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21 novembre 2011

0005 [MEDIA CIVICO] L'heresphere di Hassan Bogdan Pautàs

di Salvatore D'Agostino 

Hassan Bogdan Pautàs vive a Torino attraverso il suo blog Torino Anni '10* registra gli umori della città percorrendo tre linee guida:
  • Introspezione: racconti urbani di fantasia.
  • Metaspezione: catturando frasi altrui scrive riflessioni intime.
  • Estrospezione: «è un’opinione personale su un fatto esplicito e documentato, manifestata secondo il dettato dell’articolo 21 della Costituzione della Repubblica Italiana»*.




Salvatore D'Agostino «Lo dico senza supponenza e con l’affetto e la preoccupazione di un cittadino che si ostina a sentirsi viaggiatore e non cliente».1
Inizio da questa citazione tratta dal libro di Polo Rumiz ’L’Italia in seconda classe’ per ricollegarmi a un tuo vecchio commento*: «[...] se si vuole capire un Paese forse è meglio viaggiare in seconda classe. Se la prima classe è finta, poi, direi che non ci sono dubbi: è proprio questo che ci serve».
Vorrei precisare che il mio viaggio in seconda classe attraverso le voci urbane del Web, riformulando la citazione di prima, vuole essere da cliente, «lo dico senza supponenza e con l’affetto e la preoccupazione di un cittadino che si ostina a sentirsi cliente e non viaggiatore», nella sua funzione di abitante, poiché Paolo Rumiz anche nel suo recente viaggio ‘Le case degli spiriti’* osserva tutto con gli occhi di un’umanità smarrita e non attraverso l’umanità che vive il presente.
Che ne pensi?
 


Hassan Bogdan Pautàs Io ripartirei da una scena del film Dopo Mezzanotte, di Davide Ferrario (2004)*:


Siamo a Torino, nell'abbandono del quartiere operaio di Falchera. La saggezza popolare del cugino del protagonista, un immigrato meridionale à la Mimì Metallurgico, tratteggia scarnificando l'essenza del cinema:
«Un lato reale, però non è nudo e crudo. Praticamente loro te lo vestono, e lo rivestono, in modo che tu quando vedi quella cosa la vedi come loro vogliono che tu lo [sic] dovresti vedere».
Viviamo in un Paese in cui la rappresentazione ha sostituito la realtà. È un vizio antico, dannunziano: è lo stesso che spinse centinaia di migliaia di giovani a morire sul Carso, così come lo racconta lo storico Mark Thompson nel suo 'The White War'.Poiché il cadornismo non è finito, noi abbiamo il dovere di riscoprire la realtà. Non credo, pertanto, che Paolo Rumiz sia alla ricerca di un autocompiacimento dell'abbandono. Piuttosto, ci si muove con la consapevolezza che è necessario contemplare le rovine postindustriali del Novecento per dare inizio al mondo nuovo. Insomma, se vogliamo restare nella metafora cinematografica, per disegnare il futuro ci serve una lanterna magica. Ed è inevitabile, come tu dici, che il viaggiatore diventi - o resti - un cliente: al pensiero della contemplazione deve seguire un'azione innovatrice. Il mercato del trasporto ferroviario è emblematico: oggi il Paese vero si muove sulla ferrovia tirrenica, saltando dal ritardo di un treno al guasto di un altro in una odissea di stoffe intrise di sudore e piscio lunga un giorno. Se poi un operatore privato smonta la rappresentazione inaccessibile dell'alta velocità appenninica offrendo con coraggio lo stesso servizio a condizioni migliori sul libero mercato, come nel caso eroico di Arenaways,* allora in nome del libero mercato stesso lo si strangola nella culla.

Luigi Einaudi, invece, si rivolterebbe nella tomba. E con lui i nostri sogni di un Paese migliore. Se alla composizione dei treni sostituisci il processo di selezione della classe dirigente, allora la fotografia dell'Italia esce dal film di propaganda ed entra nel vuoto culturale che incancrenisce l'orizzonte politico. La blogosfera è la nostra speranza, perché al momento rappresenta un raro ambito di concorrenza pressoché perfetta nel locale mercato delle idee; ma lo è nella misura in cui al lirismo della compassione sa accompagnare una progettualità dirompente: siamo tutti alla ricerca delle nostre distruzioni creatrici. E le troveremo.

