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21 gennaio 2013

0008 [MEDIA CIVICO] Cartellopoli condannato a nove mesi di reclusione per istigazione al senso civico

di Salvatore D’Agostino

L’ultimo libro di Walter Siti ‘Resistere non serve a niente’ nasce dalla conoscenza diretta di un gestore di hedge fund, in italiano di ‘fondi speculativi’, fidanzato con una presentatrice televisiva che gira per Roma in bicicletta con un trascorso di volontario per la Caritas e che nel 2010 ha fatturato 28 milioni di euro. Una conoscenza trasformatasi in frequentazione durante la preparazione del libro. Dietro questa apparente normalità si cela una persona senza scrupoli. Siti ricorda1 come, nei personaggi dei libri di Agatha Christie, gli uomini apparentemente normali diventavano feroci assassini per un’offesa ricevuta. Oggi, nella realtà, la mutazione in estremo cinismo delle persone normali non avviene per male ricevuto ma per fare soldi. In un mondo dominato dal denaro, sostiene Walter Siti, resistere non serve a niente.

Questo è l’epilogo di un’altra storia, di seguito il prologo delle vicende giudiziarie di un blog civico romano: Cartellopoli.

13 gennaio 2011

0004 [POINTS DE VUE] Giuseppe Genna | L'autoantropologia dell'arredamento

di Salvatore D'Agostino
«Nella decorazione d’interni, se non anche nell'architettura d’esterni delle loro residenze, gli Inglesi sono i migliori. Gli Italiani hanno poco sentimento, oltre ai marmi e ai colori. In Francia meliora probant, deteriora sequuntur – la gente è di indole troppo bighellona per mantenere le proprietà domestiche, delle quali ha, a dire il vero, una raffinata considerazione, o per lo meno, gli elementi per un appropriato giudizio. I Cinesi e la maggior parte delle razze orientali hanno una fantasia calorosa, ma fuor di luogo. Gli scozzesi sono decoratori scarsi. Gli olandesi non hanno forse che una vaga idea del fatto che una tenda non è un cavolo. In Spagna non ci sono altro che tende – una nazione di carnefici. I Russi non arredano. Gli Ottentotti e i Kickapoos li seguono pari pari. Solo gli Yankees sono contrari al buon senso. 
Non è difficile vedere come ciò accada. Noi non abbiamo un’aristocrazia del sangue, ed essendoci perciò come cosa inevitabile, creata per noi stessi, un’aristocrazia del dollaro, l’ostentazione della ricchezza qui deve prendere il posto e fare la funzione dell’ostentazione araldica nei paesi monarchici. Tramite un passaggio facilmente comprensibile, e che potrebbe essere stato prontamente previsto, siamo stati portati a fondere nel semplice mostrare le nostre nozioni del gusto stesso.» Edgar Allan Poe 1
La citazione riporta l’inizio di un articolo di Edgar Allan Poe, apparso sul Burton’s Gentleman’s Magazine nel maggio del 1840, con il titolo The Philosophy of Furniture.
Allan Poe, descrivendo minuziosamente un interno, dispensa consigli su come deve essere un arredamento di buon gusto. Un artificio narrativo per attaccare la società degli Yankees:
«È un male che deriva dalle nostre istituzioni repubblicane: qui un uomo dal portafogli capiente di solito ha un’anima piccina, e la tiene là dentro. La corruzione del gusto è una parte o una conseguenza dell’industria del dollaro»2.
Mario Praz, riprendendo sia il titolo che l’intento di sottile denuncia sui suoi tempi, pubblica nel 1964 per Longanesi, La filosofia dell’arredamento, sottotitolo: I mutamenti nel gusto della decorazione interna attraverso i secoli dall'antica Roma ai nostri tempi.
Praz, sosteneva che «la casa è l'uomo che la abita» ma non disprezzava chi viveva nelle camere d’albergo o chi si circondava di oggetti d’arredamento «umili o brutti» che avevano un valore affettivo.
Oggi la descrizione degli interni è passata dalle riviste specialistiche - Domus, Abitare, Interni - ai supplementi generalisti del Corriere della Sera o Repubblica, senza disdegnare i collegamenti esterni dentro le case dei VIP nelle trasmissioni televisive.
Lo scrittore Giuseppe Genna, in questo POINTS DE VUE, ne fa una parodia utilizzando il dispositivo narrativo delle immagini con didascalia ci presenta la sua Miserabile soluzione abitativa3.
«”Il proprietario giace addormentato su un sofà il tempo è fresco, l’ora è intorno alla mezzanotte: daremo uno schizzo della stanza mentr’egli dorme”. Il sofà era stato lasciato vuoto da un pazzo, e ora lo riempiva un altro pazzo che si chiamava Edgar Allan Poe.» Mario Praz4
In questo caso il pazzo si chiama Giuseppe Genna, di seguito il suo schizzo o meglio la sua autoantropologia5 dell’arredamento:



Il comodino accanto al letto, nella stanza ovviamente da letto, sta alla destra del letto, che è la parte del letto matrimoniale in cui dorme il Miserabile assonnato. La parte sinistra è costantemente deserta. Il letto è morganatico, illibato. Si possono osservare: la lampada Artemide che è la lampada che costa meno tra tutte quelle vendute da Artemide ed è stata comperata quando ancora c'erano i soldi; molti libri accatastati, tra cui quello di costa nera che è l'"Anatomia" di Siti, ma in generale sono quasi tutti Ubaldini e parlano della morte e della mente; l'incredibile sveglia nerogialla che funziona senza che si  sia cambiata la pila da 18 anni, fin dai tempi in cui il Miserabile stava male, anziché tra queste mura, tra quelle dell'appartamento popolare di via Etruschi; i fazzoletti di carta Tempo profumati di eucalipto, poiché nel momento in cui è stata presa questa immagine il Miserabile stava prendendo antibiotici per affezione a vie aeree alte e basse; "Talks with Ramana Maharshi" con prefazione di Ken Wilber, perché c'è lo sguardo oltreumano di Ananda che mi tiene in sé.





Tra i libri accatastati sul comodino alla cazzo, ci sono quelli laici e quelli metafisici. In superficie, nei giorni in cui è stata trafugata questa preziosa e significativa immagine, metà del libro di Alessandro Piperno, che si intitola "Persecuzione" ed è solo la prima puntata, così spenderemo 40 euro per averlo intiero e contemporaneamente Alessandro, che non può vincere il premio Strega nel 2011, lo vince nel 2012. Poi c'è Guattari su Kafka, una raccolta allucinante in cui nulla si comprende e da cui si può citare di tutto, cosa che effettivamente il Miserabile sta facendo, poiché la numinosa e occulta immagine è stata rapita in giorni di stesura del nuovo romanzo.


La libreria alla destra del comodino che sta alla destra del letto nella stanza ovviamente da letto. Qui i due pianali su cui poggiano idolini sacri soltanto al Miserabile, tranne i due Lingam ai lati che sono sacri non solo al Miserabile. Nel pianale di sopra riposano svegli molti piccoli Shiva e Buddha in metalli più o meno vili. Dietro gli idola non tribus, testi di metafisica, prevalentemente nondualista.


