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24 dicembre 2011

0022 [CITTA'] Vitaliano Trevisan | Tristissimi giardini

di Salvatore D'Agostino
«… Di ville! di villule!, di villoni ripieni, di villette isolate, di ville doppie, di case villerecce, di ville rustiche, di rustici ville, gli architetti pastrufaziani avevano ingioiellato, poco a poco un po’ tutti, i vaghissimi e placidi colli delle pendici prenadine, che, manco a dirlo ‘digradano dolcemente’: alle miti bacinelle dei loro laghi1».
Oggi, dopo quasi quarant'anni, le declinazioni delle ville costruite dagli architetti pastrufazi di Carlo Emilio Gadda formano, senza soluzione di continuità, il tessuto urbano che cinge le nostre città. Sappiamo anche che non sono state progettate solo dagli architetti ma trasversalemente da ingegneri, geometri o spesso sono state auto-costruite.
La casa con giardino è un sogno abitativo che non può essere racchiuso nell'epiteto gaddiano 'del pastrufazio' poiché ha cambiato sia l'assetto urbano che il senso dell'uso collettivo delle nostre città. La casa con giardino non è una villa e la sua serialità non forma una città. Poiché la prima implica una casa immersa nel giardino e la seconda un rapporto con la strada e gli spazi aperti della città. 
Vitaliano Trevisan, citando un libro di Simona Vinci, ci racconta del suo rapporto con questi spazi abitativi pieni di 'Tristissimi giardini'2. A seguire ho riportato un capitolo del suo libro, evidenziato in granata troverete una bella sintesi su come curare un giardino spontaneo.

Buon tutto e buon racconto di Natale. Ci rileggiamo il 9 gennaio per parlare di Domus cartacea e Web*.

8 novembre 2010

0046 [SPECULAZIONE] L'architetto di base secondo Gianni Biondillo

di Salvatore D'Agostino

Gianni Biondillo, scrittore ed ex architetto.
È milanese. Figlio di padre campano e madre siciliana. I suoi noir non hanno un set o un ambientazione, ma raccontano - attraverso l'artificio del romanzo - storie di una parte della città di Milano. Il luogo dov'è cresciuto: Quarto Oggiaro.
Per il padiglione Italia di  Luca Molinari - Biennale di Architettura di Venezia in corso - è stato chiamato - mensile Wired - ad essere uno dei 14 visionari.
Più che una visione ha scritto un monito 'Cubatura zero adesso, subito'.*
Quest'intervista è iniziata ufficialmente il  17 giugno del 2009 dopo un suo commento in questo post.
Salvatore D'Agostino Il tuo libro 'Metropoli per principianti'1 inizia con un ammonimento a non far studiare più architettura ai propri figli, altrimenti non resta altro da fare che mandarli a lavorare all'estero.
Francesco Dal Co ha definito questo incipit 'una Boutade'
2, Stefano Boeri crede che le cattive architetture siano frutto anche degli insegnamenti errati delle università3, Renzo Piano - telefonicamente - ti ha ringraziato: «C'è bisogno che ogni tanto qualcuno mi venga a tirare le orecchie»4.
Nel libro proponi d'istituire l'architetto di base.
Che cosa intendi dire?

Gianni Biondillo Ti rispondo con un breve articolo scritto tempo fa che "riassume" la situazione: «Al professor Dal Co non è piaciuto il mio urlo di dolore che apre Metropoli per principianti, dove dico, provocatoriamente: "non fate studiare architettura ai vostri figli".
Intervistato da Stefano Bucci ha detto, un po' piccato, che gli pare "una boutade. Sarebbe come dire: 'non iscrivete i vostri figli a medicina, perché faranno solo i medici di base'."
"Magari!", mi viene da pensare caro professore. Magari fosse così, ci metterei la firma. Tra l'altro i medici di base hanno guadagni mensili non disprezzabili. Invece qui la cosa è assai più tragica. Sarebbe, per mantenere il suo esempio, come dire: "non studiate medicina, che poi vi tocca fare i lettighieri, gli uscieri d'ospedale, gli operatori del call center…"
Perché è questa la vera contraddizione. Siamo il paese col più alto numero di laureati in architettura d'Europa e, al contempo, col più basso numero di progetti realizzati firmati da architetti. La città moderna non ci compete, non l'abbiamo costruita noi. Ci si lascia ingannare dai casi estremi delle star dell'architettura, che sono poco più di specchietti per le allodole, ma lo zoccolo duro, il popolo degli architetti, le mani sul territorio non le ha messe mai. È una percezione falsata quella che ci danno i vari Fuksas, Piano, Gregotti: è un po' come credere che dato che c'è Faletti, tutti gli scrittori vendano ogni volta milioni di copie dei loro romanzi. Non è così: gli scrittori, in media, fanno la fame. Ma con la differenza che almeno pubblicano, mentre gli architetti, in media, non costruiscono affatto.
Anzi, fosse per me farei mie le parole di Dal Co per cambiarle di segno: "Studiate architettura, così diventate architetti di base." Con tutti i problemi che il nostro territorio ha, il patrimonio architettonico da salvaguardare, le questioni di riconversione anche di spazi minimi o irrisolti, l'abusivismo, la sostenibilità, non sarebbe da istituire, a livello governativo, come un dovere di sanità paesaggistica, la figura dell'architetto di base?»5 

