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9 maggio 2011

0007 [POINTS DE VUE] Vincenzo Cammarata | Linosa: quando sbarcarono i mille

testo e foto di Vincenzo Cammarata * FOS
'fotoreportage inedito' 

«Se ha il coraggio, che venga di nuovo a Linosa»... Il comitato d'accoglienza è già pronto per chi ha osato mettere in discussione, su uno dei maggiori quotidiani nazionali, quanto fatto per lo sbarco record che l'isola e gli isolani si sono trovati a fronteggiare il 27 marzo scorso.
Quasi mille disperati scortati dalle motovedette della Guardia di Finanza su di un’isola di quattrocento anime: in tutto millequattrocento fedeli o infedeli a seconda del punto di vista. Ore critiche, difficili da dimenticare per chi c’era. Pochi. Molti. 

La storia stessa di Linosa inizia con uno sbarco, quasi centosessanta anni fa, nel 1845, quando lo Stato Borbonico, decise di prendere possesso di queste pietre nere e di questa terra fertile, approdo strategico in mezzo al Mediterraneo.
Quindici anni appena e i mille "libereranno" il Meridione dal giogo borbonico, sbarcando a Marsala armati di fucili e del compiacimento di alcuni, unificando l'Italia. Isole comprese. 

I mille sbarcati a Linosa il 27 marzo 2011, erano armati solamente di speranza. Speranza di una vita migliore. I 924 sbarcati quel giorno – questo il numero esatto – così come tutti gli altri disperati che durante tutti questi anni hanno intrapreso il pericoloso viaggio per mare approdando sulle coste e sulle isole siciliane, fanno parte di un più grande e complesso processo di unificazione:
quello già in atto fra le due sponde del Mare Nostrum.
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Quel giorno, fra i primi a intervenire è Claudia Rossetti, ex responsabile risorse umane di una casa editrice milanese, ora perfettamente integrata nella vita dell'isola dove con il compagno Giovanni gestisce un diving. «Erano circa le 13.00, mi trovavo a passare vicino lo Scalo Vecchio con Viola, la mia bici, quando a un tratto scorsi una vedetta della Guardia di Finanza che stava raggiungendo il molo e il mio compagno che aiutava con le cime in mano per le operazioni di ormeggio. Nessuno aveva avvisato dell’emergenza. Anche i Carabinieri furono colti di sorpresa. Iniziammo a fare sbarcare quelli che si sarebbero contati poi come 304 profughi eritrei e somali. La prima a sbarcare fu una donna eritrea con un bambino di dieci giorni in braccio. Erano già arrivate circa 380 persone durante la notte e ne sarebbero sbarcate 262 più tardi, verso le 16... è stata un esperienza di forte umanità, difficilmente la dimenticherò».
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Claudia fa parte dell’unica associazione volontaria di Linosa, la Guardia Costiera Ausiliaria. Dopo qualche momento di choc, utile anche per raccogliere le idee, si è attivata anche grazie a lei la solidarietà dell’isola: spontanea e silenziosa. Avvisati i carabinieri di quanto stava accadendo, Claudia e le altre donne dell’isola si diedero da fare per prestare i primi soccorsi agli uomini, ma soprattutto alle donne e ai bambini appena arrivati. La guardia medica, allora presidiata da un unico medico, la dottoressa Francesca Limuli, era un brulicare di bimbi che giocavano poco fuori l’ingresso, di linosane che continuavano a portare vestiti, pannolini e scarpe, e di donne che sotto pesanti vestiti tradizionali africani, portavano in corpo, sotto forma di piaghe, i segni di un viaggio passato forzatamente sedute fra acqua salata, nafta e urina.
«Nonostante il dramma già vissuto e la stanchezza», ricorda ancora Claudia, «la differenza di etnia e nazionalità fra somale ed eritree si manifestò nella forza che alcune ospiti avevano ancora per litigarsi il posto letto approntato loro dal parroco in oratorio».
Il resto del racconto è un susseguirsi orgoglioso di flash e immagini che rievocano momenti troppo brevi per lasciare spazio a riflessioni o titubanze varie.
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Quello che a Lampedusa hanno fronteggiato su più giorni e, in proporzione, con una capacità di mezzi e risorse infinitamente più grande, a Linosa lo si è ritrovato tutto in un unico giorno.
Se erano solo in 300 (su 400 abitanti) i residenti presenti sull’isola durante quella giornata di fine inverno, i disperati accolti li superavano più di tre volte come numero. Mettendo a rischio le scorte di acqua, latte, pannolini, abbigliamento e generi di primo soccorso già scarse sull’isola, fortemente legata alle condizioni del mare. «A quanti nodi soffierà il vento?» questa la domanda che si pone con cadenza oraria chi vive normalmente a Linosa, e non è certo per mancanza di argomenti che si parla del tempo qui. La vera isola in questa zona del mediterraneo è proprio Linosa. Le altre sono grandi abbastanza per farci correre un aereo. 