Un particolare degli idolini del Miserabile, in disordinata disposizione orizzontale, il che illumina il poco illuminato stato interiore del Miserabile autore, ma indicano anche, per via formale e potentemente metaforica, che cosa va a fare il Miserabile, visto che quelle icone tridimensionali stanno DAVANTI ai libri.


Il pianale metafisico metaforico dall'angolatura della parete verso cui punta la Miserabile nuca quando il Miserabile autore compie nottetempo i suoi viaggi astrali, risposando le stanche membra che non hanno fatto una cippa tutto il giorno.



Uno dei due Lingam sacri. Dietro di quello, una collana di testi a cui il Miserabile tiene assai.


Dalla porta di entrata (ma anche di uscita) cotesta è la prospettiva camerale della stanza in cui il Miserabile autore tenta di calare nel sonno senza sogni con consapevolezza, puntualmente non riuscendoci. Se apre gli occhi dal letto, disteso, egli vede la libreria antistante, il che è metaforico dell'orrido e catastrofico primato del mentale dialettico che gli corona la testa. A destra è visibile la sedia d'ufficio su cui, in cinque anni, si sarà seduto tre volte, mentre la scrivania larghissima gli servirà solo quando acquisterà la versione wi-fi di Fastweb, che adesso è solo in cavo, poiché il Miserabile gode di un abbonamento arcaico e non glielo vogliono installare, il wi-fi, ingaggiando con il customer care di Fastweb una lotta senza quartiere (stanno alla Bovisa, comunque) con il Miserabile che discetta in vari dialetti regionali e con diverse tonalità, per pura surreale performance.


Una visione frontale del pensatoio futuro del Miserabile autore, quando potrà sfruttare il wi-fi Fastweb e quindi poserà il suo laptop sulla scrivania della stanza da letto. Si noti che, al posto della tapparella o delle persiane, il Miserabile è costretto a oscurare la luce del giorno con una tenda impermeabile che, alla prima tempesta, esce dalle sue fragili guide e va continuativamente riparata, a colpi di 200 euro. Infatti sta giù da più di un anno, dissestata da una grandinata che fu, e la stanza non vede la luce naturale da centinaia di giorni.



Il letto monastico, anorgasmico, prosolinghi, matrimoniale bianco, saturnino, de-eccitante e anche disfatto dove il Miserabile cura i mali dell'anima e del corpo, pur non avendo un cilicio, ma a questo punto ambendovi. Nel comodino a sinistra, si notino due cassetti: in uno il Miserabile vorrebbe nascondere un dildo come le protagoniste di "Sex & the City", ma non lo fa, perché di un dildo non saprebbe che farsene.



La porta di entrata e di uscita della stanza da letto del Miserabile permette di ammirare un mobile scarpiera su cui sono accumulati disordinatamente i caschi del motorino (tra cui quello rosa, con cui egli ha effettuato l'incidente motociclistico e che gli ha salvato la tempia). Si nota, all'interno della stanza da letto, l'armadio che gli hanno pietosamente lasciato in dotazione i precedenti inquilini, che ora abitano accanto al Miserabile e gli sono amici: Amanda e Clovis, che adesso hanno i bambini.



L'erborista e iridologo Tiziano dell'erboristeria di viale Sabotino angolo via Agnesi (erboristeria frequentata decenni orsono, in quanto ora il Miserabile si reca sempre e soltanto da Bruno e Sonia in via Ripamonti) consigliò al Miserabile scrittore, che ai tempi fumava un pacchetto e mezzo di Marlboro Medium, un aggeggio che è un diffusore elettrico di propoli. Le cartucce di propoli si infilano nella griglia affumicata, poi col tasto destro si accende l'arcaico meccanismo e si accende un led che misura lo stato di consunzione della cartuccia balsamica. Per resettare tale misurazione, è sufficiente premere il tasto a destra, agendo così inutilmente con un fine ignoto a qualunque eterogenesi.



Alcuni dei libri accumulati dal Miserabile scrittore in vista della finta spy-story sull'icona vuota di Diana Spencer. Testi in inglese, a parte uno in italiano, di cui il Miserabile si vergogna moltissimo. Li ha studiati con l'intensità con cui si approfondisce Heidegger, solo che sono storie di finti complotti per uccidere lady D.



Il primo dei tre scomparti dell'armadio - il Miserabile guardaroba è all'osso, data non tanto l'estetica pauperistica, quanto l'effettività del conto in banca, devastato e vile più del libro. Molti i golf che la colf ecuadoregna Gladys (retribuita 12 euro all'ora per via dei sensi di colpa) ha ristretto lavandoli con centrifughe criminali. Tra le giacche, un impermeabile in cuoio nero stile Himmler, regalato a un Miserabile compleanno dallo staff completo di Clarence.



Il secondo scomparto del guardaroba con cui il Miserabile tira avanti da anni, tra consunzioni varie delle trame tessutali. Nel comparto apparentemente vuoto, in alto, sono appoggiati i bristol su cui è stesa, in pennarello rosso e nero, la struttura, la trama e l'indicazione di citazioni per il non-romanzo "Hitler".



A destra, le mutande.
A sinistra, i calzini.



Il casco rosa da "Vizietto" che il Miserabile indossava il 18 luglio 2010, sulla circonvallazione, ad altezza piazza Belfanti, quando è stato investito da uno scooterone di due abitanti dell'hinterland milanese, che lo han fatto precipitare con lungo volo, al cui atterraggio il Miserabile miserabile si è ritrovato rotte clavicola e cinque costole, mentre un polmone collassava. Si possono osservare le microstrisciate sul casco: poca cosa, dovuta alla scelta poco strategica di proteggere la testa dall'urto, quando la testa era protetta dal casco medesimo, preferendo la rottura di una spalla a un'emorragia cerebrale.



Il soprascarpiera con i caschi raggrumati per gli eventuali amici da portare in motorino: cioè uno soltanto, cioè Alessandro Bertante. Accanto, alcuni fondamentali volumi della storia culturale dell'occidente che, in quanto doppioni, dovrei portare a casa di mia sorella da circa 5 anni. Tra questi, è riconoscibile "Il mulino di Amleto" di De Santillana.



La visione da 2001 dei poveri che si ha dalla scarpiera portacaschi verso l'inqualificabile spazio detto "l'altra stanza". D'infilata: lo specchio confondente e terrorizzante a sinistra (alto 2.30m, uno entra, di colpo appare a se stesso a distanza di tre centimetri e infartua), il cumulo di libri inviati da oscuri autori e sconosciute case editrici che non comprendo perché me li spediscano visto che non recensisco quasi più, l'angolino wireless sul pavimento, la scrivania luogo di lavoro scazzo passione desiderio e noia (tutta la mia esistenza si sta ivi consumando), la libreria che divide lo spazio dei fornelli e del frigo da quello di un vano vuoto in cui desolatamente giacciono scatoloni pieni di libri e di annate della rivista "Poesia", che ho paura di aprire in quanto ho la fobia degli insetti e fantastico con orrore che dentro la rivista ci siano ormai milioni di tarme della carta.



