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17 dicembre 2010

0003 [POINTS DE VUE] Simona Caleo | Beirut was beautiful

di Simona Caleo 

“Beirut was beautiful”.  Inizia così la presentazione di Save Beirut Heritage, gruppo affiliato ad APSAD, l’associazione per la protezione dei siti naturali e dei vecchi edifici in Libano. Il 25 settembre hanno sfilato per le strade di Achrafieh e Gemmayze per protestare contro l’inarrestabile distruzione del patrimonio architettonico dei due quartieri storici: almeno 400 delle 1200 case della zona sono state buttate giù per far spazio ai condomini di una decina di piani e alle torri residenziali stile Dubai, in grado di contenere una allettante quantità di appartamenti di lusso. Siamo intorno a un milione di dollari l’uno e a nessuno interessa restaurare vecchie dimore ottomane di pochi piani che in confronto renderebbero cifre irrisorie.
I cantieri, a Beirut, non sono certo una novità, fa specie però che sorgano, e a un ritmo frenetico,  nelle poche aree dove la guerra non ha lasciato grandi vuoti e ferite, per cancellare la storia. “History is what used to be”,  ricordano i dimostranti. “Then come the sharks”.





17 novembre 2010
Intersezioni ---> POINTS DE VUE

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Fotografie e nota iniziale di Simona Caleo: giornalista e fotografa freelance di base a Roma. Collabora con l'agenzia OtN e con il sito dell'Espresso. Ha collaborato con il World Food Programme e l'Unicef e pubblicato sui principali quotidiani e magazine italiani.

Per Wilfing Architettura ha posto una domanda a Luca Molinari curatore del padiglione italiano della Biennale di Venezia 2010. qui 

4 commenti:

  1. Sarà un'altra cultura, avranno una diversa percezione del passato, ma distruggere sistematicamente per far spazio ad un nuovo alieno, non può fare del bene. Che sia la guerra, che sia la speculazione edilizia, è sempre l'uomo che uccide se stesso prima che lo faccia qualcuno o qualcos'altro.

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  2. Francesco,
    prima o poi pubblicherò un bel saggio di Leslie Sklair dal titolo ‘La classe capitalistica e l’architettura contemporanea nelle città globali’ apparso du Lotus n. 138.
    Ti cito l’incipit:«In un precedente articolo sostenevo che una delle conseguenze della globalizzazione capitalistica è la trasformazione della produzione, del mercato e della ricezione dell’architettura iconica. La questione centrale affrontata era dunque il rapporto tra l’iconicità e l’impatto della globalizzazione capitalistica.
    Per architettura iconica si intendono gli edifici e gli spazi che sono famosi per gli architetti e/o per il pubblico in generale e rivestono una particolare importanza simbolico/estetica. In questo senso possono essere iconici anche gli stessi architetti.
    Nell’articolo, inoltre, introducevo le distinzioni tra icone professionali e pubbliche, tra icone locali, nazionali e globali e tra icone storiche e contemporanee. La trattazione si collocava nell’ambito di una tesi diacronica secondo cui nell’era pre-globale (all’incirca il periodo precedente gli anni Cinquanta) la maggior parte dell’architettura iconica era spinta dagli interessi dello stato e/o della religione, mentre nell’era della globalizzazione capitalistica la forza dominante che guida l’architettura iconica è la classe capitalistica transnazionale».
    Ti passo il link dell’articolo citato: http://pdfserve.informaworld.com/679000__745938141.pdf

    La forza di questi fenomeni di gentrification, risiede nella necessità di un’interazione globale di questa classe capitalistica.
    Beriut per i finanziatori di quest’operazione immobiliare deve diventare un interlocutore globale. Poiché la Beriut di ora non è transnazionale.
    Serve una riflessione più ampia, sui processi positivi/negativi, di questa globalizzazione.

    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  3. Il link non funziona.

    Di qualcosa di molto simile ne parlava profeticamente Pasolini in "Le mura di San'a". Non corro dietro al folkloristico o alla conservazione assoluta tout-court, ma "abbattere per far spazio" mi lascia quantomeno perplesso. Non conosco la zona, potrebbero veramente trovarsi dei tuguri o edilizie di scarso valore storico-architettonico (in fondo non è stato tutto raso al suolo), solo non vorrei che il desiderio di rimanere a galla in un mondo globale globalizzato, cancelli in modo sistematico certi segni lasciati dall'uomo nel corso dei secoli. Potrebbe anche risultare un fatto positivo considerando la storia recente del Libano e di Beirut in particolare (io, ad esempio, l'ho da sempre conosciuto in guerra) e che gli eventi degli ultimi due anni sembrano voltare verso una crescita positiva.

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  4. Francesco,
    questa Beirut non è costruita (momentaneamente) per i libanesi.
    Sarà un hub per la classe capitalistica transnazionale.
    Saranno i non luoghi (per scherzare con un termine nato logoro) per i libanesi ma un luogo per i cittadini del mondo.
    Come tutti ‘i non luoghi’ la manovalanza gestionale verrà affidata agli operai che abitano nella città intorno all’hub.
    Incidendo sull’identità del paese.
    Sono processi che difficilmente possono essere cambiati (ahimé) dal basso.
    Ripeto ahimé.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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