Nel post precedente* anticipando questo colloquio avevo scritto: Non so se Bruno Zevi, morto il nove gennaio del 2000, un po' prima dell'avvento della penetrazione capillare del Web, oggi avrebbe gestito un Web Log, ma penso che si sarebbe inventato una strategia comunicativa per la rete.
Francesco Cirillo nei commenti a tal proposito ha ricordato un aneddoto:
«Se vuoi una mia risposta al tuo quesito, in base alla mia esperienza vissuta con lui, posso dirti che sicuramente avrebbe costituito un blog sul web. Ricordo che quando decisi di conoscerlo gli feci una ventina di telefonate senza mai riuscire a parlargli, la sua segretaria mi disse: “provi a scrivergli una lettera lui le risponderà sicuramente... anzi se possiede un fax meglio ancora, adora questo strumento perché è veloce e immediato”. Pensa cosa sarebbe riuscito a creare sul web, poter sfruttare la planetarietà in un istante, avrebbe potuto dire la sua in qualsiasi istante e irrompere con la sua prorompenza.»
A seguire la prima delle due interviste agli artefici di antiTHeSi: Sandro Lazier.
«Nel 1999 (sic ndr 1995) nasce «arch'it», diretta da Marco Brizzi, tuttora la più solida e conosciuta tra le riviste di architettura online con base in Italia. Non è secondario che «arch'it» nasca a Firenze e leghi il proprio nome fin da subito a un festival annuale di architettura e media («Image»). Sembra una pietra filosofale, il detonatore digitale è piazzato proprio nel cuore di una delle facoltà di architettura meno disponibili all'innovazione e in un colpo solo riesce a mettere nel mirino di uno sguardo «aperto e disincantato» anche i rapporti tra architettura e media […] La bomba esploderà avrà successo, anche se a qualche anno di distanza si può dire che certamente ha creato dei nuovi poteri ma forse non è riuscita che marginalmente a mettere in crisi il sistema di potere che sembrava essere in grado di indebolire più a fondo. È certamente riuscita, però, a produrre due fenomeni.
Il primo è stato quello ovvio dell'emulazione, per cui negli anni successivi abbiamo dovuto assistere a un proliferare incontrollato di direttori self-appointed di riviste digitali, pronti a definirsi critici di architettura e spargere senza paura giudizi tranchant su questo e quel maestro e apprezzamenti quasi erotici su progetti di amici e conoscenti.
Il secondo, potenzialmente più rilevante, è stato quello di «far crescere» una generazione di critici e aspiranti critici (o teorici) dell'architettura, che trovano finalmente sulle pagine di «arch'it» quello spazio e quella libertà di selezione dei contenuti che le riviste e i giornali non sembrano voler concedere.» (Pippo Ciorra)1
«Dopo le ripetute incursioni nel mondo dei blog*, è arrivato il momento di mettere ordine tra le pagine scritte nel Web in questi anni.
Cominciamo a rispondere alla domanda posta qualche tempo fa su questo blog: chi è stato il pioniere dei blog di architettura?*
La risposta è: Marco Brizzi con la creazione di arch’it nel marzo 1995 (aveva appena compiuto 28 anni).2
Arch’it
è una semplice pagina bianca con pochi e chiari rimandi alle rubriche.
In questi quindici anni ha ospitato gli scritti dei migliori
critici/architetti - e non solo – italiani. Mantenendo un registro
critico e disinteressandosi all’aspetto ‘virale’ di internet o
‘all'estetica Web' del momento. Usando la rete come pagina
d’approfondimento e non come campo di una rivoluzione in corso.
Per Arch’it il web log ha la stessa radice della pagina cartacea: la scrittura.
Di seguito il colloquio avvenuto nel pomeriggio del 14 luglio scorso con Marco Brizzi.
Salvatore D'Agostino Questa è un'homepage del 1998, l'anno del tuo inizio come direttore editoriale di arch'it.
Quali erano le idee guida di quegli anni?
Marco Brizzi Dove l’hai trovata, su archive punto org?
Sì.
Bella!
Idee
guida vere e proprie, per arch'it, ho preferito non definirne. C'erano,
naturalmente, all'origine, delle scelte editoriali delle sensibilità,
delle ipotesi. E molte domande. Nel seguire il lavoro avviato dai miei
amici mi interessava sfruttare la Rete per misurarne la capacità
adattativa, per porre dei temi e delle questioni che altre forme
dell'editoria di architettura, in quel momento, non avevano interesse a
porre. Nell'Internet stavano nascendo diverse attitudini e mi sembrava
opportuno contribuire a stimolarle.
Quando si iniziano dei percorsi si stilano, non dico dei manifesti, ma dei punti programmatici.
In
questo caso le azioni sono state guidate in larga misura dalla
spontaneità. Non un progetto editoriale vero e proprio, quindi, né
qualcosa di simile. Per me arch'it si poneva in linea di continuità con
lo spirito del gruppo che aveva fatto nascere quello spazio web nel
1995. Mi interessava mettere alla prova l'efficacia di alcuni temi. In
questo senso, c'è stata una progressiva e variabile messa a punto delle
idee; ed è questa, semmai, che ha descritto nel tempo un orientamento e,
se vuoi, un percorso. Non ho sentito la necessità di produrre un
manifesto. So che qualcuno è rimasto sorpreso nel non ritrovare sulle
pagine di arch'it esplicite dichiarazioni che accompagnassero la mia
conduzione.
Il tuo lavoro su arch'it è simile al lavoro di un editore poiché, benché rari
siano i tuoi scritti, interessanti sono i contributi che in questi anni
sei riuscito a far pubblicare. Su arch'it hai dato spazio ai maggiori
critici sia emergenti e non, sei un catalizzatore e divulgatore - in
senso positivo - del dibattito sull'architettura?
Questa considerazione è interessante.
È vero, non mi sento di avere determinato un percorso rigoroso, semmai
ho cercato di fare spazio e di accomunare delle figure che, concordo con
te, ho avuto la fortuna di coinvolgere e che hanno contribuito alla
costruzione di arch’it, molto di più di quanto non abbia fatto io. Credo
che questo abbia a che fare con la 'naturalità' del percorso compiuto.
Percorso tanto naturale che a volte si è atrofizzato, a volte si è
sviluppato con maggiore impeto, a seconda delle occasioni e anche delle
disponibilità di tempo e d'animo delle persone che hanno collaborato al
progetto. Ho avuto la fortuna di non dovere sottostare a delle
regole di mercato editoriale, cosa che ha comunque penalizzato,
probabilmente, alcuni aspetti della rivista.
Arch’it è totalmente gratuita?
Si tratta di un lavoro di gruppo. E sono davvero numerose le persone
che hanno collaborato alla rivista in maniera molto spontanea e
generosa.
Rileggendo il tuo dialogo con Luigi Prestinenza Puglisi nel libro La generazione della rete ho avuto la sensazione che il giovane, cioè tu, cercava ti placare il web ottimismo del vecchio – anagraficamente - LPP.
Riprendo la riflessione finale:
«L'accademia
si afferma anche alimentandosi con l'avanguardia, talvolta
fagocitandola. Nessuno di noi vorrebbe che questa generazione, un po'
come quella descritta da Roman Jakobson alla fine degli anni Venti,
dissipasse i propri poeti. Poeti e non poeti, i progettisti qui presenti
(ndrA12, amgod#n, Alessandro Carbone, Centola & Associati, Cliostraat, Greco Onori Oppici, HOV; ma0/emmeazero, Mantiastudio, Gianluca Milesi, nicole_fvr/2A+P, Spin+, Stalker e UFO)
sono alla ricerca di ambiti di produttività, di campi d'indagine e di
azione. Hanno avvicinamenti molto diversi ai problemi che abbiamo
sommariamente discusso, hanno idee distinte e progettano secondo criteri
disomogenei tra loro. Ad accomunarli qui è l'appartenenza a una
generazione che, consapevolmente o meno, contribuisce alla definizione
di un ambito di sviluppo dell'architettura connaturato alla cultura
della rete.»3
A proposito di generazione e disomogeneità, due domande. La prima è un po' brutale, che fine ha fatto quella generazione della rete?
La
domanda è importante. Effettivamente la sensazione che qualcosa stesse
accadendo -e che, se non si fosse percepita l'importanza del momento,
qualcosa si sarebbe irrimediabilmente perduta- la sottoscrivo. E credo
che, osservando oggi i processi che si sono succeduti, qualcosa si sia
definitivamente perso; si è perso il momento dell'entusiasmo, della
scoperta, della volontà d'impossessarsi di strumenti nuovi, di argomenti
nuovi da trasferire nel mondo dell'architettura. Questo è durato un
certo periodo, forse dura ancora oggi in qualche misura, ma non siamo
più negli anni delle grandi speranze, che farei corrispondere al
quinquennio 1995-2000.
Che cosa è successo dopo?
Che alcune delle figure che hanno familiarizzato con la Rete,
frequentandola per farla diventare un'effettiva risorsa, hanno avuto la
capacità di continuare il loro discorso e di farlo crescere. Il Web è
materia duttile, non può essere oggettivata o considerata uno strumento
in se stesso definito e concluso. Si tratta a tutti gli effetti di un
ambiente che si arricchisce di idee, di interpretazioni, di significati,
che si strutturano attraverso l'uso. Tornando alla tua domanda, alcuni
gruppi hanno poi cambiato il loro percorso per poi trovare nuovi canali
nei quali scorrere. Altri hanno smesso di ricercare. Qualcuno è
scomparso. Ma tutto questo è nella natura delle cose. Non ho pensato
mai, in fondo, -e credo che fosse già argomento del dialogo con
Prestinenza- che la rete fosse un ambiente esclusivo e confortante.