Condivido: «La blogosfera è la nostra speranza». Il termine blogosphere nasce il 10 settembre del 1999 grazie a Brad L. Graham che, in tono scherzoso, coniò questo neologismo sul suo blog. In realtà il termine cominciò ad essere usato dopo un commento informale di William Quick su Copykitten scritto il 5 gennaio del 2002.3 
Erano i tempi del cyberspace, ovvero di uno spazio immaginato e abitato diversamente da come l’intendiamo adesso, quasi un universo parallelo scollegato dalla realtà. Per questo motivo penso che il termine blogosfera sia ormai un po’ logoro perché la rete non è un aggregato di voci blog, forse sarebbe opportuno chiamarla infosfera, termine coniato da Luciano Floridi4 che riabilita la percezione iniziale di Tim Berners-Lee5:

«What's out there?
Pointers to the world's online information».
Che cosa c’è la fuori? 
Le informazioni online del mondo. 

Ma anche infosfera è limitato, poiché non sempre chi scrive in rete produce ‘informazioni’ e spesso si limita alla sua 'iosfera'. La iosfera deprecata dai 'critici autoriali’ della rete per me resta un bacino d’indagine stimolante, anche nelle sue derive da Wannabe o nelle trasposizioni in rete degli speaker's corner, però è vero, sovente l'iosfera conserva un carattere infantile, da 'egocalisse’, secondo la definizione coniata da Tiziano Scarpa6 e forse anche a ragione, ma l’ipotetica 'narrosfera' auspicata da Scarpa risulterebbe troppo sofisticata e poco veritiera. 

Il termine giusto potrebbe essere la 'iosonoquisfera' eliminando l’io e il sono, per evitare la deriva egocentrica, la chiamerei 'quisfera'. Poiché i moti attuali nel mondo siano essi positivi, vedi ‘la primavera araba’, gli indignados in Spagna, gli studenti del Cile, le passeggiate degli applausi in Bielorussia* o negativi come le rivolte in Inghilterra, le persone che scendono per strada sembrano dire: «noi siamo qui, ci vogliamo restare ma c’è qualcosa che non va con i nostri governanti o la nostra quotidianità». 
Qui, non nel cyberspazio o nella blogosfera, qui in una piazza o strada reale con gente che usa la rete per incontrarsi. Poiché più che lo spauracchio dell'omologante globalizzazione la rete ci sta offrendo una visione inclusiva e reale del nostro intorno: io sono qui e la sfera ‘umana’, ‘politica’ e ‘sociale’ spesso è da migliorare. 
Quisfera comprenderebbe tutte le voci della rete da facebook, twitter, blog, siti d’informazione e anche la vecchia second life (il titolare dell’avatar è pur sempre un umano che vive qui con noi).
Inoltre sarebbe interessante la traduzione in inglese di quisfera: heresphere, here -sp- here.7 

Che ne pensi?

Io credo che noi stiamo assistendo ad un fenomeno fisico, secondo il principio di azione-reazione. Ormai non si tratta soltanto del fatto che — come forse direbbe Ronald Inglehart8  — le coorti di età più post-materialiste muovono ovunque i loro passi per affermare principi e valori nuovi. Paradossalmente, è come se le generazioni televisive facessero ora perno sulle generazioni post-televisive per reagire e liberarsi dall'azione omologante dei processi che hanno subito per tutta la vita. Abbiamo trascorso gli ultimi trent'anni davanti a uno schermo, nei supermercati e negli stadi. La cornice unificante di questi fenomeni, di fatto, era rappresentata da una solitudine priva di luogo: guardavamo tutti gli stessi programmi, compravamo tutti gli stessi vestiti e tifavamo tutti per le stesse squadre. Nel frattempo, in Italia, la monocultura americana e la telegenicità calcistica della politica fissavano i confini di un rigido sistema di controllo sociale.
È nelle periferie — una sorta di astorico non-luogo — che questo processo, portato alle sue estreme conseguenze, ha prodotto i significati più densi. Tutto ciò ha inizio prima di Internet, e fuori dalla Rete. Se penso alla mia città, in particolare, è proprio nella dimensione più anonima di quartieri come Mirafiori, le Vallette o Falchera stessa che ritrovo le ragioni del cambiamento. Ancora oggi, l'orizzonte di riferimento per la maggior parte dei giovani che vi vivono è costituito da una dimensione massificata e alienante: le 'vasche' in centro al sabato, il bar di periferia in cui guardare la partita, i centri commerciali di cartapesta disseminati lungo la tangenziale. Eppure, è proprio l'incoercibile specificità culturale di questi non-luoghi a ribellarsi a se stessa, a partire dalla lingua. In un misto di meridionale-nordico e di settentrionale-spurio, sempre più viziato da echi maghrebini e balcanici, oggi fioriscono resistenze culturali un tempo inimmaginabili. 

