15 dicembre 2009

0007 [FUGA DI CERVELLI] Colloquio Italia ---> Apolide con Edmondo Occhipinti

di Salvatore D'Agostino
Fuga di cervelli è una TAG non una definizione. La TAG è contenitore di diversi 'punti di vista'.

Dal mediterraneo all'atlantico. Genesi e morfogenesi di un architetto che costruisce il nostro futuro.




Salvatore D'Agostino Ho chiesto a Edmondo Occhipinti di fornirmi un breve scritto che raccontasse la sua storia per integrare le mie informazioni. Mi ha inviato un racconto che ho deciso di pubblicare integralmente, prima del colloquio, poiché la sua formazione è narrata con la leggerezza della giovane età. Leggerezza che nella nostra gerontocratica Italia sembra essersi persa (mail del 25 marzo 2009):

Edmondo Occhipinti

Ciao Salvatore,
Scusa il ritardo. Sono rientrato adesso a Parigi e riprendo contatto con Outlook.
Io ti proporrei una visita al mio spazio, nonostante non sia aggiornato ormai da quasi un anno, l’inglese sia penoso e non ci sia nulla di molto eloquente; l’indirizzo e’ edmondocchipinti.blogspot.com

Brevemente e con poca forma ti racconto di me.
Sono nato e vissuto a Scicli in una piccola borgata di mare (Donnalucata, 3.000 abitanti) in provincia di Ragusa in Sicilia. Ho ventinove anni da un paio di giorni. Gli ultimi dieci li ho passati lontano da casa mia, lontano “quel tanto che basta per guadagnarsi la nostalgia”. Dopo cinque anni al liceo classico di Scicli, venti iscritti l’anno, e tanta voglia di passare allo scientifico (non per evitare il greco ma per avere un po’ di matematica), mi iscrissi alla facoltà di ingegneria elettronica di Catania. Avrei dovuto seguire i solchi paterni con una specializzazione in pediatria. Mi trovai invece a dormire sui limiti, derivate, integrali, cicli di Carnot, entropie e bilanciamenti chimici. Un fallimento. Provai l’esame di fisica 3 volte: bocciato sempre sulla stessa domanda: il funzionamento del termometro a gas. Fallito. Per la prima volta.
Provai odontoiatria. Bocciato. Arrivai in ritardo all'esame di medicina. Niente camice bianco.

Un’amica mi suggerì architettura. E provai attirato più dalla piacevole compagnia che dalla facoltà di cui finalmente scoprivo l’esistenza. Ammesso al 34esimo posto della facoltà di architettura di Siracusa. Lo scoprì una mattina di settembre al bar di Donnalucata sfogliando il Giornale di Sicilia. Sarei stato un architetto: grandi idee e un portafogli pieno di speranze. Non avrei mai lasciato casa mia. Ero convinto che fosse possibile. E lo rendevo possibile.

Ricordo la prima lezione di disegno l’aggressione del professore Pagnano: lei da grande diventerà un imbianchino, non un architetto; fino ad allora per me la matita era lo strumento per appuntare invisibilmente la metrica dell’odissea e fottere la professoressa di greco. Alla fine dell’anno fu lo stesso Pagnano a regalarmi una sua verità: 
«Occhipinti non si accontenti di essere il primo a Siracusa, vada ad essere l’ultimo dove l’architettura la studiano sul serio». 
Decisi di partire. Diverse erano le candidate. Decisi Porto. Un posto molto simile a casa mia. Un posto al confine fra l’argento e il bronzo dei mondi. Una delle migliori scuole al mondo. L’unica pubblica. Decisi di studiare: non l’architettura, decisi di studiare la gente che ci crede sul serio. La gente che l’architettura la ama, la vede, la tocca, la piange, la disegna, la discute, la odia.

Decisi di andare alla FAUP. Esame. Ammesso. Dentro, per sempre. Per sei lunghi anni. Al secondo anno sognavo già in portoghese. Mi stancai di Porto al quinto anno. cercai uno stage lontano. Ed arrivai a Parigi. La valigia non era ancora cambiata. Sei mesi li passai nella città delle luci. E furono sei mesi straordinari. Mi cambiarono dentro e fuori. In bene per molti versi, in malissimo per altri. Ritornai a Porto pieno di nuove emozioni, nuove idee, nuovi propositi, nuove propulsioni. Tra innumerevoli contrasti e dubbi riuscì finalmente a trovare un docente disposto a seguire la mia tesi considerata “eretica e inaccettabile” dai molti veterani della scuola di Siza: “processos morphogeneticos em arquitectura” il nome con cui entravo ed uscivo dagli studi dei professori. Ma lui, Fernando Lisboa, nonostante fosse un veterano come loro, fu colpito dall’idea e mi seguì (un grande uomo, Lisboa; uno dei primi portoghesi ad interessarsi al Disegno Assistito al Computer, profondo conoscitore di Pierce e docente di semiotica); giornalmente, rigo dopo rigo, parola per parola, in portoghese prima; in italiano poi. Sei mesi di abnorme, insana, penosa, straordinaria masturbazione emotiva. Isolato da tutto e da tutti. Io solo con i miei terribili attacchi di panico che non mi consentivano più nemmeno di andare a fare la spesa. Uscivo tre volte al giorno dalla mia stanza per andare a prendere un caffè. Abitavo in uno straordinario attico sull'oceano atlantico. Solo. Solissimo. La sera facevo fuoco in terrazza e arrostivo sardine (alla portoghese). Presentai la tesi nel settembre del 2006. Un grande successo alla scuola di Siza. Lisboa mi propose di insegnare durante le sue ore. E cominciai ad insegnare tecnologie digitali alla scuola di Siza. In febbraio (era già il 2007) l’Ecole Nationale Supérieure d’Architecture de Paris m’invitò a guidare un workshop per un paio di settimane. Partii. Non sapevo che quel giorno sarebbe stato il mio ultimo giorno in Portogallo. Non tornai più. La mia stanza è ancora lì. Congelata in un mattino soleggiato di inizio febbraio (ogni tanto trovo il biglietto di ritorno a Porto nella tasca della valigia e piango sorridendo). Dovrò tornare un giorno a riprendere parte del mio passato. E dovrò tornare per regalare un fiore rosso a Fernando Lisboa, un grande uomo che decise di lasciare la vita qualche mese dopo la mia partenza.

Io, al contrario, continuai la mia vita a Parigi. In marzo lanciai il blog edmondocchipinti.blogspot.com; facevo l’assistente all'Ecole speciale de Paris e facevo consulenze per alcuni studi parigini. In luglio vinsi il concorso per insegnare all'Ecole Nationale Superieure d’Architecture de Versailles. Continuai qualche consulenza (l’ultimo post del blog è l’ultima e la più interessante). In novembre (era ancora il 2007) mi sono aggiunto al team di Gehry Technologies a Parigi. Durante l’ultimo anno mi sono spostato a New York e a Dubai, per sette mesi. Sono da poco rientrato a Parigi. Realizzo quotidianamente i miei sogni. Guadagno benissimo, faccio un lavoro straordinario, lavoro con gente incredibilmente talentuosa. Ho vissuto in città bellissime in paesi bellissimi. Parlo correntemente 5 lingue. Ma non sono più tornato. Falso. Direi piuttosto che non sono mai partito. Dieci anni dopo piango ancora quando la gomma si spalma sulla pista 25R di Catania Fontanarossa. Piango sempre quando sono finalmente a casa. Piango sempre quando mi rendo conto che non sono mai partito, ma che il mio cordone ombelicale è lungo migliaia di chilometri. E tornato a casa sono sempre “u picciriddu”, “u figghiu”. Non riesco a stare più di 90 giorni fuori casa.

C’e una cosa che non mi chiedo mai; non mi chiedo mai se fu una buona idea quella di diventare un architetto. L’architettura non l’ho mai sentita e non l’ho mai conosciuta. Il primo anno in Portogallo passeggiavo con questa frasetta di Manlio Sgalambro in testa. In fondo avevo 20 anni:
«Là dove domina l’elemento insulare è impossibile salvarsi [...] Il sentimento insulare è un oscuro impulso verso l’estinzione. L’angoscia dello stare in un’isola come modo di vivere rivela l’impossibilità di sfuggirvi come sentimento primordiale. La volontà di sparire è l’essenza esoterica della Sicilia. Poiché ogni isolano non avrebbe voluto nascere, egli vive come chi non vorrebbe vivere: la storia gli passa accanto con i suoi odiosi rumori ma dietro il tumulto dell’apparenza si cela una quiete profonda. Vanità delle vanità è ogni storia. [...]»
Edmondo Occhipinti di anni... Originario di... migrante a... qual è il tuo mestiere? 

