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23 maggio 2011

0043 [MONDOBLOG] Channelbeta un dialogo con Gianluigi D'Angelo

di Salvatore D'Agostino

Proseguiamo con una conversazione - più che un'intervista - con lo stesso autore.


«Di chi sono le notizie?
Durante la prima guerra mondiale le notizie dal fronte arrivavano ai giornali americani da due agenzie di stampa, Ap e Ins. Irritati per quello che Ins aveva scritto sulle perdite britanniche, gli Alleati decisero di vietare ai giornalisti di quest’agenzia l’uso delle loro linee telegrafiche, di fatto impedendogli di mandare le notizie negli Stati Uniti. Per aggirare il divieto, Ins cominciò a usare i dispacci di Ap, riscrivendo le notizie senza citare la fonte. Ap portò Ins in tribunale e vinse. La corte stabilì che i fatti non possono essere coperti da copyright, ma che le agenzie di stampa possono rivendicare l’esclusiva “sui loro prodotti (le notizie) finché hanno un valore commerciale”, cioè finché sono hot, calde.
È la “Hot news doctrine” e di recente se n’è parlato molto negli Stati Uniti perché è proprio appellandosi a questa dottrina che alcuni giornali, dal New York Times al Washington Post, hanno chiesto che Google e Twitter smettano di riprendere le loro notizie. Non hanno calcolato, però, che negli ultimi cent’anni si è molto ridotto il periodo di tempo in cui una news resta hot. Tom Glocer, il capo della Reuters, un’altra grande agenzia di stampa, ha azzardato una stima: tre millisecondi».1

Bisogna fare una piccola precisazione tra il concetto di news o notizia e quello di informazione. L'informazione naturalmente è di tutti. Tutti hanno il diritto oltre che di ricevere informazioni anche di produrle. La news invece, considerata come piccolo articolo elaborato dall'autore, oltre che contenere al suo interno l'informazione, è allo stesso tempo proprietà intellettuale dell'autore che ne ha redatto i contenuti. Gli strumenti come Twitter e Facebook hanno favorito il news spamming, cosa molto sgradevole per chi per primo produce una notizia. Un microfurto che, a causa della velocità del flusso che rende immediatamente obsoleta un'informazione, lascia gli spammer impuniti. C'è perfino qualcuno che modifica la data di pubblicazione anticipandola rispetto a chi ha prodotto l'informazione, in modo da comparire sul web come prima battuta.

Perché su Channelbeta l’architettura è diventata una news?

Perché poni questa domanda partendo da un assunto errato. Su Channelbeta l'architettura è esattamente il contrario di una news.
Noi non rincorriamo l'ultima realizzazione in corso, non buttiamo lì qualche foto riprendendola da altri siti web. Il nostro lavoro è invece di selezione e ricerca. Ogni singolo progetto pubblicato viene vagliato da un comitato editoriale composto da 8 persone. Le posizioni non sono mai unanimi, ma alla fine si sceglie cosa pubblicare, dopo un intenso dibattito via mail. Poi si aggiorna la "scaletta". Certo non pubblichiamo progetti realizzati da qualche anno, sono quasi sempre freschi ed inediti, almeno in Italia. D'altronde siamo un canale d'informazione sull'Architettura Contemporanea. Di ogni progetto pubblicato il materiale viene direttamente richiesto ai progettisti, non c'è una singola immagine od un singolo testo preso "in giro" e senza autorizzazione dell'autore. Inoltre ogni progetto viene pubblicato comprensivo dei disegni e di una scheda di sintesi di dati tecnici. In un mese pubblichiamo al massimo 5 o 6 progetti proprio per non "bruciarli" alla stregua di semplici short news.
Altra cosa sono le news, che curiamo quotidianamente con dedizione, sette giorni su sette, 350 giorni l'anno. Sezioni differenti, criteri e caratteristiche diverse di comunicazione, proprio perché la pubblicazione di un progetto non è una news.
I livelli di lettura dei media contemporanei sono diversi, per questo ci sforziamo di offrire ai nostri lettori contemporaneamente una fonte di aggiornamento costante e articoli e progetti di approfondimento che nel loro complesso rientrano in una "linea editoriale" credo abbastanza chiara per chi ci segue.