Quando l’estate scorsa Emanuele Crialese (già regista di Respiro – film girato a Lampedusa – e di Nuovo Mondo, sempre ambientato in Sicilia) ha diretto le riprese di Terraferma (di prossima uscita) partecipò tutta l’isola. Molti linosani rientrarono appositamente per far parte delle comparse, per realizzare le scenografie o semplicemente per prendersi cura del cast: quasi cento continentali. Il film, che narra di una indefinita isola del mediterraneo, meta turistica e paradiso naturale, dove, in piena “stagione”, ci si ritrova, ospiti e ospitanti, ad affrontare degli sbarchi di migranti dall’Africa. Questa esperienza cinematografica per l’isola ha rappresentato un evento carico di ricordi e di episodi, alcuni anche divertenti, come quando durante le riprese avvenne realmente uno sbarco con i carabinieri messi a dura prova fra sbarcati “veri” e comparse. E una di queste comparse, Daniel eritreo ora regolare ad Agrigento, era realmente passato per Linosa nel 2007 e non appena sceso dall’aliscafo con gli altri figuranti, cercò, riconobbe e ringraziò profondamente chi qualche anno prima, durante un pericoloso naufragio gli salvò la vita: Salvatore.
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«Linosa è come fosse un’altra barca». Spiega Salvatore Tuccio. Se da qualche TV nazionale sono state trasmesse immagini di Linosa, rarissime, e se sul web ci sono numerosi video a firma “Aethus” (dall’antico nome dell’isola) è merito suo. Videomaker linosano, segue il fenomeno degli sbarchi sulle Pelagie fin dai primi anni, quando si è appassionato alle tematiche dell’immigrazione, dell’integrazione e, soprattutto, ha cercato di creare un contatto, un ponte fra le due sponde del Mediterraneo. Un po’ di basi di arabo, un nome, Najib, adottato durante i suoi viaggi in Tunisia, numerose collaborazioni con giovani artisti e musicisti tunisini, lo hanno già reso noto al di là del Mare a chi è in procinto di imbarcarsi. E infatti, tramite il suo profilo facebook, durante questo ultimo periodo, è stato contattato da numerosi fratelli africani che, pieni di speranza, s’informano su cosa troveranno una volta salpati dalle coste tunisine. A niente valgono i suoi tentativi di scoraggiare chi ha già deciso di rischiare la vita, scommettendo su di un mare infido, ma se ce la fanno, il primo ad essere abbracciato è proprio lui. «L’altra sera ho chattato su Skype con due ragazzi di quelli sbarcati quel giorno. Due magrebini. Ce l’hanno fatta, sono dai parenti a Parigi». 
E allora da numeri, da 380, 304, 262… da quasi 1000, questi volti scuri, alcuni semplicemente poco più abbronzati dei nostri, diventano persone, storie, fratelli e figli. Speranze.
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Sono figli e nipoti per “Ramuzzo”, al secolo Salvatore Ramirez, impiegato comunale. Lui passa con disinvoltura e senso del dovere dal servir messa al guidare l’unica ambulanza dell’isola senza tralasciare, in caso di estrema emergenza, di accendere le luci dell’eliporto e recuperare le chiavi per aprire e preparare i locali del campo di calcetto (un po’ mal ridotto per la verità), come fece quel giorno, quando furono accolti lì i tunisini sbarcati in attesa di prendere la nave per Porto Empedocle, montalbanicamente nota col nome di “Vigata”. 
 «Il 27 marzo stavo in campagna da me, quando vedo sei ragazzi evidentemente sbarcati da poco. Mi raccontano che hanno fatto naufragio. Li accompagno in paese, dai carabinieri. Ma appena arrivo in piazza, mi accorgo che lì sono in piena emergenza: erano appena sbarcati quasi 300 persone. A quel punto è stato un continuo chiamarmi a destra e sinistra: – Ramuzzo, Ramuzzo, Ramuzzo».
Salvatore Figaro Ramirez, detto Ramuzzo, non nasconde sotto false modestie il suo ruolo da factotum instancabile: basta parlare con chi vive l’isola 365 giorni l’anno per avere una diretta conferma della sua disinteressata disponibilità e del suo essere jolly indispensabile per Linosa e i linosani. «Quando partono, per Lampedusa o Porto Empedocle, mi baciano tutti. – aggiunge riferendosi agli ospiti inattesi – Alcuni si sentono quasi in debito e ci considerano come dei salvatori alla fine di un’esperienza dove chi sopravvive ha comunque realmente visto la morte con gli occhi», riflette Ramuzzo.
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Isola e isolani si trovano per status davanti a varie difficoltà: secondo lo stesso Ramuzzo, per funzionare bene, Linosa dovrebbe cercare di risolvere tre principali problemi: i collegamenti di linea con la Sicilia, un pronto soccorso più attrezzato e che non sia solo un presidio di Guardia Medica e un servizio scolastico migliore. Per il resto, Linosa è un’isola tranquilla.
Fabio Tuccio, Capocentro della Guardia Costiera Ausiliaria (23 volontari), a questi punti aggiungerebbe anche una maggiore considerazione dal Comune che ha sede nella distante (un’ora di aliscafo se il mare vuole) Lampedusa: «Si tratta di aver assegnate delle risorse maggiori rispetto l’attuale stanziamento, sia per l’isola che per l’Associazione (che di fatto è riconosciuta come avente funzione di protezione civile), che tengano conto della condizione di svantaggio rispetto l’isola maggiore i cui collegamenti con la Sicilia non sono certo unicamente dipendenti dalle condizioni del mare».
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Pochi sanno che l’affollatissima Lampedusa – affollata spesso più da forze dell’ordine, esercito, associazioni governative, associazioni non governative, associazioni religiose, giornalisti, fotografi, cameraman, media e TV internazionali che da migranti e profughi (spesso chiamati indistintamente “clandestini”) – non è l’unica isola su cui durante gli ultimi anni ci sono stati, quasi incessantemente, i tanto temuti sbarchi.
Non tutti gli Italiani, del resto, sono a conoscenza dell’esistenza di Linosa.
Eppure Linosa è da sempre stata un approdo naturale fin dai tempi delle guerre puniche. Linosa è, inoltre, il vero punto più estremo della zolla continentale europea. La roccia nera la rende simile a una piccola Islanda, ormai silente, nel cuore del mediterraneo: un fazzoletto di terra fertile dove fichi d’india, capperi e vigneti si arrampicano fin sopra i numerosi crateri che ne caratterizzano il suo paesaggio, tutto da scoprire.
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9 maggio 2011
Intersezioni ---> POINTS DE VUE

5 maggio 2011

0011 [WIKIO] URBAN BLOG la classifica di maggio e l'inizio del viaggio in seconda classe

di Salvatore D'Agostino
«Tra Gé e Ctòn vi è un'opposizione sistematica: la prima riferisce alla Terra come qualcosa di evidente cioè chiaro, superficiale, disposto secondo l'andamento orizzontale; la seconda, all'opposto, implica l'invisibilità cioè l'oscurità, l’interno e non l’esterno, la profondità e la verticalità e non l’orizzontalità. La geografia è la descrizione che corrisponde al primo modo, che è appunto quello della visione speculare. Non si tratta perciò dell’unico modo possibile, e nemmeno del più antico di cui si abbia memoria»1. (Franco Farinelli)
Qualche giorno fa Hassan Bogdan Pautàs in un commento mi suggeriva di intraprendere un viaggio: «[...] se si vuole capire un Paese forse è meglio viaggiare in seconda classe. Se la prima classe è finta, poi, direi che non ci sono dubbi: è proprio questo che ci serve».
Mi ha convinto e non ho avuto più dubbi; ho chiesto ai responsabili di Wikio di affidare a qualche altro blog la pubblicazione mensile della classifica.
Ho ordinato le coordinate dei blog che viaggiano in seconda classe (nessuna selezione e totale inclusivismo) in una pagina che sarà costantemente aggiornata URBAN BLOG e resa a disposizione di tutti.

2 maggio 2011

0042 [MONDOBLOG] Dall'hypercard all'UrbanVoids un colloquio con Antonino Saggio

di Salvatore D'Agostino


La mia ricerca deve molto a Sherry Turkle e Henry Jenkins. Studiosi - dicevo a Giulio Pascali qui - che si pongono più domande che risposte su ciò che avviene attraverso l’uso (e l’abuso) dello schermo con mouse.

Una ricerca  sulla cronaca, storia e archeologia dell'architettura Web italiana:

In questo dialogo con Antonino Saggio ripercorro - parte - dell'archeologia, della storia e della cronaca dell'architettura Web italiana.

Salvatore D'Agostino L’idea originaria di Tim Berners-Lee - l’inventore dei protocolli che costituiscono il World Wide Web – era la condivisione di documenti tra ricercatori di tutto il mondo.
Tim Berners-Lee mette a punto la pagina bianca Web e fa sì che possa essere letta da altri utenti attraverso i link. Inventa l'ipertesto. Ricorda il suo primo ipertesto?
 