Consumo lentamente e con gusto il mio ultimo anno della ventina. Sono partito da dove abito: sono partito da Scicli. La migrazione, umana e animale, ha questa caratteristica: il ritorno al punto primo -per me appunto - l’abitazione. La mia è un’esperienza migratoria crono-geograficamente intensa, eterogenea e non uniforme; una migrazione non del tutto compiuta, in fondo. Ho conosciuto i miei scali, a volte imprevisti, a volte brevissimi; a volte geografici, a volte condizionali; sono in scalo a Parigi (ndr 1 aprile 2009); uno scalo emotivamente importante. Mi muove la passione, e verso la passione muovo io: una migrazione pienamente romantica. Laureato in architettura, mi occupo di morfogenetica, insegno saltuariamente e durante le trentacinque ore settimanale sono project manager al Technologies di Frank Gehry.

Qual è stato lo sviluppo della tua tesi sull'architettura morfogenetica (studio di una forma e della struttura architettonica attraverso gli algoritmi dei sistemi CAD), dopo la laurea? 

La tesi di laurea è stato un momento cruciale per il seguito. Il momento che ha richiesto il massimo dello sforzo possibile, per quei tempi, quelle risorse e quella condizione; dopo la laurea mi offrirono l’insegnamento di Computer Aided Design alla scuola di Porto e un invito presso una scuola d’architettura parigina. La tesi fu pubblicata in diverse riviste internazionali in Portogallo e in Francia. Spesi un anno tra insegnamento e ricerca. Affinai le mie competenze tecniche e approfondii alcuni punti sfiorati dalla tesi: storia delle geometrie non euclidee, algoritmi genetici, cibernetica; mi dedicai allo studio delle scienze più in dettaglio. Divulgai sul blog la mia tesi, in italiano, ed altre esperienze. Un anno dopo fui chiamato come consulente morfogenetico per un grande concorso di torri alla Defense di Parigi, potendo applicare parte della mia ricerca sul campo: un bel momento. Qualche mese dopo fui contattato dagli studi di Ghery, dove lavoro da un anno e mezzo. Il quotidiano, da Ghery, mi ha da un lato allontanato dal blog e dalle ricerche precedenti, dall'altro mi ha dato l’opportunità di avanzare molto, tecnicamente, e di approfondire l’aspetto parametrico della forma, che non ero riuscito a sviluppare durante e dopo la tesi.

Un costante riferimento nei tuoi appunti blog sono le teorie matematiche trasposte e reinterpretate attraverso i software.
In un articolo ‘Morphogenetic, Ethic and Pathetic’, descrivi la progettazione ‘Bottom up’ in cui spieghi il processo diagrammatico dinamico dell’architettura: la struttura d’informazioni iniziali forma la base generativa che può portare a risultati inaspettati.
La tecnologia digitale non è mero strumento ma diventa logica ineludibile della progettazione.
L’architettura è generata dal processo diagrammatico. 

Mi capita spesso di voler sgonfiare il mito digitale, perché in fondo posso permettermelo; il mio punto varia poco, nel tempo e nello spazio (voglio dire da quando non potevo permettermelo, e alla luce delle mie migrazioni): le tecnologie digitali non sono una logica ineludibile alla progettazione. Traducono una complessità inaccessibile ai più in un linguaggio (motorio, grafico, logico....), direi, popolare. La logica ineludibile alla progettazione è infatti quella complessità. 

Francesco di Giorgio Martini, qualche anno fa, fece dei suoi ordini un catalogo algoritmico-parametrico incredibilmente vario e potente (difficile da riprodurre oggi in digitale), e non fu per nulla originale; l'avevano preceduto in tanti (Alberti, Dürer, Vitruvio, ...); di approccio parametrico alla progettazione diventò più facile parlarne quando fu più semplice riprodurne le logiche, i principi, le regole. Lo sviluppo geometrico e matematico, dal 18 secolo in poi, aiutò non la logica parametrico-associativa, quanto piuttosto la spinta al bisogno di poter descrivere l’informazione, il dato, il flusso: a definire antecedenti e posteriori secondo criteri di logica associazione tra gli individui di un sistema. In questo senso direi che la tecnologia ha, da un lato, fortemente esteso un senso, una struttura di pensiero (ci piace definirla algoritmica, parametrica) che esistette, ad un momento non breve della storia, e che non dovette essere poco comune; dall'altro, volgarizzandone l’uso, ha aiutato i meno acuti (come me) ad accedere a strumenti di calcolo estremamente potenti e semplici. Il diagramma in architettura traduce i risultati di questo senso, di questa associazione, di questo procedere topologicamente: traduce la possibilità di strutturare un’informazione, definirne le regole, evitando ogni considerazione morfologica, euclidea. La sperimentazione di un processo di questo tipo, di definizione relazionale delle informazioni ha esercitato un fascino indescrivibile nella pratica dei miei ultimi tempi in università (ancor più che mi trovavo a coltivare in una zona del tutto arida, la scuola di Porto). La possibilità di svuotare l’architettura del suo senso più fastidioso di creazione artistica, visionaria, intellegibile, divenne per me ragion sufficiente per dedicarmi con le dovute esagerazioni all'approfondimento della scienza, della matematica, della logica, ed approdare alla programmazione, onnipotenza semantica [mi spiegai allora perché molti dei programmatori degli anni ottanta alla fine dei novanta si occupassero esclusivamente di semiologia, filosofia del linguaggio, pragmatismo]. Ma già il titolo di quell'articolo (che come al solito decidevo alla fine per poterlo pubblicare) precedeva parte delle disillusioni successive (troppo morfogenetico, troppo etico, troppo patetico). Mi spostai nell'arco di un post al cibernetico [ndr cyber.|N|.ethics], meno patetico e molto più anestetico!

Su cosa stai lavorando in questo momento?

Il nostro colloquio cominciava al ritorno da New York-Dubai. Passando per il quartiere generale parigino, sono arrivato a Ginevra (ndr 8 dicembre 2009), in bilico tra Doha e Londra. I Grandi e le buste paga preferiscono i titoli; io assecondo entrambi per puro opportunismo e sempre con un po’ di sarcasmo sono BIM project manager per uno dei musei più straordinari che i prossimi anni vedranno realizzare. In luglio, l’ateliers Jean Nouvel, ci ha chiamato a gestire la risoluzione topologica, costruttiva, organizzativa e comunicativa del nuovo museo nazionale del Qatar a Doha, un programma da oltre trecento milioni di euro. 

Io sono stato chiamato alla gestione di una cellula di ‘Problem solving’ dedicata alla costruzione virtuale del museo in ambiente quadridimensionale (in breve: vent'anni fa l’R&D di Gehry partners sviluppò un software di gestione e controllo parametrico, basato sul Core di CATIA, software ampliamente applicato nell'aerospace (tra cui NASA, Boeing Airbus) e nell’Autmotive (tra cui Ford; Toyota, Audi). Il software ebbe l’obiettivo di rendere esplicite, discrete, commensurabili e costruttibili le visioni di fine secolo di Frank. I risultati dei passati vent'anni di ricerca vengono, attualmente, vendute alle matite più coraggiose. In generale io sono uno di que(gl)i (s)fortunati consulenti che hanno sempre pochissimo tempo per valutare il bene e il male di ogni decisione e risolvere, con compromessi estremamente fascinosi, problemi sempre evidenti). Oggi gestiamo il progetto da Ginevra (per chiari interessi economici dell’architetto) dove abbiamo affiancato al team di designers un corposo team unicamente dedicato alla risoluzione 3D-4D di circa cinquecento problemi geometrici costruttivi, organizzativi. 

Io coordino l’intero team, schizzo le soluzioni, coordino la comunicazione tra i diversi team (problem solving, designers, engineers, boq, etc.) comunico intenti, soluzioni ed opportunità al cliente e preparo la gestione computerizzata delle fase di costruzione del museo, dal cantiere virtuale alla previsione e risoluzione di scenari problematici durante la costruzione. Non esistono, oggi, molti progetti simili (per budget o per complessità geometrico-programmatica). Fare quotidianamente parte di questa elitaria avanguardia architettonico-costruttiva ha un valore estremamente elevato nella definizione del mio livello di soddisfazione e mi aiuta ad una valutazione il meno soggettiva possibile della qualità della mia vita: ho l’impressione che difficilmente riuscirei a perdonarmi il fallo di non aver riconosciuto ognuno dei miei piccoli traguardi, per questo nel fondo delle mie notti insonni, mi dico fortunato. 

