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26 agosto 2009

0029 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Il nido e la tela di ragno di Rossella Ferorelli

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo



Il nido e la tela di ragno di Rossella Ferorelli (*)

Per quanto riguarda l'architetto famoso, la limitazione a un solo nome mi rende la vita alquanto difficile, perché ormai da anni ho rimosso dal mio modo di pensare la categoria "il preferito". Per questo motivo, mi prendo la libertà di allargare un pochino il cerchio della mia selezione... tu fanne pure ciò che vuoi!
Mi arrogo quindi il diritto di dire almeno un paio di nomi, accuratamente selezionati tra i due paesi che detengono a mio parere la palma di più avanzati in fatto di cultura architettonica: Olanda e Giappone.

Per l'Olanda the winner is: Ben Van Berkel, frontman di UNStudio. La mia preferenza nei confronti di questo team di progettisti si giustifica con il fatto che, se è vero che gli Olandesi sono campioni in materia di sperimentazione/sperimentalismo spaziale ed hanno senz'altro in mano il futuro di tutti noi, molti di essi sono a mio parere affetti da alcune patologie estetiche, per così dire, per le quali il loro modo di rappresentare il progetto - probabilmente più che i loro progetti stessi - li fa a mio avviso retrocedere in una logica cyberpunk che continua a risentire troppo di una disturbante atmosfera anni '90. Van Berkel, invece, è in grado di coniugare una ricerca dal sapore squisitamente rotterdamense ad un inappellabile talento compositivo. Per quel che ne so, tuttavia, mi sembra gli manchi quell'approfondimento etico-politico-teorico che come sai ritengo indispensabile e che oggi non so bene dove cercare.
Per il verso nipponico, invece, devo suddividere le mie simpatia tra la storica accoppiata Sejima-Nishizawa (anche se vedo che ultimamente lavorano spesso divisi... lo studio si è sciolto a mia insaputa?) ed il rubicondo Kengo Kuma. Fondamentalmente ritengo che entrambi incarnino alla perfezione quella japan-ness in architecture di cui parla Isozaki e che per me è sinonimo di assoluta levità, di grazia allo stato puro. Identifico questa dote squisitamente orientale in una tendenza dell'architettura a farsi, per così dire, tessile, e pertanto meravigliosamente gentile (persino femminile, benché tale aggettivazione in generale mi indispettisca). Se attribuisco ai signori SANAA in generale maggiori doti nel trattare i volumi, amo Kuma più propriamente per i suoi studi sui reticoli e i tessuti, che rimandano a questioni fascinosamente organiche. Non a caso, lo sfondo del mio blog è opera sua.

Ora, per quanto riguarda il progettista non-noto, il compito mi riesce ben più arduo. Non solo perché tale progettista probabilmente è non-noto anche a me (nel senso che, essendo ancora studentessa, ho relativamente scarsi contatti con le realtà poco conosciute al grande pubblico dell'architettura), ma soprattutto perché sarebbe forse corretto e interessante fornire qualche nome della mia realtà locale, magari di studi avviati da poco, e tuttavia il contesto di riferimento potrebbe giocare da convitato di pietra, falsando (o arricchendo?) la preferenza. Faccio ugualmente questa scelta anche per promuovere l'operato di un giovane studio della mia città, Moodmaker, che ha all'attivo appena una manciata di progetti ma che, nel loro piccolo, operano un vero e proprio taglio contemporaneo nel muro di gomma che avvolge Bari da capo a piedi e fa tornare tutto sempre nelle stesse vecchie mani, con le stesse vecchie regole. Anche solo per questo, per esser riusciti qualche volta a strapparglielo, a loro va tutto il merito ed il mio incoraggiamento.

(*) I caratteri del disturbo cronico è l'altro blog curato da Rossella Ferorelli.

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