Dai tempi di Democrito di Abdera che si strappò gli occhi a titolo puramente dimostrativo sino a Marcel Proust il quale si dichiarava, in via teorica, favorevole alla sordità sono state molte, mi pare, le parole spese da filosofi e poeti in elogio di una qualche forma di povertà, d’infermità o bruttezza.
Nessuno, per quel che ne so, ha mai composto una apologia dei piedi piatti o delle emorroidi: ma questo rientra nelle ovvie difficoltà a coprire sia pure approssimativamente l’inesauribile varietà del reale.
Alla medesima, incommensurabile, geografia del bubbone e della pustola appartiene il portentoso accadimento della città di Gela la quale sfugge ad ogni intento elogiativo e si disegna spinosa nella sua altera impopolarità … e, in realtà, neppure quel profilo la contiene giacché più che all’elogio essa sembra sottrarsi all’esegesi.
Ed è questo uno dei suoi modi: il non darsi cioè in alcun modo.
Gela si ritrae dalla letteratura perché in linea generale non si ha presente.