20 agosto 2014

0054 [SPECULAZIONE] Ugo Rosa | Abitare Instant Biennale ovvero il deserto del Gobi dell’intelligenza critica

di Salvatore D’Agostino

Da qualche mese Ugo Rosa, quasi ogni giorno, scrive lettere – sul suo profilo facebook - alla sua amica F.B. sull'arroganza dell’architettura contemporanea che condanna all’iperattualità. Pubblico, con il consenso dell’autore, l’ultima lettera dedicata allo speciale della rivista Abitare sula biennale di architettura di Venezia.

Prima di leggere la lettera, due note a margine su due miti dell’architetto che legge e cerca la critica.

La prima: un architetto che fa il mestiere dell’architetto non deve avere come obbligo, tra i suoi requisiti, la lettura. Un buon architetto, se non può andare a vedere le architetture, legge i disegni, non ha bisogno di didascalie o scritti di supporto per imparare a progettare. Personalmente sogno libri di architettura senza parole, costituiti da solo disegni. Se è possibile non disegni accattivanti o da quadro da salotto buono e soprattutto senza foto ‘da messa in posa’ del fotografo di architettura. Libri da sfogliare, magari da ridisegnare.

La seconda: ‘critica’ è una parola delicatissima che ancora oggi per l’architettura viene rielaborata sui canoni d’inizio del novecento, quando alcuni bravi critici dell’arte utilizzarono il linguaggio dedicato alle opere d’arte per criticare le architetture. Da quel momento l’architettura diventa, per il nuovo critico di architettura, un’opera d’arte osservata come se fosse un oggetto. L’architettura, per sua natura, non è un’opera d’arte ed è sbagliato continuare a parafrasare, se non a scimmiottare, il linguaggio dei critici dell’arte per parlare di architettura. AAA cercasi un linguaggio specifico per la ‘critica’ di architettura.

Di seguito la lettera del 19 agosto 2014 di Ugo Rosa a F. B.


sfoglia Abitare Instant Biennale




di Ugo Rosa

Cara F.B.
se vuoi avere un quadro del livello della riflessione italiana intorno all’architettura e dei suoi sfoghi editoriali sfoglia, ti prego, l’ultimo numero di Abitare dedicato alla Biennale di Venezia.Dire che si tratta di un prodotto che umilia i suoi redattori mi dispiace un pochino perché tra loro ci sono persone che tu stessa mi hai fatto conoscere e nei cui confronti non ho motivo di disistima, tuttavia è l’unico modo onesto per definirlo. Non vi trova posto una riflessione, non vi si annida il barlume di un’idea, non c’è neppure, propriamente, scrittura. Con brutale immediatezza vi è stenografata solo la stupidità di cui oramai è capace l’editoria di settore.

Non ci si può neppure indignare, proclamando che l’editore avrebbe dovuto vergognarsi di darlo alle stampe perché ho paura che fosse proprio questo ciò che l’amico desiderava (il suo, ahimè, target). Se uno di quei redattori avesse prodotto una riflessione critica qualsiasi, infatti, come avrebbe potuto trovare posto tra quei fogli? Dalla prima pagina all'ultima vi si trascinano penose descrizioni il cui unico scopo sembra quello di arrivare alle tremila battute di prammatica per giustificare i quattro soldi che si guadagnano con quella miserabile cartella (che, tanto, nessuno leggerà, visto che gli architetti, ormai, guardano solo le figure).

Vi sfilano i più triti luoghi comuni giornalistici reperibili tra le impolverate carpette della segreteria di redazione. Si comincia con “Il labirinto della modernità” e col “racconto di un mondo in profonda metamorfosi” si prosegue con “Il futuro è già cominciato” ci si accomoda in gondola per godersi i bagordi “La Mostra Internazionale di Architettura di Venezia è già di per sé un’occasione valida per una gita in Laguna. In più questa edizione è accompagnata da un nutrito calendario di spettacoli di danza e concerti…” per finire alla grande coi fuochi d’artificio “la fascinazione è forte già a partire dall'atrio al piano terreno” su un meraviglioso fondale dove tutto è “strepitoso” e “straordinario” tanto che sembra quasi di sognare e “l’effetto è quello dell’annullamento dello spazio-tempo, una sospensione che assomiglia molto al miraggio”.

Solo che questo non è un miraggio, è il deserto del Gobi dell’intelligenza critica. Attraversarlo non richiede solo forza d’animo, c’è bisogno di temerarietà e di una soglia del dolore assai elevata perché, in caso contrario, alla quarta pagina si comincia ad ululare come il malcapitato sotto i ferri del dentista immemore d’anestesia.