Ruotando di 90° rispetto all'infilata verso "l'altra stanza", l'agile e comoda toiletta del Miserabile autore. La vasca con tanto di telefono doccia non ha più il telefono doccia, in quanto lo ha rotto l'ecuadoregna Gladys, il pigiama grigio appeso ad asciugare è un dono di mia madre e mia sorella e uno potrebbe indossarlo a Calgary e farsi la discesa olimpica finendo sudato. Si intravvede lo shampoo antiforfora all'estrema destra, in corrispondenza dei sanitari (indegnamente spalancato: il water). L'accappatoio colore verde marcio è un regalo della madre di Clovis, il mio vicino: perde pelucchi da tre anni, a un ritmo antiaritmetico, dovrebbe non esistere già più da quanto tessuto ha perso, quindi in segreto esso ha una crescita pilifera.



"L'altra stanza": la libreria con i classici, la letteratura, pochi Meridiani Mondadori, il mobile tv con la tv che non serve più a nulla in quanto non è attrezzata per il digitale terrestre e il lettore dvd è rotto da due anni, così a questo punto guardo tutto in streaming sul pc, ché tanto quel tutto della tv era solamente il tg di Mentana. La chaise longue davanti alla libreria è un vezzo da decadente e da schiena in iperlordosi e danno lombo-sacrale. Dietro il tavolo, che è coperto di libri e sulla cui minima porzione libera mangio in maniera alimentarmente scorrettissima ai limiti del radioattivo, c'è il divano col copridivano blu: anche questo, come il letto, è illibato. Nessuno viene mai a casa mia, potevo comperare una poltrona, così avevo più spazio. Il mobile scelto dall'amica Donata è disastrosamente inefficiente ed è ricettacolo di cd e dvd e libri inutilissimi, come per esempio quelli che riguardano la consulenza filosofica, professione che, persistendo lo stato di disoccupazione, pensavo di intraprendere, gabbando l'ordine degli psicologi.



La libreria del vano inutilizzato con il letale nido abitate da milioni di tarme della carta immaginarie, che erodono da anni le pagine di annate multiple della rivista "Poesia". Nel terzo ripiano verso l'obbiettivo: l'opera omnia di David Foster Wallace.



Il disastroso e inefficientissimo mobile a madia acquistato su imposizione dell'amica Donata: vi si può notare il ritratto fattomi da Tommaso Pincio, che me lo ha spedito via posta normale, dandomi l'unica forma materiale a cui io sia emotivamente attaccato nella mia Miserabile magione. Si intuisce, sopra il dipinto pinciano, il fotoritratto del poeta Antonio Porta, quello di sua figlia a sei anni e un'istantanea di una bambina in mezzo a bambini. Il resto sono cd, dvd e le vhs dei film di Jodorowski.



Divano, tavolo oberato da letterature inutilissime, sedie utilizzate come attaccapanni: la prospettiva sul centro de "l'altra stanza" a partire dalla scrivania dove lavoro vivo muoio.



La chaise longue presso cui posso rilassarmi ascoltando Mozart, mentre non mi siedo mai, non sono mai rilassato, non c'è volta che ascolti Mozart, perché lo stereo non va.



Il cumulo teratomorfo dei romanzi a pagamento o non che giungono presso la Miserabile abitazione, inviati da ignotissimi scriventi o cupi editori minori, ma anche da Marsilio, Ponte alle Grazie, Mondadori, Alet, nella speranza vana di una qualche suppongo recensione: non recensisco quasi più, ma questi assedianti a colpi di carta non desistono.



Da dentro "l'altra stanza" si possono prendere d'infilata più prospettive - per esempio quella che conduce lo sguardo alle misteriche latitudini della zona cucina, le cui piastrelle non vengono calcate da essere umano dai tempi della Miserabile entrata in fitto dell'altrettanto Miserabile affittuario. Egli infatti si ciba di sostanze radiologicamente sospette e chimicamente incongrue, a temperature che non superano mai i 10°, avendo quindi sviluppato una gastrite che è riuscita perfino a divorare se stessa e quindi grazie, di stomaco sto abbastanza bene.



Di stomaco starà abbastanza bene, il Miserabile scrittore, ma è legittimo nutrire dei dubbi circa la sua tenuta di psicosomatico: quanto a ipocondria lui sta a Woody Allen come Alessandro Magno a te quanto a strategia e conoscenza dell'Ellade. L'oscillococcinum non inganni: il Miserabile patologico non è omeopatico, si tratta della fissazione di una farmacista, che sta nella bolgia farmaceutica d'angolo tra Bligny e Ripamonti, la quale, essendo alta come un elfo, è ovviamente omeopatia e naturopatia a palla. La presenza di antibiotico Suprax (che come effetto collaterale comporta che qualunque cibo, perfino la farina, abbia un sapore di yogurt scaduto a maggio 2002) e dell'antianchilosante Arcoxia ce la dicono lunga sulla presenza fisica del pappagorgiuto autore di Miserie.



Una grappa regalata e fatta bere una volta all'amico poeta Mario Benedetti: il Miserabile è miserevolmente astemio, tranne quando assume di colpo e sorprendentemente del gin tonic, il che coincide con fasi down dell'autore, spesso legate alle sue Miserie economiche (che non coincidono con quelle dei precari, ma piuttosto con quelle di tutta l'Europa dopo il crollo del '29).



La madia nello spazio cucina. Un sunto attendibile dell'atteggiamento nutrizionale Miserabile è costituito dall'inconfondibile confezione di succo artificiale di limone, una miscela grottescamente acidula fatta di citrato di sodio, in questo caso specifico peraltro pure scaduto. Perché un accumulo inutile di tanto pane industriale? Il miele è scalpellabile ad libitum: risale alla prima pagella elementare del Miserabile autore di questo apparato da carcinoma gastrico.



Il luogo elettivo del Miserabile scrittore, laddove nascono i suoi imperdibili capolavori e la sua lingua batte sul tamburo della mente con inconfondibile ritmica espressionista: la scrivania. Come Molière, il Miserabile vi morirà piegando la testa sul pianale, non essendo diventato però Molière. Guardate quanti libri egli consulta mentre scrive! Ecco spiegata la sua enciclopedica preparazione sciorinata spesso via mail o a distanza. La sedia reclinabile è anch'essa una roba lombo-sacrale. Il pc non è un mac e questo squalifica definitivamente il Miserabile scrittore agli occhi di Steve Jobs. Tutto è freddo e satinato: come il suo animo.



La finestra a volta sul cortiletto verde verde è l'unico motivo per cui il Miserabile autore ha affittato la casa prigione ambulatoriale. Oh, ma quanto legge egli? Ma guarda te che pile di tomi che si tiene accanto, quest'uomo (beh: uomo...) è davvero coltissimo!!!