Antonino Saggio Dunque il mio primo ipertesto è del 1987. È un vero e proprio ipertesto ed è dedicato a Bryn Mawr di Louis Kahn.
Sono stato il primo docente ad utilizzare il Macintosh a Carnegie-Mellon University Pittsburgh Pa. Il mio primo corso è della primavera del 1985 (lo avevo acquistato alla fine di febbraio del 1984, sono uno dei primi 10mila acquirenti con tanto di diploma di Steve Jobs, e come si vede ne sono particolarmente orgoglioso)
. Lavoravo analizzando l'architettura con una specie di antesignano del Gis, che si chiamava Filevision. Mi interessava molto la composizione e decomposizione critica permessa da Filevision. Era un database, ma grafico! Inoltre assemblare e disassemblare l'opera di architettura era un processo interattivo. Montavo con gli studenti dei film che contenevano schermate "critiche" di Filevision e sequenze di animazioni rudimentali in 3d e file bitmap di testo o grafica. Ne uscivano film di interpretazione. Questa idea del montaggio utilizzata in questi primi esperimenti ha influenzato molto la scrittura critica successiva che fu associata appunto  - da alcuni autorevoli studiosi - ad "una sceneggiatura di scelte concrete del progetto".
Nel 1986, cercavo uno strumento che mi consentisse un sistema interattivo d'indagine e di presentazione e non solo un film. Insomma un sistema che lasciasse libera l'esplorazione critica, informativa, deduttiva! Provai con dei software per fare giochi. Erano troppo complessi da imparare per il tempo a mia disposizione. 
Per questo quando uscì HyperCard di Bill Atkinson nel 1987 feci un salto. I miei colleghi non capivano che farci!
Era invece il software del salto, il software del link, il software delle interconnessioni dinamiche!
Riportai l’interpretazione critica di Bryn Mawr dentro Hypercard e
... funzionava! Avevo anche un blocco da disegno, dove l'utente, mano a mano che l'ipertesto procedeva, disegnava la sua interpretazione rispondendo alle mie domande. L'ipertesto su Bryn Mawr cioè non era una "presentazione" sia pur interattiva, ma un percorso parzialmente guidato e parzialmente personale che voleva sviluppare il significato "critico" di una interpretazione e quindi la stretta vicinanza tra interpretazione critica e progettazione attiva.
In seguito, mentre lavoravo su Giuseppe Terragni e all'Officina del Gas, realizzai - con l'aiuto di un giovane e appassionato studente, Massimo Cesaroni - un hyper testo ben levigato. Lo presentai all'Eth di Zurigo nella primavera del 1989 e il presidente di Ecaade in quegli anni - Herbert Kramel - impose questa presentazione al Convegno di Aarhus in Danimarca del settembre del 1989. Era la prima volta - ne sono quasi certo - che si vedevano esempi di interattività in un convegno sulla didattica dell'architettura. C'era solo un'altra presentazione in quel convegno, della collega Elena Mortola, che usava anche lei Hypercard. Quindi venendo alla risposta alla tua domanda almeno nel mio caso e nella mia storia personale, ben prima di Tim Berners-Lee c'è Bill Atkinson e la sua intuizione di Hypercard. Una intuizione e un prodotto geniale  che faceva capire che cosa voleva dire muoversi in un mondo di salti, di discontinuità.  Naturalmente spostare l'interattività dai floppy ad 800k che avevamo alla fine degli anni Ottanta del Novecento alla rete web  il salto, non è stato di poco conto. Ma allo stesso tempo, Bill Atkinson è un personaggio chiave della storia dell'interattività! Ecco perché quando cominciai a richiudere questa storia di nuovo nell'architettura ho dedicato un paragrafo «a Bill».
 
Quindi, il suo primo step è stato hypercard 1987 ---> Bryn Mawr di Louis Kahn.
E dopo?
 

Dopo ho fatto un altro salto. Ho capito il concetto di reificazione. E cioè l'interattività quale caratteristica chiave dell'informatica mica serve a "narrarla" l'architettura, serve a farla!
Cioè questa caratteristica dell'informatica "trasmigra" in una architettura di nuova generazione. Questa tesi è alla base della collana "la rivoluzione informatica" che incredibilmente è giunta al 35° volume. Scrissi il concetto sin dal primo libro. Eccolo.
 

Quando inizi a scrivere in rete?

Con la rubrica Coffee Break su arch'it (ndr novembre 2000).1 Sono circa ottanta pezzi che provenivano soprattutto da articoli pubblicati su DOMUS e Costruire, riediti per la rete e in questo modo hanno allungato moltissimo la loro vita.
 

Non utilizzavi le pagine on line del sito dell'università, già da prima?

Sì, nell'ottobre del 1998.
Era una "home" e l'avevo intesa, come la possibiltà di avere uno immagine molto più "personale",  quasi "semi-privata" da affiancare alla mia attività più istituzionale. Avevo pubblicato moltissimo in cartaceo e nel  sito c'era la mia bibliografia, le tesi e altre cose un poco nascoste come i dipinti, ma le mie prime scritture organiche in rete iniziarono con Coffee Break.

Ispirato dal discorso inaugurale di Steve Job al CEO di Apple Computer e Pixar Animation Studios, pronunciato il 12 giugno 2005, il 26 ottobre 2005 decidi di aprire un blog.
Riprendo il contenuto del primo post:

 «Questa pagina è creata per contenere osservazioni e commenti al Blog in generale inteso come strumento di interconnessione.
....per una serie di ragioni ho deciso di imparare ad usare la tecnologia di IpodAudioVideoCasting. Si tratta della possibilità di pubblicare audio e video che si possono scaricare su lettori mobili. Mi sembra un progresso e il tutto mi ha divertito....
In realtà il blog ha anche altri piccoli vantaggi:
A. Consente di fare una specie di piccola televisione in house;
B. Consente di avere un format più ordinato delle news;
C. Permette, soprattutto, di avere un format semplicissimo di discussione comune. Basta cliccare su Comments (in basso) e aggiungete quello che ritenete
».
Attraverso il blog introduci l'uso del podcast2

- sia in ambito universitario che per le tue conferenze - e il canale You Tube.

Il podcast si scarica direttamente su iTunes store. Se si va sull'iTunes e si cerca "Madonna" escono le canzoni della pop star se si scrive architettura o Antonino Saggio escono le mie cose. Sono stato il primo in architettura in Italia e tra i primi cinque o sei al mondo. L'Apple all'inizio, dato che non c'era nessuno, mi aveva linkato direttamente dal suo sito.3 
Utilizzo lo stesso criterio per il canale su You Tube Video Conference and Talks of Architecture & Art.
Malevolmente mi si può chiedere, e mi è stato in effetti chiesto,  "e allora, vuole un premio?". 
Voglio invece sottolineare che ho cercato di aprire una strada di maggiore relazione ed interconnessione tra me e gli studenti. Una strada che ha dato alcuni frutti nella loro esperienza e che si scontrava e si scontra con un fatto. Che ancora oggi pochi docenti usano la mail, almeno da noi, che pochissimi hanno un sito attivo, che pochi pubblicano integralmente le tesi di laurea, per non parlare degli audio delle lezioni che sono costantemente in rete da anni. Non solo non ho avuto alcun premio, ma come spesso accade, si è creata una specie di ciambella stagna attorno al mio lavoro di docente. Questa ciambella spesso va all'estero anche a parlare di queste cose (link), raramente in Italia.

Il 5 dicembre 2009 strutturi un videoblog dal titolo 'Le puntate del compasso'. Perché usi questo tipo di comunicazione?

La sezione  'le puntate del compasso' sono una serie di puntate (ndr , , , e ) sulla crisi drammatica del sistema universitario. Mi sono esposto ben bene e nessuno potrà dire che sono rimasto immobile come se nulla fosse.

Ritieni che il tuo blog sia uno strumento utile per gli studenti?