Ricordo, ad esempio, che durante le Olimpiadi del 2006 i giovani della periferia venivano finalmente allo scoperto riconquistando il centro della Città. Sai cosa gridavano, Salvatore? "Roma provincia, Torino capitale". Erano certamente fenomeni infantili, ascrivibili magari al concetto stesso di 'egocalisse'. Eppure, io oggi non posso non vedervi che un tentativo maldestro di riscattare la specificità anti-identitaria dei non-luoghi in cui quei giovani, e noi con loro, siamo sempre vissuti. Quelle parole sono come i colori che nei paesi dell'Est vengono disperatamente colati sui palazzoni di cemento del passato sovietico, per cercare di distinguere lo stabile 34 dallo stabile 27 dello stesso monotono e decrepito quartiere. Internet, dai primi blog alle più modaiole reti sociali, non è la causa: è semplicemente il catalizzatore di questi istinti.

Uno dei tratti distintivi della Rivoluzione Francese fu il proliferare della carta stampata: ogni giorno aprivano e chiudevano nuovi giornali. Non si trattava certo di ipertesti o reti sociali, ma l'immobilismo dell'ancien régime trovava finalmente nella tecnologia dei caratteri mobili di piombo un temibile nemico. Oggi, d'incanto, è come se i princìpi affermati da John Stuart Mill nell'Ottocento inglese trovassero nella Rete un ecosistema di anticorpi in grado di imporli: 
«If all mankind minus one, were of one opinion, and only one person were of the contrary opinion, mankind would be no more justified in silencing that one person, than he, if he had the power, would be justified in silencing mankind. [...] But the peculiar evil of silencing the expression of an opinion is, that it is robbing the human race; posterity as well as the existing generation; those who dissent from the opinion, still more than those who hold it».9 
Ti faccio un esempio fresco: io non so più se sia giusto o meno costruire il Tav Torino-Lione, ma credo che il dibattito politico nato attorno a questo tema sia incredibilmente importante in termini di progresso democratico. La robustezza di questa discussione, nel lungo termine, non potrà che mettere nell'angolo sia i tiratori di pietre sia gli alfieri del manganello facile. Perché quando tu vedi con i tuoi occhi docenti universitari discutere animatamente con vecchi partigiani e operai immigrati, allora significa che un intero Paese, a partire da una piccola valle, sfruttando la forza della Rete si sta rimettendo in piedi.

È evidente che dalle parole dei primi apostoli dell'ipertesto10 ai precorritori del web, da Ted Nelson a Tim Berners-Lee, il sistema dei media ha completamente ridefinito i suoi spazi. Probabilmente, proprio perché siamo cresciuti nell'era televisiva, noi lo abbiamo sempre guardato attraverso un prisma rovesciato, a cui riuscivamo a ribellarci solo curiosando fra i circuiti stampati degli home-computer e nelle pagine delle costose riviste californiane. Ma la semplicità con cui ora il nuovo paradigma si dipana è disarmante: oggi io posso guardare in streaming, su Democracy Now, un'intervista all'ex braccio destro di Colin Powell che commenta il libro autobiografico di Dick Cheney, appena pubblicato.*  
Se poi sono colpito dal fatto che l'ex Vice Presidente USA difenda il water-boarding come qualcosa di necessario e che rifarebbe, posso twittare in italiano il mio sdegno per quanto ho sentito. Che effetto farà? Poco, se considero che soltanto dieci fra i miei cento follower lo leggeranno e magari uno soltanto, forse, lo ritwitterà. Ma io non lo faccio per ottenere qualcosa, lo faccio perché ne sento il bisogno. Il punto è che ogni tanto, fra un 'Retweet' ed un 'I like', alcuni temi diventano scottanti e ridefiniscono l'agenda politica di un Paese. All'improvviso, è come se gli speaker's corner avessero una eco selettiva, collettiva ed estremamente impersonale: che accadrebbe, infatti, se il paradigma col tempo si dimostrasse così robusto da liberarci anche degli antichi tribuni della plebe? Il libero mercato delle idee vagheggiato da Stuart Mill trionferebbe forse sull'oligopolio populista dei caudillos?

Insomma, per chiudere una risposta lunghissima alla tua non "troppo lunga" domanda, il concetto di quisfera - o meglio ancora heresphere - pare anche a me quello più appropriato. Il dilemma fra introspezione ed estrospezione, del resto, rimane ineludibile: per ricordarcelo, basterebbe questo squarcio pasoliniano visibile su YouTube:

A dirtela tutta, io immagino uomini di altri secoli che, camminando lungo le strade di una città, la tocchino pietra per pietra riuscendo a ricostruirne un dagherrotipo impersonale, avvolti dalla nebbia decadente di scritti insignificanti, giustapposti e anonimi. Del resto 'Le lezioni americane', in cui Italo Calvino sogna un'opera prodotta fuori dal self, non prefigurano forse la Rete stessa?