Questa è la foto lynchiana che il Miserabile ha studiato per ore prima di scattare: cercate voi di capirci qualcosa, guardate che c'entra lo specchio.



Dalla mamma al papà alla sorellina: la famiglia del Miserabile è contenuta negli affetti e in due ripiani di libreria. Anche a questo serve l'altra stanza", oltre a dare asilo alla salma di Lino Ventura in fuga da se stesso.

13 gennaio 2011
Intersezioni ---> POINTS DE VUE
_______________________________________
Note: 
1 Edgar Allan Poe a cura di Tommaso Pisanti, Tutti i racconti, le poesie e Gordon Pym, Roma, Newton Compton, 1992, p. 504
2 Edgar Allan Poe, op. cit, p. 505
3 titolo dello stesso Giuseppe Genna. Questo lavoro è stato pubblicato lo scorso 4 dicembre nella sua pagina Facebook.  Link
4 Mario Praz, La filosofia dell’arredamento, Longanesi, Milano, 196, p.12
 
5 termine di Giuseppe Genna

24 maggio 2010

0039 [SPECULAZIONE] Un colloquio con Walter Siti

di Salvatore D'Agostino

Walter Siti va semplicemente letto la sua scrittura stride con i titoli e gli occhielli ammiccanti.

Salvatore D'Agostino In un ‘intervista a Peppe Fiore afferma: «In questi vent’anni la cultura umanistica è completamente crollata e noi che insegnavamo alle facoltà di lettere non ce ne siamo occupati. E penso che questa sia stata la colpa più grave della nostra generazione. Io credo che fare gli storici dei sentimenti, cioè capire che cosa ne è stato dei sentimenti in questi anni televisivi, mediatici, sia un lavoro fondamentale. Che ne è stato dell’amore? Capirlo diventa un lavoro politico. Ed è un lavoro che si può fare soltanto con il romanzo»
.[1]
Aggiungerei ’in questi anni televisivi, mediatici’ e d’interazioni virtuali.
Che cosa intende per “capirlo diventa un lavoro politico che si può fare soltanto con il romanzo"?

Walter Siti Ho l’impressione che tra le mutazioni (anche fisiche) a cui la specie umana sta andando incontro, nell’era del progressivo accelerarsi del consumo e delle tecnologie, una delle mutazioni più interessanti sia proprio quella dei sentimenti. L’odio, l’orgoglio, la tenerezza, la malinconia, e ovviamente l’amore, devono tutti lottare contro una perdita della pazienza. Il tempo per nutrire (come si diceva) i sentimenti non c’è più: è eroso progressivamente dalla velocità dei collegamenti e delle comunicazioni. È talmente facile procurarsi dei surrogati, che esteriormente sono perfino più brillanti dei sentimenti veri e soprattutto sono più maneggevoli! Ci illudiamo, se crediamo che questi surrogati appartengano soltanto al mondo dei reality e alla second life della Rete; partendo da lì, invadono quasi per intero il campo della vivibilità, appaiono più moderni e infinitamente più liberi. Si possono gestire (orribile vocabolo) e scambiare come prodotti già confezionati – non hanno quel brutto vizio, che avevano i sentimenti antichi, di inquinare i rapporti con sussulti imprevedibili e imbarazzanti per l’oliato macinare della macchina sociale. Il tempo dell’intimità è finito, la collettività grida sempre più forte e vuole riservati a sé tutti gli eccessi; ormai viviamo tutti in un enorme condominio dove si chiede ragione delle reazioni psichiche che non siano immediatamente etichettabili. Per ogni pulsione c’è un placebo già pronto, prima che la pulsione possa diventare sentimento.
La politica-politica su queste questioni non morde, perché è preda della collettività. Il romanzo, storicamente, è stato il luogo dove gli individui problematici opponevano i loro sentimenti al conformismo del collettivo; anche ora può essere il luogo dove, problematicamente, gli individui mutanti espongono i loro sentimenti surrogati, mutilati o dilatati artificialmente; il luogo dove li fanno collidere con l’urlio sempre più totalitario, ricavandone ancora una strisciata di senso.

Ho immaginato l’enorme condomino da lei descritto come la Dogville di Lars Von Trier - dove i muri delle case della città di ‘Dogville’ non esistono, ma sono schematicamente disegnati in bianco su una superficie nera - con una variante: i vetri degli schermi che usiamo quotidianamente ‘TV, Computer, telefonino’ non producono immagini ma ologrammi con cui ci relazioniamo non solo emotivamente ma anche fisicamente.
A proposito della pervasività dell’immagine nell’era della tecnologia, Marshall Mc Luhan nel suo saggio ‘Gli strumenti del comunicare’[2] riprende un articolo «”Vouge” del 15 marzo 1953: “Oggi una donna, senza uscire dal proprio paese, può avere nel proprio armadio il meglio di cinque o più nazioni: cose belle e in armonia come il sogno di un uomo di stato» - e afferma – «Le dive del cinema e degli attori più popolari sono da essa consegnati al domino pubblico. Diventano sogni che col denaro si possono acquistare. Possono essere comprati, abbracciati e toccati più facilmente che le prostitute. Per questa sua componente di prostituzione tutto ciò che è prodotto in serie incute spesso un certo disagio. Le balcon di Jean Genêt è una commedia sul tema della società come bordello circondato dalla violenza e dall’orrore. L’avido desiderio di prostituirsi dell’umanità resiste al caos della rivoluzione. Il bordello rimane solido e immutabile in mezzo ai cambiamenti più radicali. È stata insomma la fotografia a suggerire a Genêt l’immagine del mondo dell’era fotografica come di un bordello senza muri».
A più di cinquant’anni, che differenza c’è tra il ‘mondo come bordello senza muri’ ipotizzato da Genêt-Luhan e il suo 'enorme condomino'?

Il luogo che ho inventato non è un “enorme condominio”, è una casa popolare con sette appartamenti; tanto per dire che la mia campionatura è scarsa e tendenziosa. Tutto quello che in borgata è speranza di futuro, voglia di costruire, pazienza, non ha cittadinanza nel mio libro. La mutazione in corso ce la faremmo troppo facile se la immaginassimo come una deriva coerente verso l’irrealtà; sarebbe troppo comodo esecrarla moralisticamente e sentirsene immuni. Genêt, e anche Pasolini, immaginavano il consumismo come un universo concentrazionario perché la compulsione al possesso infinito portava inevitabilmente a un labirinto di specchi che moltiplicava l’ossessione. Il rapporto padrone/schiavo finiva per essere riassuntivo della società, intesa come un Moloch compatto, tanto più oppressivo quanto più falsamente tollerante. Il bordello diventava la metafora-principe perché il desiderio sessuale era visto come il più primitivo dei desideri, trasgressivo e omologatore al tempo stesso.
Paradossalmente, la loro disperazione era ottimista: si sapeva subito da che parte stare. Era una disperazione di lusso, tipica di un’epoca affluente. Ora, che i rischi di una deformazione della democrazia sono molto più concreti, temo che ognuno di noi debba fare i conti col proprio bordello personale: una specie di bordello portatile dove l’ossessione del possesso lotta e si dibatte contro una sensazione di asfissia. Nel castello di Salò l’amore era severamente proibito; adesso amore e ossessione si scambiano le maschere, non si sa più quale desiderio sia il fondamento e quale la sublimazione. Nel mio piccolo condominio, ogni appartamento ha un modo diverso di perdersi e di riempirsi di gente nuova; l’ossessione erotica del professore, che ne è un po’ la coscienza critica, si arena alle soglie di un amore postumo e viene condannata da un inconoscibile ragazzo rumeno. L’irrealtà e la virtualità sono terribilmente reali ed effettive.