Non saprei, in primis, serve a contenere le lezioni audio del mio corso universitario. Ho anche dei lettori, pochi, che seguono appassionatamente queste mie lezioni senza essere miei studenti.
E poi altre cose simili ad altri blog. In ogni caso il blog ha sempre creato molta poca interazione. Molto più forte è quella su facebook. Ma questo è un'altra storia.
Interessante, per esempio è stata la vicenda sul premio 'dell'accademia San Luca ai giovani architetti italiani del  2006'. Dove in un post ho fatto votare i partecipanti al concorso con il risultato che il progetto vincitore (scandalosamente ridicolo!) ha ottenuto zero, dico zero, voti.
È stato un interessante esperimento di uso del blog. Ecco il post: I partecipanti al premio San Luca decretano: Zero voti al vincitore ufficiale. 

A che cosa serve un blog per un architetto?

Basta guardare urbanvoids e poi i siti che dal 2000 fanno "tutti" i miei studenti. Niente è lineare, tutto è a rete. Quindi un blog non serve a nulla e a tutto. Dipende. 

Abbiamo ricostruito la tua cronistoria Web. Per evitare l’agiografia, passiamo alle domande.
William J. Mitchell è stato professore di 'architettura e arte dei media e della scienza' al MIT (Massachusetts Institute of technology). È morto l’11 giungo del 2010. Nel 1995 ha scritto ‘La città dei bits’, nel 1999 'E-topia', nel 2003 'Me++', tre libri che insieme costituisco una trilogia informale sull’implicazione della tecnologia nella vita quotidiana.
Interessante la sua ultima intervista del 21 gennaio 2010 rilasciata alla rivista 'Big Think'.  [Link]
Se ci permetti riprendo il finale della ‘Città dei bits’:
«Le reti, dovranno collegarsi in qualche modo; la rete del corpo sarà collegata alla rete dell’edificio, la rete dell’edificio alla rete della comunità e la rete della comunità alla rete globale. Dai sensori del gesto, indossati sui nostri corpi, all'infrastruttura mondiale sei satelliti di comunicazione e alle fibre ottiche a lunga distanza, gli elementi della bitsfera saranno infine riuniti, per formare un sistema densamente tessuto, all'interno del quale l’articolazione è collegata all'autostrada informatica.
Le incertezze e i pericoli della frontiera della bitsfera sono grandi ma vi è spazio per nuove opportunità e per la speranza. Dimentichiamo pertanto le limitate fantasie dei pantofolai videodipendenti, immaginati da Marshall McLuhan negli anni settanta. Qui sorgerà il villaggio globale».
Perché nelle università italiane non esistono degli incubatori creativi e di approfondimento come il MIT?

Il MIT ha una lunga tradizione di affiancamento alla produzione industriale e alla creazione di invenzioni e brevetti. È un vero politecnico privato. Solo all'interno di questa tradizione che è possibile continuare ad elaborare tesi innovative dal punto di vista prettamente tecnologico. 
Ho conosciuto abbastanza bene William Mitchell, incontrandolo tre o quattro volte. L'ultima credo ad un simposio cui entrambi abbiamo presentato a Philadelphia, organizzato nel 2002 da Branko Kolarevic. Ora vorrei rendere chiara una differenza. A me interessa poco questo aspetto ingegneristico: avremo.. faremo... andremo... che deriva da una specie di neo-positivismo ingegneristico cui Mitchell, con tutto il grande rispetto per il suo contributo, apparteneva. Credo fermamente, all'opposto di un risvolto puramente tecnologico, che gli strumenti materializzano lo spirito, sono la materializzazione dello spirito (come sostiene Koyrè). E quindi non è affatto vero che Garage Band su Ipad sostituirà il pianoforte (dico una cosa acclarata per chi usa veramente uno strumento musicale e sa "esattamente" che lo strumento "materializza lo spirito!"). Voglio dire che è importante non inseguire questo o quello, ma capire in profondità le crisi che gli strumenti nuovi comportano, perché queste crisi da Caravaggio e la camera oscura, agli impressionisti e la fotografia a Dillier+Scofidio o Toyo Ito e l'elettronica sono motori di modernità e sfidano e cercano la creazione di una estetica di cambiamento. Il lavoro della collana è tutto in questa direzione. Richiede un certo sforzo capire questa idea, e le sue implicazioni, me ne rendo conto rispetto ai successi glamour della rete o della tecnologia. Ma visto che me l'ha chiesto, credo sia giusto rispondere sottolineando le differenze.

Riprendo un’altra storia. Qualche anno fa su Autocad fu introdotta la visualizzazione 3D ‘Gooch’ capace di offrire una visione non fotorealistica dei volumi, attraverso delle tinte pastello.
Cercai ‘Gooch’ e scoprii un mondo. Gooch è il cognome di Bruce  e Amy, i due ideatori dell’algoritmo, messo a punto tra il 1998 e il 2000, per un dottorato di ricerca presso l’UTAH.
Basta cliccare un po’ sul sito dell’università, per capire come molte delle operazioni che gli architetti italiani elaborano da ‘default’, vengono ideate in quest’università.
Lo studio dei Gooch si basava sugli algoritmi di Phon.
Ho cercato anche 'Phong', trovando un’altra storia straordinaria, partorita nuovamente all’UTAH.
Phong in realtà era Bui Tuong Phong vietnamita, con studi a Parigi e laurea a Tolosa. Nel 1971 - all’età di 29 anni - iniziò il dottorato di ricerca presso l’UTAH, completandolo nel 1973. Fu professore alla Stanford Research Institute e pur essendo malato terminale di leucemia, riuscì a pubblicare la sua tesi di dottorato nel 1975, morendo dopo qualche giorno.
Nella tesi, aveva elaborato un algoritmo, capace di simulare al computer le ombreggiature e l’illuminazione di una superficie: Modello di riflessione di Phong.
Perché l’accademia italiana ha trascurato questo tipo di speculazione?

In questo momento insegnando due corsi e con un terzo in partenza e avendo molti studenti da seguire non sono in grado di seguire quanto lei mi dice né tanto meno rispondere ad una domanda retorica. Ho scritto e detto molto sull'università cercando di sollevare questioni di sostanza. Ai tuoi lettori rimando per brevità a questo breve articolo "Magica Università" su "L'Arca" marzo 2010. In ogni caso, personalmente ho impostato parte della mia didattica anche sulle potenziali "sociali" di google earth rivoluzionando la mia didattica del progetto. L'esperienza si chiama Urban Voids.


Lasciamo in sospeso la mia domanda retorica, avevo già intitolato questo post: Dall'hypercard all'UrbanVoids un colloquio con Antonino Saggio.
Prima della domanda finale, rimando la lettura della tua ultima iniziativa 'la prima lezione di Architettura in Italia su iPad2' direttamente nel tuo blog.
Pensando all’uso che fai dell’autopubblicazione attraverso lulu qui la tua pagina, ci racconti la tua esperienza dell'editoria on demand o dal basso?

