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2 marzo 2010

0003 [WILFING] Non andare oltre: le risposte di Stefano Boeri e Luigi Prestinenza Puglisi

di Salvatore D'Agostino
«Lucia mette in campo l’intero esercito delle proprie nozione, socio e psicologiche, ma Mauro continua a sembrarle un enigma. Per risarcirsi in qualche misura della triste consapevolezza che la cultura non basta, cerca di culturalizzare il loro legame, accusa Mauro di non avere interessi; «uno con il tuo intuito e la tua velocità, è un peccato restare chiuso nel recinto dei soldi… se tu leggessi di più, se ti abituassi a vedere la realtà nella sua interezza… anche non materiale, simbolica forse è perfino i tuoi orizzonti economici si allargherebbero… io ammiro molto che ti sei costruito da solo, ma tutti noi siamo responsabili di qualcosa di più ampio». «Tanto c’è internet» risponde lui per stuzzicarla. Ma sotto è ferito, gli piacerebbe assorbire il virus dell’istruzione; se ne accorge le poche volte che escono, che lei è padrona della storia e della geografia – le chiese, i palazzi, per lei vogliono dire qualcosa, è come se in città passeggiasse tra amici. Perfino “non mollare” e “tiremm innanz”, che lui li dice sempre, Lucia gli ha garantito che il primo viene da un giornale socialista e non da Gigi D’Alessio e Simona Ventura, il secondo era un patriota che rinunciava a salutare i suoi figli per non tradire la causa» (Walter Siti)[1].
Il Mauro dell’epigrafe non è altro che il Pietro Caisotti di oggi, un imprenditore - in questo caso romano - molto ‘pratico’ educato nelle borgate che grazie alla sua scaltrezza riesce a fare i soldi costruendo case: «Io je realizzo ‘n immobile, me finanzio a debito in banca… loro mo’ o strapagano come qui co’ l’appartamento, solo più grande… io ce rimborso ‘a banca e me rimane ‘na percentuale tra l’unghiette a me»[2].

Qualcuno etichetterebbe Mauro con il sostantivo ‘palazzinaro’ ma sarebbe troppo riduttivo.
Il palazzinaro è l’antitesi semantica di archistar due
parole che giornalisticamente sono utilizzate per semplificare concetti complessi come l’architettura o per sua naturale estensione l’urbanità, ovvero il rapporto tra l’abitante e la sua città.

Sulla presS/Tletter n.05-2010 e su Wilfing Architettura avevo posto delle domande a Stefano Boeri e Luigi Prestinenza Puglisi.

Nel caso specifico, a Stefano Boeri:
  • possiamo permetterci che la cultura ‘imprenditoriale’ dei Pietro Caisotti possa essere la stessa degli stimati architetti?
  • è in grado la migliore classe pensante dell’architettura italiana di disinteressarsi alla propria verità – spesso concepita come taumaturgica – e interessarsi alle verità?
Il direttore di abitare mi ha risposto sul blog della rivista:

«27.02.2010 alle 15:40
Gentile Salvatore D’Agostino,
circa un anno fa, con un editoriale che trattava di alcuni (premonitori?) fatti giudiziari che avevano investito l’architettura italiana, avevo cercato di rispondere alle sue domande.
Mi permetto di invitarla e rileggerlo (link-http://www.abitare.it/direttore/editoriale-489/).
Grazie e saluti,
Stefano Boeri» [3].