Mi viene così da risponderti con la voce di Jorge Luis Borges: 
«Credevo di miscredere nella letteratura, e mi sono lasciato trascinare dalla tentazione di mettere insieme queste sue particelle. Mi assolvono due ragioni. Una è la democratica superstizione che postula meriti speciali in qualsiasi opera anonima, come se tutti insieme sapessimo quello che non sa nessuno, come se l'intelligenza fosse nervosa e operasse meglio quando non viene sorvegliata. L'altra è la facilità di giudicare ciò che è breve. Ci duole ammettere che la nostra opinione di una frase possa non essere quella definitiva. Ci affidiamo alle frasi, visto che non crediamo ai capitoli».11
Qual è il senso del sottotitolo di Torino Anni '10: Il delirio postindustriale di Hassan Bogdan Pautàs?

Un testo nasce sempre dal suo contesto: credo che i primi vagiti di questo blog siano cominciati nel ‘98, quando mi ritrovai a vivere per una decina di mesi a San Salvario, che insieme a Porta Palazzo è oggi il quartiere simbolo dell’immigrazione extracomunitaria a Torino. L’incrocio in cui abitavo era condiviso da un sexy shop, da un bar mal frequentato e da un dormitorio per senza tetto; nell’unico angolo vuoto ciondolavano giorno e notte gli spacciatori. Là, perso fra prostitute, tossicodipendenti ed alcolisti, credo di aver cominciato a mettere insieme le macerie delle fabbriche abbandonate: le immense distese di ferro e cemento nei cui interstizi ero cresciuto; spazi ricolmi di memorie solitarie, contrastate soltanto dall’immagine precoce del Lingotto ridisegnato da Renzo Piano negli anni ‘80.
È giusto che la storia cominci da lì, dallo stabilimento in cui negli anni ‘20 gli operai si ribellavano alla metrica spietata dei cronometristi lungo le catene di montaggio: la Rivoluzione Liberale di Piero Gobetti incontrava L’Ordine Nuovo di Antonio Gramsci. Torino è in primo luogo questo, una città di innovatori insofferenti verso la mediocrità del pensiero unico. Per ritrovarne le tracce è sufficiente restare sul crinale di San Salvario, e osservare da lì gli uffici della SNIA Viscosa fatti edificare nel ‘28 da Riccardo Gualino.*


Quel palazzo è una sorta di cerniera razionalista fra il vecchio ghetto e la nuova sinagoga. Poco più in là, oltre la ferrovia, stava la casa di Natalia Levi Ginzburg, in cui Adriano Olivetti nel ‘26 nascose Filippo Turati per farlo scappare in Francia con Sandro Pertini, con l’aiuto di Ferruccio Parri e di Carlo Rosselli. Ed è sempre lì attorno, dalla stazione di Porta Nuova, che dal gennaio del ‘44 partirono i primi vagoni piombati per i campi di concentramento nazisti. La città di Primo Levi reca ancora oggi i segni tumefatti delle torture subite alla Carceri Nuove da Emanuele Artom e da coloro che insieme a lui ebbero la sventura di passare sotto le mani dei carnefici fascisti nell’Albergo Nazionale e nell’attuale Palazzo Campana.

La Torino in cui io credo fermamente è quella delle lapidi della Resistenza. Alla fine del Novecento gli stabilimenti delle Ferriere e della Savigliano, fra Madonna di Campagna e Borgo Vittoria, erano ormai un lugubre dormitorio per immigrati clandestini, in attesa che una lunga colata di cemento le sostituisse o le soffocasse. Nessuno, di fatto, ricordava più che da quelle stesse fabbriche il 25 aprile del ‘45 era cominciata la Liberazione della Città. Ormai, anche i muri del palazzo di via Biancamano in cui Giulio Einaudi, Cesare Pavese e Italo Calvino avevano eternamente discusso di letteratura non appartenevano più a Torino. L’anima storica della città, tuttavia, era rimasta integra: si era cristallizzata in via Parini, nelle aule del Liceo Classico Massimo D’Azeglio, dove avevano studiato ed erano diventati amici uomini come Vittorio Foa, Leone Ginzburg e Giorgio Agosti. 

Negli anni ‘90 la coscienza del seme azionista era ancora viva nelle pagine della Stampa diretta da Ezio Mauro, attorno al cui tavolo sedevano Norberto Bobbio e Alessandro Galante Garrone. Era da quelle pagine di inchiostro che i figli degli operai - come me - cercavano di immaginare il futuro della città fabbrica, trascinandosi appresso gli scatti in bianco e nero dei cadaveri delle Brigate Rosse e di Prima Linea, insieme alle istantanee luminose del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e del giudice Gian Carlo Caselli. Eravamo cresciuti nelle periferie che il sindaco comunista Diego Novelli aveva saputo rimettere in sesto negli anni di piombo, prima di cadere perché aveva avuto l’onestà e il coraggio di denunciare alla Magistratura le tangenti dei craxiani, che ormai di socialista non avevano che il nome. Finito Craxi, a noi toccava in quegli anni un destino beffardo: vedere la città invasa dalla retorica populista e razzista di Forza Italia e della Lega Nord. 