Escludendo la scelta redazionale qual è la differenza ‘critica’ tra i progetti presentati su Channelbeta (disegni + scheda di sintesi + dati tecnici) e quelli auto pubblicati su Europaconcorsi?

Channelbeta ed Europaconcorsi, pur occupandosi entrambi di architettura, lo fanno in modo molto differente. Europaconcorsi da bollettino on line di bandi è diventato un grande contenitore "acritico" nel senso che ogni giorno vengono pubblicati una serie di progetti e proposte di emergenti e archistar. Non vogliono esserci scelte precise, la volontà che emerge sta nel pubblicare il maggior numero di progetti per dare ai lettori un panorama ampio e costituire un archivio straordinariamente vasto. Questo approccio da "portale" è molto consueto in rete, in Italia la stessa cosa fa Archiportale, all'estero abbiamo i giganti Plataforma Arquitectura ed Arch Daily.
Diversamente quello che facciamo noi con Channelbeta, l'ho detto precedentemente, non vuole avere un carattere esaustivo ed è accompagnato da una serie di articoli o riflessioni critiche su eventi in corso o temi di dibattito. Proprio in questi giorni con la collaborazione di Lotus, abbiamo ripubblicato un articolo di Arata Isozaki uscito 15 anni che parla del terremoto di Kobe e che, alla luce dei recenti accadimenti in Giappone, è straordinariamente attuale. In definitiva il taglio che cerchiamo di dare a Channelbeta è quello di una rivista, più vicino a quello delle riviste cartacee.

A mio avviso il limite principale risiede nel voler 'riproporre la rivista cartacea sul Web'.
Il Web offre un altro linguaggio, profondità e sopratutto espressività. Una rivista Web non può essere confusa con la rivista cartacea.
Perché sentite il dovere di replicare canoni consolidati nel cartaceo e non adatti per il Web?

Questa scelta può essere giustamente considerata un limite, è sicuramente una precisa volontà, anche alla luce del generale appiattimento delle riviste cartacee, sempre meno caratterizzate da un approfondimento e sempre più soggette ad una linea editoriale più commerciale a causa della dipendenza degli inserzionisti. Noi questi condizionamenti non li abbiamo. In fondo le caratteristiche di una rivista cartacea sono tali non a causa del supporto ma il risultato di canoni consolidati. Oggi in fondo stiamo assistendo ad un ribaltamento anche della tipologia dell'informazione ed il web oltre che essere preponderante dal punto di vista della velocità, delle news, essendo anche ipertesto è sempre più ricco di spazi di approfondimento. È questo che cerchiamo di fare, secondo registri paralleli e livelli di lettura differenti, per dare ai lettori più di un livello. Per questo personalmente non credo che i canoni del cartaceo siano inadatti al web, in fondo sono sempre di più i lettori che ricercano nel web oltre che la velocità delle informazioni, produzioni editoriali simili al cartaceo, approfondite e curate nei contenuti. 

Come vi finanziate? 

Fondamentalmente ci autofinanziamo, le inserzioni pubblicitarie essendo piuttosto limitate non riescono a coprire le spese. La nostra è un'opera di volontariato culturale. In questi ultimi mesi stiamo cercando di trovare finanziamenti più stabili, questo innanzitutto per migliorare la qualità, per esempio finanziando servizi fotografici ad hoc, o articoli di critici ed inviati, potremmo inoltre pubblicare le news in inglese evitando il sistema automatico di google che inevitabilmente produce traduzioni piuttosto improbabili. Ora riusciamo a tradurre manualmente solo gli articoli. Con la cultura non si mangia, si sa, non ci illudiamo, dopo 10 anni ci piacerebbe però arrivare almeno all'autonomia economica, stiamo lavorando anche su questo e spero che arrivi il prima possibile. A volte riceviamo critiche anche piuttosto dure ma coloro che in maniera disinvolta sentenziano probabilmente non immaginano quanto sforzo ci sia da parte nostra, quanto lavoro. Quello che facciamo è di prendere l'aspetto costruttivo di queste critiche, anche quando sembrano poco costruttive e l'obiettivo della critica è semplicemente quello di volersi mettere al di sopra per fare gli "splendidi". Ma ognuno fa quello che si sente, chi fa sbaglia, chi non fa non può sbagliare... giusto?