Che cos'è la geometrizzazione dell'architetto?

È l'accettazione di una modalità non critica del progetto. L'abbassamento dell'asticella della complessità nel nome non della migliore fruibilità ma del lavoro per il lavoro (teniamo tutti una famiglia) e della banalizzazione della professione.
È disinteressarsi a qualificare il gusto generale per adeguarsi ai pregiudizi scontati della progettazione.

Su Nazione Indiana pubblichi alcuni articoli che raccogli sotto il titolo di Urbanità.
Che cos'è l'urbanità? 

Trovo affascinante che come sinonimo di cortesia si usi il termine urbanità. Insomma questa attenzione alle città, all'urbe (in fondo anche civiltà viene da "civitas") come luogo di scambio simbolico, dove le contraddizioni vengono al pettine e si risolvono. In modo politico (che viene, appunto, da "polis").

Per il quinto anno consecutivo si è svolto il convegno sull'identità dell'architettura italiana con i contributi dei maggiori insegnanti provenienti da tutte le università d'Italia.6
Secondo te qual è l'identità dell'architettura italiana degli ultimi vent'anni?

È un'identità perduta, da ridefinire, liquida come è liquida la società in cui viviamo.
Sono molto curioso del padiglione italiano della biennale di quest'anno, curato da Luca Molinari, forse lui saprà darci una fotografia della nostra identità (ndr risposta: 26 aprile 2010). 

Liquida! Nel senso baumaniano? 

Certo. 

È possibile un'urbanistica attenta alle diverse sensibilità abitative? 

Non solo è possibile ma è doverosa.

Nella tua playlist, ovvero le architetture che ami del novecento italiano, includi le Vele di Scampia progettate dall'architetto Franz Di Salvo, poiché sostieni, che non sono diverse da alcune case per villeggianti della Costa Azzurra7.

Puoi spiegare meglio questo concetto? 

È esattamente così. Basta fare un giro in Costa Azzurra per accorgersene. Lì però nessuno vuole abbattere quegli edifici, anzi, molti li trovano graziosi e così "piccolo borghesi" da parigino in vacanza.
Confondere le condizioni sociali e il degrado con, banalmente, il progetto è facile e "scandalistico" ma non risolve il problema.

Su City life scrivi: «Tutta colpa di quella mia amica che mi ha detto (ah, il tagliente spirito lombardo) mentre guardava i redering di progetto: "Sembrano due amici che reggono il terzo in mezzo, mentre vomita, ubriaco!"»8.
Non credi che sia la naturale trasposizione - in grande scala - del pensiero imprenditoriale che chiami "Brianza Style"?

Sono due cose leggermente diverse ma non antitetiche.
Il "Brianza style" è una modalità che dalla provincia sta invadendo il gusto della città. Un desiderio di una ipotetica autenticità formale che è sostanzialmente trash, i grattacieli della ex-fiera sono una mera operazione di speculazione edilizia che si copre utilizzando la foglia di fico dei nomi roboanti e internazionali.
Operazione provinciale anch'essa e in questo speculare alla microarchitettura del Brianza style.

«Roma è il paradiso del palazzinaro piccolo borghese. […] le singole, autonome, palazzine paiono una civettuola sfilata di autoreferenti bellezze, indifferenti l'una all'altra. Singoli pezzi, mai davvero legati al contesto, incapaci davvero di fare urbanistica»9.
Non credi che sia necessario iniziare a capire questa storia urbana senza licenziarla come banale, rozza o antiurbanistica?