Erano anni decisivi, in cui si sarebbe dovuto riconvertire il sistema industriale locale nel segno della conoscenza. Il sociologo Luciano Gallino,* profeta umile e integerrimo di questo cambiamento, rimase inascoltato. E a non ascoltarlo non furono soltanto i governi di Destra e di Sinistra, a Roma, ma anche e soprattutto le amministrazioni locali di Centro Sinistra che con alterne vicende regnano sulla città dei Savoia dal 1993. In questi anni, nonostante il difficile travaglio della FIAT e del suo indotto, Torino ha fatto significativi progressi nel campo della cultura, del turismo e dei trasporti urbani: tutti noi siamo fieri delle Olimpiadi del 2006 e dell’orgoglio patriottico con cui abbiamo festeggiato i 150 anni delll’Unità d’Italia. Ma di queste cose campano in pochi: la Torino di oggi è un circolo chiuso.

A Nord del centro ripulito e invaso dai turisti francesi, oltre la voragine di Corso Regina Margherita, si stende un arco di cemento colmo di desolazione e noia. Mentre 50 mila rumeni (i Bogdan) e 40 mila marocchini (gli Hassan) ricattati dal subaffitto hanno trovato posto nelle vecchie case di Porta Palazzo, Barriera Milano e Borgo Vittoria, operai e impiegati (i Pautasso, ma anche gli Esposito o i Furlan) si sono ricollocati nelle torri di cemento nate attorno ai centri commerciali costruiti sulle spoglie di quelle stesse fabbriche: il Piano Regolatore della Città è stato devastato da centinaia di varianti. Torino è tuttora cinta da una coltre di fumi industriali, orti abusivi e immondizie, mentre i grandi viali che convergono nel centro sono frastagliati di prostitute slave e nigeriane, marmitte rotte e chioschi di panini. Ciò che abbiamo potuto capire, da cittadini che leggono, studiano e camminano nelle vie della città, è che non esiste un vero progetto di sviluppo urbano: la logica che muove il sistema è il consumo di territorio finalizzato alla raccolta degli oneri di urbanizzazione, unico mezzo per fronteggiare il dissesto delle finanze locali provocato dai tagli liberticidi della corte berlusconiana.

Ecco, io scrivo qui. Ma non sono importanti le cose che scrivo. Io sono soltanto uno dei molti che dopo le elezioni politiche del 2008 hanno spento la televisione. Lo abbiamo fatto perché sentivamo che il problema, prima ancora che economico e politico, era culturale. Abbiamo sentito un incoercibile bisogno di riappropriazione. Abbiamo smesso di consumare una cultura fradicia per ricominciare a produrre qualcosa di nostro, dal basso. Abbiamo seguito l’esempio degli uomini dei boschi di Fahrenheit 451. Credo di averne preso davvero coscienza solo con un commento che un giorno mi scrisse rem: 
«uscire dai propri desideri meschini è salutare, dovremmo dedicarci cinque minuti al giorno per resettare il nostro essere, un po’ come rimettere in orario l’orologio».*

Insomma, io non so quale sia il senso di Torino Anni ‘10, ma so dove cercarlo. Affiora di notte in locali che si chiamano Hiroshima Mon Amour,* Cafè Liber,* Caffè Basaglia,* Spazio 211,* Officine Corsare,* Manhattan e Da Giau.* Si consuma in luoghi densi di piogge semantiche, come i Docks Dora,* i Murazzi* e il Balon.* Ha il sapore del jazz, del teatro e dell’arte contemporanea. È negli occhi dei cinesi di tutti i continenti che studiano al Politecnico, nella voce degli studenti meridionali di Palazzo Nuovo. Corre sulle note techno pop dei Subsonica,* nell’alternative metal dei Linea 77* e nel folk di Matteo Castellano.* Si nasconde fra le onde interrotte di Radio Flash* e di Border Radio.* Sprofonda nei tag di Nuova Società,* dello Spiffero* e di Quotidiano Piemontese.*
È un dialogo bellissimo con persone che non ho mai guardato negli occhi, che hanno idee diverse dalle mie ma le rispettano: la San Salvario oggi rinata di Alex Porro* e Sun Salvario Views;* le fotografie urbane di Fabrizio Zanelli,* e i ritratti di Massimo _ankor;* le riflessioni intime di Luce su Patè d’Animo* e di Rouge su Cronache Tauriniche;* la street art di Dario Ujetto su Madness Wall.* E poi c’è la politica online, con cui ho un rapporto franco e interlocutorio: Vittorio Bertola* e Marco Addonisio.* E, insieme a loro, tutte le persone dimenticate e quelle in cui non mi sono ancora imbattuto.