Un doloroso abbraccio
ur



20 agosto 2014
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21 commenti:

  1. Come al solito, grandiosamente cinico!

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    1. Emma,
      non è cinismo bieco e interessato la scrittura/critica di Ugo Rosa è fondamentale in questo momento di collasso della ‘parola scritta’.

      Saluti,
      Salvatore D’Agostino

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  2. Traccia Menti: "un architetto che fa il mestiere dell’architetto non deve avere, tra i suoi requisiti, la lettura. Un buon architetto, se non può andare a vedere le architetture, legge i disegni, non ha bisogno di didascalie o scritti di supporto per imparare a progettare."

    caro salvatore, non sono solo i libri d'architettura a formare l'architetto! un buon architetto è unomo di cultura, i cui pensieri sono torniti dalla storia, dall'arte e dal pensiero buono che nel tempo ha rricchito le società. un buon architetto conosce la politica e le sue implicazioni, conosce la differenza tra essere e sembrare, tra prostituirsi e progettare.

    pertanto, mi sento di affermare che un buon architetto è quello che ancora sa e ama leggere, anche e soprattutto tra le righe.

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    1. Rileggendo ciò che ho scritto ho inserito (perché risultava definitivo) non deve avere ‘come obbligo’ la lettura ovviamente si fa riferimento ai testi critici di architettura.

      Saluti,
      Salvatore D’Agostino

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    2. non era in effetti così ovvio che si parlasse di critica, ma le mie affermazioni rimangono invariate. sto rileggendo in questi giorni alcuni testi di De Carlo e penso che tutti gli architetti dovrebbero leggerli e farne tesoro; si tratta di libri, peraltro, con pochissime immagini. e non sono i soli. anche nella critica (ed ogni architetto nel parlare del suo lavoro compie implicitamente una critica a quanto non corrisponde al suo modo di intendere la progettazione) esistono voci diverse: buone, meno buone, inascoltabili. anche la lettura specifica conforma la nostra capacità di comprendere ed interpretare i progetti, che è una competenza come altre e che si impara e si perfeziona anche attraverso la guida verbale o scritta di altri maestri.

      diciamo che non apprezzo particolarmente certe generalizzazioni :-)

      Ti faccio un esempio concreto: il libro di franco la cecla che tu ami è un libro di critica, eppure merita una lettura attenta.

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    3. Sì in effetti, se letta isolata dal contesto, la frase risulta ambigua ma le note vanno lette in riferimento al testo di Ugo Rosa che parla di ‘leggere una rivista di architettura’.

      PS: anche se un bravo architetto potrebbe non leggere niente (non credo nella lettura come dominio assoluto culturale).

      PS1: nell'intervista a Cecla mi sono sforzato di uscire fuori dal suo titolo ‘urlato’ per parlare di contenuti ma è stato difficile.

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    4. io trovo che il libro di la cecla sia un libro di spunti (una delle cose importanti che può fare un libro: essere spunto per approfondimenti e divagazioni)

      Inoltre non credo che un buon architetto possa vivere senza provare una curiosità irrefrenabile nei confronti di un medium così potente e storicamente imprescindibile come la scrittura (la consapevolezza del valore di uno strumento culturale, e non mi riferisco solo alla scrittura, penso dovrebbe essere insita nell'animo di colui il cui operato è al servizio delle persone e del genere umano in senso più allargato)

      stento a immaginare un progettista che non sia curioso

      oltretutto non viviamo in un epoca in cui sia possibile la decontestualizzazione e l'assenza di relazione. l'ultimo esempio fallimentare è stato quello offerto da tanta architettura postmoderna, gratuitamente creativa e avanverista. e credo che la relazione acquisisca spessore inevitabilmente attraverso la conoscenza e lo studio

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  3. Traccia Menti: quanto a ugo rosa, persona colta e di indubbia intelligenza, mi piacerebbe tanto che ogni tanto si applicasse a segnalare il bello e il buono, a raccontarlo con il suo estro particolare, e non solo a sputar veleno sul brutto e sul mediocre che purtroppo, e lo sappiamo, sono sotto i nostri occhi un po' dovunque
    perchè mi piace pensare che uno degli aspetti fondanti del lavoro architettonico (anche quando detto lavoro si sviluppa in forma di parola o in altre forme) sia proprio quello di rivelare il buono, che equivale sostanzialmente a costruire con la C maiuscola

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    1. Su Ugo Rosa ci ritornerò, spero, con un post di cronaca Rosa.