Sono d'accordo. Occorre guardare senza pregiudizi, né negativi e neppure positivi, ogni opera del passato. Quella storia urbana esiste e chiede di essere raccontata.
Ciò non significa farne un santino colmo di nostalgia.
 

«Nell'Italia meridionale non si leggono libri. La classe dirigente, la piccola borghesia, la classe produttrice, i politici locali, non leggono libri. Dove non si leggono libri non c'è architettura».10
Che cosa c'è?
 

La devastazione, il voto di scambio, il familismo amorale, il far west, lo spreco del territorio, l'abbrutimento sociale, il disincanto, il cinismo.
La resa.

Mi descrivi il tuo miglior progetto da architetto?

Mio?
Progettato da me?
Ma no, poca roba. Sono un architetto che ha fatto cose piccole, ha risolto problemi "privati". Abitazioni, appartamenti, sottotetti. Un paio di piccole piazze e un asilo nido fuori Milano, qualche concorso, ma in generale io sono (stato, ché ormai lo sono sempre meno) un "architetto di base", appunto.
 
Perché hai abbandonato la professione dell'architetto per quella di scrittore?

Perché le giornate sono di 24 ore e tutto purtroppo non si può fare.
E perché mi sono reso conto di avere molta più libertà critica con la scrittura, oggi, che con l'architettura.

Da Cratilo di Platone: «Pare che la parola "verità" (alétheia) indichi il vagabondare di Dio (ále theía)».
Che cosa può succedere vagabondando con un compagno di viaggio per la tangenziale di Milano?11

Succede che ridefinisci, dai suoi confini frangiati e incongrui, la mappa di una metropoli immensa che ormai tracima oltre le sue tangenziali, che sono a tutti gli effeti, ormai, delle strade urbane.
Ma farlo a piedi, girare in 10 tappe a piedi la cintura ad alto scorrimento cittadino, è anche un atto politico, resistente, che vuole recuperare la mobilità leggera e pubblica, l'unica, oggi, che dovremmo davvero sviluppare, nel nome della sanità e igiene (anche mentale) collettiva.
E stato un viaggio alla scoperta di un panorama davvero unico. Un pellegrinaggio attorno alla mia città.

Per Michele Monina la città che scorre lungo la tangenziale non è Milano. Per te, Milano inizia dai questi bordi.
Per Carlo Emilio Gadda gli architetti pastrufaziani (spesso imprenditori brianzoli) avevano costruito: «… Di ville! di villule!, di villoni ripieni, di villette isolate, di ville doppie, di case villerecce, di ville rustiche, di rustici ville, gli architetti pastrufaziani avevano ingioiellato, poco a poco un po’ tutti, i vaghissimi e placidi colli delle pendici prenadine, che, manco a dirlo ‘digradano dolcemente’: alle miti bacinelle dei loro laghi».12
Dove sta andando Milano? 

Non ho la palla di vetro. Ma ho la sensazione che Milano stia camminando sulla lama di un rasoio. Se cade dalla parte giusta si riproietta, come è nella sua tradizione, nell'alveo delle città europee, dinamiche e innovative, se invece precipita dall'altra parte, chiude definitivamente il suo ciclo storico per tornare ad essere un villaggio come un altro.
La mia ansia è che la vedo sbilanciata, politicamente e amministrativamente, troppo da questa parte! 

8 novembre 2010
Intersezioni ---> SPECULAZIONE

Come usare WA----------------------------------------------------------------------------Cos'è WA

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Note:

* Visione in seguito elaborata dallo studio Metrogramma con il progetto Esperia 15.

1 Gianni Biondillo, Metropoli per Principianti, Guanda, Milano, 2008.

2 Gianni Biondillo, Urnbanità 4, Blog Nazione Indiana, 15 ottobre 2008. Link

3 Stefano Bucci, 'Architetti, mancano i maestri', Corriere della Sera, 24 maggio 2008. Link

4 Circolo della Colonna, CENA del 23 febbraio 2009. Link

5 Pubblicato su Costruire n. 303, settembre 2008.

6 Link del programma.

7 Gianni Biondillo, op. cit., p. 44.

8 Gianni Biondillo, op. cit., p. 90.

9 Gianni Biondillo, op. cit., p. 63.


10 Gianni Biondillo, op. cit., p. 70.

11 Gianni Biondillo e Monina Michele, Tangenziali. Due viandanti ai bordi della città, Guanda, 2010.

12 Gianni Biondillo e Monina Michele, op. cit., 102.

24 maggio 2010

0039 [SPECULAZIONE] Un colloquio con Walter Siti

di Salvatore D'Agostino

Walter Siti va semplicemente letto la sua scrittura stride con i titoli e gli occhielli ammiccanti.

