipo "Andiamo alla mostra che ha organizzato Salvatore?". E, quindi, senza saperlo, sono lo stesso sull'ecosistema. Questo accade di continuo, anche in modi molto più semplici, perchè, semplicemente, la rete è molto complessa, e le comunità vivono di vita propria, si riassemblano, remixano, intersecano.

      È importantissimo posizionarsi.

      Ad esempio, nella visualizzazione delle relazioni (il "campo stellato"), ogni "stella" è una persona/organizzazione.

      Se "mi trovo" nell'ecosistema, posso guardarmi intorno. E vedere.

      Vedere chi parla di cose simili alle mie. Chi di cose diverse, ma complementari. Chi di cose che non c'entrano nulla, ma che vorrei c'entrassero. Chi di qualcosa che, al solo vederlo, mi fa venire un'idea per cui potremmo fare qualcosa insieme.

      E poi: posso vedere chi svolge ruoli interessanti nelle varie comunità; chi ne influenza i comportamenti; chi suggerisce cose nuove; chi funge da ponte tra diverse comunità. E posso immaginare di coinvolgerli, di contattarli, di dirgli: ciao! tu metti in relazione comunità che parlano di queste cose. Facciamo qualcosa insieme.

      O, d'altro canto, io, cittadino, mi posso posizionare e vedere, allo stesso modo, quanto sono importante, o quanto potrei esserlo.

      Nell'ecosistema che vediamo su EC(m1) c'è l'evidenza di una cosa interessantissima.

      Pochissimi operatori coinvolgono le persone. Sono emettitori (di comunicati, di concorsi, di eventi... ), ma non stabiliscono relazioni. Relazioni vere, intendo, organiche, continuative e capaci di evolvere e trasformarsi.

      I cittadini, invece, vivono di relazioni. E, facendolo, costituiscono il tessuto connettivo della cultura.

      Se dovessi fare una stima qui, su due piedi, non avrei tanta difficoltà ad annunciare che i cittadini costituiscono il tessuto culturale della città, molto più degli operatori. È lì, visibile. Stabiliscono relazioni, dialoghi, conversazioni che durano anni e si trasformano, a includere nuovi soggetti, a formare nuove comunità. Molto più di quanto facciano in media gli operatori.»

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    2. Come funziona EC(m1)? Terza parte
      Il dialogo si trova qui

      «A questo punto si attiva l'opportunità più grande: quella della auto-analisi. L'etnografia peer-to-peer.

      Posizionandosi e guardandosi intorno, potremo vedere il tessuto dell'ecosistema che è intorno a noi ed esserne consapevoli.

      Noi spesso usiamo il termine di Agopuntura Urbana. Perchè si tratta di questo: dotarsi degli strumenti per attivare i flussi energetici, lavorando sulle comunità, sulle relazioni che intessono, sulle interazioni che possono instaurare.

      Come si fa tutta questa cosa qui?

      L'aspetto tecnologico è molto complesso, ed è anche il meno interessante, se vogliamo. Ve lo risparmio (per adesso), ma se qualcuno volesse approfondire troviamo un modo. In ogni caso, per chi "ne sa già", tutto il software utilizzato è Open Source, e quindi potete usarlo per fare altre cose. È ancora un po' macchinoso da mettere in piedi, ma funziona bene. E migliorerà col tempo e con le cose che ci faremo.

      Vi citerò per ora solo un aspetto tecnologico, tra i più interessanti, che utilizziamo: l'analisi di linguaggio naturale.

      Come diceva Sofia: come faccio a sapere se Tizio sta andando al MAXXI per la mostra o per l'aperitivo?

      L'analisi di linguaggio naturale serve proprio a quello. Non prende in considerazione le singole parole (come succede nella maggior parte dei casi quanto vedete le cose sui giornali e sui siti web: "Twitter parla del papa" vuol dire, di solito, che cercano la parola "papa" o la hashtag "#papa" e studiano quello). Ma prende in considerazione il contesto delle frasi. Ciò vuol dire che vengono utilizzate una serie di tecniche il cui scopo è di validare (al meglio che si può) il significato della frase, e il contesto in cui la frase è inserito. Ciò non vuol dire che azzecca sempre i risultati.

      Anche perchè se ci pensate è difficile dire quando un risultato è "sbagliato". Se dico "A me della musica punk non me ne frega un cazzo!" sto facendo "cultura"? Dipende ovviamente da cosa sto osservando/cercando, dal contesto in cui ho scritto questa frase e da un altra serie di cose. Se cerco "punk" non le so. Se faccio analisi di linguaggio naturale sì.