Nel 'Il contagio', oltre al professore, troviamo una coscienza critica al femminile 'Lucia', un'insegnate universitaria amante di Mauro un imprenditore edile senza scrupoli, nato nelle borgate.
«Il fenomeno etologico della simbiosi, Macbeth con la sua lady, la sindrome del bambino scambiato in culla: Lucia mette in campo l'intero esercito delle proprie nozioni, socio e psicologiche, ma Mauro continua a sembrarle un enigma. Per risarcirsi in qualche misura della triste consapevolezza che la cultura non basta, cerca di culturalizzare il loro legame, accusa Mauro di non avere interessi; «uno con il tuo intuito e la tua velocità, è un peccato restare chiuso nel recinto dei soldi... se tu leggessi di più, se ti abituassi a vedere la realtà nella sua interezza... anche non materiale, simbolica... forse perfino i tuoi orizzonti economici si allargherebbero... io ammiro molto che ti sei costruito da solo, ma tutti noi siamo responsabili di qualcosa di più ampio». «Tanto c'è internet» risponde lui per stuzzicarla. Ma sotto sotto è ferito, gli piacerebbe assorbire il virus dell'istruzione; se ne accorge le poche volte che escono, che lei è padrona della storia e della geografia - le chiese, i palazzi, per lei vogliono dire qualcosa, è come se in città passeggiasse tra amici. Perfino "non mollare" e "tiremm innanz", che lui li dice sempre. Lucia gli ha garantito che il primo viene da un giornale socialista e non da Gigi D'Alessio e Simona Ventura, il secondo era un patriota che rinunciava a salutare i suoi figli per non tradire la causa».[3]
Più di cinquant'anni fa il giornalista Antonio Cederna pubblicava un libro dal titolo 'Vandali in casa'[4] dove denunciava l'attitudine alla bieca speculazione - noncuranti della storia sia del passato sia del presente - dei protagonisti dell'edilizia italiana.
I Mauro sono solo rozzi borgatari? Possiamo ancora chiamarli vandali?


WS
Beh no, i Vandali hanno vinto qualche battaglia e hanno fondato il loro regno, come gli Stati barbarici in Europa tra il IV e il V secolo dopo Cristo. Anche la loro cultura si è consolidata e (come accade nei regni barbarici) si è contaminata con la cultura dei dominatori precedenti. Berlusconi ama i libri antichi e le cose belle, si fa consigliare da critici d’arte per i suoi acquisti; solo che davvero non capisce perché gli aquilani si ostinino a voler tornare tra vicoli stretti e in case buie, quando lui gliene ha costruito delle nuove dotate di ogni comfort. Direi che quello che manca ai nuovi barbari regnanti è la stratificazione, la percezione dell’abitare come sedimentarsi di sublimazioni. Al massimo (e a stento) possono capire la memoria: ma non colgono la malinconia, la solidarietà, l’appartenenza, l’inconscio collettivo.
Sono tutte cose, queste, che stanno generalmente sparendo dall’orizzonte: molti studenti dell’Aquila ci vanno volentieri nei borghi-satellite, perché già prima del terremoto s’erano abituati a passare nei centri commerciali gran parte del loro week-end. Molte periferie sembrano costruite dopo un terremoto che non c’è stato, e non sono uniformemente brutte: contengono angoli decisamente belli, scorci spaesanti e sorprendenti, biblioteche di vetro che sei al Quarticciolo e sembra d’essere a Stoccolma. La loro invivibilità è a macchia di leopardo, come la rozzezza dei nuovi barbari regnanti. Al tempo di Cederna, una borghesia colta ancora piuttosto sicura di sé poteva espellere dal proprio immaginario l’inquinamento culturale, proprio come espelleva (almeno idealmente) i palazzinari dai suoi salotti. Ora ho l’impressione che quella borghesia sia una specie in via d’estinzione e che molti abbiano dato le loro figlie in spose ai nuovi barbari. Dove le figlie sono proprio le idee, le antiche certezze. I nipotini assomigliano un po’ al nonno che ascolta Schubert e un po’ al nonno che si diverte con La pupa e il secchione; non sapranno più che cosa gli viene dall’uno e che cosa dall’altro.

Lei è stato professore di Letteratura italiana contemporanea all’Università dell’Aquila.
È ritornato all'Aquila dopo il terremoto?


No, non sono più tornato all'Aquila dopo il terremoto, non ne ho più avuto l’occasione.


La precedente risposta mi riporta a un passo significativo del ‘Il contagio’: «L’appassionata analisi di Pasolini, vecchia di oltre trentanni  andrebbe rovesciata: non sono le borgate che si stanno imborghesendo, ma è la borghesia che si sta (se così si può dire) “imborgatando”. Al di là dell’esperienza biografica di pochi individui sbrancati, o dell’arroganza esibizionistica di qualche ricco che gioca al sottoproletario (“se hai dei soldi, una bella macchina e un po’ di cocaina, puoi scopare chiunque” è un motto del carcere ammirato e condiviso da Fabrizio Corona) – al di là dei casi singoli, vige un’effettiva solidarietà strutturale: nel continuum indifferenziato di chi il mondo non sa più vederlo intero, è l’ideologia di quelli che una volta si chiamavano gli esclusi (i lumpen, i sub-culturali) a risultare egemone)».[5]
Francesco Merlo nel suo recente libro ‘FAQ Italia’ - da giornalista - rivede il pensiero pasoliniano:

«Tutto l’attuale Strapaese è, magari incosapevolamente (sic), innanzitutto pasoliniano perché Pasolini, innamorato del sottoproletariato e del mondo contadino che aveva in testa e che gli pareva il tempio della premodernità antifascista, sognava nelle lucciole il ritorno a una società superata ma migliore. Oggi è lucciola pasoliniana anche il cattolicesimo che si fa tomismo, è lucciola il latino nella messa, è lucciola l’idea che la realtà dissolta possa avere ragione del mondo moderno. Ed è lucciola non solo l’Italia che si oppone ai treni veloci, ai posti, ai termovalorizzatori, alle autostrade ma anche quella che disprezza gli architetti e non vuole i grattacieli, che infatti non piacciono né al costruttore arcitaliano Berlusconi né al padano premoderno Celentano cresciuto in via Gluck, spazio metafisico maledettamente simile alla cascina Magnano di Umberto Bossi elevata a cattedra e a università della ruralità leghista».[6]
Le confesso, c’è qualcosa che non mi convince.
Mi spiego, forse quella borghesia cerderniana non aveva le capacità ‘intellettuali’ per rinnovare il paese, lasciando - non incolpevolmente - ai non borghesi ‘fisiologicamente incolti’ l’incombenza di farlo? Eppure la letteratura - con Italo Calvino attraverso il Caisotti della 'Speculazione Edilizia' e Carlo Emilio Gadda con il suo Pastrufazio ‘Della cognizione del dolore’ - aveva saputo raccontare questo delicato passaggio.