No. Non condivido due punti del tuo discorso:

1. «Con la cultura non si mangia».
Solo con la cultura si mangia, senza si reiterano – erroneamente - linguaggi e canoni spesso senza capirne il significato; grazie alla cultura, ad esempio, si può distinguere l’arte povera come movimento dell’avanguardia artistica italiana degli anni sessanta, dall’arredamento di arte povera che imita con tecniche contemporanee mobili del passato.

2. «[...] l'obiettivo della critica è semplicemente quello di volersi mettere al di sopra per fare gli "splendidi"».
Non credo: «La critica – afferma Umberto Galimberti - è crisi, quindi congedo dal mondo abituale di pensare».2
 

La prima affermazione è naturalmente una provocazione ed è riferita ad un discorso di carattere economico e non ontologico, ci mancherebbe, d'altronde ogni giorno ci alimentiamo di cultura e cerchiamo di far sì che anche i nostri lettori se ne cibino!
Sul secondo punto posso dirti che è legittima ogni critica, se la critica è però semplice strumento di attacco, se la critica non è propositiva, allora non è critica, e semplice e volgare (nel significato dantesco del termine) "criticare".

A che cosa serve un Web log (nel tuo caso Web magazine) per un architetto?

Un web log o un web magazine non hanno una vera e propria natura funzionale, piuttosto aiutano a comprendere contesti e culture diverse dalle nostre. Ci aiuta a tenerci aggiornati su alcuni argomenti.
Ci appassiona nella lettura di determinati contenuti.

23 maggio 2011
Intersezioni ---> MONDOBLOG

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Note:
1 Giovanni De Mauro, Editoriale 'Sommario', Internazionale n. 853, 2/8 luglio 2010
2 Umberto Galimberti, Parole nomadi, Feltrinelli, 2006, p. 44

19 novembre 2009

0035 [SPECULAZIONE] Sulla fine del design di Umberto Eco

Less is more
Pubblico un breve saggio di Umberto Eco apparso su Lotus, n. 138, giugno 2009, pp. 115-117.
Ricordate il principio essenziale del movimento moderno ‘la forma segue la funzione’? Eco, tra l’architettura apocalittica e quella integrata, da cinico realista, introduce il concetto della forma segue il ‘mi piace’.
I like it, more or less



di Umberto Eco


Sulla fine del design
Per il Festschrift per gli ottant'anni di Vittorio Gregotti.

Se qualcuno ancora insistesse nel chiedere che cosa sia il Postmoderno in architettura, ispirandoci ai padri della teologia negativa potremmo sempre rispondere: 
«Hai presente Gregotti? Ecco, tutto il contrario».
Attraverso i suoi scritti e i suoi progetti, nel corso dei decenni, Gregotti ha delineato con assoluta chiarezza la sua visione di una architettura moderna - anche a costo di apparire inattuale. Non appena ci si allontana da quelle linee di rigore e razionalità che Gregotti ha sempre propugnato, si entra in un modo o nell'altro nel postmoderno, qualsiasi cosa esso sia.
Che cosa esso sia, per Gregotti è abbastanza chiaro, e qualcuno recentemente su internet parlava di alcune sue preoccupazioni "apocalittiche". Non so se il termine sia esagerato ma certo è che nel suo L'architettura nell'epoca dell'incessante (p. 26) Gregotti cita:
«Avvicinandoci al secondo millennio, dobbiamo iniziare a considerare la modernità come l'epoca in cui il mostruoso viene compiuto da criminali umani: imprenditori, tecnici, artisti e consumatori. Questo mostruoso non è inviato dagli antichi dei, né è rappresentato dalle mostruosità classiche: la modernità è l'epoca del mostruoso fabbricato dall'uomo». 
 E commenta:
«Se si giudica questa affermazione di Peter Sloterdijk non lontana dalla verità, si deve ammettere che le riviste di architettura e le mostre internazionali, premi e show televisivi, si sviluppano quasi sempre come campioni significativi della rappresentazione di quel mostruoso».
Nel 1999, in Identità e crisi dell'architettura europea, parlava dell'atopia spaziale (espressione invero ridondante) per cui le nuove tipologie insediative sono indifferenti alle condizioni di localizzazione e tendono ad assimilare la costruzione architettonica al manufatto di consumo. Nel 2002, in Architettura, tecnica, finalitàL'architettura nell'epoca dell'incessante (2006) dove si indicano i seguenti caratteri di una architettura che ha abdicato all'utopia modernista: (1) essa soccombe a una «estetizzazione del quotidiano» comune anche alle arti visive, a una «sovrabbondanza estetica», (2) più che inventare nuovi linguaggi riusa e scompiglia i linguaggi inventati dalla modernità; (3) tende non a realizzare le funzioni primarie dell'abitare ma a un «intrattenimento visivo». Quanto basta per liquidare se non tutto almeno gran parte del postmoderno all'insegna di «congiunzioni perverse».