Stefano Boeri,
come spesso mi succede leggo con molta attenzione i suoi scritti, proprio quel suo editoriale mi aveva lasciato perplesso, tra l’altro avevo commentato il link che lei m’invita a leggere, a tal proposito le riporto una parte del commento: «Lei chiede agli architetti di recuperare il senso civile del mestiere, ma credo che quest’invito sia inutile se dimentichiamo di approfondire le cause sociali e lo stato attuale dell’architettura.
Non possiamo più permetterci di continuare ad “andare avanti” per rimozioni, perché temo che il nostro rapporto con il mestiere e con l’architettura ritornerà sullo stesso registro di affarismo banale e speculativo»[4].
Non solo avevo commentato ma avevo dedicato sul mio blog Wilfing Architettura un intero post su BLOG READER -una rubrica che criticamente analizza le scritture Weblog legate all’architettura - dal titolo 0002 [BLOG READER] Notizie sullo stato dell'architettura in Italia.
Nella quale riprendevo alcuni articoli che si erano occupati della vicenda che lei adesso chiama '(premonitori?) fatti giudiziari’, suggerivo di leggere anche il suo editoriale con un’avvertenza: «Il direttore dimentica di indicare la strada per avviare una profonda analisi sullo stato dell’architettura. Credo che la sola coscienza civile non possa bastare e temo che il suo sia un editoriale come atto dovuto. Letto con riserva».
La mia riserva era, ed è, semplicemente ‘culturale’ lei diceva: «Le tre voragini che si sono pericolosamente aperte ci riguardano insomma tutti; a partire da chi scrive» è ancora convinto che basti solo un semplice invito a recuperare la coscienza civile del significato dell’architettura?

Qualche giorno fa il giornalista Peppe Baldessarro del ‘Il quotidiano della Calabria’ e corrispondente per la Calabria di ‘La Repubblica’, ha ricevuto una lettera intimidatoria scritta con ritagli di giornale e riempita di pallini da fucile riportante la seguente frase: «Non andare oltre».
Peppe Baldessarro è un cronista con la laurea in architettura, racconta semplicemente ciò che vede, con lui ho condiviso alcuni ‘astratti furori’ giovanili universitari e mi creda, in questi casi, so bene che non serve a niente un richiamo alla coscienza civile.
Mi dispiace (poiché apprezzo il suo pensiero da architetto) ho letto la sua riposta al mio commento nuovamente con riserva.
Poiché siamo (m’includo) incapaci ‘culturalmente’ ad andare oltre.

A Luigi Prestinneza Puglisi avevo chiesto:

Salvatore D'Agostino: siamo proprio sicuri che la corruzione dei concorsi di architettura sia solo un problema di colore politico?

Luigi Prestinenza Puglisi: a volte si e a volte no. Nel senso che a volte ci sono cordate che hanno un certo colore e a volte ci sono solo cordate. Dire che la cordata ha un certo colore non vuol dire che i soldi o i benefici vadano a un partito o che il partito lo sappia. Può voler dire semplicemente che il gioco è fatto da personaggi che appartengono a un certo giro politico che li ha piazzati in posti di potere.

SD: perché persone come Antonio Iannello (architetto campano, non di sinistra, che aveva denunciato lo scempio in corso nella sua terra prima di Roberto Saviano, morto nel 1997) non trovano spazio nelle riviste di architettura?

LPP: In linea di massima sono con te nel considerare questo un male, ma poi bisogna vedere il caso specifico che non conosco.

SD: non credi che l’architettura inizi dal saper vedere queste città di nessuno?

LPP: E' un guaio se non si riesce a vederle. Ma il nesso politica-architettura è molto complesso. Si può fare buona architettura anche senza vedere tante ingiustizie e viceversa, vedendo le ingiustizie, si può fare lo stesso cattiva architettura.