Ho imparato ad usare Lulu attraverso la redazione, come esercizio, de Lo strumento di Caravaggio.4 Una volta fatto su Lulu consegnai il libro anche all'editore Kappa, che ne fece due edizioni tradizionali. Feci la stessa cosa con il libro, importante per mole di lavoro, fatto con gli Scanner - quattro architetti del gruppo NitroSaggio dal titolo Roma a_venire. Anche questo libro fu prima Lulu e poi edizioni Aracne. In entrambi i casi i libri si possono avere ora via gli editori tradizionali e via Lulu in questo caso anche in pdf.


Feci anche altre piccole cose, come piccole, ma dense pubblicazioni di conferenze Datemi una Corda e Costruirò. Costruzione, Etica, Geometria e Information Technology che era anche un saggio in una raccolta miscellanea. Trovo Lulu un buon sistema intermedio di pubblicazione.
Ricordo a chi mi legge che ho curato quasi 80 volumi tra la Rivoluzione Informatica e "gli Architetti" (Edilstampa, Birkhauser Marsilio, Testo&immagine) ed ho pubblicato tradizionalmente dal 1984 con Carocci, Laterza, Dedalo eccetera.


Insomma Lulu è come il mio Blog o la mia Home. Serve a estendere il livello di pubblicazione: dalla cima tradizionale con Editori con la A maiuscola al piccolo e quasi privato. Questa "estensione" dei mezzi anche della pubblicazione cartacea mi sembra uno degli aspetti della rivoluzione informatica. Oggi Van Gogh segreto è su Lulu anche in Inglese e Kappa lo sta stampando e sarà in alcune librerie, non in moltissime però perché è troppo particolare per una editoria di grande diffusione.

Che cos’è l'Urban Voids e perché ha rivoluzionato la tua didattica? 

Urbanvoids si basa su un'implementazione di Googlemap alla didattica della progettazione architettonica. È anche molte altre cose tutte combinate insieme. Ci vorrebbe un discorso apposta per descriverlo e sono sicuro che ci legge è ormai stanco. Comunque Lulu stesso ne sponsorizzò la pubblicazione consentendoci di organizzare una mostra e un convegno (che si tenne alla Galleria "come se" e fu una delle iniziative collaterali a una Festa dell'Architettura che si tenne a Roma nel 2010).
Di norma le istituzioni (Università o Ordini) sponsorizzano pubblicazioni ed eventi. Qui al contrario è stato un editore che credette talmente nell'importanza di un prodotto e nella strategia di progettazione dal basso e pro active che UrbanVoids promuoveva, che ne sponsorizzò la pubblicazione.
Comunque il libro sta qui. L'anteprima è completa e tra l'altro se si ha un ipad è bello da guardare e forse, chissà, anche da studiare.

2 maggio 2011 (ultima modifica 7 maggio 2011)
Intersezioni ---> MONDOBLOG
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Note:
1 riporto l'incipit del primo articolo: «Una pagina di Internet si apre con l'esclamazione "O Luna... O Luna di Bilbao". È in una delle decine di siti dedicati allo scintillante Museo Guggenheim completato nel 1997 nel capoluogo basco e progettato dall'architetto americano Frank Owen Gehry, Fog per gli amici».
Antonino Saggio, Frank Owen Gehry. Luna meccanica, Arch'it -Coffee Break, 8 novembre 2000 

2 Per la prima volta in Italia nell'ambito dell'architettura
3 Di questo si è occupata un poco anche la stampa qui un esempio. 
4 Antonino Saggio, Il motivo di Caravaggio Arch'it, 15 ottobre 2006 [Link] e Antonino Saggio, Lo strumento di Caravaggio,  Arch'it, 27 aprile 2007 [Link]

29 aprile 2011

0008 [WILFING] Lo status dell’architettura italiana

di Salvatore D'Agostino
«Fb poi definisce una idea di ‘dentro e fuori’ che non esisteva prima. Si sta fuori su Internet o dentro su Fb. Anche qui non ci sarebbe niente di male. Come detto, te ne stai sul divano ad allenare i tuoi quotation fingers. Poi però vedi anche che le citazioni che ti passi e ripassi non è che siano delle cosine ricercate con cura, scovate chissà dove, alla Tanni per dire. In realtà è roba che viene tutta da altri posti chiusissimi tipo quotidiani vari o dalla superficie di Youtube. Insomma la situazione passa dal livello “divano” al livello “divano+aria viziata”». (Luca Diffuse)1
Qualche giorno fa, sull’home di facebook, ho trovato  il sito PastBook che come recita:
«Crea in un click un poster con le foto, i commenti dei tuoi amici, gli aggiornamenti di stato, i link e i video che hai condiviso nel 2010 sul tuo social network preferito!».
Dopo qualche minuto avevo - tra i miei infiniti file - il diluvio di parole, link, contatti, foto pubblicati sul mio profilo. In pratica il mio recente passato in un poster.
Una memoria Web non più visibile a video ma potenzialmente su carta.
Questo episodio mi ha portato a riflettere sulle tre questioni per lo storico contemporaneo che avevo evidenziato in un precedente post:
  • la vita di un link; 
  • la labilità dei supporti dei nostri archivi; 
  • l’espansione dei nostri appunti (privati e pubblici) nel Cloud Computing.

    26 aprile 2011

    0019 [CITTA'] Gli abitanti sono delle «pietre vive»

    Pubblico un breve intervento del geografo Franco Farinelli (presto su WA approfondirò il suo pensiero) apparso nell'ultimo domenicale del Sole 24 Ore a pagina 27.

    di Franco Farinelli 
    -
    NIENTE CONFINI MA SCATOLE CINESI

    «Una città è una città»: così ancora mezzo secolo fa Ro­berto Lopez espri­meva la rinuncia degli storici al ten­tativo di una risposta onnicom­prensiva alla questione su che cosa una città fosse, perché il concetto di città muterebbe da tempo a tem­po e da paese a paese, mentre attra­verso le epoche e le culture non mu­terebbe affatto, o di poco, il grado di coscienza dell'esistenza della cit­tà da parte dei contemporanei. La base materiale di tale coscienza era costituita appunto dalla differenza-opposizione tra città e cam­pagna, visibilmente diverse dal punto di vista delle forme materia­li, oltre che della natura e della funzione. Ma che cosa succede se, come ai giorni nostri, ogni diffe­renza di questo tipo scompare o quasi? Se non soltanto il numero dei terrestri che vivono in città separa quello degli abitanti della campagna, ma tra quella e questa non si coglie quasi più nessuna di­versità funzionale? 

    18 aprile 2011

    0015 [A-B USO] Stefano Graziani | Marina di Acate

    testi curati da Federico Zanfi foto di Stefano Graziani


    Aldo abita stabilmente la sua casa al mare. 
    Anni fa mi sono separato da mia moglie, che continua a stare a Gela nella casa di famiglia, e sono venuto a stare qui, da solo: con la pensione che ho non sarei riuscito ad affittare un’altra casa in città.
    La casa l’ho costruita nel 1978, qui attorno c’erano soltanto serre. Ho chiesto la sanatoria nel 1981, ma mi è stata negata perché la casa è a circa 140 metri dalla battigia e secondo una norma regionale il limite di inedificabilità totale è a 150 metri. Tanti nella mia situazione aspettavano la sanatoria per gli immobili vicini al mare che ci aveva promesso la Regione, ma alla fine non è stata varata.