Torino Anni ‘10 è soltanto una delle ennesime versioni, sotto forma di un delirio incastonato in cento parole al giorno, di quel “patto offensivo e difensivo con la verità” che Ignazio Silone - sull’esempio di Julius Hay - si riprometteva all’indomani dell’Insurrezione di Budapest del ‘56, condannando l’ipocrisia della nomenklatura comunista:
«Bisogna anzitutto riconciliarsi con la verità e stabilire un rapporto diretto con essa. Rinunziare, una volta per sempre, agli intermediari. Rinunziare a quelli che ci ordinano quando dobbiamo aprire gli occhi e quando dobbiamo chiuderli e che cosa dobbiamo pensare. Forse è questo, dopo la lezione ungherese, il dovere più importante [...]. Dobbiamo apprendere dal popolo le sue verità, anche quelle nascoste, e fargli conoscere le nostre».12
Vorrei concludere questo dialogo citando un'altra volta rem: 
«volevo solo dirti che leggere le tue parole, sia quando sono sincopate ed emotivamente violente sul tuo blog, sia quando sono così pacate e riflessive come in questi tuoi commenti, ha per me un effetto equiparabile all'aria che entra in una stanza chiusa troppo a lungo (che poi è il mio cervello)».*
Vedi, io credo che la stanza chiusa sia in realtà uno scompartimento del treno su cui tu, rem ed io - e molti altri con noi - ci siamo messi in cammino. È un viaggio lungo, in cui si possono condividere il pane e il formaggio. Il dialogo, probabilmente, comincia perché mentre rem sta cercando di aprire un finestrino rotto, io sto leggendo un brano della prefazione di Carlo Olmo e Antonio De Rossi a Torino contemporanea - Guida alle architetture13, in cui Torino è descritta come una "città segnata dall'elaborazione di un lutto - i suoi vuoti industriali - cui dare risposte vitaliste e perciò spesso quantitative; città che ha saputo avviare, prima in Italia, una riflessione sulla qualità urbana e sulle sue complesse e contraddittorie pratiche". Diciamo che sfogliando le cento schede fotografiche di questa splendida guida io riscopro con soddisfazione quanto di buono, nonostante tutto, l'architettura ha saputo fare nella mia città; ma poi alzo la testa, guardo nei tuoi occhi e ti chiedo di aiutarmi a capire il senso di questa frase:
«La Torino pre e post-olimpica offre in realtà poco spazio alle generazioni dei trenta e quarantenni. L'architettura della città è monopolio di pochi studi, estranei quasi interamente all'attenzione per la morfologia, come alla curiosità per le mode europee, anche se in questi ultimissimi anni casi (per ora sporadici) di ricerche architettoniche che coniugano valori sociali ormai condivisi (almeno retoricamente) e ricerca progettuale non ridotta a citazione e allusioni, cominciano a vedersi in città».
E così, per un attimo, profanando il tempio dell'architettura con i piedi sporchi della mia ignoranza, io riesco a non pensare che in questo stesso istante la nostra Repubblica vive uno dei momenti più difficili della sua Storia. A questo punto rem si gira, e sorride; perché quel dannato finestrino non solo è riuscito ad aprirlo, ma lo ha anche rimesso a posto. E allora, mentre il treno muove verso Sud sferragliando nel buio di un tunnel, tu bevi un sorso di vino ed evocando la scena iniziale di Santa Maradona (Marco Ponti, 2001) cominci a raccontare dei suoi Architetti Senza Tetto*.