Per capire quello che Gregotti vuole e quello che paventa mi è stata utile una recente visita a Shanghai, una passeggiata lungo il fiume e per la Nanjin Road e, il mattino dopo, una visita alla città satellite che la Gregotti Associati sta costruendo non lontano da Shanghai, a Pujang (sic). Punjang (sic) è una città giardino per centomila abitanti, attraversata da canali di dimensioni "veneziane", dalle tipologie riconoscibili, centri commerciali, grandi complessi d'appartamenti, villette di livello sociale visibilmente diverso (non dimentichiamo che si doveva rispondere a una committenza selvaggiamente capitalista), molto verde, giochi cromatici sobrii.
Per descrivere invece downtown Shanghai basterà dire che in confronto New York è un villaggio sporco durante un black out, e Las Vegas un Luna Park paesano di modeste dimensioni.
La nuova Shanghai è un tripudio di edifici altissimi che si presentano di notte come pagine di un albo a fumetti e si rinviano riflessi e rifrazioni; è l'annuncio di come sarà la vera città di domani progettata non per abitarvi (si suppone che quei grattacieli siano tutti uffici e non importa nulla dove stia la gente) ma per comunicare se stessa, in un'orgia di estetizzazione globale.
Dico subito che sono meno apocalittico di Gregotti. Se Pujang (sic) fosse messa in centro lungo il fiume, Shanghai diventerebbe un villaggio babilonese senza giardini pensili, e se la città lungo il fiume fosse trasportata a Pujang (sic), o sarebbe un clone senza fiume, o sarebbe la nuova downtown. Voglio dire che mi va bene che il satellite sia moderno e il centro postmoderno - almeno se non sono costretto a viverci.

Naturalmente ci sono obiezioni, ma non di carattere estetico bensì ecologico: quelle pareti di cristallo richiedono una immensa energia per riscaldare o refrigerare gli interni, i costi di costruzione sono realizzati sulla pelle di circa un miliardo di proletari, l'obsolescenza (non solo estetica ma anche dei materiali) sarà rapidissima, e non è inverosimile che entro qualche decennio, magari dopo uno tsunami provocato anche da quell'eccesso d'inquinamento, quel panorama che mi ha affascinato sia buono solo per girarvi un disaster movie. Ma, a parte le riflessioni ecologiche, che differenza c'è tra il piacevole spreco costituito dal centro di Shanghai e il piacevole spreco costituito dalla cattedrale di Chartres?
Per giustificare questa mia domanda apparentemente oltraggiosa (e per calmare gli animi dico subito che sono un ragazzo all'antica e sto sentimentalmente ed esteticamente con Chartres) debbo tornare ad alcune mie vecchie riflessioni sulla semiotica dell'architettura, quando ne La struttura assente (1968) distinguevo, per gli oggetti architettonici e di design, le funzioni prime dalle funzioni seconde. L'esempio che davo era quello della sedia: la sua funzione prima è di fornire supporto a un corpo umano articolato in modo da formare due angoli retti (busto/cosce e cosce/polpaccio) e in tal senso la sua forma comunica la sua funzione. Ma una sedia può voler rappresentare una certa dignità (come i troni o le poltroncine dei ricevimenti ufficiali al Quirinale - su cui si sta scomodissimi ma con postura formalmente corretta) e in questo senso esprime (anche attraverso il suo ornato) la sua funzione seconda, che è appunto etichettale e cerimoniale. In genere un buon equilibrio compositivo sta nella giusta bilancia tra le due funzioni, ma ricordiamo che una cattedrale gotica, se dovesse servire soltanto a riunire fedeli per i riti sacri, manifesterebbe un eccedenza della funzione seconda sulla prima. È esageratamente verticale, inutilmente esile e traforata (se non fosse per la necessità appunto simbolica di dar spazio alla luce che penetra attraverso le vetrate), quando non esibisce sculture che servano a educare i fedeli è troppo ornata (perché le grondaie debbono essere in forma di mostro?) E tuttavia questo eccesso di funzioni seconde è giustificato dall'ideologia che la ispira e che essa incarna in pietra: la cattedrale non è un manufatto abitativo, ma la celebrazione di una comunità che si, riconosce nel Sacro.