In fondo ho un enorme passione per quello che faccio e difficilmente lo avrei immaginato. Vivo in costante ipertrofia adrenalinica nell'affrontare e nello sfidare, oggi, un complesso di scenari che diverranno comuni e banali, magari, in un futuro lontano per lo meno vent'anni. Dieci anni fa, al primo anno di architettura, il professore di disegno, guardando i miei disegni poco convinti, mi chiese se la mia massima aspirazione fosse stata imbiancare la case dei miei, alzando il capo, gli risposi con un mafioso ‘nzu’.
«La solita, splendida, sconcertante babele delle più accese feste popolari! Non resta dunque che abbandonarsi ancora una volta nel grembo della grande Madre Sicilia, naufragare con un briciolo d’ironia nella irreligiosa isola delle guerre dei santi e delle folli processioni; isola che interpreta la vita ed il cristianesimo a modo tutto suo. Non resta che arrendersi alla terra delle assurde contraddizioni e della sublime poesia ove ogni cosa è possibile, perfino che una statua del Cristo (ndr domenica di Pasqua di Scicli) sia rapita dai comunisti o sia considerata tanto viva e maschia da essere festosamente condotta a benedire casini e puttane.»1
Le tue righe, mi commuovono. Mi interrogo sul senso della tua non domanda, che, pur in maniera improvvisa è inusuale, mi riporta a casa. Lo leggo come un modo solenne e affettuoso per richiamarmi alla tua e alla mia piacevole condanna. Alla terra cui sentiamo di dovere, molte volte, più di quello che realmente le dobbiamo. Sanguiniamo lentamente, come il Cristo di cui riporti, e beviamo vino, convinti “ca’ u vinu da ssagnu’. Probabilmente perdiamo da entrambe le parti; sangue e credibilità. Ho visto dieci pasque da quando sono partito.


Dieci Cristi risorti inchinarsi, sul sudicio dei ‘cristiani’ (che per noi significa uomini) a rendere ‘biniricenza e rispiettu’. Dieci anni di emozioni compresse in poche ore di processione musicante, con epilogo sempre promettente; un pittimu (ndr la conclusione fragorosa e colorata dei fuochi d'artificio) che ti costringe per mezz’ora a sognare con la testa in alto, a voler fuggire per sempre dal vallone, e a voler per sempre ritornarci, come sempre, immagino che la Pasqua abbia assunto un senso comune per molti fra quelli che ci sono per esserci ritornati. Io sono rimasto in Sicilia fino a vent'anni, quando tutti partivano per regalare le loro storie al continente, tutti alla stazione di Giancaldo con la campanella che suona e il prete che non fa in tempo per l’ultimo saluto. Un giorno accompagnai mio fratello in aeroporto e piansi per tutta la strada di ritorno. Ogni mamma che perde un figlio commuove.

A volte, noi siciliani, facciamo un grande errore: quello di pensare che la nostra terra sia più unica delle altre; a volte, però, il resto delle volte, mi pare, abbiamo pienamente ragione.

15 dicembre 2009
Intersezioni ---> Fuga di cervelli
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Note:
1 Giancarlo Santi, La strada dei Santi, Bolelli Editore, 2001, p.100

36 commenti:

  1. I miei commenti sarebbero troppo di parte e quindi mi limito a ringraziare sia Salvatore per il suo lavoro ed entusiasmo che Edmondo.
    P.s.
    Ne approffitto per ricordare ad Edmondo che la sua tesi andrebbe rimessa on-line. :-)

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  2. Concordo con Andrea, la tesi di Edmondo è un masterpiece a tutti gli effetti!
    Complimenti a Salvatore e un saluto a Edmondo, un architetto ormai di nuova generazione che ha tanta passione e che potrebbe dare tanto all'Italia.

    D

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  3. Giulio Castorina15 dicembre 2009 11:19

    Davvero interessante; spesso la Sicilia ci ha abituati a racconti di realismo mentre quello di Edmondo è sognante.

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  4. Caro Edmondo complimenti, bel racconto. Però nella mia ignoranza, non solo sull'argomento digitale, ma totale, non riesco a capire concretamente, posso solo lontanamente intuirlo, di cosa ti occupi! Quali basi minime devo avere secondo te per poterti capire?
    Sostieni che "le tecnologie digitali sono una logica ineludibile alla progettazione" quali di queste tecnologie? Io conosco solo il cad 2D e 3D...
    Posso sbagliarmi, ma mi sembra che questo metodo di progettazione riduca l'architettura a mero fatto formale.
    L'architettura nasce immagazzinando dati, problemi, esigenze, impressioni, riguardo al tema del progetto e poi lasciandole sedimentare in se stessi fino a quando questi dati apparentemente confusi si fondono in qualcosa di nuovo organico! ... Mostra tuttoLa forma è l'espressione di tutto questo lavoro! Tu mi dici che gli elaboratori ben pilotati dall'uomo riescono a fare tutto questo? In questo senso dici che danno " La possibilità di svuotare l’architettura del suo senso più fastidioso di creazione artistica...". Allora nel tuo lavoro c'è ancora uno spazio per la creatività oppure no?

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  5. Edmondo ti interessa solo la progettazione o anche la realizzazione dell'opera? Perchè ho un'altra convinzione in me, probabilmente da demolire, cioè che il progetto sia solo una parte dell'architettura. Un buon progetto realizzato male è cattiva architettura. Contano dunque la conoscenza dei materiali, il rapporto tra di essi, valori tattili, spirituali, ecc, dati non digitalizzabili. Vorrei capire i limiti della tecnologia digitale, fin dove ci possiamo affidare ad essia per migliorare e dove poi dobbiamo abbandonarla perchè inutile e forse deleteria. Mi interessa molto questo argomentoe lo voglio capire a fondo! Ancora complimenti!

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  6. Certo che la "saudade" esportata m'intristisce!Il mio maestro, nipponico (di altra disciplina!), mi ripete all'ossessione che la fondamentale differenza tra Oriente e Occidente è che noi, dell'occidente, facciamo troppo domande!Non sappiamo osservare e non individuiamo che dietro "una tecnica" si nasconde la tecnica vera, nascosta, per non essere di tutti!Ovviamente per essere "arma segreta",vincente!Non tutti capiscono, anche quando le tecniche sono palesi, figuratevi se edmondo ve le spiagasse avreste sempre qualcosa da dire, da perfezionare, da ridire. Edmondo taci!Così la tua aura aumenterà!Chi desiderea sappia acoltare e basta!rileggendo, magari, Savinio che con le parole ci sapeva fare!

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  7. ciao, hai trovato un'altra strada

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  8. Edmondo cercherò di leggerti, ancora leggerti e rileggerti e mediterò sul tuo scritto, ma sarebbe invece bello tu rispondessi! E' nel rapporto, nella relazione che si nasconde la verità. Non sono uno che avrebbe <> (Zappalà ti sei accorto che sei tu proprio uno di questi invece?), non voglio sostenere una tesi, ma capire! Perchè il primo compito dell'uomo è la conoscenza!

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  9. Edmondo cercherò di leggerti, ancora leggerti e rileggerti e mediterò sul tuo scritto, ma sarebbe invece bello tu rispondessi! E' nel rapporto, nella relazione che si nasconde la verità. Non sono uno che avrebbe "sempre qualcosa da dire, da perfezionare, da ridire." (Zappalà ti sei accorto che sei tu proprio uno di questi invece?), non voglio sostenere una tesi, ma capire! Perchè il primo compito dell'uomo è la conoscenza!

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  10. Forse qualcuno scambia la "conoscenza" con la curiosità infantile!Quella che spinge gli infanti, ingordamente, a chiedere sempre e insistentemente:perchè?...in pieno stile occidentale!

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  11. Errata corrige,
    v’invito a rileggere poiché mancava una domanda: SD: Su cosa stai lavorando in questo momento?
    La notte non sempre aiuta.
    Scusate.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  12. Davide de Matteis15 dicembre 2009 18:45

    "ho l’impressione che difficilmente riuscirei a perdonarmi il fallo di non aver riconosciuto ognuno dei miei piccoli traguardi, per questo nel fondo delle mie notti insonni, mi dico fortunato."

    A me pare che, sotto l'intento autocritico di certe dichiarazioni si nasconda una grande autocelebrazione.