    14 aprile 2011

    0007 [WILFING] Social streaming Being Zaha|Daniela Hadid|Fastoso su NIBA

    di Salvatore D'Agostino
    «Di punto in bianco, nel bel mezzo del film, la piccola è saltata giù dal divano ed è corsa dietro al televisore. Il padre ha pensato che volesse verificare se le persone del film fossero realmente nell'apparecchio. Lei frugava tra i cavi dietro il monitor e alla domanda "Che stai facendo?" si sporse da dietro lo schermo e rispose: "Cerco il mouse"».1 (Clay Shirky)
    In occasione della presentazione del numero di Abitare dedicato a Zaha Hadid ho invitato gli avventori di NIBA a seguire la diretta streaming per chiacchierare insieme attraverso i commenti.
    NIBA ha risposto intrecciando due racconti di architettura: la storia di Zaha Hadid per qualche ora si è incrociata con quella di Daniela Fastoso.

    La prima presentata da Stefano Boeri, sempre più a suo agio come conduttore di eventi di architettura; la seconda presentata dal media Web, sempre più a suo agio nell’accogliere eventi virali.
    Per Stefano Boeri l’architettura -su Abitare- deve essere leggera, non ha più bisogno di analisi critica. Il testo di architettura diventa racconto per immagini e parole. I disegni si trasformano in metadisegni nelle reinterpretazioni di Salottobuono. La rivista, infine, è un catalizzatore di eventi, feste e incontri.
    Per il Web l’architettura diventa un'infinita ragnatela dove procacciarsi possibili clienti. Ad esempio, Groupon come dice lo slogan: «offre uno sconto giornaliero sulle migliori cose da fare, mangiare, vedere e comprare in più di 140 città in tutto il mondo».  Groupon per Daniela Fastoso è un luogo -Web- di opportunità dove esercitare la sua professione di architetto.

    Tra Zaha Hadid e Daniela Fastoso (empatizzo con la persona), non ci sono solo sei gradi di separazione, ma la quotidianità che va dalla Diva* al normale architetto  (uno tra i centotrentamila per l'Italia).
    Tra 'Zaha Hadid e Daniela Fastoso' la mia riflessione va al territorio italiano sempre più trascurato e devastato dall'indifferenza.
    Indifferenza che Abitare e il Web, preoccupati dagli eventi, non possono che reiterare.

    Di seguito ho riportato -intrecciando- i commenti di NIBA dei due Being evidenziato in blu la storia di Daniela Fastoso.


    10 aprile 2011

    0012 [FUGA DI CERVELLI] Colloquio Italia ---> Giappone con Salvator-John Liotta

    di Salvatore D'Agostino
    Fuga di cervelli è una TAG non una definizione. La TAG è contenitore di diversi 'punti di vista'.

    Dall'occidente in-scritto all'oriente de-scritto; attraverso la scuola meridionale.
    日本, 東京都文京区本郷7丁目3−1 東京大学 本郷地区番号案内-




    Salvatore D'Agostino Ciao Salvator-John,
    forse non è il momento ma ti rilancio la proposta di un colloquio per Wilfing Architettura.
    Spero che tu stia bene.


    Salvator-John Liotta Ciao Salvatore, grazie per la tua mail e proposta: forse non è il momento migliore, ma mi dico anche chissà quando sarà il momento migliore: facciamo che sia adesso e quindi accetto volentieri.
    Al momento ci hanno 'evacuato' nel Kansai, e quindi non sono nelle condizioni ottimali né per comunicare né per concentrarmi al 100%. 

    Ti linko l'articolo su questi giorni surreali che abbiamo vissuto di recente. 

    Il tuo articolo su Domus, segna il passaggio tra l’opportunità di una rivista di architettura di attivare dei sensori attenti alla cronaca attraverso l’immediatezza della sezione on-line.
    Continuando a essere inopportuno: 'evacuato'! 

    Abito e lavoro a Tokyo, ma l'ambasciata visto l’evolversi incerto di questa crisi complessa che ha colpito il Giappone, ci ha invitati 'caldamente' a lasciare la capitale: o per l’Italia o per altre destinazioni. Non ci ha obbligati, ma invitato, ci tengo a sottolinearlo. Trascorrerò i prossimi giorni tra Kobe, Kyoto e Osaka. 
    Spero di riuscire a dialogare con te in modo soddisfacente: infatti tra gli stravolgimenti continui e repentini che stiamo vivendo in questi giorni, cambi di casa e vari lavori da consegnare; vivo veramente l'attimo.

    Sono d'accordo con te per quanto riguarda Domus. L'arrivo di Joseph Grima con la sua comprensione dei nuovi media, il fatto che la redazione riceva centinaia di proposte difficili da smaltire soltanto su carta, la velocità e immediatezza dei mezzi di comunicazione e del tempo che viviamo sono tutti elementi che hanno portato alla necessità di avere un sito più veloce e agevole. Esso è altro rispetto allo spazio di approfondimento cartaceo che rimane il central core di Domus.

    Joseph Grima sa bene che il Web e il cartaceo sono due piattaforme distinte ognuno con il suo linguaggio e forse con una diversa profondità.
    L’avvento della nuova Domus Web cambierà il panorama delle riviste italiane poiché quest’ultime continuano a insistere anacronisticamente sull’uso del Web come sito/vetrina. Ad eccezione - senza nessuna innovazione - di Casabella che ha uno spazio blog dal sapore ‘antico’ rilancio link e Abitare on-line che scechera tutti i suoi contenuti sia Web che cartacei (ndr peggiorata nella recente riposizione grafica - aprile 2011 - all'interno dei siti del gruppo RCS).
    Un cambiamento che dobbiamo ancora analizzare e capire.

    Come fai a vivere tra Kobe, Kyoto e Osaka e lavorare contemporaneamente?

    Sono uscito di casa senza sapere se vi avrei potuto mai più fare ritorno: una sensazione strana quella di pensare che ti lasci alle spalle un luogo che potrebbe venire cancellato con tutto quello che vi hai messo dentro, in termini affettivi e materiali. Sono momenti che ti restano dentro per sempre e ti fanno pensare a quanto la vita sia veramente fragile, ma ciononostante anche che essa sia il più bel regalo possibile da vivere momento per momento. Ho preso con me due libri e un computer: un libro su tecniche di respirazione e uno su psiche e tecnologia; in viaggio ho poi comprato degli splendidi fumetti che leggo (voracemente) per rilassarmi (consiglio gli splendidi Naoki Urawasa e Fumi Yoshinaga); sul computer ho dei files sui quali sto lavorando e il minimo di softwares che mi consentono di portare avanti ricerca, lavori privati (con dei colleghi stiamo progettando una casa privata sulle colline che guardano Kyoto che conto di visitare durante questi giorni) e collaborazioni con varie riviste.
    Per quanto riguarda le riviste e il modo nel quale stanno usando i nuovi media concordo pienamente con te. Tra l'altro leggevo il dialogo che hai avuto con Fabrizo Gallanti di Abitare: molto interessante.

    In uno zaino porti con te tutto il necessario per continuare a lavorare, sarebbe stato impossibile dieci, ma forse cinque, anni fa.
    Perché sei andato a lavorare in Giappone? 