La
seconda la introduco con un aneddoto di Umberto Eco raccontato a
Bologna il 15 maggio del 2011 (Costruire il nemico):
«Anni fa a New York
sono capitato con un tassista dal nome di difficile decifrazione, e mi
ha chiarito che era pakistano. Mi ha chiesto da dove venivo, gli ho
detto dall'Italia, mi ha chiesto quanti siamo ed è stato colpito che
fossimo così pochi e che la nostra lingua non fosse l'inglese.
Infine
mi ha chiesto quali sono i nostri nemici. Al mio "prego?" ha chiarito
pazientemente che voleva sapere con quali popoli fossimo da secoli in
guerra per rivendicazioni territoriali, odi etnici, continue violazioni
di confine, e così via. Gli ho detto che non siamo in guerra con
nessuno. Pazientemente mi ha spiegato che voleva sapere quali sono i
nostri avversari storici, quelli che loro ammazzano noi e noi ammazziamo
loro. Gli ho ripetuto che non ne abbiamo, che l'ultima guerra l'abbiamo
fatta cinquanta e passa anni fa, e tra l'altro iniziandola con un
nemico e finendola con un altro. Non era soddisfatto. Come è
possibile che ci sia un popolo che non ha nemici?
Sono sceso
lasciandogli due dollari di mancia per compensarlo del nostro indolente
pacifismo, poi mi è venuto in mente che cosa avrei dovuto rispondergli, e
cioè che non è vero che gli italiani non hanno nemici. Non hanno nemici
esterni, e in ogni caso non sono mai in grado di mettersi d'accordo per
stabilire quali siano, perché sono continuamente in guerra tra di loro,
Pisa contro Livorno, Guelfi contro Ghibellini, nordisti contro sudisti,
fascisti contro partigiani, mafia contro stato, governo contro
magistratura – e peccato che all'epoca non ci fosse ancora stata la
caduta del secondo governo Prodi altrimenti avrei potuto spiegargli
meglio cosa significa perdere una guerra per colpa del fuoco amico.»4
Non
credi che gli architetti italiani, nel loro farsi la guerra, siano
stati sempre - aggiungo fortunatamente - disomogenei? O meglio non credi
che la bellezza dell’architettura italiana dipenda dalla sua
frammentaria identità?
Trovo l'esempio molto appropriato e
mi convince la tua ipotesi. La nostra identità ha anche a che fare con
l'atteggiamento individualistico che si ritrova anche negli ambienti
dell'architettura. Può darsi, allora, che la caleidoscopica
frammentarietà che descrive l'architettura in Italia si ricomponga poi
sotto forma di una figura cangiante. Inafferrabile e incerta al punto da
indurre ancora qualcuno a pensare che questo Paese sia favorevole alla
progettualità. A me, in fondo, piace pensare che sia così. Eppure
questo individualismo non si traduce in una vera e propria
conflittualità. La necessità del nemico sulla quale si è soffermato
recentemente Eco potrebbe anche offrire occasioni di confronto e di
crescita culturale.
La crisi che affligge le nostre
facoltà di architettura, per fare un esempio, è una crisi culturale. Al
di là dell'implosione strutturale che le sta coinvolgendo -è di questi
giorni la dibattuta questione di Palermo5- i luoghi dove si
insegna l'architettura in Italia sono spesso carenti di programma e
incapaci di una reale competitività. L'assenza, o la mancata
identificazione, di un "nemico" contro il quale le giovani generazioni
dovrebbero in qualche modo disporsi non alimenta dei nuovi percorsi
culturali.
Nella recente Festarch di giugno 2011* e a Firenze all'interno dell'evento pensare spazi contemporanei*
a luglio 2011 insieme a Derrick de Kerckhove, Stefano Boeri, Luigi
Prestinenza Puglisi, Joseph Grima, Marco Biraghi, Pietro Valle ed Elisa
Poli avete riflettuto sull'apporto delle nuove tecnologie di
comunicazione nell'architettura.
Che cosa è emerso?
Si
tratta di iniziative assai diverse per forma e dimensione. Ma forse le
accomuna una certa attenzione al discorso che l'architettura può
sviluppare nella città contemporanea. Il festival diretto da Stefano
Boeri e che si è recentemente spostato a Perugia ha intimamente a che
fare con il tema mediatico, anche se non lo affronta in maniera
esclusiva così come invece fa BEYOND MEDIA,* la manifestazione da me
diretta a Firenze e dedicata, dal 1997, all'esplorazione del rapporto
tra architettura e media. Al contempo, il programma PENSARE SPAZI
CONTEMPORANEI,* che ti ringrazio di avere preso in considerazione, è un
progetto più errabondo: da una parte si preoccupa del ruolo della
critica nell'architettura e dall'altra cerca di mettere in discussione e
di frantumare il senso, o quello che resta di un senso sovente
svuotato, di alcune parole che ricorrono in pubblicazioni di
architettura.
Purtroppo in rete non
ho trovato nessun approfondimento, neppure una sintesi su Abitare,
promotrice di uno dei due incontri. M'interessa capire quello che è
emerso.
Ho partecipato a uno degli incontri di Festarch, intitolato Architecture and New Media, con
Joseph Grima, Stefano Boeri e Derrick de Kerckhove. Ho sentito di dover
in qualche modo interpretare il messaggio che Joseph Grima aveva
proposto nella sua triplice occasione dei "Critical Futures Debates" che
aveva organizzato con Domus a Londra, Milano e New York. In quelle
occasioni -tu sei consapevole di cosa si sta parlando perché hai
partecipato all'incontro milanese- ricorreva l'interrogativo sulla
capacità della Rete, in particolare dei blogger, di reinterpretare o
ridefinire il ruolo della critica di architettura. Questo era il tema
che mi sembrava più importante da discutere, tant'è che lo ho poi
riproposto insieme a Elisa Poli in occasione del ciclo di incontri PENSARE SPAZI CONTEMPORANEI,
chiedendo agli ospiti di discutere "dove si annida la critica". Mi sono
domandato questo, forse ingenuamente, alla ricerca dei dispositivi
critici più convincenti realizzati in Rete. La sensazione è che,
specialmente se si guarda agli autori italiani, la qualità sia alterna e
solo occasionalmente convincente. Non so se sei d'accordo con me su
questo punto, ma ho l'impressione che spesso, dalle nostre parti,
l'editoria di architettura in generale e il Web in particolare siano
usati come mezzi di espressione di un protagonismo personale.
A
tal proposito ho svolto una ricerca, perché penso che prima di
elaborare una critica, bisogna guardarsi intorno, conoscere ciò che sta
avvenendo e in questo caso percorrere la Rete.
Attraverso lo strumento inchiesta, ho aperto un'indagine inclusiva di voci della blogosfera inerente l’architettura italiana.* Ciò che ne emerso è complesso e variegato, richiederebbe una risposta elaborata. Ti sintetizzo due temi sottesi ma contrastanti tra di loro.
Il primo tema è quello che Mario Perniola chiama degli incazzati in pigiama6. La rete italiana,
specialmente negli ultimi cinque anni, si è rispecchiata nel peggio dei
media generalisti tradizionali che spesso avallano e rilanciano i
blogger incazzati in pigiama, ad esempio il blog di ‘Beppe Grillo’ e similari; blogger ormai
diventati dei professionisti della rete, che difficilmente attivano
delle sinergie positive, con contenuti soventi bloccati su parole
chiave, nel caso dell'architettura sono: archistar, centro storico,
periferia, non luogo, effetto x, y e z, ecomostro, bioX o ecoX, contro A
o contro B, eccetera.
I numeri, sia
di copie vendute che di accessi, sembrano premiare questo tipo
d'informazione incapace di analizzare, approfondire, rilevare ciò che ci
succede intorno. I blog, reiterando i titoli urlanti dei giornali,
si dimenticano di osservare il sottobosco creativo e meno frignante che
esiste e resta invisibile.
Il
secondo tema è costituito dai blog (anche temporanei) che vengono letti
forse da pochi lettori ma, come ricordava il direttore del Censis,7 gestite spesso da persone che si ostinano a non omologarsi al peggio e, dal mio punto di vista, stanno producendo ricchezza. Temo
che i critici, in questo momento storico, non riescano ad osservare
questi territori di energia latenti, pensano che la Rete sia costituita
solo dagli incazzati in pigiama e dimenticandosi di osservare i percorsi blogger più lenti e rilevanti.
Esistono
nel Web velocità diverse e diverse capacità di propagazione. Non un
catalogo se non il Web stesso, che costantemente ricostruisce i propri
molteplici indici intorno alle preferenze e agli interessi dei suoi
utenti. La critica può manifestarsi in zone più o meno 'calde' e
costruire intorno a sé imprevisti ambiti di interesse e di applicazione.
Credo che per poter cogliere quello che accade in quelli che tu chiami 'territori di energia latenti' occorra maturare maggiori duttilità e
capacità di osservazione.
A proposito della convergenza del cartaceo con il Web, di recente, ho letto il libro di Marco Biraghi MMX Architettura zona critica e sono rimasto deluso dalla semplice trasposizione dei contenuti apparsi nel suo sito Gizmo.8 Un’operazione analogica.