Lo shock che ha colpito gli intellettuali è stato conseguente a una troppo rapida sparizione del passato; soprattutto per quelli che venivano dalla borghesia colta, cioè da un ceto che aveva radicato il proprio privilegio nella capacità di possedere la Storia. Tra gli Anni Ottanta e i Novanta, noi tutti che insegnavamo all'università abbiamo dovuto registrare che nella mente dei giovani lo spazio e il tempo si stavano contraendo fino a diventare poco più che dei flatus vocis. Così brutalmente deprivati di un loro possedimento, gli intellettuali hanno finito per idealizzare il passato, conferendogli una tinta poetica e identificandolo con una bellezza sobria e intimista, tutto sommato stereotipa.
Forse non hanno avuto la forza di guardare in faccia la mutazione e di azzardarsi verso una nuova bellezza dai tratti sconosciuti. I nuovi meticciati li hanno chiamati barbarie, perché così era più consolante. La cultura è diventata sempre di più un bene-rifugio o al massimo un valore di scambio, non un valore d’uso da spendere nella vita bassa e caotica in cui si afferma il mutamento. I quartieri (anche mentali) abitati dagli intellettuali assomigliano sempre di più a isole felici e imbalsamate, dove non c’è una foglia fuori posto e anche gli uccellini cantano a tempo di musica. Avendo fatto di se stessi un paradiso turistico, solo l’emergenza e la sommossa li possono svegliare.

Nell'ottobre del 2008 si reca negli Emirati Arabi per un racconto di viaggio da pubblicare nella collana ‘24/7 Strager’ della Rizzoli. Alla fine del viaggio confessa: «Quasi quasi faccio il tifo per loro. Una cosa è certa: se volevo disintossicarmi, non è stata una buona idea venire qui. Questo Paese è intagliato nella stessa materia delle mie ossessioni, ha puntato sugli stessi numeri».[7]
Quali?

Beh, sono i numeri della quantità che sfida la qualità, del pretendere amore in cambio di denaro. Gli Emirati hanno attirato folle di imprenditori entusiasti e (sedicenti) adoranti solo perché tutto lì veniva strapagato, i controlli bancari erano minimi eccetera. Dubai è un luogo dove si vende l’immagine molto più che la realtà, e dove il lusso è chiamato a surrogare la felicità. Un luogo dove l’ossessione del possesso maschera oceani di disamore, di autoritarismo e di competizione frustrata. Il parallelo con la mia povera vita privata lo faccia lei.

Mentre preparavo quest’intervista mi diceva: «lunedì 19 consegnerò a Mondadori il mio prossimo romanzo».[8]
Com’è andata?

Ho effettivamente consegnato il libro, che uscirà in ottobre. Si intitola Autopsia dell’ossessione e parla giustappunto delle cose di cui alla risposta precedente.

24 maggio 2010


Intersezioni --->SPECULAZIONE
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Note:
[1] Peppe Fiore, Intervista a Walter Siti, Minima & moralia (blog), 29 luglio 2009. Link
[2]
Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Il saggiatore, Milano, 1997, pp. 201-202
[3] Walter Siti, Il contagio, Mondadori, Milano, 2008, p. 234
[4] Antonio Cederna, Vandali in casa, Laterza, Bari, 1956
[5]
Walter Siti, Il contagio, Mondadori, Milano, 2008, p. 313
[6]
Francesco Merlo, FAQ Italia, Bompiani, Milano, 2009, p. 49
[7]
Walter Siti, Il canto del diavolo, Rizzoli, Milano, 2009, p. 200
[8]
mail del 12 aprile 2010

L'immagine è stata tratta dal libro di Walter Siti, Il contagio, Mondadori, Milano, 2008


2 marzo 2010

0003 [WILFING] Non andare oltre: le risposte di Stefano Boeri e Luigi Prestinenza Puglisi

di Salvatore D'Agostino
«Lucia mette in campo l’intero esercito delle proprie nozione, socio e psicologiche, ma Mauro continua a sembrarle un enigma. Per risarcirsi in qualche misura della triste consapevolezza che la cultura non basta, cerca di culturalizzare il loro legame, accusa Mauro di non avere interessi; «uno con il tuo intuito e la tua velocità, è un peccato restare chiuso nel recinto dei soldi… se tu leggessi di più, se ti abituassi a vedere la realtà nella sua interezza… anche non materiale, simbolica forse è perfino i tuoi orizzonti economici si allargherebbero… io ammiro molto che ti sei costruito da solo, ma tutti noi siamo responsabili di qualcosa di più ampio». «Tanto c’è internet» risponde lui per stuzzicarla. Ma sotto è ferito, gli piacerebbe assorbire il virus dell’istruzione; se ne accorge le poche volte che escono, che lei è padrona della storia e della geografia – le chiese, i palazzi, per lei vogliono dire qualcosa, è come se in città passeggiasse tra amici. Perfino “non mollare” e “tiremm innanz”, che lui li dice sempre, Lucia gli ha garantito che il primo viene da un giornale socialista e non da Gigi D’Alessio e Simona Ventura, il secondo era un patriota che rinunciava a salutare i suoi figli per non tradire la causa» (Walter Siti)[1].
Il Mauro dell’epigrafe non è altro che il Pietro Caisotti di oggi, un imprenditore - in questo caso romano - molto ‘pratico’ educato nelle borgate che grazie alla sua scaltrezza riesce a fare i soldi costruendo case: «Io je realizzo ‘n immobile, me finanzio a debito in banca… loro mo’ o strapagano come qui co’ l’appartamento, solo più grande… io ce rimborso ‘a banca e me rimane ‘na percentuale tra l’unghiette a me»[2].

Qualcuno etichetterebbe Mauro con il sostantivo ‘palazzinaro’ ma sarebbe troppo riduttivo.
Il palazzinaro è l’antitesi semantica di archistar due
parole che giornalisticamente sono utilizzate per semplificare concetti complessi come l’architettura o per sua naturale estensione l’urbanità, ovvero il rapporto tra l’abitante e la sua città.

Sulla presS/Tletter n.05-2010 e su Wilfing Architettura avevo posto delle domande a Stefano Boeri e Luigi Prestinenza Puglisi.

Nel caso specifico, a Stefano Boeri:
  • possiamo permetterci che la cultura ‘imprenditoriale’ dei Pietro Caisotti possa essere la stessa degli stimati architetti?
  • è in grado la migliore classe pensante dell’architettura italiana di disinteressarsi alla propria verità – spesso concepita come taumaturgica – e interessarsi alle verità?
Il direttore di abitare mi ha risposto sul blog della rivista:

«27.02.2010 alle 15:40
Gentile Salvatore D’Agostino,
circa un anno fa, con un editoriale che trattava di alcuni (premonitori?) fatti giudiziari che avevano investito l’architettura italiana, avevo cercato di rispondere alle sue domande.
Mi permetto di invitarla e rileggerlo (link-http://www.abitare.it/direttore/editoriale-489/).
Grazie e saluti,
Stefano Boeri» [3].



Stefano Boeri,
come spesso mi succede leggo con molta attenzione i suoi scritti, proprio quel suo editoriale mi aveva lasciato perplesso, tra l’altro avevo commentato il link che lei m’invita a leggere, a tal proposito le riporto una parte del commento: «Lei chiede agli architetti di recuperare il senso civile del mestiere, ma credo che quest’invito sia inutile se dimentichiamo di approfondire le cause sociali e lo stato attuale dell’architettura.
Non possiamo più permetterci di continuare ad “andare avanti” per rimozioni, perché temo che il nostro rapporto con il mestiere e con l’architettura ritornerà sullo stesso registro di affarismo banale e speculativo»[4].
Non solo avevo commentato ma avevo dedicato sul mio blog Wilfing Architettura un intero post su BLOG READER -una rubrica che criticamente analizza le scritture Weblog legate all’architettura - dal titolo 0002 [BLOG READER] Notizie sullo stato dell'architettura in Italia.
Nella quale riprendevo alcuni articoli che si erano occupati della vicenda che lei adesso chiama '(premonitori?) fatti giudiziari’, suggerivo di leggere anche il suo editoriale con un’avvertenza: «Il direttore dimentica di indicare la strada per avviare una profonda analisi sullo stato dell’architettura. Credo che la sola coscienza civile non possa bastare e temo che il suo sia un editoriale come atto dovuto. Letto con riserva».
La mia riserva era, ed è, semplicemente ‘culturale’ lei diceva: «Le tre voragini che si sono pericolosamente aperte ci riguardano insomma tutti; a partire da chi scrive» è ancora convinto che basti solo un semplice invito a recuperare la coscienza civile del significato dell’architettura?

Qualche giorno fa il giornalista Peppe Baldessarro del ‘Il quotidiano della Calabria’ e corrispondente per la Calabria di ‘La Repubblica’, ha ricevuto una lettera intimidatoria scritta con ritagli di giornale e riempita di pallini da fucile riportante la seguente frase: «Non andare oltre».
Peppe Baldessarro è un cronista con la laurea in architettura, racconta semplicemente ciò che vede, con lui ho condiviso alcuni ‘astratti furori’ giovanili universitari e mi creda, in questi casi, so bene che non serve a niente un richiamo alla coscienza civile.
Mi dispiace (poiché apprezzo il suo pensiero da architetto) ho letto la sua riposta al mio commento nuovamente con riserva.
Poiché siamo (m’includo) incapaci ‘culturalmente’ ad andare oltre.

A Luigi Prestinneza Puglisi avevo chiesto:

Salvatore D'Agostino: siamo proprio sicuri che la corruzione dei concorsi di architettura sia solo un problema di colore politico?

Luigi Prestinenza Puglisi: a volte si e a volte no. Nel senso che a volte ci sono cordate che hanno un certo colore e a volte ci sono solo cordate. Dire che la cordata ha un certo colore non vuol dire che i soldi o i benefici vadano a un partito o che il partito lo sappia. Può voler dire semplicemente che il gioco è fatto da personaggi che appartengono a un certo giro politico che li ha piazzati in posti di potere.

SD: perché persone come Antonio Iannello (architetto campano, non di sinistra, che aveva denunciato lo scempio in corso nella sua terra prima di Roberto Saviano, morto nel 1997) non trovano spazio nelle riviste di architettura?

LPP: In linea di massima sono con te nel considerare questo un male, ma poi bisogna vedere il caso specifico che non conosco.

SD: non credi che l’architettura inizi dal saper vedere queste città di nessuno?

LPP: E' un guaio se non si riesce a vederle. Ma il nesso politica-architettura è molto complesso. Si può fare buona architettura anche senza vedere tante ingiustizie e viceversa, vedendo le ingiustizie, si può fare lo stesso cattiva architettura.


Non aggiungo altro, poiché valgono le stesse considerazioni fatte a Stefano Boeri, mi permetto solo una nota su Antonio Iannello, la sua storia è stata raccontata da Francesco Erbani nel libro ’Uno strano italiano’, cito un brano che sintetizza la personalità dell’architetto napoletano e forse riassume alcune dinamiche endemiche italiane:
«Napoli, novembre 1983. Come altre volte, ma con più rapidità di altre volte, dopo che il bradisismo ha sollevato e poi abbassato il lembo di terra su cui è costruita Pozzuoli, l'amministrazione comunale e qualcuno dei ministeri più direttamente coinvolti varano un provvedimento straordinario, dettato, si dice, dall'urgenza degli eventi. Si decide, nel volgere di poche settimane, la costruzione di 25.000 vani in una località a qualche chilometro dal centro cittadino che si chiama Monteruscello. Le obiezioni che vengono avanzate fin da quando l'iniziativa prende corpo sono molte, e fra queste figurano quelle di Italia Nostra, che stila un documento durissimo, fa stampare un opuscolo intitolato Bradisismo e speculazione e lancia un appello sottoscritto da numerosi intellettuali.
In data 7 novembre 1983 il ministro per la Protezione civile Vincenzo Scotti invia a sei professionisti napoletani e a un avvocato dello Stato di Roma una lettera di incarico per il collaudo in corso d'opera di uno dei lotti del nuovo insediamento, il n. 18, che comprende dai 150 ai 200 alloggi. Il compenso previsto, integralmente a carico del concessionario che eseguirà i lavori, è dell'1 sul totale dell'importo, da dividersi fra i vari membri della commissione (il 15 al presidente, il 13,3 agli altri, il 5,2 a un collaboratore del presidente).
Uno dei destinatari dell'incarico è Antonio lannello. L'architetto napoletano ha cinquantatré anni. Dal 1976 è segretario regionale di Italia Nostra. «Illustre Signor Ministro - risponde il 24 novembre lannello - nel ringraziarLa dell'incarico professionale [...], devo rappresentarLe l'impossibilità nella quale mi trovo ad accettare l'incarico affidatemi che sono quindi costretto a declinare». Seguono i motivi del rifiuto, che si possono sintetizzare in alcuni punti: aggiungere altri 25.000 vani ai 15.000 già previsti per quella zona è un grave errore urbanistico; l'amministrazione prevede un'espansione che invaderà 1.800.000 metri quadri, di fatto tutta l'area agricola non edificata del comune, inglobando un raccordo stradale e una ferrovia; la scelta manca di una pur sommaria analisi di quali conseguenze il nuovo insediamento può provocare sull'assetto urbanistico della città: la decisione è stata presa, si legge infatti nella relazione dell'ufficio tecnico del Comune, «salvo il giudizio tecnico-scientifico sulla idoneità dell'area a detti insediamenti abitativi» (che è come dire: la decisione l'abbiamo adottata, ma le ragioni che l'hanno indotta ancora non le conosciamo); si è strumentalmente sopravvalutato il rischio bradisismico; non si conosce con esattezza il numero delle famiglie che eventualmente non potranno tornare nelle loro abitazioni perché ancora sono in corso le perizie che devono stabilire se un palazzo è pericolante o meno; i 15.000 vani previsti, 10.000 dei quali non ancora costruiti, fanno parte di un piano regolatore approvato appena sette anni prima con l'intento di «decongestionare» il centro storico: forse possono essere sufficienti, visto che la popolazione non è aumentata; non si capisce perché, oltre alle nuove case, siano previsti «insediamenti industriali, commerciali e turistici»; niente si è accertato sul rischio vulcanico e sismico della zona in cui dovrebbe sorgere la Pozzuoli bis e quali danni al patrimonio archeologico e paesaggistico di quell'area la colata di cemento potrà arrecare. In un altro documento Italia Nostra denuncia che per Monteruscello si spendono circa 400 miliardi. Per ristrutturare il centro storico solo 40»[5].
Ripeto siamo (m’includo) incapaci ‘culturalmente’ ad andare oltre.