      Oltretutto l'ascolto è fatto in molte lingue (attualmente 29). E questo cambia tutto. Se osservate la città in due lingue diverse avrete storie diverse, prospettive diverse, spostamenti diversi, ritmi diversi, tutto diverso. Un singolo angolo della strada può essere un luogo di passaggio per una persona, il posto in cui vendo la frutta per un'altra, il luogo dove ho conosciuto mia moglie per un'altra ancora, il posto dove ho visto uno scippo per qualcun altro.... storie, emozioni, sensazioni, aspettative completamente differenti. E interessantissime da sapere (cosa succede se le valorizziamo e le usiamo queste differenze, invece di snobbarle, o addirittura di averne paura?).

      Questo tipo di analisi apre le porte a tante opportunità: l'analisi emozionale, quella tematica ed altre.

      Come per dire: stiamo solo iniziando.

      L'importante adesso è: posizionarsi! Essere nell'ecosistema.

      Tutto inizia da lì.»

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  3. Dopo il lancio di EC(m1) prima parte
    Il dialogo si trova qui

    «Io sono molto contento della giornata di ieri. Soprattutto per due cose.

    Primo: per il lancio della visione ecosistemica.
    Secondo: perchè la giornata di ieri ha mostrato che dobbiamo tutti imparare molte cose.

    Se dovessi ripercorrere al contrario il tempo, organizzerei la giornata in maniera differente.

    Organizzerei non una giornata "dell'ascolto", ma una giornata del "come si ascolta", e del "come si fa ad essere ascoltati".

    Perchè, in realtà, la giornata di ieri ha confermato con esatta precisione la situazione che vediamo nell'ecosistema:

    Tanti puntini isolati che emettono il loro bit di informazione, ma che non stabiliscono relazioni.

    Li avete visti quei quadratini? Sparsi per tutto l'ecosistema? Senza connessione? Siamo noi. La maggior parte di noi.

    Il nostro problema è: ci sentiamo soli.

    È siamo soli. Basta guardare l'ecosistema: tanti puntini singoli, senza connessioni.

    La giornata di ieri è stata meravigliosa, però può essere ripensata.

    È importantissimo ascoltare i problemi di tutti, ma non così, a mio avviso.

    Non è il modo migliore: ci sono strumenti e metodologie molto migliori, per cui tutte le idee e i problemi possono essere raccolti, condivisi e sistematizzati. E risolti.

    La *vera* cosa che possiamo fare è risolvere l'isolamento, la mancanza di collaborazione, la mancanza di relazioni: tra operatori e con il territorio.

    È questa la vera opportunità.

    Per coglierla, bisogna imparare di nuovo come si ascolta, come si creano le relazioni.

    Come si può fare? Butto giù una ipotesi (su cui spero tutti voi interveniate).

    Non un incontro "di ascolto", ma un workshop, su come si osserva l'ecosistema della cultura (e su come ci si osserva nell'ecosistema).

    Ognuno inizia "trovandosi": cerchiamo il puntino che ci rappresenta. Ci posizioniamo nell'ecosistema.

    E ci guardiamo intorno: chi fa cose simili? chi fa cose compatibili? quali comunità di operatori, cittadini e appassionati mi interessano?

    Guardo i puntini attorno a me.

    E poi ciascuno fa delle ipotesi: con questo operatore potrei sistematizzare questo, questo e quest'altro. Magari potremmo fare comunicazione insieme. Magari io ho le luci teatrali e lui ha i proiettori. Magari lui ha un grafico, e io gli posso dare un service di qualche genere. Magari lui invita un artista, io un altro, e possiamo condividerli e fare una iniziativa più grande, condividendo e scambiandoci il pubblico, e allargando la nostra comunicazione.

    E, ancora: guarda, ci sono queste due comunità online che parlano intensamente ed in maniera estesa di cose che riguardano la mia attività culturale. Come faccio a coinvolgerle? Gli do uno spazio? Gli do un tempo? Li coinvolgo in una discussione? Gli affido un pezzo della mia comunicazione? Cosa?

    Si prendono tutte le ipotesi, e si condividono.

    Nell'ecosistema c'è tutto: i profili social delle persone e delle organizzazioni.

    Prendo l'ipotesi e gliela invio. Stabilisco relazioni.

    Vedrete, succederanno delle magie.»

    CONTINUA >>>

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    1. Dopo il lancio di EC(m1) seconda parte
      Il dialogo si trova qui

      «Ultimo punto: i soldi.