Io penso che i due media, il libro e il Web, abbiano linguaggi distinti. Il
Web ci offre una diversa profondità, la rete non è solo una pagina, è
audio, video, link, immagine con tutte le sue infinite quotidiane
varianti. È qualcosa d’informale ma nello stesso tempo profondo, dove si
ci può incontrare. Queste peculiarità non possono essere trascurate, non
possiamo più pensare di replicare degli articoli cartacei in rete.
Il libro di Marco Biraghi sembra modellato su il BLDBLOG di Geoff
Manaugh* che è anch'esso una trasposizione di testi prodotti per la Rete e
poi messi su carta. Iniziative editoriali come questa testimoniano la
presenza e la rilevanza di contenuti che, nati nel Web, possono
soddisfare diversi mercati editoriali e raggiungere diverse comunità di
lettori. Nel compiersi, queste contaminazioni o questi travasi, che
sovente si realizzano nell'editoria degli ultimi anni, descrivono la
variabilità dei linguaggi che appartengono a diversi ambiti di
produzione. Questo perché, appunto, i contenuti sono condizionati dai
luoghi in cui si offrono. Possono addirittura descriverli: se io scrivo
qualcosa su Web risento, in qualche modo, della spazialità che essa mi
offre. Mentre scrivo ho la percezione diretta del fatto che, quello che
scrivo, lo sto scrivendo per una comunità amplissima, indeterminata e
anche indefinita nel tempo.
Qualche anno fa Pietro Valle,
uno degli autori che con maggiore impegno si sono rivolti ad arch'it, mi
ha proposto di sviluppare un programma secondo il quale estrarre, sulla
base di scelte curatoriali di volta in volta differenti, articoli
contenuti nel grande deposito delle pubblicazioni della rivista, per
dare luogo a dei volumi cartacei. Tale programma, consapevole dei
variabili linguaggi usati, prevedeva la riscrittura dei pezzi stessi e
il loro adeguamento alle esigenze e alle consuetudini della carta. Trovo
ancora interessante l'esperimento fatto con "arch'it papers" -così si
chiamava il progetto di cui è uscito un solo volume- e ritengo sia
sempre opportuno tenere in considerazione la pertinenza di ciascun mezzo
di comunicazione. In ogni caso credo di poter dire che arch'it ha
spesso agevolato le pratiche di trascrizione e di migrazione di
contenuti, andando talvolta contro quello che il senso comune
suggerirebbe solitamente all'editoria.
Infatti,
non criticavo l’idea di trasporre i contenuti prodotti nella Rete in un
libro, bensì l'idea di copia incollarli in direzione analogica. Mi
convince l'approccio di Pietro Valle che riscrive in formato cartaceo
ciò che è stato scritto in rete, operazione opposta a quella di Marco
Biraghi, il suo libro sembra un patchwork di scritti proposti in rete,
con l'aggravante dell'aggiunta degli elementi che ammiccano al
linguaggio della rete: la manina dei link, le tag e il mi piace che
non appartengono al linguaggio grafico di un libro. Trasporre la
grammatica web in un libro, secondo me è un'operazione debole. Si sono
mescolati due linguaggi diversi in un unico contenitore. Ad esempio il
libro La generazione della rete del 2003 era caduto in questa trappola
grafica ma erano anni di sperimentazione, quasi pioneristica.
Questo è un punto molto importante sarebbe interessante svolgere un confronto diretto su questi argomenti magari in Rete?
Tu hai cercato di porre questi tuoi argomenti a Marco Biraghi?
No.
Penso che varrebbe la pena discuterne.
Dopo questa conversazione, possiamo ampliare il nostro dialogo. Sarei
interessato a un dibattito attivo sui temi dell'architettura. Non
bisogna pretenderlo, ma, se continuiamo ad invitare o magari ospitare
nei nostri siti due o tre persone che la pensano alla stessa maniera,
rischiamo l’autoreferenzialità di cui parlavi prima, rimanendo dei mondi isolati,
atteggiamento ereditato dalle riviste cartacee dell'ultimo ventennio,
incapaci di attivare un dialogo sui temi del contemporaneo e che hanno
perso la tradizione dialogica che li vedeva confrontarsi spesso con
precisi e importanti editoriali, penso a Pagano con Piacentini o
Maldonado con Mendini.
La rete, in tal senso, ci offre altri canali, anche se a volte gli assalti degli incazzati in pigiama deviano
il dialogo in un groviglio di parole chiuse, spesso ideologizzate che
scadono nell'invettiva. Ma è indubbio che la Rete offre degli spazi
nuovi, latenti e forse virtuosi.
Coltivare queste
insoddisfazioni non può far che bene. Credo dovrebbero essere spinte al
di là della ricerca delle configurazioni ideali o idealizzate riguardo
agli usi dello spazio web. Gli strumenti e le forme di scrittura hanno
una forte incidenza nella produzione dell'architettura. Il lavoro
critico sull'editoria e sulle possibilità di pubblicazione
dell'architettura è decisivo per la crescita della cultura del progetto.
Questo atteggiamento trascende lo strumentario, benché aperto e
formidabile, offerto da Internet. Occorre coltivarlo e incorporarlo nel
pensiero progettuale.
Condivido e penso che possiamo chiudere con quest'auspicio.
1 Pippo Ciorra, Senza architettura, Laterza, Roma-Bari, pp. 73-74
2
per capire meglio la storia di arch'it vi suggerisco di leggere:
Salvatore D'Agostino, 0053 [MONDOBLOG] Dadarch'it, Wilfing Architettura,
19 gennaio 2012*
3
2A+P, Marco Brizzi, Luigi Prestinenza Puglisi, GR - La generazione
della rete. Sperimentazioni nell'architettura italiana, Cooper &
Castelvecchi, Roma, 2003, pp. 224-225.
Interessante questa
breve storia dell'editore Cooper & Castelvecchi: «Il marchio
editoriale Castelvecchi è stato fondato nel 1993 sull’onda di Internet,
dei Cibernauti e della nuova cultura giovanile che ruggisce sul Web e
nei centri sociali. Ha lanciato a suo tempo, nel 1995, due dei più noti
«cannibali», che hanno pubblicato con Castelvecchi il loro esordio: Aldo
Nove con «Woobinda» e Isabella Santacroce con «Fluo». Per non parlare
del fenomeno Luther Blissett, che esordisce da Castelvecchi nel 1995 con
«Mind Invaders», e impazza per tutti gli anni Novanta prima di
trasformarsi nel collettivo Wu Ming. O del fantomatico Reverendo William
Cooper, che con oltre ventimila copie vendute sdogana il «Sesso
estremo» per un’intera generazione. Libro d’esordio castelvecchiano
anche per il critico e scrittore romano allora 28enne Emanuele Trevi (in
seguito da Einaudi, Mondadori, Laterza): è già un classico il suo
Istruzioni per l’uso del Lupo, una lettera aperta a Marco Lodoli sulle
aberrazioni della critica. Mentre la stagione dei centri sociali volge
ormai al tramonto, sul finire degli anni Novanta Castelvecchi si dedica
alla nuova generazione di pittori e artisti digitali italiani. Con il
lavoro dei critici Gianluca Marziani (allora 27enne, autore del saggio
«N.Q.C. Nuovo Quadro Contemporaneo») e Luca Beatrice e Cristiana
Perrella (allora 30ntenni, autori di «Nuova arte italiana») e decine di
altri critici e curatori, Castelvecchi pubblica i lavori di esordio
della nuova generazione visiva e visionaria: suoi il primo libro di
Matteo Basilé, di Alessandro Gianvenuti, di Giuseppe Tubi e decine di
altri cataloghi di personali e collettive. E non mancano incursioni nel
campo della nuova «Rave Culture», con libri dedicati alla trance
elettronica, ai nuovi dj chimici e all’acid jazz grazie al lavoro di
curatori come il dj romano Andrea Lai e il jazzista Francesco Gazzara».* 4 Umberto Eco, Costruire il nemico, Testo
integrale dell’intervento tenuto il 15 maggio 2011 a Bologna
nell’ambito del ciclo di conferenze “Elogio della politica” curato da
Ivano Dionigi presso l'Università di Bologna.* 5
Per un approfondimento vi suggerisco di leggere un breve post di
Antonino Saggio: Chiusura della Facoltà di Architettura di Palermo,
Conferenze e talks of Architettura by Antonino Saggio, 15 luglio 2011. * 6 Editoriale di Mario Perniola, Scrivere, scrivere… perché?, Agalma, n. 17, marzo 2009* 7
Il direttore del Censis Giuseppe Roma in un recente convegno sui
maggiori disturbi depressivi sociali degli italiani evidenzia come ne
siano affette le persone più fragili ma a sua volta le più sensibili,
poco ciniche quelli non accettano di omologarsi al peggio: «Proprio
quest’ultima forma di reazione alla società del disordine e della
confusione, che non è una forma di adattamento, ma l’espressione di una
sofferenza individuale, può paradossalmente essere espressione di sana
potenzialità. Disturbi psichici come segno di reattività, di non
conformismo, di ribellione. La speranza è che correnti vitali nella
società possano captare la reattività di sofferenza dei singoli e
riconvogliarle verso una ripresa della consapevolezza sociale». Rita
Piccolini, Soli, impauriti, 'barricati' in casa, Televideo, 15 giugno
2011.* 8Ciò che manca
premessa al libro a cura di Marco Biraghi, Gabriella Lo Ricco, Silvia
Micheli, MMX Architettura zona critica, progetto grafico Pupilla Grafik,
Zandonai, Rovereto, 2010.*
L'intervista fatta il quattordici luglio del 2011 è stata rivista e aggiornata il trenta gennaio del 2012. La
foto animata è composta da frammenti di screenshot scattati, durante il dialogo avvenuto su Skype, da Salvatore D'Agostino.