21 novembre 2011
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Note:
1 Paolo Rumiz, L’Italia in seconda classe, Feltrinelli, Milano, 2009, p. 9. 
2 Mark Thompson, The White War. Life and Death on the Italian Front 1915-1919, Faber and Faber, London, 2008.  
ho provato a raccontare questa storia in questo post: Salvatore D'Agostino, 0026 [MONDOBLOG] La storia del blog e una storia blog Elmanco, Wilfing Architettura, 2 febbraio 2010.* 
4 Giorgio Fontana, In viaggio con il padre dell'infosfera, Il sole 24 ore, 20 maggio 2010.* 
5 Paul E. Ceruzzi, Storia dell’informatica, Apogeo, Milano, 2003 
6 Tiziano Scarpa, Egocalisse, Il primo amore, 18 aprile 2007. * 
7 Durante il nostro mail dialogo Hassan mi ha scritto questo P.S.: «La tua teoria dell'heresphere funziona a meraviglia. Con molto stupore, qualche giorno fa ho saputo grazie a una giornalista danese che un mio post sulla manifestazione di Roma del 15 ottobre* era stato ripreso dal Time.* Viviamo in un mondo disintermediato, di cui siamo i segnaposto geroreferenziati: lanciamo eco nelle reti sociali per riscoprire la voglia di incontrarci in carne ed ossa. E' una grande responsabilità, ma ci impedisce di scivolare nella società degli apoti. Ne sto prendendo coscienza grazie a te». 
8 Ronald Inglehart, Culture Shift in Advanced Industrial Society, Princeton University Press, Princeton, 1990. 
9 «Se tutti gli uomini tranne uno fossero della stessa opinione, e solamente una persona fosse di opinione contraria, l'umanità non avrebbe diritto a tacitare questa persona, più di quanto ne avrebbe quest'ultima di ridurre al silenzio l'intera umanità, qualora avesse il potere di farlo. [...] Ma impedire l'espressione di un'opinione è un delitto particolare, in quanto significa derubare l'intera umanità, tanto i posteri quanto la generazione esistente, coloro che dissentono da essa ancor di più di coloro che la condividono».
John Stuart Mill, On Liberty, 1959 (Sulla libertà, Bompiani, Milano, 2000, a cura di Giovanni Mollica). 
10 Gianfranco Bettetini, Barbara Gasparini e Nicoletta Vittadini, Gli spazi dell'ipertesto, Bompiani, Milano, 1999. 
11 Jorge Luis Borges, Evaristo Carriego, Emece Editores, Buenos Aires, 1955 (Einaudi, Torino, 1999, a cura di Paolo Collo e Jaime Riera Rehren)
12 Ignazio Silone, "La lezione di Budapest", in Uscita di sicurezza, Vallecchi, Firenze, 1965
13 Urban Center Metropolitano, Torino contemporanea - Guida alle architetture, LIStLab, Trento-Roma, 2011

5 commenti:

  1. vi odio, tutti e due, mi avete fatto piangere.
    Appena smetto provo a elaborare qualche concetto.

    RispondiElimina
  2. Intanto un grazie ad Hassan per la citazione.
    Provo ad entrare a bomba nella discussione partendo dalla discussione sulla blogosfera. Sono fortemente convinto e lo vado ripetendo alla nausea che siamo di fronte ad un cambiamento epocale nel campo dell'informazione e mi viene facile rendermene conto perché è il campo in cui opero da quattro anni.
    Voglio citare il grande Victor Hugo che in Notre Dame de Paris fa dire all'arcivescovo Frollo "Il libro di carta distruggerà quello di pietra".
    Quel romanzo è ambientato in un Medioevo cupo ed oscuro in cui l'avvento della stampa viene visto più come minaccia che come risorsa. Fino a quel momento l'unico libro per l'umanità sono state le chiese traboccanti di simboli, icone, figure, mostri. La summa, lo scibile umano era spesso condensato in un solo portale di cattedrale. Era pochissimo ma bastava per soggiogare le masse, per aprirle all'unica conoscenza che potevano possedere.
    Il libro di carta, stampato e non vergato da pazienti amanuensi, si presentava come uno strumento capace di finire nelle mani di chiunque, del nobile come dell'ultimo degli scalpellini. In un libro di carta stavano molte più cose che in quello di pietra.
    Ecco credo che oggi, ovviamente in misura e forma diverse, stiamo assistendo alla stessa evoluzione.
    Il blog, l'ebook, i social network distruggeranno la carta stampata che non ha saputo innovarsi, che non ha saputo rispondere alle esigenze per ovvi limiti strutturali. Quando i giornali vanno in stampa le notizie sono già vecchie. L'informazione vera passa da Twitter, da Facebook, dai blog.
    Apri, leggi, selezioni i contenuti che ti interessano, li rinvii nella rete perché qualcuno li raccolga e li diffonda o semplicemente perché rappresentano ciò che pensi, credi, senti.

    I social media sono sempre più difficilmente controllabili. I giornali possono anche dirti che in piazza Tahrir non scoppia nemmeno un petardo, i tweet di chi vive la battaglia ti raccontano la verità, arrivano diretti come un pugno nello stomaco, senza censure, senza filtri, senza che il giornalista o l’editore ti dicano quello che devi pensare.
    In uno dei miei commenti ai post di Hassan ho detto che secondo me i giornali sono destinati a scomparire nel breve volgere di una decina d’anni, anno più anno meno.
    Non ha senso ribellarsi, non ha senso fermare il progresso che bussa alle porte. Andiamo verso un’epoca dove a fare informazione non saranno più solo elite di giornalisti formati nelle università o fregiati di costosissimi quanto inutili master ma in cui sempre più prenderà piede il cosiddetto citizen journalism. Alla vecchia casta dell’informazione non resta che adeguarsi o scomparire, fagocitata dall’avanzare di un progresso che sta sconfessando i rigidi canoni secondo cui si muove la carta stampata.
    In questo senso il concetto di Quisfera ha pienamente senso sebbene non sconfesserei del tutto l’Iosfera non intesa come entità egocentrista. A ben pensarci la Quisfera è fatta da innumerevoli Iosfere che raccontano Quisfere piccolissime,microscopiche e che contribuiscono a formare la Quisfera macroscopica. E’ un po’ contorto ma la vedo così.