    E' tutto molto, volutamente e giustamente, autobiografico.

    Quale può essere il significato di un'esperienza di questo tipo? La solita favola del migrante nostalgico che fa fortuna altrove. Già visto.

    Si badi, non sto e non voglio giudicare l'esperienza di vita del Sig. Occhipinti, ma semmai le finalità del suo racconto in questo contesto.

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  13. 1° di facebook

    Maria Elena Fauci:
    La vita è fatta di occasioni. A volte ti passano davanti e non le cogli, a volte ti colgono loro e ti trasportano lontano, a volte sei tu a crearle, a renderle possibili e non sai dove ti porteranno... Tutto ciò per dire che ogni scelta ha le sue ripercussioni nella vita di chi la percorre. C'è una parte magica, felice e una parte più concreta e dolorosa... sempre. Diventi qualcuno lontano dalla tua terra e ti senti spezzato. Resti a casa, puoi diventare qualcuno, ma ti manca sempre qualcosa... Il segreto per chi sta lontano, come me e te, credo risieda nella capacità di non negarsi momenti di felicità: da quelli lavorativi a quelli per la mamma, che conta gli istanti che mancano al momento di riabbracciarti di nuovo.

    Antonino Saggio: Ho letto con grande interesse. Grazie ad entrambi

    Renzo Marrucci: A parte le considerazioni legate alla terra che non mi stancherei mai di leggere... Mi piacerebbe capire perchè hai deciso di applicarti all digitale così seriemente... Se nel tuo liceo si studiava storia dell'arte e quale rapporto hai con l'arte e il disegno inteso in senso non tecnico...

    Paolo De Gasperin: casualmente gery tecnology mi richiama il dicembre 2004 con un workshop sui concorsi a Cortina organizzato da Furio Barzon , L' Ordine degli Architetti di Belluno, Michele Merlo ecc.con la partecipazione di Ghery Tecnology , Ove Arup&Ass , la societa' Permasilisa e Matech .L'architetto che rappresentava Ghery Tecnology era Cristiano Ceccato! Lo conosci Edmondo?
    http://www.meetthemediaguru.org/MTMGcristianoceccato.html

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  14. Salvatore ti dovrei tirare le orecchie (scherzosamente), perchè nella parte di intervista che hai omesso, c'erano proprio tutte le risposte alle domande che spontaneamente feci questa mattina ad Edmondo e che ora potrei cancellare! Scusami Edmondo come non detto! Complimenti, complimenti, complimenti!!!

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  15. Gli interventi alla conversazione con Salvatore mi imbarazzano. Andrea e Davide ci vedono bene da un bel po’ e ringraziano giustamente il bravissimo autore, cui vanno i meriti, tutti, della conversazione. Non riesco a rileggermi, per diversi limiti (che poco assecondano autocelebrazioni ), e non ne ho bisogno: la conversazione e’ onesta, e l’onesta’ e’ probabilmente l’unica silente protagonista di queste righe. Nessun desiderio di originalita’ e nessuna “rucculiata” sui malfunzionamenti e sui limiti dei sistemi tricolore. Il piacevole viaggio che l’autore mi ha proposto e’ proiettato su un’osmotica oscillazone tra dentro e fuori. Un dentro che e’ pure geografico, e un fuori, anche professionale e confessorio. Non ridente Il primo, non avaro il secondo. L’autore pare capirlo da subito (sua l’idea di pubblicare il nostro scambio iniziale, originariamente privato) e dosa astutamente morfogenetica e trinacria, per sfinirmi con l’ultima non-domanda (piu’ privata del poi pubblico scambio iniziale). Mi sentirei di dire questo come prima generale impressione; il riferimento emotivo puo’ essere la campanella alla stazione di Giancaldo e il regalo ultimo di Alfredo a Toto’. Poi, e’ vero, l’interesse muove piu’ sui binari (I numeri intendo,; sul digitale). Ed io ne vengo fuori come presuntuoso e virtuoso delle tecnolgie informatiche: e fortunatamente, direi io. Che palle se mi fossi raccontato partite iva, viaggi ai consolati, e pratiche per gli italiani residenti all’estero che votano berlusconi. Mi sarei annoiato. (magari avrei avuto un applauso dal signor de matteis, che voleva imparare qualcosa dalle mie parole; lui si’ che mi sopravvaluta!). e invece no: c’e’ dell’altro, molto piu’ importante; c’e’il desiderio di condividere, con onesta (nuovamente) generosita’. E la condivisione, da sempre, implica una grande misura di umilta’. Lo chiederei, retoricamente, ai primi due commentatori: risiede li’, fra l’atro, il gene di questa conversazione.

    Maria Elena con estrema lucidita’ riassume molto di quanto dico. Mi onora il professore Saggio. Ho studiato storia dell’arte, e ho fatto di segno dal vivo per due anni, ogni martedi sotto la pioggia di porto a disegnare tavora, alvaro siza e souto de moura e ogni giovedi in sala a disegnare donne nude incinte. Scienza e religione, entrambe, si basano su un unico, indiscutibile e primitivo atto di fede. A quel punto, Renzo, non disturba che un cattolico sia un astrofisico. Anche io sono mosso da fede. E la fede, si sa, e’ madre di atroci dubbi. Paolo ha conosciuto cristiano, il primo italiano nell’avventura di gehrytechnologies. Lo conosco per stima. Giulio, spero non sia “un bel sogno inutile che si scorda al mattino”. grazie, edmondo.

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  16. Giulio Castorina16 dicembre 2009 01:02

    ...i sogni non sono mai inutili, semmai ci rendono liberi!

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  17. Edmondo,

    GENESI:
    Salvatore D’Agostino (12 marzo 2009 17.06)
    Andrea,
    verrei con piacere, ma ancora devono costruire il ponte con la Sicilia.
    Vi seguirò a distanza.
    Appena possibile preparo il canovaccio delle domande.
    Grazie,
    Salvatore D'Agostino

    Andrea Graziano (12 marzo 2009 17.31)
    Cavoli ...... non sapevo ......vedremo di postare molto materiale!
    Se non sbaglio Edmondo Occhipinti è tuo conterraneo!

    Salvatore D’Agostino (12 marzo 2009 17.35)
    Andrea,
    non conosco Edomondo Occhipinti. Ho visto il suo blog che è ormai fermo.
    Fammi sapere come vanno le esperienze piemontesi eventualmente costruiamo il ponte.
    SD

    Andrea Graziano (12 marzo 2009 17.41)
    Edmondo è uno di quei personaggi a cui dovresti dedicare tutto un blog........
    te lo assicuro!
    Il suo blog è fermo perchè circa un anno fa.... ovvero dall'ultimo post....
    è stato assunto direttamente da Gehry che lo ha voluto come Senior Project Consultant per i progetti europei della Gehry Technologies..... e poi a Dubai.

    La sua tesi.... che purtroppo non è più scaricabile è a mio modestissimo giudizio uno dei capisaldi per l'architettura morfogenerativa (scritta anche in italiano).

    Se hai occasione contattalo..... (è nei miei facebook)

    Salvatore D’Agostino (12 marzo 2009 17.44)
    Andrea,
    mi sa che hai ragione. Lo farò.
    Grazie,
    SD

    MORFOGENESI
    Le domande sono frutto della lettura indiretta della tua esperienza, possiamo dire il diagramma iniziale che genera ben altro, che per fortuna non dipende dalla mia volontà (sarebbe veramente triste) .
    L’altro, ovvero, le tue risposte e le trame dei dialoghi incrociati attraverso i commenti sono la parte più interessante.

    Non è piaggeria ma sono io che vi ringrazio:Andrea per l’input, Edmondo per le sue risposte non ‘patinate’ e i commentatori (che sono ben altro che semplici commentatori).
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    RispondiElimina
  18. 2° di facebook:

    Copio e incollo i commenti di facebook, una piattaforma complementare al blog che facilità l’interazione con gli utenti ribaltando la logica del classico blog. Quest’ultimo legato alla serendipità e alla fidelizzazione, al contrario di FB che è ristretto ad alcuni amici selezionabili dall’utente, che, attraverso specifiche del programma coinvolge alcuni ‘amici/lettori’.