Parimenti il postmoderno di Shanghai celebra (lo dice anche Gregotti) l'orgoglio di una comunità che si riconosce nel Mercato.
Ciascuna epoca ha i propri dei, ma non è la teoria dell'architettura che deve dire quali siano quelli giusti, altrimenti si dovrebbe proclamare la scandalosa e idolatrica inutilità delle piramidi.
Pertanto il postmoderno celebra il Mercato attraverso il piacevole, lo straordinario, la novità a tutti i costi e contemporaneamente l'accettabilità di ogni provocazione. La nuova cattedrale - è lo shopping mall. Sono tutte cose che Gregotti dice qua e là. Forse, rispetto a Gregotti, sono un apocalittico cinico, visto che mi trovo bene anche a Shanghai (almeno per una sera e senza aver responsabilità di guru del pensiero architettonico), e ritengo che il fatto che molti di questi manufatti celebrativi dureranno pochissimo dovrebbe essere di conforto ai nuovi atei che non credono al Mercato, mentre la indistruttibilità di Chartres costituiva motivo di sofferenza per gli anticlericali del XIX secolo. Ma c'è un punto dell'argomentazione di Gregotti che, secondo me, richiede un supplemento di apocalisse.

Gregotti afferma a più riprese, e principalmente ne L'architettura nell'epoca dell'incessante, che tutta l'arte, architettura compresa, sembra rientrare oggi nel perimetro del design («nel senso peggiore di questo termine»), come «processo di intermediazione formale nello scambio di immagini delle merci contro merci», dove «il valore di scambio del prodotto si basa sulla seduzione del segno». È evidente che Gregotti usa sia design che estetico in senso deteriore, ma quand'ero piccolo mi si spiegava che il design è una cosa buona, perché in esso la forma segue la funzione, mentre quella pratica che sottometteva l'utente alla seduzione del segno (cambiando dell'oggetto solo la pelle) era lo styling.
Non so se il postmoderno per Gregotti abbia ridotto ogni design a styling o se in qualche senso abbia corrotto l'essenza stessa del design (ricordate: «La forma non segue più la funzione ma il mercato»). Ma se un fenomeno oggi ci colpisce (forse indipendentemente dal postmoderno e forse persino in opposizione al postmoderno) è la fine del design - ovvero del compito che il buon design aveva di manifestare attraverso la forma dell'oggetto la sua funzione.