«Domus è una rivista d'arte che sogna di essere un'opera d'arte.» (Giò Ponti)1 -
Joseph Grima con i suoi 34 anni2 è il più giovane
direttore della storia di Domus. L'otto luglio del 2011 abbiamo
chiacchierato sulle sue esperienze formative e sul percorso ideativo
avviato per Domus. Quali siano le aspettative della nuova Domus, le affido
alla voce degli editori Giovanna Mazzocchi Bordone (figlia di Gianni
Mazzochi l'ideatore dell'Editoriale Domus*) e della figlia Sofia Bordone. A seguire il nostro dialogo:
«Sofia Bordone Abbiamo Domus, che esce in edizione internazionale in inglese con edizioni locali in Russia, Israele, Cina e in arabo3, e Meridiani, che ha un’edizione brasiliana. Ai partner esteri offriamo la nostra competenza nel fare sistema.
Ivan Berni Come procede la mutazione di Domus con il ritorno alla direzione di Alessandro Mendini?
Giovanna Mazzocchi Bordone
Mendini è una collezione nella collezione. L’ho voluto alla direzione
per preparare il terreno alla nuova declinazione di Domus verso una
linea di sviluppo ‘globale’. Prima il giornale anticipava le tendenze.
Dava, per così dire, la linea. Ma oggi, anche facendo al meglio questo
lavoro, si rimarrebbe inevitabilmente indietro. Qualcosa resterebbe
fuori. Perciò la rivista Domus deve soprattutto fare approfondimento,
offrire letture interpretative. Il resto, le tendenze, le news, le
sperimentazioni, deve girare su tutte le piattaforme che oggi la
tecnologia ci permette di usare. È un progetto a cui sta lavorando da
mesi Joseph Grima, che prenderà la direzione di Domus nella prossima
primavera. Prima di Natale verrà lanciato il nuovo sito della rivista ed
entro il 2011 avremo anche la versione iPad. Il nuovo sito sarà in
versione scrolling, con una parte storica e una parte informativa.»4
Salvatore D'Agostino
Nasci ad Avignone nel 1977, ti trasferisci a Milano nel 1987, dove hai
frequentato le scuole secondarie e il liceo. Nel 2003 ti laurei all’AA
di Londra.
Qual è la tua identità?
Joseph Grima I
miei genitori sono inglesi, l’educazione familiare formativa è
culturalmente inglese. Ma da quando avevo dieci anni ho vissuto in
Italia, e frequentando le scuole italiane dalle medie ho avuto una
formazione italiana. Mi sento abbastanza equilibrato tra le due identità
o forse più che altro mi sento profondamente europeo, non appartenente a
nessuna nazionalità specifica. Credo che oggi la nazionalità sia meno
importante anche per la crescita culturale individuale, come evidenziava
Luca Molinari alla Biennale di Architettura del 2010 chiamandola
‘Generazione Erasmus'.5 L'Europa oggi è una realtà significativa. L'altro giorno (ndr 7 luglio 2011*), durante la premiazione del concorso 'AAA architetti cercasi'*
alla Triennale, in cui si cercavano proposte innovative intorno all'idea del 'social housing' abitazioni a basso costo, è stato
interessante constatare come i premiati fossero tutti ragazzi
giovanissimi; quasi tutti avevano un'identità internazionale con
percorsi formativi in Italia, in Francia, negli USA o in Spagna, e i
loro lavori si sviluppano attraverso reti fisiche ed elettroniche.
L'architettura oggi è una rete di reti, ed è questa la realtà in cui mi
trovo più a mio agio.
New York, 97 Kenmare Street, un incrocio che segna
l’intersezione di tre quartieri: Chinatown, Little Italy e SOHO. Sede
dell’organizzazione no profit Storefront for Art and Architecture,*
attiva dal 1982. Lunga circa trenta metri, la galleria si assottiglia
dai 20 ai 3 metri, ridisegnata nel 1992 da Steven Holl e Vito Acconci, i
quali hanno trasposto in architettura lo spirito dell’organizzazione,
creando non un contenitore delle arti ma un forum pubblico dove
l’interno - attraverso dei pannelli incernierati in cemento e fibre
riciclate - si apre verso l’esterno, creando una continuità con la
città. Organizzazione che hai diretto dal 2007 al 2010.
Questa vista da Google StreetMap evoca fortissime memorie. È una prospettiva della galleria vista da ‘La Esquina’*
un piccolo bodega dall'altra parte della strada dove la notte si
ritrovano i tassisti nel momento di pausa. È aperto 23 ore su 24, e
chiude, se ricordo bene, dalle cinque alle sei del mattino. Si preparano
tacos, quesadillas e altre specialità messicane. Devo aver passato
decine e decine di ore a guardare la galleria da questa prospettiva,
mangiando tacos.
L’immagine mi fa tornare in mente l’esperienza di quei tre anni a Storefront
ma anche l'unicità della sua natura istituzionale. È una galleria che
ha solo quattro dipendenti, finanziato quasi interamente da donazioni di
individui che credono nell'importanza per l'architettura oggi di uno
spazio autonomo di sperimentazione, una sorta di laboratorio di
riflessione e coraggiosa sperimentazione sulle frontiere politiche,
sociali, tecnologiche e filosofiche dell’architettura, nell'epicentro di
una delle realtà urbane più competitive e aggressive del mondo. Una
fortissima volontà collettiva è incapsulata in questo spazio, un
incredibile coraggio a resistere con pochissimi soldi a New York, forse
la città più cara del mondo, lontano da interessi commerciali e
monetizzabili, dove ogni mese si rischia di essere espulsi per far posto
ad un altro negozio d’abbigliamento. Ma la sua energia vitale deriva
proprio da questo: essere una sorta di bolla acommerciale in un mare di
shopping, una sorta di scialuppa dalla quale è possibile osservare
criticamente, da vicino, la città.
Credo che le istituzioni, un po’ come le persone, possano essere tirchie o generose. Storefront
ha da sempre la peculiarità di essere un’istituzione generosa e
coraggiosa. La sua qualità più ammirevole è quella di prendere rischi:
dà la possibilità a individui che hanno visioni un progettista o un
artista giovane, uno sconosciuto, uno straniero, di avere un primo
approdo negli Stati Uniti, di far vedere i propri lavori in una delle
città che più ha segnato l’innovazione nell'architettura, nell'arte e
nel design. Ha una tradizione di offrire una piattaforma a individui che
sono stati rifiutati altrove. È stato storicamente un punto di approdo:
Diller + Scofidio*
hanno fatto la loro prima mostra, e già negli anni Ottanta si
trattavano esattamente gli stessi temi sollevati ora dal movimento
Occupy. Storefront non ha nessun sovvenzionamento governativo,
trattandosi degli Stati Uniti ci sono pochissimi fondi governativi,
municipali o federali per l’arte o la cultura, ma vive grazie a
donazioni private che tengono personalmente all'esistenza di questo
luogo. Storefront ci deve far riflettere sul futuro della
cultura in Europa, da una parte il modello americano basato sulla
filantropia e dall'altra il modello europeo sostenuto dalla collettività
attraverso lo stato. Una domanda da porsi in questo momento storico.
Credo
che ci siano delle similarità con Domus, che è da
sempre una rivista coraggiosa e generosa, e consapevole del suo potere
nel trasformare le carriere di architetti, designer, artisti e
fotografi. Col numero di gennaio 2011 abbiamo iniziato un nuovo
progetto: la copertina e l’editoriale di ogni numero sarà affidata ad un
architetto, designer, urbanista o artista che in qualche maniera sta
sperimentando con coraggio, trascendendo i limiti disciplinari della sua
professione. La copertina diventa in qualche maniera una piattaforma
sperimentale sulla quale, insieme a quattro pagine di editoriale, è
possibile prendere una posizione, esprimere un pensiero, ma anche
riflettere sulla propria traiettoria progettuale e i traguardi all'orizzonte Iniziamo con uno studio belga, architecten de vylder vinck taillieu*, non soltanto perché hanno appena terminato una serie di tre progetti
residenziali interessanti e innovativi (ndr presentati nel numero), ma anche
perché ci sembra importante, in questo momento, dare spazio ad uno
studio che ha scelto di concentrare la sua ricerca su un’unica finalità,
ovvero l’esperienza dello spazio architettonico e la qualità
materiale dello spazio fisico. Sembra una banalità, ma ci troviamo in un
momento che l’interesse per la teoria e la ricerca astratta - assolutamente legittima, per carità - rischia di essere meno uno
strumento di avanzamento cognitivo che una distrazione endemica che
aumenta la distanza cognitiva fra noi, come architetti, e la materia
fisica, lo spazio che produciamo, che in ultima analisi è la misura
della nostra abilità e quello su cui siamo giudicati, cosa che
apparentemente ci dimentichiamo ogni tanto. È una copertina forte,
sorprendente e anche difficile, che d’altra parte rischia di apparire
molto banale se non si legge il testo che lo accompagna. Ma credo sia
nella migliore tradizione di Domus dare spazio ad un pensiero forte,
anche al costo di prendere qualche rischio. Sono poche, pochissime le
riviste che possono farlo oggi.