      La crisi, in realtà, ci offre anche una opportunità. Quella di riconsiderare i ruoli.

      Nell'era della rete esistono molte opportunità, se le si impara a "vedere".

      Una di queste è il crowdfunding, secondo cui per organizzare una iniziativa non si aspettano i soldi pubblici o lo sponsor.

      Ma si coinvolgono le persone. Che, a conti fatti, sono coloro che "producono" il denaro pubblico.

      Solo che con il crowdfunding possono scegliere a chi darlo.

      Per fare il crowdfunding occorre stabilire relazioni: bisogna intervenire sulle comunità, raccontar loro la propria storia ed i propri valori, ed aprire un dialogo.

      Non si può semplicemente dire: "voglio fare questo concerto con la mia associazione, mettere 10 euro per uno, così arriviamo ai 20mila euro che mi servono per farlo"

      Si deve aprire un dialogo: "questo sono io (la mia organizzazione), abbiamo questi valori, che condividiamo con voi. Abbiamo questo progetto. Parliamone e coinvolgetevi tutti: facciamolo insieme."

      C'è una ampia letteratura, oramai, di cose enormi (da centinaia di migliaia di euro l'una) realizzate in questo modo, per cose anche *molto* peggiori e più banali delle meravigliose attività che ciascuno di voi propone.

      Il segreto: stabilire relazioni con l'ecosistema. Si fa così.

      Una amministrazione pubblica può fare molto, in tutto questo scenario.

      Può sostenere. Può certificare. Può facilitare. Può dare spazi e tempi. Può stabilire politiche. Può stabilire framework di intervento. Può fare tantissime cose.

      Incluso il dare risorse a quelle organizzazioni che effettivamente stabiliscono relazioni sul territorio. Che non siano semplici "emettitori", ma che siano parte delle comunità, e che con le comunità creino cultura e trasformazione.

      Queste cose ce le siamo dette con moltissime persone ieri. E ne sono contentissimo.

      Io penso che possiamo andare oltre:

      condividere i nostri progetti e proposte con strumenti adatti, per cui rimangano anche accessibili, visibili, commentabili e discutibili a tutti (basta tirare su un blog, o un ideascale o qualcosa del genere, o anche qui su Facebook)

      e, soprattutto, imparare a guardare l'ecosistema e a viverci dentro, stabilendo relazioni.»

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    2. Ciao Salvatore,
      interessanti le tue considerazioni (qui)

      Mi ricorda questo rapporto sulle interazioni web Italiane di qualche anno fa:

      «Da Anthony Hamelle di Linkfluence è arrivato uno studio molto interessante sulla “eurosfera”, la nuvola di contenuti e link del continente, per il momento limitata a quattro paesi: Germania, Olanda, Francia e Italia. Lo scopo era monitorare come le diverse blogosfere/infosfere nazionali si confrontassero vicendevolmente e soprattutto rispetto ai temi di attualità continentale. Particolarmente interessante è il caso italiano, che appare molto isolato, rinchiuso in se stesso, sostanzialmente disinteressato rispetto all’agenda dell’Unione e pesantemente incline alle opinioni personali piuttosto che alle analisi politiche. Da studiare il grafo sociale presentato». qui

      Tu dici bisogna imparare ad ascoltare per me che ho una deviazione 'urbana' bisogna disimparare l'arcitaliano (per semplificare un modo di dire l'arcIO) la nostra educazione sentimentale all'urbanità sia del web che fisica.

      Saluti,
      Salvatore D'Agostino

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  4. Inserisco due appunti tratti dall'articolo di Elena Giulia Rossi ’Ecosistemi e fruizione
    Le mappe di Persico e Iaconesi tra il locale e il globale’
    apparso l’8 novembre 2013 su doppiozero per offrire altri punti di riflessione.

    «Una volta guardavamo al dispositivo tecnologico come ad uno strumento magico, capace di traghettare verso mondi lontani, nuovi universi dove esistere e operare con identità ‘altre’, da dove ritornare una volta disconnessi. Oggi, da ‘oggetto’ la tecnologia si è trasformata in ‘condizione ambientale’, la respiriamo, la viviamo, è ormai registrata nei nostri codici genetici e si relaziona con noi in un rapporto simbiotico.
    […]
    I dati analizzati ad oggi sul quartiere del I Municipio hanno rilevato, tra le altre cose, la grande abbondanza di operatori e la loro scarsa interconnessione, così come la partecipazione agli eventi di un numero molto piccolo di cittadini rispetto alla quantità con cui questi sono prodotti.»

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