Salvatore D'Agostino In un ‘intervista a Peppe Fiore afferma: «In questi vent’anni la cultura umanistica è completamente crollata e noi che insegnavamo alle facoltà di lettere non ce ne siamo occupati. E penso che questa sia stata la colpa più grave della nostra generazione. Io credo che fare gli storici dei sentimenti, cioè capire che cosa ne è stato dei sentimenti in questi anni televisivi, mediatici, sia un lavoro fondamentale. Che ne è stato dell’amore? Capirlo diventa un lavoro politico. Ed è un lavoro che si può fare soltanto con il romanzo»
.[1]
Aggiungerei ’in questi anni televisivi, mediatici’ e d’interazioni virtuali.
Che cosa intende per “capirlo diventa un lavoro politico che si può fare soltanto con il romanzo"?

Walter Siti Ho l’impressione che tra le mutazioni (anche fisiche) a cui la specie umana sta andando incontro, nell’era del progressivo accelerarsi del consumo e delle tecnologie, una delle mutazioni più interessanti sia proprio quella dei sentimenti. L’odio, l’orgoglio, la tenerezza, la malinconia, e ovviamente l’amore, devono tutti lottare contro una perdita della pazienza. Il tempo per nutrire (come si diceva) i sentimenti non c’è più: è eroso progressivamente dalla velocità dei collegamenti e delle comunicazioni. È talmente facile procurarsi dei surrogati, che esteriormente sono perfino più brillanti dei sentimenti veri e soprattutto sono più maneggevoli! Ci illudiamo, se crediamo che questi surrogati appartengano soltanto al mondo dei reality e alla second life della Rete; partendo da lì, invadono quasi per intero il campo della vivibilità, appaiono più moderni e infinitamente più liberi. Si possono gestire (orribile vocabolo) e scambiare come prodotti già confezionati – non hanno quel brutto vizio, che avevano i sentimenti antichi, di inquinare i rapporti con sussulti imprevedibili e imbarazzanti per l’oliato macinare della macchina sociale. Il tempo dell’intimità è finito, la collettività grida sempre più forte e vuole riservati a sé tutti gli eccessi; ormai viviamo tutti in un enorme condominio dove si chiede ragione delle reazioni psichiche che non siano immediatamente etichettabili. Per ogni pulsione c’è un placebo già pronto, prima che la pulsione possa diventare sentimento.
La politica-politica su queste questioni non morde, perché è preda della collettività. Il romanzo, storicamente, è stato il luogo dove gli individui problematici opponevano i loro sentimenti al conformismo del collettivo; anche ora può essere il luogo dove, problematicamente, gli individui mutanti espongono i loro sentimenti surrogati, mutilati o dilatati artificialmente; il luogo dove li fanno collidere con l’urlio sempre più totalitario, ricavandone ancora una strisciata di senso.

Ho immaginato l’enorme condomino da lei descritto come la Dogville di Lars Von Trier - dove i muri delle case della città di ‘Dogville’ non esistono, ma sono schematicamente disegnati in bianco su una superficie nera - con una variante: i vetri degli schermi che usiamo quotidianamente ‘TV, Computer, telefonino’ non producono immagini ma ologrammi con cui ci relazioniamo non solo emotivamente ma anche fisicamente.
A proposito della pervasività dell’immagine nell’era della tecnologia, Marshall Mc Luhan nel suo saggio ‘Gli strumenti del comunicare’[2] riprende un articolo «”Vouge” del 15 marzo 1953: “Oggi una donna, senza uscire dal proprio paese, può avere nel proprio armadio il meglio di cinque o più nazioni: cose belle e in armonia come il sogno di un uomo di stato» - e afferma – «Le dive del cinema e degli attori più popolari sono da essa consegnati al domino pubblico. Diventano sogni che col denaro si possono acquistare. Possono essere comprati, abbracciati e toccati più facilmente che le prostitute. Per questa sua componente di prostituzione tutto ciò che è prodotto in serie incute spesso un certo disagio. Le balcon di Jean Genêt è una commedia sul tema della società come bordello circondato dalla violenza e dall’orrore. L’avido desiderio di prostituirsi dell’umanità resiste al caos della rivoluzione. Il bordello rimane solido e immutabile in mezzo ai cambiamenti più radicali. È stata insomma la fotografia a suggerire a Genêt l’immagine del mondo dell’era fotografica come di un bordello senza muri».
A più di cinquant’anni, che differenza c’è tra il ‘mondo come bordello senza muri’ ipotizzato da Genêt-Luhan e il suo 'enorme condomino'?