    Michele Sacco:
    Scusa Salvatore per la tirata d'orecchi... era una battuta, ma veramente c'erano le cose più interessanti in quel pezzo! Scusa anche per la maleducazione e villaneria in cui da zappa e da renzo mi lasciai trascinare... Avevo preso seriamente il discorso. Avevo preso seriamente le discussioni sul blog e facebook, ma questo non è il posto dell'amicizia.
    Per autopunizione mi depennerò dai tuoi amici. Son molto felice che Edmondo parli di fede! Sono interessato alla religione, al credere e alle domande sulla vita. In bocca al lupo per la vita e complimenti per la tua bontà che traspare dal digitale caro Salvatore. Michele

    ---> Michele,
    Hai ragione ma ho sistemato il post in piena notte mi è sfuggito un copia e incolla.
    La domanda ‘mancante’ era fondamentale anche per il suo proseguo.
    «Avevo preso seriamente le discussioni sul blog e facebook, ma questo non è il posto dell'amicizia».
    Siamo ancora molto impreparati nell’utilizzo sano di questi strumenti. Spesso si scade in beghe personali senza senso, dobbiamo ancora capire bene come funzionano.
    Certo, questo non è il luogo del dialogo ‘informale’ che si può avere con un amico, poiché siamo in tanti.
    Già mi manchi come amico virtuale.
    A presto,
    Salvatore D’Agostino

    Renzo Marucci:
    Ragazzi non comprendo il tono! A parte questo ho chiesto di capire delle cose meglio, nulla di più! Mi fa piacere leggere queste cose e sinceramente bisogna essere solo più sereni.

    Renzo Marrucci:
    Caro d'Agostino vorrei spazzar via delle possibilità di fraintendimento : apprezzo il tuo lavoro e lo ritengo utile perchè anche io desidero capire questo modo di pensare all'architettura. Un'altra raccomandazione che ti rivolgo è che qualsiasi altra opinione io ne ricavi o ne maturi o ne confermi... possiede uno sforzo utile a capire che non è un fatto egoistico e puramente personale... E non ti chiamerò più Salvatò... e non credevo che potesse dispiacerti...

    ---> Renzo,
    condivido dobbiamo essere tutti più sereni, iniziando a parlare di contenuti e di architettura. Interrogarci e capire chi lavora seriamente. Da tempo sostengo che è venuto il momento di ricostruire la nostra ‘cementificata’ Italia per farlo non abbiamo bisogno di ‘sterili’ opinioni idealistiche/partitiche ma di duro e sano intelligente lavoro.
    Non ti preoccupare per il Salvatò.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    RispondiElimina
  19. Caro Renzo, abbia pieta’ di me. E ce l’abbia fino in fondo. Le dicevo, poco fa, che il disegno l’ho fatto seriamente. Da imbianchino a 17/20 sulla pagella. Il disegno l’ho adorato e lo adoro ancora, per quanto non abbia molto tempo residuo da dedicargli. Allora mi spieghi: ma, lei, di cosa parla esattamente? Perche’ possiamo parlare di disegno, tanto, tantissimo; possiamo parlare di donne e possiamo persino parlare di politica (quella basica, perche’ quella avanzata mi farebbe vacillare); ma parleremmo di qualcos’altro. Vede, l’errore meno inusuale, tra molti di noi, e’ quello della conoscenza pretesa. Va bene nei blog, va bene su Facebook. Ma, per favore, non pensi di poter parlare ad una platea di studenti pesando il disegno con il digitale. Concordo con il suo intento: se le cose stessero sul serio in questo modo (e cioe’ che da una parte mettiamo I disegnatori, e dall’altro mettiamo I giovanotti brufolosi e con gli occhiali spessi come me, che superano il milione di click al giorno), beh, allora basterebbeo un paio di persone di segno opposto a scannarsi sui blog. Converra’, ne sono sicuro, che ha preso una grosa svista (magari cerchiamo di capire quale): o, in maniera del tutto inconsapevole, pensa di consoscere entrambi gli ambiti che cerca ambiziosamente di mettere a confronto (in quel caso pecca di conoscenza pretesa, appunto); oppure, e li avrebbe il mia pieno consenso, cercava di reagire all’incognito, per provocare reazioni, come la mia appunto, e ricavarne una posizion meno azzardata. Tra molte delle sue parole che avrebbero semplice risposta, dal lato che lei definisce opposto, e che dal mio canto invece, e’ proprio diverso, ne troco un paio che potrebbero, da sole, rispondere e alle sue stesse posizioni:

    « …chi non conosce ciò che si perde, non sarà mai un buon critico e neppure un buon interprete, a mia personale opinione… »

    Ha la vaga idea di quello chje lei si perde ? Perche’ io, lei e’ d’accordo, mi perdo molto ; eppure disegno, ho disegnato, « talmente forte che mi usci’ il sangue dal naso ». e lei ? sa cosa si perde ? (non mi franintenda : non sono nevoso ; anzi ancora una volta concorso con lei : bisogna calmarsi. Ma ci volgiono i presupposti. Ne parli con me di digitale (che in se significa quanto nulla) : non riporti di preistorie che, alte senza dubbio, costano al nostro paese eredita’ tremende. Continui a far disegnare i suoi studenti e farli svenire sulle pagine di carlo argan. Continui a tenerli lontani da rhino. E fin li’ avra’ il moi consenso. Ma mi perdera’ di certo se in difesa al disegno sventolera’ bandière analogiche ; mi risponda pure per missiva affrancata, se ritiene che la sua tastiera le tolga espressivita’. Con sincero interesse, edmondo

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  20. 3° di facebook

    Renzo Marrucci: Salvatore carissimo posso dirti quello che penso, quando capita, con sincerità... senza nulla di personale? Se non gradisci puoi dirmelo...

    Salvatore D’Agostino: ---> Renzo,
    un felliniano ‘gradisco’ :-)
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    Renzo Marrucci: Grazie !
    Allora, posso dire con onestà e rispetto, che chi non ama il disegno o non si sente espresso in tale attività, vuoi per scarsa pratica o per pratica faticosa ecc... va subito con grande facilità sui mezzi di restituzione pre-confezionati di cui
    alcuni narrano, sia pure con interesse quì. Non ritorna indietro, anzi vi si immerge perchè è un autentico strumento per eccellenza funzionale, anche se asettico ed impersonale nei contenuti.
    Io sostengo con precisione che nulla sostituisce la mano umana in tutte le sue sfumature e profondità... ma questo lo capisce fino in fondo chi disegna manualmente e in certa architettura che spinge sempre più nella tecnica, fino a dimenticarsi di quelle sfumature profonde che sono poi la felicità dell'uomo. Sia l'interlocutore un uomo architetto oppure un uomo storico architetto... chi non conosce ciò che si perde, non sarà mai un buon critico e neppure un buon interprete, a mia personale opinione.
    A questo punto devo anche dire per chiarezza che reintrodurrei l'obbligo di esami di stage di disegno manuale nelle scuole di architettura, non solo per voler bene agli studenti, soprattutto per aiutarli a capire come si usa davvero il computer e quale supporto può fornire alla materia umana.
    Guarda un pò quale rivoluzione sostengo io:
    Storia dell'arte e storia dell'architettura, corsi di disegno fatti da artisti che sanno disegnare davvero...
    Quando il nostro amico Zevi aveva momenti di intimità con noi
    suoi studenti, confessava la sua poca dimestichezza ma ne proclamava come fa un teorico, la necessità, e rimaneva attentissimo quando trovava uno studente che gli portava i suoi disegni esplicitanti la sua capacità espressiva...
    Per cui mi scaldo poco quando leggo come è stato progettato
    il museo di Bilbao che ritengo una allucinazione architettonica più che altro...

    Michele Sacco: Ribaltando la questione si potrebbe anche dire che chi non sa usare il digitale (perchè troppo pigro o negato) lo boicotta a favore del disegno a mano che invece padroneggia.

    Il digitale, la fotografia, e il tradizionale disegno a mano (matita, olio, acquerello) sono tutti contemporanei mezzi di espressione artistica, che non si sono sostituiti uno all'altro, ma convivono e a volte si integrano. Visto da questo punto di vista, Renzo, se uno trova il modo di esprimere ed esercitare l'arte col digitale forse potrebbe diventare ugualmente un buon architetto... oppure no?

    Matteo Seraceni: Per professione ormai uso solo mezzi digitali (dal CAD a photoshop), ma concordo con Renzo Marrucci: purtroppo il disegno si "sente" in una qualche maniera e lo schermo di un computer non può assolutamente trasmettere questa "sensazione".
    Però rimane ovvio che un buon architetto può essere anche chi non sa disegnare a mano. Il disegno a mano dà solo un "qualcosa" in più.