Nel 2007 hai organizzato POSTOPOLIS! Quattro blogger Geoff Manaugh BLDBLOG,* Dan Hill City of Sound,* Jill Fehrenbacher Inhabitat (New York City) * e Bryan Finoki Subtopia*
da quattro diverse città, hanno ideato e invitato una serie di relatori
dal vivo fondendo l'approccio informale e l'energia interdisciplinare
della blogosfera architettonica con l'immediatezza e l'interazione
faccia a faccia.
Ho cominciato a leggere BLDBLOG nel 2006 quando lavoravo a Domus,
direzione Stefano Boeri. Fino a quell’anno, il concetto di 'blog
d’architettura' era sostanzialmente sconosciuto, almeno sulla larga
scala che conosciamo oggi. BLDBLOG mi affascinava perché era qualcosa di
completamente nuovo, senza precedenti: un autore che da solo, senza
retribuzione, era riuscito a crearsi un seguito globale scrivendo
d’architettura online. Ero affascinato da questa figura nascosta di cui
non si sapeva nulla, neanche dove vivesse. Arrivato a Storefront
nel 2007, per la prima volta avevo un budget e uno spazio, e ho pensato
di usarli per conoscere Geoff e due o tre altri come lui. Mi sono detto
che come me, probabilmente, anche molti altri erano curiosi di avere la
possibilità di trasformare in una dimensione fisica quella che era una
dimensione estremamente attiva ma puramente elettronica.
Abbiamo
iniziato con Geoff una discussione da cui è nata l’idea di creare una
sorta di 'Ponzi scheme' delle idee: il tema centrale rimaneva
l’architettura, ma ognuno dei quattro blogger, avendo un approccio molto
diverso e specifico: Geoff fantascienza,
letteratura, paesaggio e geologia; Dan interfacce, grafica, tecnologia infrastrutturale e le smart
cities; Bryan il punto di vista della militarizzazione dello
spazio urbano e non; Jill sostenibilità ed ecologia; invitatava una dozzina di relatori che avrebbe
voluto conoscere e intervistare dal vivo. Da questa sorta di piramide, in cui io invito quattro
blogger, ogni blogger invita dodici relatori, e ogni relatore invita i
suoi amici e conoscenti, è nato un’incredibile esempio di 'network
effect' in cui in qualche maniera la rete e lo spazio fisico della
galleria sono diventati un’unica cosa. Non abbiamo mandato nessun
comunicato stampa, nessuna mail e ci siamo trovati all’epicentro non
solo della rete locale newyorkese. La notizia si è sparsa quasi come un
incendio di bosco, attraverso le comunità creative che ci sono a New
York ma anche attraverso la rete, gran parte del dibattito infatti
avveniva online, nonostante fossimo lì fisicamente. C'è stata una
inaspettata collisione tra cyberspazio e spazio fisico.
La sua
forza è stata nel ritmo incessante, incalzante dei relatori variegati e
interessanti che si succedevano. Alla fine di ogni relazione, ognuno si
prometteva di staccare, di andare a prendere un caffè o a mangiare
qualcosa, ma non si riusciva mai. Siamo rimasti lì dentro più o meno per
cinque giorni, in un flusso ininterrotto di idee e dibattiti.
Una Woodstock dell’architettura?
Si
potrebbe dire così, ma senza molto sesso o droga, se non Red Bull. È
finito tutto con un dj set di due blogger che trattano il tema dello
spazio urbano attraverso il suono e la musica: DJ/rupture* e Daniel Perlin* (DJ N-Ron). Daniel Perlin ora cura la sezione Mixtapes* di Domus, e DJ/rupture è l’autore del Mixtape Harlem, il secondo della serie.
Visto
oggi, è evidente che c’è stata una sorta di contaminazione tra la
cultura blogger e l'editoria classica. Credo che il grande merito dei
blog sia stato di costringere l’architettura a riprendere contatto con
la realtà, smontando l’apparato fortemente gerarchico ed accademico che
caratterizzava il dibattito intorno all’architettura fino all’arrivo
della rete.
Che cosa significa POSTOPOLIS! e perché il punto esclamativo?
Ottima domanda. Non ricordo... Sarebbe interessante ritornare nei
miei archivi email, perché è stato il frutto di un lunghissimo scambio
notturno con Geoff, forse anche un po’ delirante. Forse il punto
esclamativo sta per rafforzare quest’idea di energia, di eccesso, di
sforzo quasi agonistico nella ricerca della conoscenza e della
divulgazione – un modo per allontanarlo dall’idea canonica delle
conferenze soporifere. Postopolis! – sembra più un esclamazione che il
titolo.
Nel novembre del 2010 sei stato invitato a partecipare alla mostra The Last Newspaper*al The New Museum di New York.*
Interessante la riproposta di un’opera di Luciano Fabro del 1967
‘Pavimento-Tautologia’ che metteva in relazione il faticoso lavoro dei
giornalisti con la fatica del lavoro domestico dove i giornali servono
per lucidare pavimenti e vetri:
«[...] di considerare
il lavoro e di preservarlo, non per ostentazione, ma come fatto
privato, cercare che non vada a finire in niente quella cosa che è
costata lavoro.»6
Ci sarà mai un ultimo giornale di carta?
Sì, non nel futuro immediato ma prima o poi ci sarà l’ultimo giornale di
carta. Credo che non ci sarà l’ultima rivista, poiché le riviste
approfondisco temi e i loro contenuti sono più longevi rispetto alle
notizie del giornale di carta. Quello che distingue la rivista dal
quotidiano è la dimensione della notizia, l’informazione ha un ruolo
fondamentale nel quotidiano, diversamente dalla critica e dal pensiero
elaborato che si ha nella rivista. Per quanto riguarda l’informazione
credo che nel futuro convergerà nelle piattaforme Web e questo in parte
sta già avvenendo.
Il progetto di The Last Newspaper era
un modo per riflettere sull’incredibile importanza che hanno avuto e
continuano ad avere i giornali, per quanto riguarda lo spazio urbano e
il nostro rapporto con le città. Ad esempio, New York è una città
particolarmente estrema, nel senso che è una città fondamentalmente
fondata sulle lobby immobiliari, sulle fluttuazione e le crescite dei
valori immobiliari; in tutto questo il New York Times ha giocato un
ruolo fondamentale, tutto ciò che ha pubblicato e non pubblicato ha in
qualche maniera plasmato la città ed è una cosa di cui si è parlato
pochissimo.
La partecipazione alla mostra al New Museum è stata una collaborazione con Kazys Varnelis * il direttore del The network architecture lab* della Columbia University*. Per quattordici settimane abbiamo realizzato The New City Reader,
un settimanale stampato su carta di giornale. Ma si trattava di un
settimanale molto insolito, perché come provocazione riprendeva il
format dei 'Dazibao' cinese - i giornali della rivoluzione
concepiti per essere letti collettivamente per strada, nello spazio
pubblico, incollati ai muri delle città - e lo riproponeva come format
per una lettura collettiva di scritti che non erano assolutamente intesi
come notizie 'quotidiane' ma che trattassero temi inerenti allo spazio
pubblico, il suo ruolo oggi, e come sta cambiando.
Per i diversi
numeri del settimanale prodotti durante la mostra hanno scritto, in
tutto, più di trecento persone, creando un ritratto della città in tempo
reale e incentrando la ricerca su come l’informazione modifica o
modella lo spazio fisico. Quindi paradossalmente, nonostante si
trattasse di un giornale ‘cartaceo’, si è parlato principalmente di
interazioni spaziali, ad esempio di come l'iPhone cambiasse il nostro
modo di occupare lo spazio, di come il cittadino oggi occupa lo spazio
fisico del marciapiede, della metropolitana, incapsulato in una sorta di
bolla che lo isola dal suo contesto.
The new city reader ha
creato una sorta di ritratto di una città, un ritratto molto spontaneo
ed è anche un modello applicabile a diverse città, infatti stiamo
lavorando ad una edizione londinese che probabilmente si terrà in
primavera e sarà ospitata dall'Architectual Associaton*.
Gianni Mazzocchi l’editore storico di Domus
sognava una rivista in continuo aggiornamento anche grazie
all’alternarsi del direttore. Nell’aprile 2010, dopo la direzione
affidata a Flavio Albanese, Domus ha deciso di affidare a te la
direzione, con una transizione di un anno curata da Alessandro Mendini
già direttore di Domus nel 1980-85 nonché di Casabella 1970-1976. Il 9 dicembre del 2010 cambi radicalmente il sito di Domus, affidando la progettazione a Dan Hill. Facendo subito chiarezza sul tuo progetto editoriale: Domus avrà una doppia anima Web e cartacea. Una curiosità, perché per spiegare le novità della nuova versione cartacea hai pubblicato l’intervista ai curatori Salottobuono7 e non hai spiegato quella di Domus Web curata da Dan Hill?
La risposta è divertente perché rivela uno scontro culturale.