Il luogo che ho inventato non è un “enorme condominio”, è una casa popolare con sette appartamenti; tanto per dire che la mia campionatura è scarsa e tendenziosa. Tutto quello che in borgata è speranza di futuro, voglia di costruire, pazienza, non ha cittadinanza nel mio libro. La mutazione in corso ce la faremmo troppo facile se la immaginassimo come una deriva coerente verso l’irrealtà; sarebbe troppo comodo esecrarla moralisticamente e sentirsene immuni. Genêt, e anche Pasolini, immaginavano il consumismo come un universo concentrazionario perché la compulsione al possesso infinito portava inevitabilmente a un labirinto di specchi che moltiplicava l’ossessione. Il rapporto padrone/schiavo finiva per essere riassuntivo della società, intesa come un Moloch compatto, tanto più oppressivo quanto più falsamente tollerante. Il bordello diventava la metafora-principe perché il desiderio sessuale era visto come il più primitivo dei desideri, trasgressivo e omologatore al tempo stesso.
Paradossalmente, la loro disperazione era ottimista: si sapeva subito da che parte stare. Era una disperazione di lusso, tipica di un’epoca affluente. Ora, che i rischi di una deformazione della democrazia sono molto più concreti, temo che ognuno di noi debba fare i conti col proprio bordello personale: una specie di bordello portatile dove l’ossessione del possesso lotta e si dibatte contro una sensazione di asfissia. Nel castello di Salò l’amore era severamente proibito; adesso amore e ossessione si scambiano le maschere, non si sa più quale desiderio sia il fondamento e quale la sublimazione. Nel mio piccolo condominio, ogni appartamento ha un modo diverso di perdersi e di riempirsi di gente nuova; l’ossessione erotica del professore, che ne è un po’ la coscienza critica, si arena alle soglie di un amore postumo e viene condannata da un inconoscibile ragazzo rumeno. L’irrealtà e la virtualità sono terribilmente reali ed effettive.


Nel 'Il contagio', oltre al professore, troviamo una coscienza critica al femminile 'Lucia', un'insegnate universitaria amante di Mauro un imprenditore edile senza scrupoli, nato nelle borgate.
«Il fenomeno etologico della simbiosi, Macbeth con la sua lady, la sindrome del bambino scambiato in culla: Lucia mette in campo l'intero esercito delle proprie nozioni, socio e psicologiche, ma Mauro continua a sembrarle un enigma. Per risarcirsi in qualche misura della triste consapevolezza che la cultura non basta, cerca di culturalizzare il loro legame, accusa Mauro di non avere interessi; «uno con il tuo intuito e la tua velocità, è un peccato restare chiuso nel recinto dei soldi... se tu leggessi di più, se ti abituassi a vedere la realtà nella sua interezza... anche non materiale, simbolica... forse perfino i tuoi orizzonti economici si allargherebbero... io ammiro molto che ti sei costruito da solo, ma tutti noi siamo responsabili di qualcosa di più ampio». «Tanto c'è internet» risponde lui per stuzzicarla. Ma sotto sotto è ferito, gli piacerebbe assorbire il virus dell'istruzione; se ne accorge le poche volte che escono, che lei è padrona della storia e della geografia - le chiese, i palazzi, per lei vogliono dire qualcosa, è come se in città passeggiasse tra amici. Perfino "non mollare" e "tiremm innanz", che lui li dice sempre. Lucia gli ha garantito che il primo viene da un giornale socialista e non da Gigi D'Alessio e Simona Ventura, il secondo era un patriota che rinunciava a salutare i suoi figli per non tradire la causa».[3]
Più di cinquant'anni fa il giornalista Antonio Cederna pubblicava un libro dal titolo 'Vandali in casa'[4] dove denunciava l'attitudine alla bieca speculazione - noncuranti della storia sia del passato sia del presente - dei protagonisti dell'edilizia italiana.
I Mauro sono solo rozzi borgatari? Possiamo ancora chiamarli vandali?


