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29 marzo 2013

Troppo fragili

di Salvatore D'Agostino

Il Giornale dell’architettura, che in questi giorni è in edicola con il suo ultimo numero, pubblica un’inchiesta sulla fragilità idrogeologica del nostro territorio curata da Cristiana Chiorino. Tra i vari contribuiti, c’è un mio articolo dove, in estrema sintesi, sostengo che non possiamo più descrivere il mondo come se fosse tutto uguale poiché San Sperato, Monticello Conte Otto, Caserta, la statale 18, l’agro Pontino, la Bovisa, l’Irpinia, Strongoli, Cassinetta di Lugagnano, C.E.P. village di Bari, a guardali bene, escono fuori dai luoghi comuni per rientrare nei luoghi intesi come ‘territorio’ e comuni come ‘città’ perché non esistono ‘luoghi comuni’ identici. E, nel caso dei possibili interventi a scala territoriale, ogni luogo, esige un progetto specifico con un auspicabile interesse verso la prevenzione che non si fermi all'emergenza.


Tra le righe, vi è una sintesi del convegno tenutosi lo scorso novembre alla biennale di Venezia sul tema ‘Territori fragili: Architettura, emergenza e ricostruzioni’.

Il torrente Longano esondato tra Barcellona Pozzo di Gotto e Saponara, novembre 2012,
foto Salvatore Gozzo

L’inchiesta offre approfondimenti su alcuni progetti internazionali, rileva le opportunità e le controversie della nuova legge Clini e si completa con una panoramica su alcuni progetti e leggi regionali, integrata da un corollario legislativo regione per regione.

Nella prefazione, il direttore Carlo Olmo invita allo sviluppo di una cultura della prevenzione rispetto ad un’agire emergenziale mirato alla soluzione di un momentaneo problema.

Manuela Martorelli ricorda le sfide progettuali legate all'acqua da parte dell’Olanda e la costante revisione delle misure di sicurezza in materia d’inondazione sollecitate da ingenti investimenti economici.

Julie Iovine parla dell’esperienza della città newyorchese costretta a dover trovare, nei prossimi anni, delle soluzioni a causa del costante aumento delle acque costiere. Si sta pensando a dei progetti in sinergia con la natura, anche se gli imprenditori e la politica newyorchese auspicano la costruzione di megastrutture.

Francesca De Filippi rilancia l’idea di architecture for Humanity che, dopo il funesto passaggio dell’uragano Sandy del 2012, contando su un contributo di oltre centomila dollari, sta formando architetti, ingegneri e urbanisti locali per sviluppare soluzioni a lungo tempo attraverso costruzioni ‘resilienti’ attente agli effetti dei cambiamenti climatici. Un’educazione locale, per non vedersi imporre i classici modelli post eventi catastrofici di carattere globale.

Paolo Panetto scrive del progetto Veneto 2100, redatto da Latitude ‘Platform for Urban Research and Design’, che prevede di ampliare, dove è possibile, l’alveo del fiume in modo che l’acqua possa trovare spazio in caso di ondate eccezionali. Una semplice soluzione che non collima con la miriade di attività antropiche che, in questi anni, hanno sempre più sfruttato e ritratto gli alvei dei fiumi.

L’articolo di Irene Cremonini va letto poiché traccia i nodi problematici del Piano Clini in relazione con le considerazioni di Pierluigi Claps - Presidente del GII (Gruppo Italiano di Idraulica) – che evidenzia come in Italia ci sia da affrontare una doppia sfida tra la prevenzione dei disastri ambientali, i disastri causati dai tecnici ignoranti e la burocrazia. Auspica una commissione con ampia rappresentanza di competenze.

L’inchiesta si completa con una rassegna regionale:

SICILIA
Silvia Mazza inizia con un monito: «I terremoti non si possono prevedere, il dissesto idrogeologico sì» e finisce con una proposta di legge del neo governatore della Sicilia Rosario Crocetta che presenterà al Parlamento, dove equipara le vittime dell’alluvione a quelle di mafia: «Perché non c’è forse la mano della mafia nello scempio del territorio e nel dissesto idrogeologico?».

VENETO
Julian W. Adda denota l’incoerenza sociale che, di fronte ad un territorio fragilissimo, non smette di pensare in termini di cemento. Con il paradosso che, i proprietari di uno dei pochi lembi di territorio rimasto libero dalla cementificazione, rifiutano la servitù di allagamento perché, sostengono, è meglio essere espropriati.

LIGURIA
Emanuele Piccardo evidenzia la forte contraddizione dei politici delle cinque terre che, prima delle alluvioni del 2011, promuovevano la costruzione di porticcioli turistici che avrebbero cementificato le coste e che adesso si trovano a tutelare, o meglio ripristinare, le stesse dai danni causati dalla cementificazione del passato.

CAMPANIA
Diego Lama ricorda che, tra i tanti progetti avviati dopo l’alluvione di Sarno e Quindici del maggio 1998, merita attenzione l’intervento dell’ingegnere Fulvio Campagnuolo: un’opera d’ingegneria naturale che utilizza paletti di castagno infissi a 1,5 metri di distanza tra di loro, trasportati a dorso di mulo, con la successiva piantumazione di piante autoctone seminate a spaglio per costruire argini naturali.

TOSCANA
Cristina Donati fa un dettagliato elenco provincia per provincia degli interventi della regione.

Buona lettura.

3 commenti:

  1. Risposte
    1. leggo solo ora questo interessante articolo ma non è stato Montanelli a scrivere di rapallizzazione ;anzi ha ospitato su Il Giornale un articolo dove racconto come è andata con questo neologismo
      rino vaccaro

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