L’intervista a Salottobuono è stato un modo per esplicitare alcune
scelte culturali intono al linguaggio visivo della rivista e prima di
quest’intervista avevo proposto la stessa cosa a Dan Hill. Ma Dan ha
preferito aspettare che il sito fosse davvero completato prima di
parlarne pubblicamente. Il problema è, che come si sa, i siti sono in
continua evoluzione: ci sono nuove rubriche, nuove sezioni, continui
perfezionamenti. A metà gennaio, ad esempio, lanceremo un piccolo
redesign (non così tanto diverso, ma che porta alcuni perfezionamenti).
Prima o poi si farà, ma Dan è un perfezionista assoluto, e non so se
considererà mai il sito sufficientemente perfetto.
A proposito della doppia anima Web/cartacea, ho
trovato interessante l’innesto di una pagina dove si segnalano gli
articoli pubblicati su Domus Web.
Mi chiedo però, perché gli articoli sul cartaceo trasposti in rete non hanno una logica ‘editoriale’ Web?
Faccio un esempio per chiarezza: nel primo numero è stato pubblicato un articolo firmato da Beatriz Colomina dal titolo ‘Verso un architetto globale’,*
articolo che nel cartaceo è stato studiato e impaginato con un sapiente
innesto grafico per quanto riguarda le citazioni. Lo stesso articolo è
stato pubblicato sul Web senza nessun accorgimento grafico, perdendo di
leggibilità.
In sintesi, perché invece
di limitarvi a copia incollare sul web gli articoli della rivista, non
li segnalate con una formula editoriale Web simile a quella ideata per
il cartaceo?
Per progettare e realizzare il sito abbiamo impiegato più di sei mesi di
lavoro estremamente intenso di progettazione su come suddividere le
sezioni, risolvere piccoli problemi di rimandi, collegamenti, struttura e
gerarchia degli articoli. È stato un impegno rilevante svolto in mesi
di lavoro molto tecnico e dettagliato, per non parlare di tutta la parte
di codifica dei testi e del sito. D'altra parte, per ideare e affinare
l’impianto grafico la Domus cartacea abbiamo impiegato, con i
Salottobuono, poco più due mesi, perché quando fai una rivista di carta
stai sostanzialmente prendendo delle scelte, delle direttive
macroscopiche che hai sempre l'opportunità di trasgredire in qualsiasi
momento. Ogni volta che prepari i vari layout dei contenuti hai
l’opportunità di mettere in dubbio le idee di base, questo può succedere
per ogni articolo senza che si compromettano le genericità
dell’impianto ideativo.
Questa flessibilità sul Web è praticamente
impossibile per il suo impianto rigido che è molto difficile da gestire
sotto ogni aspetto e questa è una realtà con cui dobbiamo confrontarci. Progettare
una rivista Web è molto impegnativo, ciò che noi abbiamo cercato di
fare con il nostro sito è di passare a un livello di qualità, di
coerenza e di valore grafico più elevato possibile, più simile alla
logica di una rivista, rispettando comunque il fatto che un sito Web
deve essere cosituito sostanzialmente di template, di gabbie strutturali
che vengono riempite e su cui si riversano dei contenuti.
Quest'aspetto
è il secondo dei motivi perché reputo interessante la tua osservazione,
ovvero l'emancipazione dai layout predefiniti. Alla fine le decisioni
rispetto al web si scontrano sempre con delle logiche di economia:
nessuno, neanche sui grandi quotidiani come il New York Times, è riuscito a capire del tutto come far quadrare i conti.
Sì, Domus è la prima rivista cartacea che usa il Web, non come una vetrina, ma come uno spazio attivo d’informazione.
Le esperienze Web più significative, fino ad ora, sono state quelle delle riviste che hanno emulato in qualche maniera la formula della
blogosfera, come Abitare, con cui collaboravo prima di trasferirmi a
Domus. Non credo ci sia una formula 'migliore' o 'peggiore': con Domus
abbiamo cercato di fare una cosa diversa, tentando di trasporre sul Web
la qualità storica e la tradizione critica e di approfondimento di una
rivista cartacea, non basandolo unicamente sulle notizie veloci. È una
scelta difficile, perché i numeri dimostrano che la formula del blog è
quello che più di tutti garantisce traffico istantaneo. La nostra è una
strategia più a lungo termine, basata sulla creazione di un database
ricco di articoli approfonditi, e una struttura che permette di
aggiungere progressivamente nuove edizioni in altri linguaggi, creando
una piattaforma che sia un punto di riferimento globale per
l’architettura e il design.
Infatti
dicevo che siete stati la prima rivista che ha costruito il proprio
spazio Web con la grafica e i contenuti da ‘rivista’ Web. Abitare è un
ibrido tra un sito-vetrina con tutte le derive news e qualche spazio critico o
rubrica con voce autonoma.
Paradossalmente riviste come Domus che sono ancorate ad una storia
pluridecennale, che in qualche maniera hanno vissuto l'ascesa e la
storia del movimento modernista sin dall'inizio, si trovano in qualche
maniera svantaggiati nella loro transizione sui nuovi media. Prima di
tutto sono, agli occhi dei lettori, equiparati all'establishment antico,
predigitale, e rischiano di essere percepiti come appartenenti ad
un'altra era. Secondo, sono afflitti dalla tentazione di aggrapparsi
alla tradizione, che spesso diventa un ostacolo all’innovazione. In
questo bisogna riconoscere che l’editore è stata coraggiosa e ha
abbracciato una formula non ovvia o scontata, marcando un ingresso
deciso nell'era digitale che rispecchia più una strategia a lungo
termine che sui risultati a breve. In questi mesi è evidente che se ne
stanno accorgendo anche molti altri che senza una presenza web un
cartaceo rischia di non esistere nella coscienza quotidiana dei lettori,
e quindi di scomparire.Mark, ad esempio, ha appena lanciato un sito e un account Twitter.
Ovviamente mi riferivo al contesto italiano,
anche se è vero che le riviste straniere hanno più dei siti ‘vetrina’
che riviste Web. Per l’Italia ho fatto un reportage che avvalora ciò che
dico8, per le riviste straniere sto per finire il monitoraggio ma al momento ho rilevato lo stesso deficit italiano.
Nessuno ancora ha pensato al sito Web come un’interfaccia creativa editoriale della rivista. Si pensa che il Web sia solo una ‘vetrina’.
Ribadisco
ci sono veramente poche riviste ‘storiche’ curate sul Web nel mondo. Ma
questo quasi sicuramente cambierà. E sicuramente Domus è stata una
delle prime.
Con il numero 946 aprile
2011 inizia la direzione tradizionale di Domus, rileggendo questi quatto
numeri mi è venuta in mente una tua osservazione del 2006:
«Quello
che lei dice è vero – “contaminazioni” (in senso positivo) di correnti
progettuali provenienti da lontano non mancano, cosa peraltro
inevitabile se si considera la proliferazione di sorgenti di notizie e
di immagini a disposizione dei progettisti. Più ancora che alle riviste,
che del resto sono sempre le stesse, credo che questo sia dovuto a internet.
Infinite informazioni, fatte su misura, disponibili immediatamente, se
si sa cercare… Credo che la generazione di architetti emergenti faccia
parte di una cultura progettuale globale, in cui ha sempre meno senso di
pensare a influenze progettuali legati a luoghi specifici.»9
In
ogni numero presenti poche architetture, massimo tre, di architetti
eterogenei non sempre noti rilevando la loro collocazione urbana globale
attraverso testi quasi narrativi, le foto anch'esse narrative e i
disegni semplificati secondo lo stile di Salottobuono (per fortuna non
esistono rendering).
Un lavoro
minuzioso che cela il passaggio dalla celebrazione dell’architettura
iconica dello scorso decennio a un’atomizzazione non più veicolata
dall’accademia o dai critici dell’architettura a scala mondiale.
Ci sono diversi motivi per cui presentiamo una selezione abbastanza
ristretta di architetture. Il primo è che pensiamo che tutto quello che
ci circonda sia architettura e sia ispirazione, e l'abilità di saper
decodificare, leggere il paesaggio, le città, gli oggetti, le tendenze
progettuali e culturali che ci stanno attorno sia di importanza primaria
per il progettista. Domus è sempre stata una rivista di larghe vedute,
che parte da una visione fortemente trasversale comprendente l'arte,
l'architettura, il design, l'urbanistica, la paesaggistica per plasmare
la sua visione del mondo; per chi preferisce una visione più ristretta, o
più tecnica, o strettamente disciplinare, ci sono molte altre testate;
Domus è una rivista per chi ha curiosità di sapere cosa succede oltre i
confini della propria disciplina. In un'epoca in cui un'infinità di
immagini è liberamente disponibile su web, credo che le riviste siano
chiamate a rivendicare la loro identità peculiare, e questa
trasversalità multidisciplinare è, a mio parere, sinonimo dell'identità
storica che ha reso Domus quello che è.
Casabella, ad esempio, è
caratterizzata da una grande uniformità stilistica: immagini molto
codificate in un preciso linguaggio fotografico, disegni tecnici, e
testi che in larga misura ripropongono i codici canonici della critica
dell'architettura convenzionale, poche escursioni in discipline
parallele. Di nuovo, non è un discorso di meglio o peggio; sono identità
storiche diverse, che forse corrispondono a visioni generazionali
diverse. A mio parere il rischio di formule di questo tipo è da una
parte un distacco generazionale e future, che sono più onnivore e
trasversali, abituati ad una dieta mediatica più onnivora, e dall'altra
parte di essere vulnerabili rispetto all'ascesa del web, dove le
immagini e documentazioni di ogni tipo e di ogni edificio abbondano. In
ogni caso, noi apriamo sempre con un grande progetto di architettura,
diamo nella rivista la prevalenza all'architettura, non cerchiamo di far
finta che Domus sia una rivista che tratta qualcos’altro. Selezioniamo
con enorme attenzione le architetture che pubblichiamo, preferendo
quelle architetture che segnano un punto di progresso ed avanzamento
nella pratica progettuale, in particolare se hanno una risonanza urbana,
un pensiero progettuale originale, forte, inconsueto, non soltanto dal
punto di vista formale ma anche tecnico o di procedura.