    Porto l'essenziale. Al momento ho vissuto in undici diverse città: che vanno da 6000 abitanti fino a 34 milioni. Adesso vivo a Tokyo, una delle capitali del mondo, sicuramente fra le città più eccitanti dove sia mai stato. Ogni tanto per descrivere alcuni luoghi si usa una frase che è essa stessa un luogo comune: “sembra che qui il tempo si sia fermato”. Tokyo è l’opposto: il tempo qui non conosce pause, e ad immergersi nei suoi flussi ogni tanto si fa fatica a tirarsene fuori, a fare un passo indietro per riflettere.

    Prima di venire in Giappone sono stato a Parigi da New-Territories/Francois Roche per un internship. Mentre ero a Parigi ho ricevuto la notizia di aver vinto il concorso bandito dal Monbukagakusho - Ministero della Ricerca e Cultura giapponese - e così sono partito per l’oriente con una borsa di ricerca biennale. 

    Dopo il primo anno mi hanno chiesto se volevo fare il concorso per il dottorato di ricerca, l'ho vinto e così sono rimasto per altri tre anni. Inizialmente ero con Yoshiharu Tsukamoto che però si è quasi subito spostato ad Harvard, così ho studiato con Masaru Miyawaki col quale sono in debito per avermi insegnato il senso del fare ricerca e fornito gli strumenti cognitivi per dare una base scientifica solida ai miei studi. 

    Dopo aver conseguito il dottorato con una tesi 'sull'identità architettonica di Tokyo: integrazione fra media e metropoli', sono tornato per un breve periodo in Europa, per dei lavori che stavo portando avanti insieme con una collega francese - Fabienne Louyot - e un collega indiano - Praful Parlewar - con i quali avevamo aperto qualche anno prima lo studio Synaps (oggi sciolto) con sedi a Parigi, Bombay e Tokyo. Era un modo per testare le possibilità connettive senza frontiere (apparentemente senza frontiere) offerte dal mondo globalizzato e per capitalizzare le rispettive esperienze fatte lavorando all'estero. 

    Ho conosciuto Kengo Kuma nel 2007, ad una mostra che avevo co-organizzato insieme a degli scienziati esperti di nano-tecnologie all'Istituto Italiano di Cultura di Tokyo. In quell'occasione avevamo parlato della possibilità di una ricerca che indagasse l’uso di un’architettura parametrica che sintetizzasse cultura e tecnologia. Così nel 2009 abbiamo preparato un progetto di ricerca poi finanziato da parte del JSPS, che sarebbe come il CNR in Italia. 

    Quando guardavo al Giappone vedevo nel loro modo di fare architettura e nella loro estetica la ricerca di un’espressione calma: dove noi occidentali cerchiamo di imprimere forza e muscolarità alle nostre opere, loro per tradizione aspirano al distacco dal momento contingente, uno spirito che anela alla serenità. Questo però l’ho capito in modo logico soltanto retrospettivamente, inizialmente si trattava di un tipo di attrazione non mediata dal raziocinio. Ero imbevuto degli scritti di Inazo Nitobe, Yukio Mishima, Masahi Tanaka, Jiro Taniguchi, e avevo negli occhi sia le immagini epiche di Akira Kurosawa che quelle ultra cinetiche di Shinya Tsukamoto e Hayao Miyazaki. Poi ho fatto la scoperta di Murasaki Shikibu, Kenzaburō Ōe, Yoshida Kenko, Haruki Murakami. Ho riposto nel cassetto Arata Isozaki, Tadao Ando, Toyo Ito e Makoto Sei Watanabe: sono andato per il Giappone per visitare i grandi classici dell’architettura tradizionale e mi sono appassionato ai più giovani architetti avanguardisti nipponici.
    Con gli anni ho scoperto che lo spirito dell’avanguardia e della sperimentazione fa parte delle cultura tradizionale giapponese: innovano perché fa parte della loro storia, lo fanno senza vanterie, lo fanno inconsciamente, per questioni culturali. Di interessante c'è che mediamente i giapponesi non sono quasi mai abbastanza soddisfatti di raggiungere risultati che noi considereremmo ottimi. Di conseguenza la qualità media dei loro lavori è molto alta.

    La tua frase finale mi ricorda il concetto di superflat coniato dall'artista Takashi Murakami.
    «Superflat descrive la civiltà giapponese, la sua arte, antica e contemporanea, fatta di piani e di atmosfere, non di prospettive e profondità. Superflat è una società dove arte colta e arte popolare si mischiano e si confondono, anzi non vengono nemmeno divise. Distinguere il colto dall'ignorante, l’alto dal basso è una fissazione tutta occidentale»1.
    A volte, in un eccesso di occidentalismo, dimentichiamo che la prospettiva è solo un sistema descrittivo tra i vari possibili. Anzi, forse dimentichiamo pure che la prospettiva è una legge attraverso la quale abbiamo prima 'costituito' e poi costruito lo spazio occidentale.

    Dove gli architetti europei ed americani praticano un’arte che potrebbe essere chiamata dell’in-scrizione, i giapponesi praticano un’arte della de-scrizione. Invece che imporsi al luogo, lo captano, percepiscono e portano alla luce de-scrivendolo. La prospettiva non è data dalla distanza dal punto focale, ma - tradizionalmente attraverso gli strumenti in uso ai giapponesi - dalla gradazione dell’inchiostro. Lo spazio giapponese presenta un tipo di profondità non dovuta alla linearità bensì alla gradazione.
    «Ito - racconta Mark Dytham architetto ed ex collaboratore di Toyo Ito - non è per nulla supponente, è molto generoso e davvero piacevole. Soprattutto quando si fa un paragone con gli architetti occidentali, sempre saccenti, arroganti, pronti a litigare. Sai, in effetti molti architetti qui sono rilassati come lui. Prendi Itsuko Hasegawa per esempio. Mi piacerebbe molto pensare a un processo di maturazione e invecchiamento in cui anch'io sono così tranquillo. Credo che sia diverso in Europa, se non diventi duro cattivo non sopravvivi, forse per via dei clienti, avere a che fare con costruttori poco piacevoli…»2
    Di recente scrivevo della prima costituzione giapponese dove racconto di come nel primo articolo - di quella che è più un insegnamento morale che non una vera raccolta di articoli costituenti un diritto - si dice che il Giappone sia una nazione fondata sull'armonia. 

    In occidente, e soprattutto in Italia, la cultura 'campanilistica' ha avuto un grandissimo rilievo ed impatto. Detto in maniera semplice e riduttiva, penso che la bellezza di molte nostre città sia in parte dovuta ad una sana rivalità fra città: guardare quello che fa il vicino per farlo meglio - se possibile - e superarlo (mostrando i muscoli). Se pensi allo scrivere, dove storicamente l’occidente scrive a colpi di scalpello la propria storia, incidendo la materia. L’oriente, e soprattutto il Giappone, scrive la propria letteratura (e storia) usando il pennello. Da una parte un'attività muscolare forte, dal gesto potente, dall'altra un'attività calma: gli oggetti in dote al calligrafo trasudano serenità, il polso deve essere sciolto, il movimento richiede rilassatezza. 

    Prima dicevo come l’occidente imbeve le proprie opere d’arte di tensione, di forza, di potenza e violenza. Gli artisti giapponesi tendono invece a raggiungere un’opera d’arte serena, ad infondervi calma. Mi verrebbe da dire che Picasso, Caravaggio o Zaha Hadid non sarebbero potuti nascere in Giappone, ma nemmeno Toyo Ito sarebbe potuto nascere in Occidente.