2 marzo 2010

P.S.: Fabrizio Gallanti della redazione di Abitare, mi ha spedito questa mail:

Titolo: http://www.abitare.it/highlights/mineral-geo
politics/ (lunga lettera di stefano boeri architetti) si comincia a ballare...

Testo: let's roll.

Fabrizio Gallanti,
onestamente il tuo tono mi ha dato fastidio, perché credo che tu abbia perso il senso di ciò che stiamo vivendo in Italia eppure conoscevi bene l’invito del tuo direttore: «dobbiamo tutti insieme riscoprire il significato civile del fare architettura».
Come per le vignette aggiungo alla tua mail un semplice 'Senza parole'.



SENZA PAROLE



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Note:

[1] Walter Siti, Il contagio, Mondadori, 2008, p. 234

[2] op. cit. Walter Siti, p. 199

[3] Stefano Boeri, Lo spazio crea la società, Editoriale n. 489, commento

[4] riporto integralmente il mio commento al post:
«Salvatore D'Agostino
Dice: 03.02.2009 alle 23:27
«E strano: crediamo di sapere tutto sull’ultimo concorso di Berlino o sulle Olimpiadi di Barcellona ma siamo sempre più imbarazzati a soddisfare la curiosità di chi ci chiede notizie su Milano. Dipenderà di certo dalla loro maggiore trasparenza, mentre da noi le cose più importanti non si vengono a sapere. Di fatto, per paura di fare brutte figure, diciamo sempre più spesso che non succede niente. Ancora adesso, se mi chiedono chi ha progettato le torri di Ligresti a Milano non so rispondere se non azzardando un’analisi alla Morelli; posso dire, deducendo dai dettagli: forse lo studio BPR (sic), ormai ridotto al solo attempato Belgioioso. Ci comportiamo nello stesso modo di chi lamenta che non ci sono più romanzi in letteratura. […] Non bisogna pensare ingenuamente che negli altri paesi l’architettura goda di ottima salute: non siamo i soli ad avere problemi, condividiamo i drammi epocali con il resto del mondo, e i fenomeni di degrado osservati nel nostro territorio sono soltanto un frammento della rovina generale, anche se da noi non c’è altro. E poi hanno proporzioni colossali. Tuttavia esiste un’anomalia italiana, che consiste innanzitutto nella difficoltà a dar conto della situazione. […] Così il problema della corruzione pone domanda che supera le altre: che cosa ha reso possibile che non si aprisse il fronte della denuncia? E ancora: perché nessuna reazione seria da parte della cultura architettonica?»
(Pierluigi Nicolin, Notizie sullo stato dell’architettura in Italia, Bollati Boringhieri, Torino, 1994)
Questi brani sono tratti dal libro/pamphlet del direttore di Lotus subito dopo gli anni di tangentopoli. Mi sembra interessante la frase: «perché nessuna reazione seria da parte della cultura architettonica? »
La stessa considerazione fatta lo scorso dicembre da Stefano Mirti in questo nuovo spazio di abitare.
Lei chiede agli architetti di recuperare il senso civile del mestiere, ma credo che quest’invito sia inutile se dimentichiamo di approfondire le cause sociali e lo stato attuale dell’architettura.
Non possiamo più permetterci di continuare ad “andare avanti” per rimozioni, perché temo che il nostro rapporto con il mestiere e con l’architettura ritornerà sullo stesso registro di affarismo banale e speculativo.
Caro direttore, c’è bisogno di un atto catartico, altrimenti l’italiano si siede nel consueto detto, non più solo napoletano: «ca avutu avutu avutu ca dato dato dato scurdammuce u passatu…»
C’è bisogno di una profonda analisi in modo che, parafrasando Pierluigi Nicolin, non dovremmo più avere difficoltà a dar conto della situazione.
Chiudo con una citazione da un architetto da lei indicato, Ernesto Nathan Rogers, tratto da Domus, n .205, 1946, invitava gli architetti a ricostruire l’Italia dalla macerie postbelliche: «Da ogni parte la casa dell’uomo è incrinata. Da ogni parte entrano le voci del vento e n’escono pianti di donne e di bimbi. […] La casa è un problema di limiti. Ma la definizione di limite è un problema di cultura e proprio ad esso si riconduce la casa. Se così è, anche le parole sono materiale da costruzione. E anche una rivista può aspirare ad esserlo. Si tratta di trovare nel proprio spirito l’antica natura percorrendo, tuttavia, la fertile via dell’esperienza. Vi sono tante cose inutili che sollecitano le vanità borghesi, ma anche tante meravigliose di cui i più non possono ancora usufruire. Una rivista può essere uno strumento, uno staccio per stabilire il criterio della scelta. Da quanto abbiamo detto, si può dedurre quali siano i nostri intendimenti, anzi le speranze che poniamo come mete irraggiungibili alle nostre sole forze.
Si tratta di costruire una società.
Non c’è tempo da perdere a illustrare cianfrusaglie.
Aiutiamoci tutti a trovare l’armonia tra la misura umana e la divina proporzione.
Cordialmente,
Salvatore D’Agostino».
Link: http://www.abitare.it/direttore/editoriale-489/

[5] Francesco Erbani, Uno strano italiano, Laterza, Roma-Bari, 2002, pp. 3-4