WS
Beh no, i Vandali hanno vinto qualche battaglia e hanno fondato il loro regno, come gli Stati barbarici in Europa tra il IV e il V secolo dopo Cristo. Anche la loro cultura si è consolidata e (come accade nei regni barbarici) si è contaminata con la cultura dei dominatori precedenti. Berlusconi ama i libri antichi e le cose belle, si fa consigliare da critici d’arte per i suoi acquisti; solo che davvero non capisce perché gli aquilani si ostinino a voler tornare tra vicoli stretti e in case buie, quando lui gliene ha costruito delle nuove dotate di ogni comfort. Direi che quello che manca ai nuovi barbari regnanti è la stratificazione, la percezione dell’abitare come sedimentarsi di sublimazioni. Al massimo (e a stento) possono capire la memoria: ma non colgono la malinconia, la solidarietà, l’appartenenza, l’inconscio collettivo.
Sono tutte cose, queste, che stanno generalmente sparendo dall’orizzonte: molti studenti dell’Aquila ci vanno volentieri nei borghi-satellite, perché già prima del terremoto s’erano abituati a passare nei centri commerciali gran parte del loro week-end. Molte periferie sembrano costruite dopo un terremoto che non c’è stato, e non sono uniformemente brutte: contengono angoli decisamente belli, scorci spaesanti e sorprendenti, biblioteche di vetro che sei al Quarticciolo e sembra d’essere a Stoccolma. La loro invivibilità è a macchia di leopardo, come la rozzezza dei nuovi barbari regnanti. Al tempo di Cederna, una borghesia colta ancora piuttosto sicura di sé poteva espellere dal proprio immaginario l’inquinamento culturale, proprio come espelleva (almeno idealmente) i palazzinari dai suoi salotti. Ora ho l’impressione che quella borghesia sia una specie in via d’estinzione e che molti abbiano dato le loro figlie in spose ai nuovi barbari. Dove le figlie sono proprio le idee, le antiche certezze. I nipotini assomigliano un po’ al nonno che ascolta Schubert e un po’ al nonno che si diverte con La pupa e il secchione; non sapranno più che cosa gli viene dall’uno e che cosa dall’altro.

Lei è stato professore di Letteratura italiana contemporanea all’Università dell’Aquila.
È ritornato all'Aquila dopo il terremoto?


No, non sono più tornato all'Aquila dopo il terremoto, non ne ho più avuto l’occasione.


La precedente risposta mi riporta a un passo significativo del ‘Il contagio’: «L’appassionata analisi di Pasolini, vecchia di oltre trentanni  andrebbe rovesciata: non sono le borgate che si stanno imborghesendo, ma è la borghesia che si sta (se così si può dire) “imborgatando”. Al di là dell’esperienza biografica di pochi individui sbrancati, o dell’arroganza esibizionistica di qualche ricco che gioca al sottoproletario (“se hai dei soldi, una bella macchina e un po’ di cocaina, puoi scopare chiunque” è un motto del carcere ammirato e condiviso da Fabrizio Corona) – al di là dei casi singoli, vige un’effettiva solidarietà strutturale: nel continuum indifferenziato di chi il mondo non sa più vederlo intero, è l’ideologia di quelli che una volta si chiamavano gli esclusi (i lumpen, i sub-culturali) a risultare egemone)».[5]
Francesco Merlo nel suo recente libro ‘FAQ Italia’ - da giornalista - rivede il pensiero pasoliniano:

«Tutto l’attuale Strapaese è, magari incosapevolamente (sic), innanzitutto pasoliniano perché Pasolini, innamorato del sottoproletariato e del mondo contadino che aveva in testa e che gli pareva il tempio della premodernità antifascista, sognava nelle lucciole il ritorno a una società superata ma migliore. Oggi è lucciola pasoliniana anche il cattolicesimo che si fa tomismo, è lucciola il latino nella messa, è lucciola l’idea che la realtà dissolta possa avere ragione del mondo moderno. Ed è lucciola non solo l’Italia che si oppone ai treni veloci, ai posti, ai termovalorizzatori, alle autostrade ma anche quella che disprezza gli architetti e non vuole i grattacieli, che infatti non piacciono né al costruttore arcitaliano Berlusconi né al padano premoderno Celentano cresciuto in via Gluck, spazio metafisico maledettamente simile alla cascina Magnano di Umberto Bossi elevata a cattedra e a università della ruralità leghista».[6]
Le confesso, c’è qualcosa che non mi convince.
Mi spiego, forse quella borghesia cerderniana non aveva le capacità ‘intellettuali’ per rinnovare il paese, lasciando - non incolpevolmente - ai non borghesi ‘fisiologicamente incolti’ l’incombenza di farlo? Eppure la letteratura - con Italo Calvino attraverso il Caisotti della 'Speculazione Edilizia' e Carlo Emilio Gadda con il suo Pastrufazio ‘Della cognizione del dolore’ - aveva saputo raccontare questo delicato passaggio.