Non sto parlando degli eccessi più o meno postmoderni come lo spremiagrumi di Starck, dove la funzione prima non solo non viene comunicata (moltissimi faticano a riconoscere l'oggetto) ma viene ridotta (lo spremiagrumi non riesce a trattenere i semi del frutto e li lascia scivolare nel bicchiere). In fondo si tratta di un conversation piece, e si paga per esibirlo in salotto, non per farsi una limonata in cucina. E neppure parlo del museo di Bilbao, dove certamente nulla, in quella simpatica megascultura a cielo aperto, ci dice che dentro ci sia un museo (o addirittura che ci sia un dentro) - ma in fin dei conti il visitatore viene spinto a circumnavigare e a esplorare il manufatto, sino a che ne scopre anche la funzione prima.
Sto parlando d'altro. Vorrei sottolineare che parlare di comunicazione della funzione prima non è la stessa cosa che ricuperare il principio classico per cui Form follows function. Dire che la forma segue la funzione significa dire sia che ne è motivata sia che la facilita, non necessariamente che la comunica. La forma aerodinamica di un razzo spaziale non comunica che l'oggetto possa volare, caso mai lo comunicava meglio l'aereo di Otto Lilienthal. In un ascensore la forma segue certo la funzione, ma l'ascensore non comunica il fatto che entrando in quella scatola si possa salire, mentre la scala ci prescrive i movimenti da fare per ascendervi.
La maggior parte degli oggetti classici che ci paiono esemplarmente comunicativi oltre che funzionali sono tali perché sono dei calchi della mano o di qualche altra parte del corpo. Seguono la logica del calco oggetti come l'impugnatura del cacciavite, il tirapugni, la maniglia, la scarpa, le forbici, l'imbuto e il cornetto acustico, gli occhiali, il piatto, il calice, lo spremilimoni originario, il volante, la sedia o poltrona. Dove c'è calco non c'è mediazione. C'è congruenza e siamo in tal caso al concetto ergonomico di affordance.
Quando la forma, se pure segue la funzione, non la comunica, occorre un'interfaccia. Il calco è sempre stata la forma più biologicamente e fisiologicamente elementare dell'interfaccia, ma non ogni interfaccia è un calco. L'interfaccia diventa importante proprio quando non c'è calco. Certamente anche in una vecchia radio l'indice graduato con manopola non ci comunicava quanto avremmo dovuto dovremmo sapere sul modo in cui una radio funziona, ma in qualche modo ci comunicava ancora la possibilità della esplorazione di uno spazio (la monodimensionalità dell'indice graduato era proporzionale alla multidimensionalità dello spazio hertziano). Ora questa comunicazione viene del tutto perduta in modelli totalmente digitali dove ci si sintonizza mediante tasti. L'interfaccia non ci dice nulla, a meno che non abbiamo letto il manuale.

Perché si è incrinato questo rapporto tra forma e funzione? Per capire meglio questo problema vorrei rapidamente tratteggiare il rapporto tra protesi, strumento e macchina. Una protesi è una estensione della capacità del nostro corpo (e tali sono martello, cucchiaio, bastone e cannocchiale), e in generale suggerisce, per qualche forma di calco o affordance, la funzione dell'organo che sostituisce o potenzia.
Lo strumento (che è manuale) invece fa quello che il corpo non potrebbe mai fare, come accade col coltello, la forbice, o la macchina fotografica. Rispetto alle protesi, produce oggetti nuovi. Tuttavia anche molti strumenti si basano sul principio del calco, persino la camera cinematografica, che ci dice dove appoggiare l'occhio per consentirci di inquadrare quel sostituto di immagine retinale da consegnare all'eternità.
Invece una macchina fa cose nuove, come lo strumento, ma indipendentemente dalla forma e dalla collaborazione dell'organo corporale che sostituisce o perfeziona. Una volta accesa, la macchina fa tutto da sola, e attraverso una serie di mediazioni meccaniche la maggior parte delle quali ci sfugge. Quindi non richiede che la maneggiamo d'istinto secondo il principio del calco, e instaura la stagione dell'interfaccia. Si pensi alla differenza tra il flauto di canna e il pianoforte. Il flauto è protesi, e ci dice per affordance dove dobbiamo porre le labbra per emettere suoni migliori di quelli che produrremmo con la sola bocca; il pianoforte è invece macchina, produce suoni che noi non sapremmo produrre, e ha un'interfaccia elaboratissima che è la tastiera (del tutto non-intuitiva: che le note salgano in altezza da sinistra a destra potrà parere ovvio a noi ma non a un arabo o a un israeliano).