    P.S. Poi Salvatore lascio un post di commento all'articolo sul blog. A presto. Matteo

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  21. 4° di facebook

    Renzo Marrucci: La questione non è cosi semplice... l'importanza del disegno non deve essere intesa nell'aspetto romantico del tocco o... della cosa che si "sente", sparisce proprio una realtà che si perde nella meccanicità di una condizione che si impone con proprie regole... e che causa una dissociazione dalla realtà degli uomini.
    A lungo andare... ma già da ora e anche da ora si percepisce bene lo "stacco" dalla realtà sensibile dell'ambiente umano. Poi v isono delle realtà che nella pratica si accettano e che diminuiscono qualità... che cosa si intende per un buon architetto? l'uomo architetto o l'altro? Lo star, lo architetto delle nuvole o della geometria paraboloide iperboloidica?
    dal pontiere di venezia... allucinante mostro in un contesto di poesia? Oppure l'amministratore architetto? Oppure che cosa...
    Si e spesso bravi anche mangiando un piatto di bucatini alla amatriciana...

    RispondiElimina
  22. 5° di facebook

    Renzo Marrucci: Io non ho nulla contro il compiuter e la sua dilagante impropria
    invasione sul pianeta e nella cervellatura dell'uomo. Sostengo che sia uno strumento eccellente di progresso e come tutti gli stryumenti eccellenti di progresso... possono essere anche usati per il suicidio dell'uomo. Nella architettura di oggi osser
    vo che qualche cosa disimile stia già accadendo.
    Ora io non volevo tirare in ballo Lei di cui posso solo apprez
    zare la storia peraltro giovanissima e apprezzabilissima. Lei non centra ne come persona ne come architetto che lavora nei sistemi di progettazione a computer e peraltro lo fa con sua soddisfazione e guadagno e rispetto alla miseria che è riservata ai giovani oggi è già un grosso risultato.
    Hodovuto fare delle domande per entrare nel discorso e non per fare altro che capire. Lei, come persona, non entra secondo me, nel problema di un apolemica che io porto avanti da tempo sia chiaro. Le mie riflessioni non si rivolgevano a lei come persona ma alla esperienza del lavoro di progettazione in quanto tale. Ho parlato del Museo di Bilbao ma potre citare
    tante opere anche dello stesso architetto e la polemica entra sul tipo di architettura che viene formata e realizzata con procedimenti che amio avviso non hanno altro che il senso dello spettacolo... non si tratta nè di vecchio ne di nuova architettura. Si tratta di architettuta-pseudo destinata ad un aobsolescenza che rivela la perdita di una radice che io ritengo fondamentale per l'uomo e per la città. In questo vi trovo la perdita di identita umana e culturale. Vi trovo che l'abbandono della capacità dell'uomo di riflettere con l'organica concezione dello spazio vissuto e pensato, guidato dalla mano umana,che con il disegno si recupera per la sua natura di filtro diretto e capace di svolgersi nel pensiero...
    che è molto di più del tratto sulla carta... disegnare con la mano è l'atto del pensare e del vivere che ha una flagranza di cui l'uomo non può fare a meno. Ora io spero che chi conosce
    questa materia possa guidare all'uso del computer consape
    vole di ciò che il mezzo può tralasciare... Ma questo non tocca a lei e magari lei lo vedrà più avanti nella sua esperienza... tocca agli architetti che approfittano del mezzo per scelta personale, chi pensa al progetto e lo guida e ne è responsabile... nei termini si pensa lla forma e non al rapporto di questa con la realtà di chi la vive... lo vediamo nelle realizzazioni spot che scaturiscono senza pensare alla vita dell'uomo ma solo alla sua voglia di spettacolarizzare la scena urbana contro la verità della funzione umana in rapporto al territorio, all'ambiente da cui veniamo e a cui ritorniamo e su cui viviamo. Non so se queste riflessioni possono essere rivolte anche a lei in quanto non la sento responsabile... la sento come come un giovane che studia e lavora a cui dico questo che penso come gentile volontà di chiarire che è stato forse tirato dentro ad un discorso, forse, con poca cautela o in un modo brusco. Scusi la forma... ma come vede odopero anche io il digitale con la forma diretta che impone..

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  23. Si può continuare a difendere il "cavallo" quando è stata scoperta la "ruota"? Ognuno è libero di fare quello che vuole...il trucco è non dare importanza, oltre ogni limite, a chi stona!edmondo mi pare rappresenti l'architetto contemporaneo, adrenalinico e attento a sperimentare qualunque "forma" di espressione progettuale che la "tecnè" ci mette a disposizione!Chi ha capacità autocritiche e non arcadiche lo capisce! Gli altri, fanno esibizione di retorica, lasciateli perdere!

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  24. Il mio riferimento al "sentire" non era un superficiale riferimento al romanticismo, ma un vero e proprio atto materico del prendere possesso di quello che si disegna, così come l'instaurarsi di quella che in tedesco viene chiamata "stimmung" (cosa che -almeno fino ad ora e secondo il mio modesto parere- nessun strumento digitale al servizio dell'architettura è riuscito a realizzare).
    Poi una linea disegnata al computer o disegnata a mano rimane pur sempre una linea! Il risultato "tecnico" rimane inalterato (anzi, nel primo caso risulta notevolmente velocizzato).
    Il problema delle brutte realizzazioni sta nelle idee, non nel mezzo. Di edifici brutti e "anti-biotici" (cioè che sono contro il vivere all'interno di essi) ne abbiamo visti anche quando si disegnava a mano...

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  25. Il problema delle brutte realizzazioni non sta solo nelle idee, ma anche nel saper o meno fare il mestiere dell'architetto. L'idea vale il 3%, il resto è duro lavoro di ridisegno, cioè verifica, controllo e definizione dell'idea, essendo il "fare architettura" un mestiere artigianale (anche artistico per pochi dotati) e non puramente intellettuale. Comunque sono daccordo con te sul fatto che ci stiamo incapponendo in una abbastanza inutile disquisizione tra disegno digitale o a mano.

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  26. Per quanto riguarda l'articolo, vorrei fare i complimenti a Occhipinti, perchè passare dall'essere bocciato tre volte all'esame di fisica allo studio della topologia e delle geometrie non euclidee è un bel salto.
    Da appassionato di fisica e matematica, sono sempre molto interessato a questo genere di applicazioni: purtroppo rimango sempre molto perplesso sulla reale applicazione all'architettura.
    Faccio due esempi banali.
    1) In topologia una figura "chiusa" può essere liberamente estesa e rimanere "topologicamente" uguale: questo teorema si applica ad esempio ai labirinti, che si possono ridurre tutti a due corpi delimitanti (non è una figura chiusa perchè c'è una entrata ed una uscita, quindi si può ridurre a una specie di [ e ]) e "bolle" di grandezza arbitraria in mezzo; quindi per uscire senza lambiccarsi troppo il cervello da un labirinto basta semplicemente entrare e seguire costantemente la parete alla propria destra (o sinistra). Ovviamente nella realtà non possiamo "ridurre" le aiuole al centro del labirino a piacere: allo stesso modo una volta definita la forma architettonica "reale" questa rimarrà comunque stabile e quindi il processo rimane pur sempre quello di "formare" qualcosa, tipico di qualsiasi architettura.
    Se la topologia è inerente al processo (morfogenesi), come la si può "controllare" in modo da creare forme che consentano un corretto utilizzo da parte degli abitanti? Sono processi casuali?
    2) Una geometria non euclidea è semplicemente una "rappresentazione" dello spazio, più o meno aderente alla rappresentazione fisica propria dello spazio tempo. La stessa geometria euclidea è solo una approssimazione dello spazio-tempo in un "contorno" molto piccolo (cioè, se per piccolo vi può star bene l'arco di migliaia di chilometri): in realtà lo spazio -almeno stando alla relatività generale- è curvato dalla massa degli oggetti presenti in esso. La geometria dello spazio quindi è una geometria curva, che anche il calcolatore più potente non riuscirebbe ad analizzare, perchè basata su formule tensoriali molto complicate.
    Alla scala architettonica quindi la geometria euclidea va più che bene. Cioè, posso fare anche un progetto su un disco di Poicaré, ma una volta che il progetto lo voglio realizzare, questo verrà comunque "visualizzato" in un ambito "standard" tridimensionale.
    Quindi: a cosa mi può servire una geometria non eculidea nella progettazione architettonica?
    Una rappresentazione è semplicemente un modo diverso di vedere la stessa cosa: ma l'oggetto rimane identico.
    In riferimento a questo vi dico di più (non so se c'entra col resto però): i vari "filosofi" (le virgolette sono d'obbligo) che sbandierano la "relatività" di Einstein come testimonianza che tutto è "relativo" appunto non hanno capito un'emerita m****** (in onore di Salvatore uso etimologie sicule). Questa in realtà ci dice che quello che succede è un qualcosa di reale e di sicuro: cambia solamente il nostro sistema di riferimento e il nostro modo di rappresentare la cosa. Una mela che cade rimane una mela che cade.