Il tema dei
disegni è per noi molto importante: la saturazione delle immagini online
ha indebolito, in qualche maniera, la forza di questo media, di mezzo che
prima contraddistingueva l'eccellenza di una rivista, ormai tutti hanno
l'accesso gratuito ad un enorme quantità d'immagini, con estrema
facilità. D’altra parte la cosa che era un po’ uno standard e il sine qua non
delle riviste, il disegno tecnico, essendo qualcosa che richiede un
notevole impegno, è andato in qualche modo a nostro parere a scomparire
fra le riviste più progressiste. Forse perché sono estremamente poche le
riviste che si possono permettere l'impegno necessario per uniformare i
disegni, ricondurli ad un unico codice grafico, riprodurli in scala,
comprendere a fondo un edificio per poterlo rappresentare nei suoi
dettagli. È questo secondo noi è uno dei fattori che contraddistingue la
rivista Web dal cartaceo. Ecco perché il disegno ha una presenza forte;
raramente pubblichiamo un’architettura senza i disegni, e
ideologicamente siamo contrari alla progressiva svendita immaginifica,
pittorica, dell’architettura che rischia di essere un effetto
collaterale del web sulla carta.
A proposito della seconda parte della precedente domanda?
Se si pensa alle architetture sovietiche negli anni della guerra fredda,
dai '60 agli ’80, perché ci affascinano così tanto? Perché
rappresentano un periodo storico che a noi è completamente ignoto, a
causa della barriera fisica e un’assenza di comunicazione tra Est e
Ovest. Le riviste come Casabella e Domus sono state le prime a veicolare
l’idea (peraltro profondamente insita nel modernismo stesso) di far
conoscere, creare, in qualche maniera, l’architettura su scala globale,
in cui le idee potessero essere riprese, riciclate, citate anche in
contesti radicalmente diversi da quelli in cui erano nati.
In questo
senso sono stati gli avi di questa architettura globale in cui ci
riconosciamo oggi, dove un progettista di Melbourne può ritrovare una
vicinanza, una simbiosi, una risonanza con il lavoro di un architetto di
Atene piuttosto di uno che si trova a Forlì. Chiaro che ci sono
variabili geoclimatiche di cui tener conto, ma culturalmente non
esistono più le categorie di spazio geografico che siano traducibili in
neo movimenti di carattere regionale, in questo senso credo che questa
atomizzazione sia assolutamente in corso. Cerchiamo attraverso la
selezione dei progetti anche di raccontare, narrare, quello che avviene
nel nostro globo, non guardando con occhio geografico, e difficilmente
selezioniamo delle architetture perché costruite in un determinato
luogo, ma cerchiamo di coprire tutte le varie dimensioni e i diversi
aspetti della narrazione architettonica.
Nel tuo terzo numero hai chiesto a Carlo Ratti di scrivere un articolo sul tema dell’architettura open source. Carlo Ratti ha proposto di editare collettivamente questa voce, come voce di Wikipedia.
Pagina, successivamente, scritta insieme a Paola Antonelli, Adam Bly,
Lucas Dietrich, Dan Hill, John Habraken, Alex Haw, John Maeda, Nicholas
Negroponte, Hans Ulrich Obrist, Carlo Ratti, Casey Reas, Marco
Santambrogio, Mark Shepard, Chiara Somajni e Bruce Sterling. Riporto il finale per sintetizzare e riprenderne i contenuti:
«Se gli edifici e le città di domani saranno come dei 'computer in cui vivere'
(con le dovute scuse a Le Corbusier), OSArc [ndr Open Source
Architecture] offre una struttura aperta e di collaborazione per la
scrittura del loro sistema operativo.»10
Perché pensi che OSArc sia una sorta di manifesto del ventunesimo secolo?
Uno degli aspetti che qualifica un manifesto come tale, è il fatto che
prende atto, coagulizza, sedimenta, organizza, struttura un’idea che già
esiste. Qualcosa che è già nell'aria, qualcosa che è preesistente.
Difficilmente un manifesto può generare un movimento, generalmente
avviene l’opposto. Il movimento esiste e il manifesto lo fa coagulare;
il successo di ‘Delirious New York’ come manifesto retroattivo
per Manhattan di Rem Koolhaas lo si deve al fatto che riesce ad
organizzare delle idee preesistenti, e in qualche maniera credo che lo
stesso valga per OSArc. Hai seguito l’ultima conferenza di Mark
Zuckerberg, il fondatore di Facebook, di tre quattro giorni fa dove ha
annunciato l’alleanza con Skype?
Mark Zuckerberg, «something awesome, 30 giugno 2011
Ha enunciato la legge dell’era sociale: ogni anno raddoppia la quantità
d’informazione e di contenuti legati alla propria vita generalmente
privata, che in media ogni utente pubblica sul Web. Una crescita esponenziale che Zuckerberg ha misurato attraverso gli accessi su facebook.
Questo
aspetto è molto interessante, una crescita esponenziale che in qualche
maniera spazza via qualsiasi fenomeno del passato, se si pensa alla
legge di Moore che dice che: «Le prestazioni dei processori raddoppiano ogni 18 mesi»
l’idea che la quantità d’informazione che un individuo condivide
raddoppia ogni anno, per molti aspetti è affascinante. E non può non
avere un forte impatto su come viviamo, abitiamo le città, ma sopratutto i
nostri atteggiamenti rispetto alla produzione di idee, al concetto di
autorialità. Oggi abbiamo, sempre di più, questo desiderio di vivere in
pubblico. Al di là dell’aspetto narcisistico, vanitoso, è estremamente
interessante come il possesso e il mantenere il controllo di un'idea sia
molto meno importante della collaborazione, della condivisione per le
nuove generazioni. E per questo l'idea della produzione collettiva mi
interessa molto. Come la conoscenza, ma non solo la conoscenza, gli
strumenti, gli oggetti possono essere trasformati, se non creati, da un
lavoro non autoriale. Anche se autoriale lo è comunque perché c’è il
credito, il sito, il nome eccetera.
L’idea di fare un numero
sull’open source è nata durante il salone del mobile, credo che sarà un
meta-argomento, un metatema che percorrerà tutti i miei Domus, finché
dura. La progettualità di oggi non può permettersi di non analizzare il
mondo della creatività collettiva, è qualcosa che in qualche maniera il
mondo dell’architettura sta cercando di celare. L'approccio open
source nel campo dei designer è già una realtà; come ti dicevo, durante
il salone del mobile abbiamo visto una serie di progetti, alcuni dei
quali sono stati pubblicati nel numero che hai citato, e lo hanno in
qualche maniera ispirato. Nel campo urbanistico ci sono molti esempi di
applicazione della metodologia progettuale open source.
Nel mondo
dell'architettura invece c'è un enorme abisso. L’editoriale organizzato
con Carlo Ratti editato su Wikipedia cercava di colmare questo vuoto
cognitivo e ideologico. Era più una provocazione, non chiudiamo un tema
definitivo, queste idee non rimarranno statiche. È un sassolino lanciato nello stagno che serve per porre la domanda, creare un tema, che cosa significa ‘progetto collaborativo’ per chi lavora in una scala architettonica?
Che cosa significa avere un approccio open source?
Forse
non è tanto interessante a livello tecnico o processuale l'assemblaggio
di un singolo edificio, m'interessa di più che cosa può significare
l’uso a livello stilistico.
Come se l’architettura si allontanasse dalla costruzione con le forme, con le star, con l’autorialità come ultimo fine.
Forse
questo è uno delle grandi promesse sottese nell'idea del tema operativo
open source. Poiché si smonta la mitologia del progettista supremo,
caratteristica oggi questionabile.
Ritornando alla tua vecchia frase «in cui ha sempre meno senso di pensare a influenze progettuali legate a luoghi specifici» e al manifesto open source,
i libri di architettura più incisivi della seconda metà del secolo
scorso sono stati dei racconti di viaggio o manifesti retroattivi dopo
il viaggio (di cui parlavi prima):
1972: D. Scott Brown et S. Izenour, Learning from Las Vegas, Cambridge (Mass.)
1978: Rem Koolhaas, Delirious New York: A Retroactive Manifesto for Manhattan, Oxford University Press
1996: Stefano Boeri e Gabriele Basilico, sezioni del paesaggio italiano, Art&
Forse
l’ultimo di questi libri è una forzatura, quel lavoro è stato
presentato alla biennale di architettura di Venezia. Era un viaggio per
immagini, dopo aver individuato sei segmenti (ciascuna disegnava un
rettangolo di km 50 per km 12) di territorio italiano dalle
caratteristiche urbane molto simili, in luoghi diversi. Quel viaggio a
piedi non voleva dimostrare, ma mostrare il complesso rapporto che c’è
tra la città e il territorio, tra il costruito e la politica, tra la
vitalità e l’idealizzazione, ponendo dubbi, invitando a riflettere, non
nascondendosi dietro i fasti del passato spesso idealizzati e mai
vissuti. Robert Venturi nel suo libro scriveva:
«Per un
architetto, imparare dal paesaggio circostante, è un modo di essere
rivoluzionario... la creatività dipende dall'osservare ciò che ci
circonda.»11
Oggi a quel paesaggio circostante si
aggiunge una dimensione che non può essere più trascurata, lo spazio
delle interazioni cognitive Web, il Web è una realtà del nostro
paesaggio.
