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23 febbraio 2012

0007 [SQUOLA] L’avvocato del diavolo un'intervista a Manfredo Tafuri

La parola scuola è spesso un inciampo, il suo suono trae in inganno. 
Non di rado viene scritta sbagliata. 
Squola è un errore ed è il nome di questa rubrica.

di Salvatore D’Agostino 


Il 23 febbraio del 1994 a Venezia moriva Manfredo Tafuri, lo ricordo con un’intervista quasi inedita, poiché pubblicata in una fanzine universitaria.
Questo è il primo documento tratto dall’immenso archivio delle università italiane ma anche un invito a superare l’incanto dell’opinione istantanea amata sia dai media mainstream che online. Credo che dopo più di vent’anni di scritture Web ci sia bisogno di pensieri storici, analitici e critici per uscire fuori dai confini della dialettica wishful thinking.
 

di Isidoro Pennisi

L’intervista è un documento contenuto nel primo numero di una Rivista di Architettura concepita ed elaborata da un staff di studenti della Facoltà di Architettura di Venezia nel quadro delle iniziative culturali promosse, all’epoca, dall’EASA (European Architectural Studenty Assembly)*. Un’associazione internazionale di studenti di Architettura senza alcun legame ufficiale con il mondo accademico, fondata in Inghilterra agli inizi degli anni ottanta, che aveva una serie di diramazioni nazionali e locali che, nella seconda metà degli anni ottanta, coprirono in Italia tutte le sedi universitarie dove esisteva una Facoltà di Architettura. In questo quadro erano diverse le iniziative promosse. Meeting Internazionali Estivi (grandi workshop autogestiti) e Nazionali, seminari di studio, convegni ed iniziative politiche ed editoriali. Utopica, così si chiama la rivista da cui è tratta questa intervista, è una di queste.
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L’intervista risente in maniera positiva, secondo me, di questo contesto e del fatto che rappresenta un esemplificativo dialogo tra studenti in cerca di fortuna culturale e di vita ed uno degli intellettuali migliori, probabilmente, che la nostra disciplina ha avuto la fortuna di avere tra le sue fila nel secolo passato. Descrive, in fondo, anche le relazioni strette che, da Nord a Sud, gli studenti delle varie sedi alimentavano in maniera strategica per ampliare il dibattito e lo scambio di idee. In sé, nei suoi contenuti, descrive bene una situazione che, oggi, si dispiega in tutta la sua chiarezza, ma che, in quel momento, dietro la pressione di domande chiare e dirette, Tafuri descrive in maniera veggente leggendo quello che, tra le righe (ma nemmeno tanto) stava già accadendo.

4 aprile 2008

0013 [CITTA'] Chi ha costruito le periferie?

Ritanna Armeni co-conduttrice su LA7 del programma ‘Otto e mezzo’, chiede a Massimiliano Fuksas: «perché si è lasciata la periferia in mano ai geometri?» L’architetto romano risponde che: vorrebbe fondare il partito per aiutare le persone, ripensando ai quartieri, educando gli imprenditori, superando la questione delle case popolari, non facendo altri ‘Corviale’ e tantomeno nuove ‘Bicocca’. Mi chiedo, ma è vero che le nostre periferie sono state costruite dai geometri e non anche dagli ingegneri del metro cubo e gli architetti della bella distribuzione interna? Mi ricorda lo sfogo, non del tutto sbagliato, dell’ex ministro per i Beni e le attività Culturali, Francesco Rutelli, dove additava gli architetti per aver ceduto alla banalizzazione chiesta/imposta dai geometri. Temo che in Italia ci sia un limite ‘culturale’ dei nostri professionisti, geometri-architetti-ingegneri:

Massimiliano Fuksas a 'Otto e mezzo' un programma di LA7 del 03/04/2008

Rutelli attacca l'«Italia dei geometri»: crescita senza stile, architetti sconfitti, Corriere della Sera, 11/11/2007