Ora che cosa accade oggi? Gli strumenti e persino le protesi diventano sempre più macchina. Ma la macchina tradizionale, da quelle di Erone a quelle di Jules Verne, aveva aspetti quasi antropomorfi, denti, leve, bracci, bilancieri. L'interfaccia era spesso rappresentazione analogica di alcune di queste funzioni – si pensi al girare delle lancette dell'orologio che ricorda il girare delle sue rotelle interne. La macchina elettronica invece non ha più funzioni antropomorfe. Non solo, ma fa economia di una antica differenza di funzioni facendo funzionare tutto con lo stesso criterio. Le funzioni sono - o paiono - immateriali, e pertanto non sono rappresentabili dall'interfaccia. Per questo un solo tipo di interfaccia standard sta già unificando il televisore, la radio, il computer, il cruscotto dell'automobile, il forno a microonde, la sonda Geografica, il bisturi laser. E già sin d'ora sulla mia automobile posso comandare sintonizzazione radiofonica, ed, assestamento su velocità di crociera, notizie sulla benzina residua o sul suo consumo, temperatura e condizionamento, e ben presto gli stessi movimenti di accelerazione e freno, manovrando la stessa console, interfaccia unificata.
Per questo il design del futuro non avrà più da risolvere il problema della forma che segue la funzione, ne quello della forma che comunica la funzione. L'unica vera funzione la svolgerà il circuito elettronico stampato, la cui forma è bellissima ma astratta - e in ogni caso è impercettibile dal fruitore. Questo oggetto quanto agli effetti, ma non se ne determina il funzionamento, ne manualmente ne intellettualmente (persino il tecnico ha solo istruzioni di montaggio).
Per il resto la pelle dell'oggetto è lasciata alla genialità o all'estetismo del progettista e alle fluttuazioni della moda. Al limite una radio potrebbe assomigliare a un automobile o a un violino, e se assomiglia ancora (ma sempre meno) a una radio è perché è più comodo individuarla immediatamente come tale in soggiorno, ma per quel che riguarda la sua prestazione potrebbe essere simile a un porcellino (e ne esistono) o a una bottiglia di whisky.
La bottiglia del whisky è ancora una vecchia protesi che sostituisce le mani a conca, ma domani il whisky potrebbe essere versato mediante telecomando da ugelli posti alla base del televisore (come accade con le macchine per tè o caffè nelle aziende o nelle stazioni).

Quindi ci si avvia alla completa deresponsabilizzazione del design e alla semplificazione dell'ergonomia (un unico dispositivo dovrà azionare sia Chopin che lo sciacquone). La macchina universale del futuro assomiglierà allo schermo di Windows, e non avrà ragioni per non assomigliarvi. Quando non vi assomiglierà sarà per pure ragioni di prestigio (il versamento manuale dei liquidi rimane d'obbligo nei grandi hotel e nelle sale vip degli aeroporti, così come la Rolls Royce deve assomigliare a un'automobile di cinquant'anni fa). Per il resto la macchina universale dovrà occupare poco spazio, essere gradevole alla vista, facilmente pulibile, il più possibile leggera e trasportabile. Anche il robot del futuro non avrà forma androide ma sarà una sfera, o un cubo, la cui superficie esterna servirà insieme da specchio, telecamera, audiodiffusore, schermo tv e computer.
Rispetto a questa ipersemplificazione, là dove ormai in linea di principio ogni manufatto, dal cucchiaio alla città, potrebbe assumere la stessa e unica forma (grosso modo il parallelepipedo nero di Odissea nello spazio), si comprendono gli esercizi più spericolatamente deliranti del postmoderno, intesi a differenziare la pelle di queste macchine universali mediante una intercambiabilità ludica. L'automobile si è arrotondata per sembrare una radio giapponese, la quale si era a sua volta arrotondata per assomigliare a un Pokemon, la facciata del grattacielo diventa cartellone pubblicitario, lo spot pubblicitario imita l'arte un tempo d'avanguardia e l'arte oggi d'avanguardia imita lo spot pubblicitario di un tempo.

Le forme postmoderne sono possibili non perché si oppongono al design moderno né perché si sono assoggettate a una idea deteriore di design, ma perché il design "buono", in cui la forma segue e comunica la funzione, è morto.
Spero di essere stato più apocalittico di Gregotti. A anche se, come ho detto, sono un apocalittico cinico, e la radio alla Mazinga, che sta suonando Beethoven mentre scrivo, mi piace moltissimo.

19 novembre 2009
Intersezioni --->SPECULAZIONE
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N.B.: L'evidenziazione in giallo sono trasposte dalla pubblicazione cartacea.