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21 marzo 2009

0029 [SPECULAZIONE] Gli architetti italiani contro i concorsi?

Pubblico l'editoriale di Francesco Dal Co, Gli architetti italiani contro i concorsi?, Casabella, n. 775, febbraio 2009, pp. 2-3.*




Gli architetti italiani contro i concorsi?
di Francesco Dal Co



   Nel numero 774 di «Casabella», in edicola il mese scorso, abbiamo fatto un cenno al tema del welfare, ritenendolo di attualità dato il progressivo acuirsi della crisi economica che da mesi attanaglia il mondo. Questo cenno fungeva da premessa alla constatazione del fatto che tra i provvedimenti che sarebbe auspicabile venissero presi per superare le attuali difficoltà, quelli volti a rilanciare l'attività edilizia e i programmi di riforma urbana e di potenziamento delle infrastrutture dovrebbero venire varati con particolare urgenza. Questa constatazione trova ogni giorno conferma e a quanto da essa consegue molti Governi dedicano non poche attenzioni. Anche il Governo italiano ha prospettato interventi a favore dell'edilizia, ma le crescenti proteste che si levano dalle Associazioni degli imprenditori, dai Sindacati e dalle Amministrazioni Locali denunciano che alle dichiarazioni di principio non hanno fatto seguito provvedimenti operativi. A queste lamentele è possibile vengano date rapide risposte politiche; non è facile crederlo ma è auspicabile (editoriale scritto prima della posposta del governo, il cosiddetto ‘Piano dell'edilizia’ ndr). Tuttavia, anche qualora il Governo italiano varasse provvedimenti organici per il rilancio delle attività edilizie, finalizzati alla realizzazione di opere destinate ad incidere a fondo sugli assetti urbani e territoriali del nostro Paese, ci troveremmo soltanto a metà del cammino che sarebbe auspicabile iniziare a percorrere. Accanto e insieme ai provvedimenti miranti a favorire la ripresa delle iniziative edilizie sarebbe infatti necessario porre mano a una profonda revisione delle leggi e delle norme che regolano tutto ciò che questa attività coinvolge. Attualmente in Italia questa attività è sottoposta ad un trattamento simile a quello che Procuste riservava alla sue vittime. Per uscire da questa situazione sarebbe necessario porre mano alla stesura di un nuovo Testo Unico per l'edilizia e gli appalti; in questa prospettiva sarebbe un significativo passo avanti sottoporre la "Legge Merloni" ad una drastica revisione. Da questa revisione trarrebbero vantaggio i soggetti che a vario titolo operano nel campo dell'edilizia, fatta eccezione per le società di ingegneria (così come oggi configurate) e gli studi legali che le affiancano.

   Una radicale opera di revisione legislativa, di snellimento normativo e di coordinamento degli indirizzi, gioverebbe anche agli architetti, come «Casabella» ha più volte sostenuto puntando l'indice sull'arretratezza che in Italia caratterizza l'organizzazione della loro professione. Tra l'altro, l'avvio di un simile processo potrebbe spingere la committenza a fare ricorso in maniera più capillare, come avviene nei più evoluti Paesi europei, allo strumento del concorso per l'assegnazione degli incarichi di progettazione. Ma se ciò accadesse, sarebbe necessario che al contempo gli architetti italiani si ponessero onestamente una serie di domande, iniziando col chiedersi se si ritengono preparati ad affrontare una simile, inedita prospettiva. Questa domanda non è frutto soltanto dei dubbi riguardanti il grado di preparazione degli architetti sui quali ci siamo in altre occasioni soffermati. Ciò di cui vogliamo ora parlare è una questione che precede questi dubbi e concerne la mentalità collettiva dei progettisti attivi in Italia e l'etica che guida i loro comportamenti individuali.

   Gli architetti italiani da tempo insistono nell'indicare nell'istituto del concorso uno strumento da privilegiare per raddrizzare le storture di cui soffre il loro lavoro, l'opacità dei comportamenti dei committenti pubblici e persino il malaffare che tormenta la professione (anche per questa ragione in questo e nei prossimi numeri «Casabella» dedica e dedicherà una speciale attenzione ad alcuni concorsi particolarmente significativi). Ma ciò detto: sino a che punto questi auspici condivisibili si accompagnano a comportamenti conseguenti, volti a riconoscere l'autorevolezza dell'istituto concorsuale e quindi a favorirne una utilizzazione sempre più diffusa? Se sarebbe opportuno che gli architetti si ponessero domande simili nell'affrontare anche i passaggi più pedissequi della loro attività professionale, non meno opportuno sarebbe porre un freno al diffondersi della falsa coscienza che giustifica comportamenti professionali censurabili e il dilagare della litigiosità.