Lo shock che ha colpito gli intellettuali è stato conseguente a una troppo rapida sparizione del passato; soprattutto per quelli che venivano dalla borghesia colta, cioè da un ceto che aveva radicato il proprio privilegio nella capacità di possedere la Storia. Tra gli Anni Ottanta e i Novanta, noi tutti che insegnavamo all'università abbiamo dovuto registrare che nella mente dei giovani lo spazio e il tempo si stavano contraendo fino a diventare poco più che dei flatus vocis. Così brutalmente deprivati di un loro possedimento, gli intellettuali hanno finito per idealizzare il passato, conferendogli una tinta poetica e identificandolo con una bellezza sobria e intimista, tutto sommato stereotipa.
Forse non hanno avuto la forza di guardare in faccia la mutazione e di azzardarsi verso una nuova bellezza dai tratti sconosciuti. I nuovi meticciati li hanno chiamati barbarie, perché così era più consolante. La cultura è diventata sempre di più un bene-rifugio o al massimo un valore di scambio, non un valore d’uso da spendere nella vita bassa e caotica in cui si afferma il mutamento. I quartieri (anche mentali) abitati dagli intellettuali assomigliano sempre di più a isole felici e imbalsamate, dove non c’è una foglia fuori posto e anche gli uccellini cantano a tempo di musica. Avendo fatto di se stessi un paradiso turistico, solo l’emergenza e la sommossa li possono svegliare.

Nell'ottobre del 2008 si reca negli Emirati Arabi per un racconto di viaggio da pubblicare nella collana ‘24/7 Strager’ della Rizzoli. Alla fine del viaggio confessa: «Quasi quasi faccio il tifo per loro. Una cosa è certa: se volevo disintossicarmi, non è stata una buona idea venire qui. Questo Paese è intagliato nella stessa materia delle mie ossessioni, ha puntato sugli stessi numeri».[7]
Quali?

Beh, sono i numeri della quantità che sfida la qualità, del pretendere amore in cambio di denaro. Gli Emirati hanno attirato folle di imprenditori entusiasti e (sedicenti) adoranti solo perché tutto lì veniva strapagato, i controlli bancari erano minimi eccetera. Dubai è un luogo dove si vende l’immagine molto più che la realtà, e dove il lusso è chiamato a surrogare la felicità. Un luogo dove l’ossessione del possesso maschera oceani di disamore, di autoritarismo e di competizione frustrata. Il parallelo con la mia povera vita privata lo faccia lei.

Mentre preparavo quest’intervista mi diceva: «lunedì 19 consegnerò a Mondadori il mio prossimo romanzo».[8]
Com’è andata?

Ho effettivamente consegnato il libro, che uscirà in ottobre. Si intitola Autopsia dell’ossessione e parla giustappunto delle cose di cui alla risposta precedente.

24 maggio 2010


Intersezioni --->SPECULAZIONE
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Note:
[1] Peppe Fiore, Intervista a Walter Siti, Minima & moralia (blog), 29 luglio 2009. Link
[2]
Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Il saggiatore, Milano, 1997, pp. 201-202
[3] Walter Siti, Il contagio, Mondadori, Milano, 2008, p. 234
[4] Antonio Cederna, Vandali in casa, Laterza, Bari, 1956
[5]
Walter Siti, Il contagio, Mondadori, Milano, 2008, p. 313
[6]
Francesco Merlo, FAQ Italia, Bompiani, Milano, 2009, p. 49
[7]
Walter Siti, Il canto del diavolo, Rizzoli, Milano, 2009, p. 200
[8]
mail del 12 aprile 2010

L'immagine è stata tratta dal libro di Walter Siti, Il contagio, Mondadori, Milano, 2008