Non aggiungo altro, poiché valgono le stesse considerazioni fatte a Stefano Boeri, mi permetto solo una nota su Antonio Iannello, la sua storia è stata raccontata da Francesco Erbani nel libro ’Uno strano italiano’, cito un brano che sintetizza la personalità dell’architetto napoletano e forse riassume alcune dinamiche endemiche italiane:
«Napoli, novembre 1983. Come altre volte, ma con più rapidità di altre volte, dopo che il bradisismo ha sollevato e poi abbassato il lembo di terra su cui è costruita Pozzuoli, l'amministrazione comunale e qualcuno dei ministeri più direttamente coinvolti varano un provvedimento straordinario, dettato, si dice, dall'urgenza degli eventi. Si decide, nel volgere di poche settimane, la costruzione di 25.000 vani in una località a qualche chilometro dal centro cittadino che si chiama Monteruscello. Le obiezioni che vengono avanzate fin da quando l'iniziativa prende corpo sono molte, e fra queste figurano quelle di Italia Nostra, che stila un documento durissimo, fa stampare un opuscolo intitolato Bradisismo e speculazione e lancia un appello sottoscritto da numerosi intellettuali.
In data 7 novembre 1983 il ministro per la Protezione civile Vincenzo Scotti invia a sei professionisti napoletani e a un avvocato dello Stato di Roma una lettera di incarico per il collaudo in corso d'opera di uno dei lotti del nuovo insediamento, il n. 18, che comprende dai 150 ai 200 alloggi. Il compenso previsto, integralmente a carico del concessionario che eseguirà i lavori, è dell'1 sul totale dell'importo, da dividersi fra i vari membri della commissione (il 15 al presidente, il 13,3 agli altri, il 5,2 a un collaboratore del presidente).
Uno dei destinatari dell'incarico è Antonio lannello. L'architetto napoletano ha cinquantatré anni. Dal 1976 è segretario regionale di Italia Nostra. «Illustre Signor Ministro - risponde il 24 novembre lannello - nel ringraziarLa dell'incarico professionale [...], devo rappresentarLe l'impossibilità nella quale mi trovo ad accettare l'incarico affidatemi che sono quindi costretto a declinare». Seguono i motivi del rifiuto, che si possono sintetizzare in alcuni punti: aggiungere altri 25.000 vani ai 15.000 già previsti per quella zona è un grave errore urbanistico; l'amministrazione prevede un'espansione che invaderà 1.800.000 metri quadri, di fatto tutta l'area agricola non edificata del comune, inglobando un raccordo stradale e una ferrovia; la scelta manca di una pur sommaria analisi di quali conseguenze il nuovo insediamento può provocare sull'assetto urbanistico della città: la decisione è stata presa, si legge infatti nella relazione dell'ufficio tecnico del Comune, «salvo il giudizio tecnico-scientifico sulla idoneità dell'area a detti insediamenti abitativi» (che è come dire: la decisione l'abbiamo adottata, ma le ragioni che l'hanno indotta ancora non le conosciamo); si è strumentalmente sopravvalutato il rischio bradisismico; non si conosce con esattezza il numero delle famiglie che eventualmente non potranno tornare nelle loro abitazioni perché ancora sono in corso le perizie che devono stabilire se un palazzo è pericolante o meno; i 15.000 vani previsti, 10.000 dei quali non ancora costruiti, fanno parte di un piano regolatore approvato appena sette anni prima con l'intento di «decongestionare» il centro storico: forse possono essere sufficienti, visto che la popolazione non è aumentata; non si capisce perché, oltre alle nuove case, siano previsti «insediamenti industriali, commerciali e turistici»; niente si è accertato sul rischio vulcanico e sismico della zona in cui dovrebbe sorgere la Pozzuoli bis e quali danni al patrimonio archeologico e paesaggistico di quell'area la colata di cemento potrà arrecare. In un altro documento Italia Nostra denuncia che per Monteruscello si spendono circa 400 miliardi. Per ristrutturare il centro storico solo 40»[5].
Ripeto siamo (m’includo) incapaci ‘culturalmente’ ad andare oltre.

2 marzo 2010

P.S.: Fabrizio Gallanti della redazione di Abitare, mi ha spedito questa mail:

Titolo: http://www.abitare.it/highlights/mineral-geo
politics/ (lunga lettera di stefano boeri architetti) si comincia a ballare...

Testo: let's roll.

Fabrizio Gallanti,
onestamente il tuo tono mi ha dato fastidio, perché credo che tu abbia perso il senso di ciò che stiamo vivendo in Italia eppure conoscevi bene l’invito del tuo direttore: «dobbiamo tutti insieme riscoprire il significato civile del fare architettura».
Come per le vignette aggiungo alla tua mail un semplice 'Senza parole'.