    Ora, questo è un discorso molto generale: perché dove Toyo Ito rappresenta un architetto sereno, Tadao Ando è invece un architetto spigoloso che impone il proprio pensiero in maniera molto forte e senza compromessi.*

    Si dice dei giapponesi che siano gentili, e che la gentilezza sia per loro come una forma di religione che professano pure quando non ci credono. Qualche osservatore dice che questa gentilezza sia in parte artefatta. Fa venire in mente due cose: l’espressione 'falso e cortese' - che si usa per definire delle prerogative dei cittadini di alcune città italiane - e l’invito “potrebbe essere un po' più gentile?”. Che dire, personalmente, preferisco una 'falsa gentilezza alla giapponese' (che se reiterata produce comunque effetti positivi) che non un tipo di supponenza che porta a quello che Mark Dytham riconosce come tratto distintivo di certi architetti che con gli anni si induriscono. 

    Qual è il tuo paese di origine? 

    L’Europa. Quando parlo con un cinese o un coreano e mi ritrovo li a spiegargli chi sono Garibaldi e Napoleone, o anche Deleuze, i Mano Negra, Wenders, Leo Messi, Magritte, Almodovar o Fellini, capisco che siamo un vero continente e non solo per via della cultura: ma perché ci siamo fatti la guerra, ci siamo invasi, ammazzati, violentati e ibridati scambiandoci il sangue e i geni. Di contro quando vietnamiti e indonesiani parlano di condottieri e generali che hanno fatto la loro storia mi sembra di essere un estraneo, solo in parte al corrente delle cose d’Asia. Più in dettaglio, penso che le mie origini affondino in quella che definirei la scuola meridionale dell'architettura: quella fatta di notte e con mezzi di fortuna.

    A che cosa ti sta servendo questa scuola meridionale in oriente? 

    La scuola meridionale è agitata dal genio dell'improvvisazione, quella giapponese dalla serenità della regola. Ho dovuto “resettare” tutto per aprirmi veramente a ciò che fino a quel momento era per me ignoto. Aziende come Goldman-Sachs o Merrill Lynch hanno diverse sezioni, tipo GoldmanSachs Europa, GoldmanSachs Asia e infine GoldmanSachs Giappone. Questo perché il Giappone è una nazione peculiare - con pro e contro - per quanto riguarda sia storia che sistema degli affari. Estremizzando mi verrebbe da dire che quello che si sa prima di venire qui forse non serve a niente, in quanto il sistema giapponese ha un sistema operativo tutto suo. Esportabile, affascinante e comprensibile: ma non va dimenticato che e’ 'made in Japan'.

    Quindi l’attitudine che ho avuto è stata di purificazione: liberarsi del passato. 

    Sappiamo come la cultura monoteista abbia la tendenza ad escludere elementi esogeni ed esterni ad essa in quanto tende alla purificazione. Il piombo che cerca di essere tramutato in oro. Mentre scintoismo e buddismo tendono all’inclusione. Ecco, all’inizio quando sono arrivato in Giappone, ho praticato una sorta di purificazione al contrario (in quanto ero ancora imbevuto di cultura monoteista): decidendo di non usare gli strumenti cognitivi che avevo fino a quel momento appresso. Sono venuto vuoto, o meglio cercavo di svuotarmi delle cose che avevo appreso. Le cose che conoscevo non che non mi potessero servire, ma ho preferito fare finta di non averle.

    Poi, oggi, dopo che esse hanno dormito per lungo tempo, sento che si stanno risvegliando e il tutto si sta cominciando a mischiare in modo naturale in un processo ancora in corso. Spero in futuro mi portino ad avere una maggiore espansione della coscienza e una più ampia sintesi dei saperi. 

    Durante questo tam tam di domande e risposte mi hai scritto:
    «Qui tranne il fatto che l'acqua è razionata e che la città non funziona al 100%, tutto sommato si continua a vivere bene!»
    Mi piace il tuo ottimismo, grazie per questo dialogo. 

    Per via degli effetti di questa crisi complessa che ha colpito il Giappone, Tokyo si trova oggi a dover ripensare il suo futuro: trattandosi di una metropoli ultra avanzata che dopo anni di spregiudicatezza consumistica, intensa produzione di avveniristiche sequenze spaziali ed esperimenti sociali si può capire che ripensarsi in quanto una delle capitali del mondo non sarà immediato. Ma diceva Henry Ford che gli ostacoli sono quella cosa spaventosa che si vede quando ci si distrae dalla meta.
    Qui siamo con un occhio all'immediato e uno all'infinito.
    Grazie a te!

    11 aprile 2011

    Intersezioni ---> Fuga di cervelli

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    Note:
    1 Francesco Bonami, Lo potevo fare anch’io, Mondadori, Milano, 2007, p. 95.
    2
    AA. V V., Toyo Ito. Istruzioni per l'uso, Postmedia, Milano, 2004, p. 59.
    * Li ho incontrati entrambi per delle interviste che sono diventati dei libri pubblicati da CLEAN (nel primo sono coautore insieme a Matteo Belfiore, del secondo ho curato la traduzione): ognuno dei due architetti ha una sua peculiare identità.

    6 aprile 2011

    0006 [POINTS DE VUE] Massimo Mastrorillo | 6 aprile 2009 ore 3:32

    di Salvatore D'Agostino
    «Cammino col cavalletto in mano. Riesco a sentire solo i miei  passi e il rombo di un automezzo militare che si avvicina. Tutto il resto è silenzio. Tutto il resto è  fantasma. L’Aquila, la città fantasma. Negli edifici sventrati mi sembra di sentire nitido il vociare delle famiglie intorno al tavolo, di scorgere dalle finestre le luci bluastre dei monitor di giovani universitari davanti al computer, di poter rubare l’intimità della gente con un semplice acuirsi dell’udito e della vista. Si tratta d’immaginazione. Quelle vite sono altrove. Sono a terra sparpagliate negli oggetti abbandonati,  dimenticati, smarriti. Quelle vite sono altrove, chiuse in pochi metri di asettiche Unità Abitative:  vite sradicate, traumatizzate, che però non hanno perso la memoria, la loro identità di comunità  e la visione di un futuro in cui credere e riconoscersi». (Massimo Mastrorillo)
    Il termine ‘fotografia istantanea’ si deve alle prime macchine fotografiche autosviluppanti degli anni settanta.  Si scattava un istante di vita e in pochi secondi veniva riprodotta la foto.
    L’istante dopo le 3:32 del 6 aprile 2009 ha cambiato l’istantanea aquilana.
    Massimo Mastrorillo, in questi due anni, ha percorso con la sua macchina fotografica quei luoghi dell'Abruzzo messi a soqquadro, nella speranza di archiviare istantanee di un paesaggio temporaneo!*


    4 aprile 2011

    0010 [WIKIO] URBAN BLOG la classifica di aprile | Citywarn e il forum lotta al degrado

    di Salvatore D'Agostino

    Grazie a Migliora Torino vi segnalo due utili novità, da rilanciare nei vostri blog e utilizzare subito.

    Il primo è Citywarn.
    Che cos'è?
    Ecco un grafico esplicativo semplice e intuitivo: