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12 gennaio 2009

0025 [SPECULAZIONE] L'urbanità disegnata da GIPI

di Salvatore D'Agostino 

   GIPI è il nome d'arte di Gian Alfonso Pacinotti nato a Pisa nel 1963 vive disegnando, questo è l'aspetto che ha in comune con l'architetto. La differenza più rilevante è che Gipi osserva senza giudicare, l'architetto osserva ripulendo con le proprie visioni la realtà. In questo colloquio troverete tra le righe l'urbanità cioè il rapporto tra la città e la gente con l'aggiunta di un pizzico di artigianato del disegno.

   Salvatore D'Agostino Un fumettista si nutre di visioni, l'occhio è lo strumento fondamentale per trasporre in disegno il mondo immaginato. Qual è la tua visione della città? 

   GIPI Caos. Io non riesco a fissare gli occhi sulle cose. O meglio, ci riesco con enormi difficoltà. Quindi la mia visione della città è assolutamente frammentata. Interpreto l'idea della città come confusione di forme, mancanza di ordine, caos appunto. E quando disegno replico questa sensazione, accosto linee quasi a casaccio, poi le sminuzzo, aggiungo dettagli che dettagli non sono, ma solo altre linee nervose. La cosa interessante per me è che questo tipo di lavoro, alla fine mi porta ad una rappresentazione che è per me "realistica", anche se guardando meglio, si tratta solo della riproduzione confusa, di una visione confusa.
   Il contrario di caos è ordine. Politicamente l'ordine rievoca i regimi totalitari. Seguendo questa logica vivere il caos significa vivere 'democraticamente' liberi?

   In un certo senso, nei nostri tempi, nel nostro paese, il concetto può anche essere invertito. Possiamo provare a farlo. Il caos di cui parlo nelle città è spesso figlio proprio del potere, inteso come potere e prepotenza economica. Il cosiddetto "sacco di Roma"1 ad esempio, esprime caos nelle forme ma è un prodotto del potere schiacciante e ottuso. Quindi è un caos generato dal potere, dalla voglia di potere e di ricchezza. Per questo nei miei disegni, per quanto l'occhio vada in giro e, in un certo senso, goda di ciò, c'è sempre un aspetto più sinistro. A volte opprimente.

   Poi, naturalmente, c'è il caos dello spirito, quello che genera risposte e comportamenti imprevedibili. In questo caso posso azzardare un avvicinamento con il concetto di libertà.

   Per il designer Milton Glaser:
«Il disegno è una forma di meditazione, ti costringe a fare attenzione, che è la ragione ultima del fare arte».2
   Cos'è il disegno per te?

   Una pratica che m'induce a far prevalere la parte migliore di me. L'impegno e l'assiduità, la scelta di trascorrere il proprio tempo, appunto, in concentrazione, mi sembrano una cosa buona se contrapposte alla vacuità. È anche un processo che induce riflessioni e, quando sono incredibilmente fortunato, trasformazioni. Spesso lavoro su temi che sono mie domande interiori. Cose che non comprendo. La pratica del disegno a volte può fare miracoli e avvicinare al senso delle cose e degli eventi accaduti. 

   In una tua vecchia intervista fiume sul sito 'Lo spazio bianco' ricordavi la tua infanzia e il tuo rapporto con gli insegnanti:
«Ci pensavo in questi giorni: i miei professori di disegno dal vero e di "ornato" non li ho mai visti disegnare. Ricordo che il professore di figura fumava e leggeva il giornale. Non li ho mai visti con una matita in mano».
   L'architetto Stefano Mirti relativamente al ruolo dell'insegnante o direttore di scuola:
«crede fermamente che chi sa fa e chi non sa insegna (con il corollario che quelli che sanno fare e insegnare sono i peggiori di tutti)». 
   Esistono gli insegnanti? 

   Si. Credo che esistano. Ho avuto buoni insegnati (magari inconsapevoli di esserlo) fuori dalle scuole. Per me "il maestro" è una persona che vive seguendo con onestà la propria passione. E questo trasmette, al di là delle parole, una tensione di vita. Uno dei miei maestri è un pittore pisano, si chiama Giuseppe Bartolini. È stato un maestro senza mai insegnarmi una tecnica. Solo vivendo la pittura, giorno per giorno, con la massima onestà possibile. Un altro è stato Riccardo Mannelli, un amico, pure, e anche da lui ho appreso la devozione e la passione, sopratutto. Spesso gli insegnanti, intesi nel senso tradizionale (statale) del termine, sono stanchi, disillusi, tristi. È un mestiere usurante. Forse andrebbe fatto solo per brevi periodi.

   Nel tuo video "Tokio Hotel Live" della Santa Maria Video ovvero la TV che non vuole trasmettere niente, affermi:
«Fare schifo, in una società che obbliga all'eccellenza, è un preciso dovere morale».
   È ancora valido questo monito?
   Il titolo vero è proprio "Fare schifo". Quel Tokio etc. è stato messo da un utente di Youtube che si è preso la briga di caricare il video. "Fare schifo" è chiaramente un'iperbole. Altrimenti contraddirei tutte le cose dette finora. Ma ha un suo senso, se rivediamo i concetti di "fatto bene" e di "qualità". E comunque, in una società che spinge alla bellezza esteriore, al successo, alla ricchezza, senza considerare minimamente la pratica attuata per raggiungere questi obiettivi, fare schifo è, forse, davvero, un dovere morale.

   C'è chi sostiene che in Italia non esiste coscienza critica. Tu invece rappresenti l'italiano come un opinionista, ovvero il tuttologo con un lessico striminzito, ma chi è in realtà l'opinionista?

   L'opinionista sono io se avessi scelto di fare l'opinionista. Insomma, se mi fossi messo nella condizione di fare un mestiere che non so fare. È un ignorante, quale io sono, in parte. È un ottuso, che parla per frasi fatte e luoghi comuni. È un opinionista, distante dal mondo e, se si può usare questo parolone, da ogni desiderio di ricerca di verità. Verità era il parolone.

   L'architettura vive di spazio, che cos'è lo spazio per un disegnatore? 

   Per me il termine spazio equivale a ritmo. Ma questo dipende dal fatto che principalmente, con le immagini, racconto delle storie. Parlo adesso di spazio nella pagina. Che diviene spazio nel tempo di lettura. Non saprei dare una differente risposta, scollegata dal mio mestiere. Ho una percezione dell'ambiente circostante, delle persone e delle cose talmente frammentato e nevrotico che non riesco un gran che a percepire lo spazio in senso fisico. Questo, però mi risulta molto difficile da spiegare. È come se avessi una capacità di messa a fuoco destinata solo a un susseguirsi di particolari. Lo spazio, come aria, insieme, mi sfugge. 

   Dove abitano i tuoi personaggi? 

   Spesso hanno abitato in case popolari. Qualche volta in ville di genitori che non sentono proprie. Posso dire che vivono quasi sempre in spazi che gli sono alieni. Non c'è mai un sentimento di comunione tra i miei personaggi e l'ambiente in cui si muovono. Se c'è, ed è raro, avviene nella natura, negli orizzonti. Ma anche qui, spesso utilizzo campi con grandi cieli che non sono solo ariosi, ma divengono opprimenti. Per me torna sempre la questione della minutezza dell'essere umano. La sensazione di essere formiche, piccole e impotenti, tra i grandi palazzi di una città o sotto le nuvole e la pioggia. È quindi sempre un abitare con sottile disagio. 

12 gennaio 2009 (ultima modifica 19 agosto 2012)

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Note: 
1 Alberto Statera, Il nuovo sacco di Roma, La Repubblica, 5 novembre 2008.
2 Domenico Rosa, Milton Glaser. Disegno, dunque sono, Il sole 24 ore, 22 novembre 2008.

N.B.: Immagini:
  • la prima immagine è stata tratta dal calendario 2009 disegnato da GIPI per la rivista Internazionale;
  • la seconda è un frame tratto dal video non ufficiale apparso sul sito You Tube con il titolo Tokyo Hotel Live;
  • la terza è un frame tratto dal video opinionista n. 2 visibile sul blog 'Opinionismo' ideato dallo stesso GIPI.