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  4. Traccia Menti: quanto ad abitare (scusa se mi dilungo) ho semplicemente smesso di leggerlo, al massimo lo sfoglio mentre aspetto che finisca la lavatrice, come una rivista da parrucchiera. ho smesso anche di corteggiare certe firme che scrivono dell'aria fritta, e vado in cerca più volentieri di sguardi capaci di aprire finestre sul materiali interessanti e un po' più sostanziali

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  5. Paolo Carli Moretti20 agosto 2014 12:25

    dimenticarsi ciò che si sa, lasciare che la creatività si muova guidata solo da ciò sei e non da quello che sai, è molto difficile ...

    "forse un mattino, andando in un'aria di vetro, arida, vedrò compirsi il miracolo, il vuoto dietro di me, il nulla alle mie spalle, con un terrore di ubrico"

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    1. Paolo Carli Moretti condivido a tal proposito ti rilancio questa istallazione di Pilar Albaracín: L’artista, in questa installazione, denuncia il pieno di cultura che ci arriva dai diversi media, al punto che l’uomo è diventato un “asino coltivato”. leggi qui

      Saluti,
      Salvatore D'Agostino

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  6. Qualche considerazione a partire da quanto scritto da Traccia Menti, riprendendo anche alcuni punti del commento di Ugo Rosa e dell'introduzione di Salvatore D'Agostino.

    1. Se non ho capito male Abitare Instant non è il primo numero del nuovo Abitare, ma il primo numero di un nuovo format online che correrà in parallelo alla rivista cartacea.

    2. Nel caso specifico, mi pare che si tratti "semplicemente" di una guida alLa Biennale di Venezia di quest'anno, per cui non mi stupisce che gli articoli manchino di interpretazione critica. Detto questo, mi sembra di ricordare (l'ho letto tre settimane fa) che i pezzi di Rossella Ferorelli e Alessandro Benetti cercassero comunque di valutare pregi e difetti delle installazioni recensite.

    3. Che gli architetti siano esenti dal dover leggere mi pare un'idea un po' curiosa e molto pericolosa, soprattutto in un periodo come l'attuale in cui la comunicazione per immagini sta prendendo il sopravvento. Per me, si tratta come sempre di saper scegliere: che testi leggere, che immagini e disegni guardare e - perché no - ridisegnare.

    4. Che l'editoria di settore sia in difficoltà, soprattutto per quanto riguarda il ricorso alla buona critica, è vero. Però è altrettanto vero che negli ultimi anni sono nate (e continuano a nascere) realtà editoriali indipendenti di grande qualità, sia online sia cartacee. Ovvio che se si restringe il campo di interesse al panorama italiano la situazione può apparire desolante - non dappertutto, però: Gizmo, Black Mamba, The Ship, Archphoto e OII+ (perdonatemi se mi autocito) sono solo alcuni dei luoghi in cui si fa bene critica - ma chi mastica un po' di inglese (cosa ormai indispensabile per non rimanere culturalmente isolati) può leggere (tanto per limitarmi ad alcune testate online) Fulcrum, OASE, dpr-barcelona, The Funambulist, The City as a Project, NOTES ON BECOMING A FAMOUS ARCHITECT, FailedArchitecture e così via. Davvero, ce n'è per tutti i gusti.

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    1. 5. Ho l'impressione che in Italia, da un po' di tempo, critici di indubbie capacità abbiano cominciato a dedicarsi esclusivamente ad alcuni dei compiti loro richiesti, tralasciandone altri parimenti importanti. Non solo c'è chi ha smesso di mostrare e spiegare le opere meritevoli di attenzione (come se in questa fase storica non venissero prodotte architetture di qualità in nessuna parte del mondo, suvvia!), ma c'è anche chi ha smesso di occuparsi proprio dell'architettura progettata, limitandosi a parlare di idee, atteggiamenti, schieramenti e così via. Non ricordo, ad esempio, una segnalazione interessante - o una bella stroncatura - da parte di Luigi Prestinenza Puglisi da un bel po' di tempo. Stroncature a parte, mi pare che lo stesso si possa dire per Sandro Lazier, che proprio qualche settimana fa ho invitato a segnalare alcune architetture recenti di suo gradimento, senza risultato. Come ho scritto altrove qualche settimana fa, mi incuriosisce che da noi sembri essere più facile parlare di filosofia che criticare un progetto specifico.