SENZA PAROLE



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Note:

[1] Walter Siti, Il contagio, Mondadori, 2008, p. 234

[2] op. cit. Walter Siti, p. 199

[3] Stefano Boeri, Lo spazio crea la società, Editoriale n. 489, commento

[4] riporto integralmente il mio commento al post:
«Salvatore D'Agostino
Dice: 03.02.2009 alle 23:27
«E strano: crediamo di sapere tutto sull’ultimo concorso di Berlino o sulle Olimpiadi di Barcellona ma siamo sempre più imbarazzati a soddisfare la curiosità di chi ci chiede notizie su Milano. Dipenderà di certo dalla loro maggiore trasparenza, mentre da noi le cose più importanti non si vengono a sapere. Di fatto, per paura di fare brutte figure, diciamo sempre più spesso che non succede niente. Ancora adesso, se mi chiedono chi ha progettato le torri di Ligresti a Milano non so rispondere se non azzardando un’analisi alla Morelli; posso dire, deducendo dai dettagli: forse lo studio BPR (sic), ormai ridotto al solo attempato Belgioioso. Ci comportiamo nello stesso modo di chi lamenta che non ci sono più romanzi in letteratura. […] Non bisogna pensare ingenuamente che negli altri paesi l’architettura goda di ottima salute: non siamo i soli ad avere problemi, condividiamo i drammi epocali con il resto del mondo, e i fenomeni di degrado osservati nel nostro territorio sono soltanto un frammento della rovina generale, anche se da noi non c’è altro. E poi hanno proporzioni colossali. Tuttavia esiste un’anomalia italiana, che consiste innanzitutto nella difficoltà a dar conto della situazione. […] Così il problema della corruzione pone domanda che supera le altre: che cosa ha reso possibile che non si aprisse il fronte della denuncia? E ancora: perché nessuna reazione seria da parte della cultura architettonica?»
(Pierluigi Nicolin, Notizie sullo stato dell’architettura in Italia, Bollati Boringhieri, Torino, 1994)
Questi brani sono tratti dal libro/pamphlet del direttore di Lotus subito dopo gli anni di tangentopoli. Mi sembra interessante la frase: «perché nessuna reazione seria da parte della cultura architettonica? »
La stessa considerazione fatta lo scorso dicembre da Stefano Mirti in questo nuovo spazio di abitare.
Lei chiede agli architetti di recuperare il senso civile del mestiere, ma credo che quest’invito sia inutile se dimentichiamo di approfondire le cause sociali e lo stato attuale dell’architettura.
Non possiamo più permetterci di continuare ad “andare avanti” per rimozioni, perché temo che il nostro rapporto con il mestiere e con l’architettura ritornerà sullo stesso registro di affarismo banale e speculativo.
Caro direttore, c’è bisogno di un atto catartico, altrimenti l’italiano si siede nel consueto detto, non più solo napoletano: «ca avutu avutu avutu ca dato dato dato scurdammuce u passatu…»
C’è bisogno di una profonda analisi in modo che, parafrasando Pierluigi Nicolin, non dovremmo più avere difficoltà a dar conto della situazione.
Chiudo con una citazione da un architetto da lei indicato, Ernesto Nathan Rogers, tratto da Domus, n .205, 1946, invitava gli architetti a ricostruire l’Italia dalla macerie postbelliche: «Da ogni parte la casa dell’uomo è incrinata. Da ogni parte entrano le voci del vento e n’escono pianti di donne e di bimbi. […] La casa è un problema di limiti. Ma la definizione di limite è un problema di cultura e proprio ad esso si riconduce la casa. Se così è, anche le parole sono materiale da costruzione. E anche una rivista può aspirare ad esserlo. Si tratta di trovare nel proprio spirito l’antica natura percorrendo, tuttavia, la fertile via dell’esperienza. Vi sono tante cose inutili che sollecitano le vanità borghesi, ma anche tante meravigliose di cui i più non possono ancora usufruire. Una rivista può essere uno strumento, uno staccio per stabilire il criterio della scelta. Da quanto abbiamo detto, si può dedurre quali siano i nostri intendimenti, anzi le speranze che poniamo come mete irraggiungibili alle nostre sole forze.
Si tratta di costruire una società.
Non c’è tempo da perdere a illustrare cianfrusaglie.
Aiutiamoci tutti a trovare l’armonia tra la misura umana e la divina proporzione.
Cordialmente,
Salvatore D’Agostino».
Link: http://www.abitare.it/direttore/editoriale-489/

[5] Francesco Erbani, Uno strano italiano, Laterza, Roma-Bari, 2002, pp. 3-4