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  27. Hegel, diceva che la "verità" filosofica è in itinere. La verità[progettuale] ha questa natura particolare, correlata non a evidenze immediate, puntuali, autoreferenziate ma a processi e percorsi che sono moleplici e correlati alle proprie intelligenze, capacità, schizzo/frenie!. Quindi come la volete mettere, con Euclide o Boyle,con i cartesiani o i frattaliani, direi con "l'amico" Einstein che "Dio non gioca a dadi."

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  28. Renzo Marrucci, mi massacrerebbe se leggesse quello che sto per dire ora... perchè Renzo nello schizzo vi vede anche fragranza, artisticità, sacralità, io invece VOGLIO SOTTOLINEARE IL VALORE DI PRATICITA' DEL SAPER DISEGNARE A MANO. Il professionista che ha acquisito questa dote riesce a fissare velocemente l'idea di spazio o volume e capire in un attimo se l'idea è buona oppure è da abbandonare. A qualsiasi livello del progetto può verificarlo nella terza dimensione. Questo in pochi secondi! Pensare di realizzare un 3d per ogni dettaglio mi sembra esagerato, soprattutto per piccoli studi. Ho un amico che lavora da Sir Norman Foster, (Salvatore potresti intervistarlo!)lo "schizzo" li esiste ancora! Poi tutto viene passato al digitale chiaramente!
    Ripeto, sarrei curioso di vedere chi riesce a passare dal pensiero al digitale senza nemmeno un piccolo scarabocchio!

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  29. Scusate ho scritto il precedente commento sul tema del disegnare, non avendo letto il bel testo di Maurizio che spostava l'attenzione verso la "ricerca della verità" del progetto! Mi viene in mente questo scritto di Nietzsche (Gaia Scienza): <>. La ricerca initere di questa verità coinvolge a tal punto il ricercatore da spingerlo al perfezionamento interiore!

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  30. correggo)
    Scusate ho scritto il precedente commento sul tema del disegnare, non avendo letto il bel testo di Maurizio che spostava l'attenzione verso la "ricerca della verità" del progetto! < < ANCHE L'ARTISTA PIU' PAZZO E' SPINTO DALLA PROPRIA ARTE VERSO L'ASCESI > > Nietzsche (Gaia Scienza). La ricerca initere di questa verità coinvolge a tal punto il ricercatore da spingerlo al proprio perfezionamento interiore!

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  31. ARTE E POESIA DELLA NATURA...E NON SOLO (PARTE A)

    Vado a fare una passeggiata in campagna, sulle colline con il mio cane.Il cielo è sereno, il prato è coperto di erba e di fiori appena sbocciati, il vento muove appena l'aria e porta i profumi della primavera.
    Il cane mi invita a fermarmi per godere di quel paesaggio e della gratificazione dei sensi che il luogo ci regala.
    Il cane si siede ed io accanto a lui e ciascuno a suo modo si dispone a godere per qualche minuto di quella serena emozione:una natura rigogliosa, senza conflitti (apparenti) che assopisce ogni angoscia.
    Questo sentimento della natura è comune ad entrambi, forse è quello che noi chiamiamo “poesia della natura”. Per farne esperienza non si richiede particolare intelligenza, è una condizione ricettiva di tranquilla rilassatezza.
    Non è così l'arte che, pur condividendo molte somiglianze con il divenire della natura, è un prodotto umano generato da una disciplina, un'intelligenza' un modo di sentire, una cultura,...
    Come i prodotti della natura essa è espressione del “fare”, del “costruire” e non semplicemente del pensare o dello studiare, e, l'acquisire ed il coltivare alcune capacità espressive stimola l'intelligenza e la sensibilità, mentre intelligenza e sensibilità, a loro volta, sono necessarie a sviluppare ed estendere le capacità espressive.
    Per il pittore l'attività materiale del dipingere, l'esercizio, sono imprescindibili dall'intelligenza e dalla sensibilità come quest'ultima è pura astrazione al di fuori della concreta materializzazione della sua opera.
    In questa circolarità risiede l'essenza dell'arte mentre, contrapposta all'arte come conoscere tramite il fare, c'è l'emozione estetica come godimento del percepire il messaggio dell'opera d'arte.
    La “critica” è verbalizzazione dell'esperienza emotiva ed intellettuale che l'opera d'arte ha la capacità di indurre in chi la intende ma, come ogni forma di verbalizzazione, la critica è classificazione e classificare equivale a mettere etichette che sono sempre assai riduttive rispetto alla complessità che l'opera d'arte racchiude.
    Quello che non deve essere dimenticata è l'intima fusione che si realizza nell'opera d'arte fra le varie componenti classificate dalla critica che alla fine generano un'unità complessa che non può essere sezionata senza dissolvere la sua identità

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  32. ARTE E POESIA DELLA NATURA...E NON SOLO (PARTE B)

    La massiccia introduzione di ausili tecnologici nell'architettura, nell'ambito del disegno, e dei processi di lavorazione assai sofisticati, hanno enormemente allontanato l'architetto dalla realizzazione pratica della sua opera, tanto da sembrare a molti una figura professionale superata. Il pubblico viene sedotto così dai fantasmi dell'architettura generati dalla moda e dal mercato (soprattutto con pacchetti prefabbricati) che sono sempre pronti a sfornare novità che saranno rese obsolete nel più breve tempo possibile perchè la qualità interessa solo come mezzo per stimolare i consumi ma non in sé come indice di qualità e di valore della vita.La competenza suddivisa in una miriade di specialisti dà la sensazione di poter disporre a piacere dei professionisti per realizzare qualsiasi cosa secondo il proprio gusto se si dispone dei mezzi economici sufficienti per pagare. Le competenze che vengono cercate sono naturalmente quelle tecniche di cui non si può fare a meno mentre sul piano delle scelte formali/architettoniche pochissimi ritengono di averne necessità anche perchè i più ritengono si tratti di un fatto di gusto e nessuno che abbia un minimo di orgoglio personale è disposto a rinunciare alla propria idea in questo campo delegando un professionista a cui ci si affida il pìù delle volte con un atto di fede.
    Chi vede un po' più in là della palude dei pregiudizi comuni, sa benissimo che per fare dell'architettura bisogna accettare di considerare questa attività non solo dal punto di vista materiale o del gusto personale ma secondo i canoni che definiscono l'opera d'arte nella sua complessità che naturalmente non esclude il gusto personale.
    A questo punto sarebbe interessante analizzare il rapporto tra gusto ed espressione artistica.

    Plinius

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  33. 6° di Facebook

    Michele Sacco:
    <> Adolf Loos
    16 dicembre 2009 22.04

    Edmondo Occhipinti:
    Caro Renzo, abbia pieta’ di me. E ce l’abbia fino in fondo. Le dicevo, poco fa, che il disegno l’ho fatto seriamente. Da imbianchino a 17/20 sulla pagella. Il disegno l’ho adorato e lo adoro ancora, per quanto non abbia molto tempo residuo da dedicargli. Allora mi spieghi: ma, lei, di cosa parla esattamente? Perche’ possiamo parlare di disegno, tanto, tantissimo; possiamo parlare di donne e possiamo persino parlare di politica (quella basica, perche’ quella avanzata mi farebbe vacillare); ma parleremmo di qualcos’altro. Vede, l’errore meno inusuale, tra molti di noi, e’ quello della conoscenza pretesa. Va bene nei blog, va bene su Facebook. Ma, per favore, non pensi di poter parlare ad una platea di studenti pesando il disegno con il digitale. Concordo con il suo intento: se le cose stessero sul serio in questo modo (e cioe’ che da una parte mettiamo I disegnatori, e dall’altro mettiamo I giovanotti brufolosi e con gli occhiali spessi come me, che superano il milione di click al giorno), beh, allora basterebbeo un paio di persone di segno opposto a scannarsi sui blog. Converra’, ne sono sicuro, che ha preso una grosa svista (magari cerchiamo di capire quale): o, in maniera del tutto inconsapevole, pensa di consoscere entrambi gli ambiti che cerca ambiziosamente di mettere a confronto (in quel caso pecca di conoscenza pretesa, appunto); oppure, e li avrebbe il mia pieno consenso, cercava di reagire all’incognito, per provocare reazioni, come la mia appunto, e ricavarne una posizion meno azzardata. Tra molte delle sue parole che avrebbero semplice risposta, dal lato che lei definisce opposto, e che dal mio canto invece, e’ proprio diverso, ne troco un paio che potrebbero, da sole, rispondere e alle sue stesse posizioni:
    « …chi non conosce ciò che si perde, non sarà mai un buon critico e neppure un buon interprete, a mia personale opinione… »