L’idea del Web come paesaggio è interessante per alcuni aspetti, un
paesaggio che non conosce distanze, ogni punto del Web è equidistante da
ogni altro punto del Web, almeno dal punto di vista dell’utente. Ogni
luogo è un indirizzo ed ogni indirizzo è equidistante dagli altri
indirizzi. Riprendendo ciò che dice Venturi imparare dal paesaggio
circostante è un modo di essere rivoluzionario. Credo che il tuo punto
di vista sia giusto, forse manca qualcuno che in ambito architettonico
sia in grado d'imparare dal paesaggio esistente in internet è molto
interessante come tema, è una geografia a cui culturalmente non ci siamo
adattati granchè. Nel lavoro di Manuel De Landa, Lieven de Cauter,
Peter Sloterdijk, Bruno Latour e altri ci sono i germi di una
sistematizzazione e una lettura spaziale della trasformazione, di come
la tecnologia e la network culture stia cambiando il nostro
spazio, rimane un divario netto rispetto al pensiero progettuale.
L'accelerazione del cambiamento tecnologico, e l'ubiquità della
connettività e dell'informazione è qualcosa con cui dobbiamo fare i
conti sia a livello progettuale che politico. L'aspetto più
interessante forse non è più capire come l’architetto possa imparare
dal paesaggio fisico e per essere rivoluzionario, ma come riconoscere le
opportunità in quella rivoluzione che sta già avvenendo davanti ai
nostri occhi, intorno a noi a partire dai telefoni nelle nostre tasche:
la rivoluzione dell'informazione.
Una volta si ipotizzava che
internet avrebbe fatto acquisire un nuovo valore alla campagna, in
quanto disconnesso dalla necessità di vicinanza fisica dalle persone,
invece è successo proprio l’opposto. Nel momento in cui abbiamo avuto
l'opportunità di scartare la necessità di essere fisicamente presenti
nelle città per essere operativi, ci siamo addensati nelle città. C’è
quindi da considerare un’altra geografia, di cui parla Kazys Varnelis:
il paesaggio architettonico infrastrutturale del Web e delle reti, uno
dei temi che reputo molto interessante, con cui ho fatto un’esperienza
di ricerca allo Strelka*,
la scuola di architettura e design di Mosca. Con i miei studenti abbiamo
approfondito il tema della polarizzazione fra città e campagna; la
città come entità paesaggio antropizzato per eccellenza e la campagna
che paradossalmente sta diventando il dominio delle infrastrutture, un
framework, un'intelaiatura che serve a sostenere le città fra di loro,
città collegate da una fitta rete aerea paradossalmente in declino.
La
ricerca di uno studente, in particolare, ha illustrato questo
cambiamento epocale nel paesaggio a partire dall'enumerazione degli
aeroporti della ex-Unione Sovietica. Verso la fine dell’era sovietica
c’erano 3500 aeroporti in tutta ‘l’Unione Sovietica’, oggi ce ne
sono 92. Un dato che ci spiega la convergenza verso l’urbanità, che
procede come un'agglomerazione intorno a pochi aeroporti. Il modello
dell'ex unione sovietica era un modello di città diffuse, dove la
mobilità interna serviva ad occupare con una sorta di copertura uniforme
il territorio. Il modello attuale di libero mercato ha invertito il
vecchio modello c'è in atto un'occupazione dello spazio polarizzato, in
cui ci sono luoghi di grande densità, di grande accumulo di presenze
umane e di strutture fisiche che li contengono, lo spazio oltre la città
è un territorio vago, sconosciuto, infrastrutturalizzato. Uno dei siti
che abbiamo esaminato con gli studenti di Strelka è NADYM, un sito all'intersezione di due gasdotti ad ovest della Siberia in mezzo ad una
tundra completamente desolata. Il caso vuole che proprio nel punto di
quest’intersezione passa l’80% di tutto il gas utilizzato dall'Europa. È
un sito di 'infrastruttura critica'12, di importanza fondamentale
per l'economia e la sicurezza europea, per quanto sia assolutamente
desolato, sconosciuto. Ogni volta che tu accendi il gas e prepari il
caffè, l’energia che serve per fare il caffè è passata attraverso questo
piccolo spazio sconosciuto nell'ovest della Siberia. Questa assoluta
ignoranza che abbiamo delle geografie che supportano la nostra vita
quotidiana è sintomatica del divario cognitivo che si è creato con i
territori extraurbani. Con gli studenti di Mosca dello Strelka e il
fotografo Armin Linke,* siamo andati in elicottero a visitare questo sito, sorvolando la croce d'intersezione dei due gasdotti.
Armin Linke, The Cross, NADYM (Siberia occidentale), 2011
È un po' come se vivessimo sotto la cupola del Truman Show: nel suo
interno continua la vita urbana, ignara delle sovrastrutture che lo
proteggono; uscendo fuori da questo guscio diviene evidente l'impalcato
che sorregge la città. È un tema che mi affascina molto: gli spazi
sconosciuti, gli spazi completamente ignorati, interstiziali,
depopolati. Enormi geografie che contengono le sovrastrutture e
impalcature che sorreggono la nostra vita quotidiana, di cui siamo
completamente ignoranti. Spazi critici per l'esistenza moderna, con i
quali siamo in contatto ogni giorno, inconsciamente, senza saperlo e che
a loro volta sono molto vicini a noi, ma non li percepiamo neanche.
1
Redazionale, Clip Stamp Fold. L'architettura delle piccole testate 196x-197x, Domus n.897, Novembre 2006, p.76. 2
Ha iniziato ad occuparsi di Domus (web e cartacea) a 33 anni durante il
periodo di trasinzione diretto da Alessandro Mendini. Con il numero 946
dell'aprile del 2011 inizia ufficialmente la sua direzione. 3
Le edizioni locali*
di Domus sono: cinese (60 numeri), russa (editi 32 numeri), araba (26
numeri), israeliana (16 numeri), centro america e caraibica (3 numeri) e
infine la nuova versione indiana (1 numero).
4 Ivan
Berni, Signora, gradisce un brand? - Intervista a Giovanna Mazzocchi
Bordone, presidente dell’Editoriale Domus, Prima n. 411, novembre 2010 *
5 In realtà il concetto della 'generazione erasmus' è da anni un tema dibattutto. Sulla nascita del neologismo ho chiesto a Davide Faraldi autore del libro Generazione Erasmus, Alberti, 2008*. Ecco la sua risposta:
«Buongiorno, in
tutta onestà devo ammettere la mia ignoranza sul coniatore del termine
"Generazione Erasmus". Quando nel 2007 firmai il contratto con la
Aliberti non ne avevo mai sentito parlare e alle richieste della casa
editrice per inserire nel titolo (che originariamente era "E adesso cosa
fai?") il termine erasmus proposi il termine Generazione Erasmus,
pensando fosse originale. Poche settimane dopo l'uscita del libro,
scoprii l'esistenza di un raccolta di racconti scritta da Lorenzo Moroni
nel 2003 per una piccola casa editrice, intitolata proprio "Generazione
Erasmus". Quindi mi sembra doveroso cedere quantomeno a lui il primato
di averlo utilizzato. In ogni caso, credo che la Generazione Erasmus
nasca col trattato di Shenghen. Mi spiace non averla potuta aiutare
maggiormente. Grazie per avermi contattato a presto Davide Faraldi.»
Gli accordi di Schengen entrano in vigore in Italia il 26 ottobre del 1997* data che possiamo riferire come l'inzio formativo ed educativo della 'Generazione Erasmus'.
7 Redazionale, Intervista a Salottobuono, Domusweb, 16 maggio 2011 *
8 Salvatore D'Agostino, 0030 [MONDOBLOG] Sui blog e i siti delle riviste di architettura, Wilfing
Architettura, 10 giugno 2010.* 9 Arcomai, INTERFACCIA/interface | MOSTRA / ARCHITETTURA CONTEMPORANEA
ALTOATESINA di Joseph Grima e Nicola Desiderio, 09 febbraio 2006. * 10 Editoriale Domus n. 948, giugno 2011, p. II 11
Robert Venturi, Denise Scott Brown, Steven Izenour, Imparare da Las
Vegas - Il simbolismo dimenticato della forma architettonica, a cura di
Manuel Orazi, Traduzione di Maurizio Sabini, Quodlibet Abitare, 2010
12 Su questo tema leggi Geoff Manaugh, Wilileaks guide, Domus n. 948, giugno 2011, pp. 62-67
L'intervista fatta l'otto luglio del 2011 è stata rivista e aggiornata l'otto gennaio del 2012.
Foto iniziale Giò Ponti e Gianni Mazocchi nel 1978 tratta da Domus, n. 897, Novembre 2006, p.57.
La
foto animata è composta da frammenti di screenshot scattati durante
l'intervista fatta su Skype da Salvatore D'Agostino. La foto finale è di Armin Linke*.