   Poiché lo spazio non ci consente di andare oltre, dobbiamo limitarci per il momento ad alcune considerazioni riguardanti questo ultimo punto. Per farlo, una premessa è però necessaria: se l'istituto del concorso suscita attualmente tra i committenti un diffuso scetticismo, se il prestigio di cui gode è modesto, se la sua incidenza pratica è limitata ciò lo si deve anche e in buona misura agli architetti. In Italia i concorsi che vengono banditi senza che all'espletamento faccia seguito la presentazione di ricorsi da parte dei concorrenti non premiati si contano sulle dita di una mano. Questa ormai endemica litigiosità è un male da estirpare; per farlo sarebbe necessario che tutti coloro che hanno qualche ruolo in commedia si impegnassero a mutare le distorsioni da cui è afflitta la mentalità dei professionisti attivi nel nostro Paese.

   Per meglio chiarire ciò che motiva queste affermazioni, citeremo due esempi, ovviamente documentati. Due diverse città, una di piccole dimensioni, l'altra tra le più importanti del Paese; due problemi differenti, affrontati, in un caso, da una Amministrazione Comunale e nell'altro da una Società privata facendo ricorso a procedure concorsuali differenti, una aperta, l'altra basata sulla preventiva selezione di gruppi comprendenti professionisti di diversa formazione. Nel primo caso a una procedura semplice ha fatto seguito la formulazione da parte della giuria di un giudizio che nel rispetto delle prescrizioni e delle richieste del bando di concorso, ha mirato a comprendere come ciascun concorrente le abbia naturalmente interpretate (non è l'interpretare il compito, individuale in un caso collettivo nell'altro, che ogni progettista condivide con ogni giuria?).
Per maggior trasparenza, una volta terminati i lavori della giuria, l'Amministrazione banditrice ha informato i concorrenti che tutte le fasi del concorso sarebbero state rese pubbliche ed esposte al giudizio collettivo. Nonostante ciò, chi non ha ottenuto la vittoria ha presentato ricorso contro le decisioni assunte. Naturalmente ogni verdetto è opinabile, come lo sono tutte le decisioni prese democraticamente, ma proprio per questo sino a che punto è opportuno spingersi nel contestarlo? Questo punto non coincide forse con la linea al di là della quale l'esercizio di un diritto individuale nuoce agli interessi sociali e collettivi, ovvero a quelli degli architetti che più possono trarre vantaggio dalle opportunità che l'istituto del concorso offre ma di cui con pervicace continuità minano con i loro comportamenti l'autorevolezza e l'efficacia?

   Il secondo caso è soltanto apparentemente più complesso. L'ente banditore era un soggetto privato; dopo averli selezionati ha affidato a una decina di gruppi internazionali, retribuendoli, il compito di elaborare altrettanti progetti per il problema che intendeva risolvere. Allo scopo ha nominato una giuria, preoccupandosi che vi fossero rappresentate le competenze professionali che riteneva opportuno coinvolgere. Al termine dei lavori la giuria ha emesso un verdetto. Tra i gruppi selezionati ve ne era uno capeggiato da un noto architetto spagnolo, coadiuvato da uno studio italiano. Il progetto elaborato da questo gruppo non è risultato vincitore del concorso. Una volta conosciuto questo esito, il titolare dello studio italiano, evidentemente abituato a intrattenere altri tipi di rapporti in particolare con le amministrazioni pubbliche come attestano i curricula, ha presentato ricorso. Informato del fatto, il capogruppo, ossia l'architetto spagnolo, ha preso carta e penna e ha inviato una lettera all'ente banditore nella quale ha sostenuto più o meno questo: «quando partecipo a un concorso non è mio costume mettere in discussione le decisioni della giuria e non ho alcuna intenzione di iniziare a farlo ora». Data questa circostanza, il lavoro che il Tribunale Amministrativo Regionale è stato chiamato comunque a svolgere dato il ricorso presentato dagli architetti italiani, si è risolto in una inopportuna perdita di tempo.

   Ma sin quando gli architetti demanderanno ai TAR il compito di decidere gli esiti dei concorsi di progettazione e si affideranno ai Tribunali, di ogni tipo e grado, per la soluzione dei problemi che affliggono il loro lavoro, nulla nel mondo della professione sarà normale e sempre più raramente il merito avrà opportunità di imporsi. È, come si diceva, anche una questione di mentalità. Lo prova il comportamento dell'architetto spagnolo di cui abbiamo parlato -a dimostrazione, tra l'altro, che se le cose, per l'architettura almeno, in Spagna vanno incomparabilmente meglio che in Italia una ragione c'è e questa ha molto a che fare con l'etica con cui gli architetti svolgono la loro professione e il rispetto che riservano alle regole vigenti nella comunità di cui fanno parte.

21 marzo 2009

Intersezioni ---> SPECULAZIONE
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Note: 
*E-mail di contatto:

Gentile Francesco Dal Co,
reputo il suo ultimo editoriale “Gli architetti italiani contro i concorsi?” importante per il dibattito critico sull’architettura italiana, mi piacerebbe pubblicarlo sul mio blog dedicato all’architettura.
Cordialmente,
Salvatore D’Agostino
Inviato: Giovedì 19 marzo 2009 12.48

Gentile Salvatore D’Agostino,
la ringrazio per l'attenzione.
Indicandone appropriatamente la provenienza può pubblicare lo scritto di cui mi parla sul suo blog.
Con i migliori saluti,
Francesco Dal Co
Inviato: Sabato 21 marzo 2009 12.31