    Ha la vaga idea di quello che lei si perde ? Perche’ io, lei e’ d’accordo, mi perdo molto ; eppure disegno, ho disegnato, « talmente forte che mi usci’ il sangue dal naso ». e lei ? sa cosa si perde ? (non mi franintenda : non sono nevoso ; anzi ancora una volta concordo con lei : bisogna calmarsi. Ma ci vogliono i presupposti. Ne parli con me di digitale (che in se' significa quanto nulla) : non riporti di preistorie che, alte senza dubbio, costano al nostro paese eredita’ tremende. Continui a far disegnare i suoi studenti e farli svenire sulle pagine di carlo argan. Continui a tenerli lontani da rhino. E fin li’ avra’ il moi consenso. Ma mi perdera’ di certo se in difesa al disegno sventolera’ bandière analogiche ; mi risponda pure per missiva affrancata, se ritiene che la sua tastiera le tolga espressivita’. Con sincero interesse, edmondo
    16 dicembre 2009 22.43

    RispondiElimina
  34. 7° di Facebook

    Plinio Meneghello:
    La massiccia introduzione di ausili tecnologici nell'architettura, nell'ambito del disegno, e dei processi di lavorazione assai sofisticati, hanno enormemente allontanato l'architetto dalla realizzazione pratica della sua opera, tanto da sembrare a molti una figura professionale superata. Il pubblico viene sedotto così dai fantasmi dell'architettura generati dalla moda e dal mercato (soprattutto con pacchetti prefabbricati) che sono sempre pronti a sfornare novità che saranno rese obsolete nel più breve tempo possibile perchè la qualità interessa solo come mezzo per stimolare i consumi ma non in sé come indice di qualità e di valore della vita.La competenza suddivisa in una miriade di specialisti dà la sensazione di poter disporre a piacere dei professionisti per realizzare qualsiasi cosa secondo il proprio gusto se si dispone dei mezzi economici sufficienti per pagare. Le competenze che vengono cercate sono naturalmente quelle tecniche di cui non si può fare a meno mentre sul piano delle scelte formali/architettoniche pochissimi ritengono di averne necessità anche perchè i più ritengono si tratti di un fatto di gusto e nessuno che abbia un minimo di orgoglio personale è disposto a rinunciare alla propria idea in questo campo delegando un professionista a cui ci si affida il pìù delle volte con un atto di fede.
    Chi vede un po' più in là della palude dei pregiudizi comuni, sa benissimo che per fare dell'architettura bisogna accettare di considerare questa attività non solo dal punto di vista materiale o del gusto personale ma secondo i canoni che definiscono l'opera d'arte nella sua complessità che naturalmente non esclude il gusto personale.
    A questo punto sarebbe interessante analizzare il rapporto tra gusto ed espressione artistica.

    Renzo Marrucci:
    Plinio dice cose giuste e fa piacere ogni tanto sentirne un pò altrimenti sembra o ti fanno sembrare uno che viene da marte. Dirò poi che il gusto personale è poi quella strana cosa che conduce alla qualità dell'individuo che ci salva dalla massimalizzazione che io intendo come una regressione profonda che da luogo al fenomeno delle star architect. Appunto come fenomeno regressivo legato all'uso del digitale come realtà apoetica asmatica e angoscinante tipo Hadid o Renzo Piano ecc... ma solo per citarne alcuni...

    RispondiElimina
  35. Prima parte:

    ---> Renzo, Plinio e Plinius,
    occorre rileggere bene ciò che scrive Edmondo su Facebook (vedi risposta a Renzo con scrittura e pensieri stile FB).
    Se permettete, vi pongo delle domande:
    pensate che le nuove tecnologie CAD siano gli artefici della diffusa cattiva edilizia italiana?
    pensate che Edmondo non sconosca la storia dell’arte e dell’architettura?
    pensate che il disegno CAD non sia un semplice disegno?
    pensate che Edmondo conoscendo il diabolico linguaggio dei computer non conosca «l'intima fusione che si realizza nell'opera d'arte fra le varie componenti classificate dalla critica che alla fine generano un'unità complessa che non può essere sezionata senza dissolvere la sua identità».
    per favore mi sapete dire qual è l’identità architettonica espressa in Italia negl’ultimi quarant’anni?
    siamo proprio sicuri che «La massiccia introduzione di ausili tecnologici nell'architettura, nell'ambito del disegno, e dei processi di lavorazione assai sofisticati, hanno enormemente allontanato l'architetto dalla realizzazione pratica della sua opera, tanto da sembrare a molti una figura professionale superata»?
    siamo sicuri che Edmondo non sappia: «Chi vede un po' più in là della palude dei pregiudizi comuni, sa benissimo che per fare dell'architettura bisogna accettare di considerare questa attività non solo dal punto di vista materiale o del gusto personale ma secondo i canoni che definiscono l'opera d'arte nella sua complessità che naturalmente non esclude il gusto personale»?
    siamo sicuri che il digitale sia «un fenomeno regressivo legato all'uso […] come realtà apoetica asmatica e angoscinante tipo Hadid o Renzo Piano»?

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  36. Seconda parte:
    Due aspetti sono rilevanti delle vostre note:
    la tendenza ad una certa deriva architettonica a mero brand per le grandi aziende pubbliche e private e la cattiva abitudine di leggere/scegliere le architetture secondo il ‘gusto’ estetico.
    Due temi controversi ma rilevanti.
    Occorre fare una semplice considerazione, la vostra auto che sia essa una berlina o un’utilitaria è progettata da ingegneri, non da semplici impiegati.
    Il lavoro di questa gente non è da terziario ma da quaternario.
    Per dirla alla Richard Florida sono la ‘classe creativa’ sono persone che spesso ci rendono la vita facile (telefonini, internet, domotica, nanotecnologia usata molto in chirurgia e via dicendo).
    Io credo che non occorra temere gente ‘creativa’ che lavora ‘tanto’ come Edmondo, ma occorra temere l’ignoranza diffusa che ha distrutto in questi anni il nostro paese.
    Io non credo che i maggiori scempi siano stati creati dagli ‘archistar’ come amate chiamarli.
    Io credo che l’archistar, ovvero il potere incondizionato dell’edilizia delle nostre città siano in mano agli imprenditori senza scrupolo del cemento.
    Sarà perché io vivo in terra di mafia (e forse voi in terra di tangenti) ma quest’ultimi se ne fregano di costruire le loro palazzine con dignità e per assurdo sono le persone che amano ostentare le loro protesi tecnologiche all’avanguardia e credetemi saranno i primi a visitare il museo che Edmondo sta progettando.
    Sono queste persone che vanno osteggiate a tutti i costi, ovvero la gente furba che rovina la nostra quotidianità
    Come diceva Fassbinder nel film ‘La paura mangia l’anima’: la paura è un sentimento alimentato dalla non conoscenza.
    Nelle considerazioni generali del 43° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2009, CENSIS (4 Dicembre 2009)
    Alla fine si pone una domanda: Cosa verrà dopo?
    I redattori prendendo spunto dal rapporto rispondono: «Nella psicologia collettiva c’è nel profondo un dolente mix di stanchezza e vergogna per i tanti fenomeni di degrado valoriale, o almeno comportamentale, che caratterizzano la vita del Paese. E c’è di conseguenza la speranza di uscirne, con una propensione a pensare al dopo, a una società capace di migliorarsi». Ma le discussioni in corso «guardano indietro», sono cioè condizionate dalla inerziale permanenza dei tre cicli precedenti, oppure «fuggono in avanti, rincorrendo una fantasmatica ipotesi di nuova ontologia», individuata talvolta nel fondamentalismo dei valori e della loro radice religiosa, talvolta nel fondamentalismo della scienza.

    Per favore cerchiamo di capire bene, di chi e cosa, dobbiamo preoccuparci.

    Saluti e buon tutto,
    Salvatore D’Agostino

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