      6. Salvatore: il tipo di critica cui tu fai riferimento nell'introduzione, è un tipo di critica molto specifico, che hai identificato molto bene, e che ritroviamo, per esempio, nei ragionamenti di Luigi. Che la critica di architettura debba unicamente rifarsi alla critica d'arte mi pare una castroneria: la critica è un sistema di controllo del pensiero che può essere utilizzato in qualsiasi sfera conoscitiva, e i cui strumenti variano con il variare degli strumenti della disciplina cui questa fa riferimento. Non c'è dubbio che l'estetica formi parte essenziale al discorso architettonico, per cui immaginare una critica di architettura che non si occupi della forma è - per quanto mi riguarda - sicuramente errato. Ma la nostra conoscenza dei fenomeni che caratterizzano l'architettura e ciò che la circonda, oggi, va molto al di là del puro discorso estetico, e dunque tutte queste altre dimensioni devono essere fatte rientrare nel discorso critico. Se no finisce che parliamo solo di figurine.

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  7. Il seguito di molti di questi commenti si possono leggere qui

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  8. Davide, circa la funzione del critico e la sua propensione ad indagare le teorie prima dei fatti, ti rispondo con parole di Zevi: "Dacché i dati dell'esperienza non sono mai percezioni pure, ma sempre interpretazioni alla luce di teorie e di aspettazioni, consce o inconsce, preesistenti e in parte innate... il problema dell'induzione si dissolve perché il procedimento di passare da una raccolta di fatti ad una teoria non esiste, è semplicemente un mito. Quali fatti mai si possono raccogliere se prima non possediamo una teoria che ci guidi, un interesse che ci orienti, un problema che ci stimoli? Le osservazioni sono sempre selettive, parlano sempre pro o contro una teoria. Allora il metodo della ricerca non è: dai fatti alle teorie; ma è quello inverso: dalle teorie o ipotesi ai fatti che possano controllare o smentire. Perciò: progettare e confutazioni, tentativi, anche azzardati e rischiosi, di indovinare, e controlli severi". (Procedimenti induttivi e scientificità inventiva)

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  9. La seconda: ‘critica’ è una parola delicatissima che ancora oggi per l’architettura viene rielaborata sui canoni d’inizio del novecento, quando alcuni bravi critici dell’arte utilizzarono il linguaggio dedicato alle opere d’arte per criticare le architetture. Da quel momento l’architettura diventa, per il nuovo critico di architettura, un’opera d’arte osservata come se fosse un oggetto. L’architettura, per sua natura, non è un’opera d’arte ed è sbagliato continuare a parafrasare, se non a scimmiottare, il linguaggio dei critici dell’arte per parlare di architettura. AAA cercasi un linguaggio specifico per la ‘critica’ di architettura.

    totalmente d'accordo... vaglielo a dire ai critici (o presunti tali) ora
    anche se qualcuno s'era liberato di questa origine dal mondo dell'arte

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    1. Ho da sempre un'abitudine: quando seguo una discussione, specie se stimolante e colta come questa, cerco di ripercorrerla partendo dalla fine, così qui ho cominciato leggendo i commenti.
      Risalendo, aggiungerei all'elenco di Ugo Rosa un luogo comune: "anche l'architettura non è più quella di una volta".
      Ma un dubbio mi assale: non è che magari è vero? non è che l'architettura contemporanea è proprio "un’opera d’arte osservata come se fosse un oggetto" perché in realtà 'è' un oggetto? non è che i critici di architettura non sono pedissequi scimmiottatori dei critici d'arte, ma adeguano il loro linguaggio alla sostanza di cui parlano e Il linguaggio critico muta ed evolve come la materia a cui si applica? Un esempio fra tanti, Gehry si affida per la sua prima monografia e per la prima mostra antologica italiana a Germano Celant (che lo cita come esempio di crosspollination), il quale ha rapporti anche con Rem Koolhaas, Renzo Piano, Mendini., nascendo e restando critico d'arte anche nel suo approccio all'architettura. E allora, si tratta di trovare "un linguaggio specifico per la ‘critica’ di architettura" oppure si tratta di trovare (ammesso che ci sia) un'architettura contemporanea che non sia chiassosa declamazione di gigantismo oggettuale, frutto di progetti artisticizzati che poco o nulla hanno di architettonico e per i quali un critico d'arte magari riciclato va bene lo stesso?

      Vilma

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  10. Efrem Raimondi1 ottobre 2014 14:35

    il fatto è che non si tratta solo di un collasso della parola scritta. spero in qualcosa che non so. e che nell'attualità non riconosco. mi interessa molto questo epistolario di ugo rosa...

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    1. Efrem,
      la pagina fb di Ugo Rosa considerata urticante da molti architetti, che si professano critici, è da seguire.

      Saluti,
      Salvatore

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