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  3. carissimi tutti, prima di tutto devo dire che siete assolutamente PAZZI a inserire le mie banali frasi tra citazioni di cotanti pensatori eccelsi (quando rileggo il pensiero di Mills vengo colto da una vera e propria vertigine, come sull'orlo di una profondità incredibile), per cui, se mai esistesse il peccato di eresia citazionista voi l'avete compiuto e non basterà leggere per 100 volte l'Aleph borgesiano per emendare la colpa.
    Poi, che dire, ogni volta che vi leggo scopro cose nuove, imparo col piacere che si prova quando un amico racconta le sue personali scoperte del mondo, è un piacere unico ma anche un dispiacere perché mi riporta alla mia merdinità intellettuale. Ma non fa niente, è uno sprone a studiare.
    Veniamo a un punto che mi sembra importante: sia in Salvatore che in HBP (finalmente ho capito da dove arriva il tuo pseudonimo) vedo il desiderio e la voglia di usare il proprio sapere e la propria intelligenza, coltivata negli studi, per capire e raccontare la realtà, momento fondamentale per poter creare i presupposti di un agire che è prima di tutto personale e poi condiviso.
    Per troppo tempo abbiamo creduto (perché ce l'hanno voluto far credere)che studiare e informarsi fosse inutile, sterile, non produttivo.
    In questo sono d'accordo con HBP e rilancio, non solo dobbiamo diventare giornalisti per andare a cercare la realtà dimenticata dai media ma anche scrittori, fotografi, muratori, ciclisti, filosofi, architetti, grafici, prostitute e netturbini, qualsiasi cosa ci renda umani smaniosi di umanità. In questo la rete, chiamatela come volete (se qualcuno aggiunge un'altra sfera alle n-sfere già nominate giuro che lo abbandono sul ciglio di un'autostrada informatica e poi so' cazzi suoi per ritornare a casa) io la vedo come uno spazio libero in cui allenarsi: a immaginarsi diversi da quello che si è (magari migliori), a dialogare e a confrontarsi con gli altri, a sperimentare ipotesi, a lanciare provocazioni.
    Bene, ho già promesso a Salvatore che un giorno passeggeremo chiacchierando su e giù per le montagne siciliane, ora non vedo l'ora di essere portato tra locali, concerti e bar malfamati a scoprire una Torino da mille e una notte.

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  4. Alessandro Porro,
    inizio con un’epigrafe: «Please accept my resignation. I don't care to belong to any club that will have me as a member». (Groucho Marx)

    Io credo che sia finito il tempo dell’informazione elitaria, poiché il Web sta cambiando il rapporto di scala con l’informazione.
    Da un’ipotetica scala 1:10.000 cioè un informatore ‘professionista’ su diecimila a una scala 1:1 vedi i video amatoriali caricati sul Web e i passaggi in TV (sull’inondazione siciliana di qualche giorno fa).

    HERESPHERE

    La scala 1:1 - ahimè - t’impedisce di selezionare e ti spara la realtà in faccia.

    Per questo motivo condivido il tuo pensiero: «In questo senso il concetto di Quisfera ha pienamente senso sebbene non sconfesserei del tutto l’Iosfera non intesa come entità egocentrista. A ben pensarci la Quisfera è fatta da innumerevoli Iosfere che raccontano Quisfere piccolissime,microscopiche e che contribuiscono a formare la Quisfera macroscopica».

    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  5. REM,
    sottolineo tre passaggi.
    CITAZIONE
    Nessun uso ‘post moderno’ della citazione ma sociale: Eco, HBP e Ferraris dicono che…
    REALTA’
    «vedo il desiderio e la voglia di usare il proprio sapere e la propria intelligenza, coltivata negli studi, per capire e raccontare la realtà, momento fondamentale per creare i presupposti di un agire che è prima di tutto personale e poi condiviso».
    Ma non solo, aggiungo la conoscenza ‘pedestre’, ovvero l’andare a zonzo; necessaria per distinguere l’urbanità Web da quella fisica.
    SPHERE
    Nessuna ansia da neo tag; odio i neologismi ‘fighi’.

    Ti aspetto,
    Salvatore D’Agostino

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